MCCCVIII

MCCCVIIIAnno diCristomcccviii. IndizioneVI.Clemente Vpapa 4.Arrigo VI, detto VII, re dei Romani 1.Succedette nel primo dì di maggio di quest'anno la morte funesta diAlberto Austriacore de' Romani[Bernard. Guid. Ptolomaeus Lucens. Ferretus Vicent. et alii.]. Grande odio gli portava Giovanni figliuolo di un suo fratello primogenito, pretendendosi gravato da lui, perchè gli negava una parte, nonchè il tutto, degli Stati dovuti a lui per le ragioni del padre. Partitosi daBaden il re Alberto, nel passare il fiume Orsa, fu assalito dal nipote con una mano di sicarii, e trafitto da più spade, quivi lasciò la vita. Restarono di lui più figliuoli, il primogenito de' qualiFederigofu duca d'Austria e signore d'altri Stati spettanti a quella nobilissima casa. Trattossi dipoi di eleggere il successore; ed uno di quei che più vi aspiravano, fu lo stesso duca Federigo. Ma insorta gran discordia fra gli elettori, si mise allora in pensieroFilippo il Bellore di Francia di far cadere quella corona in capo a Carlo di Valois suo fratello, che ne avea già avuto promessa dapapa Bonifazio VIII[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 95.]. Fu perciò risoluto nel suo consiglio di preparar un'armata per entrare in Germania, e dar calore alla dimanda coll'efficace raccomandazione dell'armi, e intanto di procurar anche i premurosi ufficii pel papa. Penetrò la corte pontificia questi disegni non senza affanno del pontefice, il quale, se s'ha a credere a Giovanni Villani, richiese del suo parere l'accortissimocardinale Niccolò da Prato. Questi il consigliò di scrivere immediatamente agli elettori dell'imperio, ordinando che senza dilazione procedessero all'elezione, con suggerir loro ancora cheArrigo contedi Lucemburgo, principe pio, savio e ornato d'altre belle doti, pareva a lui il più a proposito pel romano imperio. Camminò la faccenda come avea divisato il papa col cardinale. Arrigo fu eletto quasi a voti pieni re dei Romani nel dì di santa Caterina[Henric. Stero, in Chron. Albert. Argentinens., in Chron. Bernard. Guid. Albertinus Mussatus. Ferretus Vicentinus, et alii.], e poi pubblicata l'elezion sua nel dì 27 di novembre, e non già nell'Ognissanti, o in altro giorno, come alcuni lasciarono scritto. Meraviglia recò ad ognuno l'udire preferito a tanti altri potenti principi Arrigo, principe di nobile schiatta bensì, ma di pochi Stati provveduto. Secondo il Villani, corse subito la nuova di questa inaspettata elezione alla corte delre di Francia, mentre egli si apparecchiava per andare al papa, affine di averlo favorevole in questo affare; ed accortosi che Clemente V vi aveva avuta mano per escludere Carlo suo fratello, da lì innanzi non fu più suo amico. Ma non si sa intendere come il re Filippo dal dì primo di maggio, in cui tolto fu dal mondo il re Alberto, sino al dì 25 o 27 di novembre, giorno nel quale si pubblicò L'elezione di Arrigo, tardasse tanto, giacchè ardea di voglia di quella corona, ad impegnare gli uffizii del pontefice in favor del fratello. Sembra ben più probabile che se li procacciasse per tempo, ma che restasse burlato con altre segrete insinuazioni fatte fare dal medesimo Clemente. Furono poi spediti da esso Arrigo solenni ambasciatori al papa, cioè i vescovi di Basilea e di Coira,Amedeo contedi SavoiaGuido contedi Fiandra,Giovanni Delfinodi Vienna, ed altri baroni[Joannes de Cermenat., tom. 9 Rer. Italic. Franciscius Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Ital.], per ottenere il consenso pontificio: il che fu facilmente conceduto. Tale ambasceria vien dai più riferita all'anno seguente, ma dovette precederne un'altra almeno, certo essendo che Arrigo fu coronato in Aquisgrana nell'Epifania dell'anno seguente, e ciò non par fatto senza la precedente approvazione del papa. Fu questoArrigoilsestofra gl'imperadori, ma comunemente vien chiamatoArrigo settimo, perchè tale nell'ordine dei re di Germania di tal nome.Cadde infermo in quest'anno ancoraAzzo VIII marchesed'Este, signor di Ferrara, Rovigo e d'altri Stati, ed anche conte d'Andria nel regno di Napoli[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital. Peregrinus Priscianus. Annal. MSS. et alii.]. Fecesi portare ad Este, sperando miglioramento da quell'aria salubre; e furono a visitarlo, e a far pace con lui i suoi due fratelliFrancescoeAldrovandino marchesi. Ma quivi nell'ultimo dì di gennaio finì di vivere. Questo principe d'alteidee, ma d'idee mal condotte, dopo aver vivente recati notabili danni alla sua casa coll'aver perdute le città di Modena e di Reggio, ben peggio fece morendo, perchè lasciò suo successore nel dominio di Ferrara e degli altri suoi Stati Folco, figliuolo legittimo di Fresco suo figliuolo bastardo, con escludere i Suoi legittimi fratelli Francesco ed Aldrovandino, e i figliuoli di quest'ultimo. La Cronica Estense[Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital.]ha, ch'egli ritrattò un sì fatto testamento; ma certamente gli effetti si videro in contrario, e di qua venne un gran crollo alla famiglia estense. Fresco, aiutato dai Bolognesi, giacchè il figliuolo non era giunto ad età capace di governo, prese le redini della signoria di Ferrara, che gli fu confermata, benchè mal volentieri, dal popolo. Ma nel medesimo tempo il marchese Francesco d'Este co' suoi nipoti si mise in possesso d'Este, di Rovigo e d'altre terre, e in quella della Fratta diede una rotta alle genti di Fresco. Così cominciò la guerra fra loro. Stabilì Fresco pace coi Mantovani, Veronesi, Bresciani, Parmigiani, Reggiani e Modenesi. Il popolo di Ferrara, essendo molto portato a voler i principi estensi legittimi, cominciò a fare delle congiure contra di lui, le quali svanirono colla morte di molti. Ricorsero gli Estensi legittimi al papa in Francia per implorar il suo patrocinio ed aiuto; ed oh con che benignità furono ascoltati! Promise quella corte mari e monti, purchè riconoscessero Ferrara per città della Chiesa romana; dal che s'erano nel secolo addietro guardati gli altri Estensi. Dacchè questo fu ottenuto, allora furono spediti uffiziali e milizie in Italia per prendere il possesso di Ferrara coll'assistenza del marchese Francesco; e per questo i Ferraresi cominciarono a tumultuar più che mai contra di Fresco[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Veggendo la mal parata, fece anch'egli ricorso ai Veneziani, e propose di ceder loro con varii patti quella città. Niuna fatica si duròperchè essi accettassero la proposizione, e non tardarono ad inviar colà gran copia di soldatesche, le quali entrarono e si fortificarono in castel Tealdo; cosa che maggiormente accese l'ira de' Ferraresi, popolo già avvezzo ad avere il suo principe, e alieno dall'ubbidire agli stranieri. Per altro, anche i Bolognesi, Mantovani e Veronesi amoreggiavano in queste occasioni Ferrara, e mossero l'armi per tentarne l'acquisto. Anzi Bernardino da Polenta co' Ravegnani e Cerviesi proditoriamente v'entrò una notte, e si fece eleggere signore d'essa città per cinque anni avvenire. Ma non vi si fermò che otto giorni, saccheggiando tutto quel che potè. I Veneziani quei furono che riportarono il pallio. Li fece ben ammonire il papa[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]di desistere e ritirarsi da quella impresa, perchè Ferrara era terra della Chiesa romana; ma si parlò ai sordi. Un dì poscia le milizie pontificie con Francesco marchese d'Este ed altri fuorusciti, e con Lamberto da Polenta condottiere de' Ravegnani entrarono in quella città, gridando invano il popolo:Viva il marchese Francesco; e ne presero il possesso a nome del papa, senza più poi pensare a rimetterla in mano degli Estensi. Succederono poi varie battaglie tra i Ferraresi e Veneziani, e talmente prevalsero gli ultimi, che nel dì 27 di novembre convenne ai Ferraresi d'implorare pace o tregua, e di prendere quel podestà che piacque ai Veneziani. Allora furono ammesse in città le famiglie de' Torelli, Ramberti, Fontanesi, Turchi, Pagani ed altri sbanditi dalla città, perchè Ghibellini e nemici degli Estensi.In Parma non furono minori le rivoluzioni[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Nel dì 24 di marzo cominciarono una rissa fra loro i Ghibellini ed i Guelfi; e nel dì seguente passò questa in una fiera guerra civile, in cui rimasero morte molte persone, rubate ed incendiate moltissime case. Maggiormente sirinforzò nel dì 26 la tempesta dell'armi, stando sempre Giberto da Correggio signore della città colle sue genti in possesso della piazza. Ma udito che i Rossi e i Lupi di Soragna con altri banditi erano venuti alla porta di Santa Croce, colà si portò, ed uscì ancora per mettergli in fuga; ma toccò a lui di fuggire in città, perchè contra di lui si rivoltarono non pochi de' suoi. V'entrarono anche i suddetti sbanditi, in favor dei quali essendosi dichiarati molti del popolo, andò si fattamente crescendo la forza de' Guelfi, che Giberto e Matteo fratelli da Correggio coi loro aderenti dovettero cercar colla fuga di salvarsi a Castelnuovo. Però tutti gli altri usciti guelfi tornarono alla patria. Infinite furono le ruberie fatte in questa occasione per la città; molte le case bruciate; e i contadini entrati corsero al palazzo pubblico, e vi stracciarono tutti i libri dei bandi e maleficii, e diedero il sacco ad ogni mobile e scrittura di Giberto. Seguitarono poi anche per molti giorni i saccheggi e gl'incendii, e i bandi di chi era creduto Ghibellino; e intanto i fuorusciti faceano guerra alla città. Contra d'essi nel mese di giugno uscì in campagna tutto l'esercito de' Parmigiani dominanti. Giberto da Correggio anch'egli, fatto forte dai Modenesi, che v'andarono tutti col loro capitano, e dai banditi di Bologna, e dalmarchese Francesco Malaspinaco' suoi di Lunigiana, e da copiose schiere d'altri Ghibellini, nel dì 19 di giugno andò a ritrovare i Parmigiani, ed attaccò la mischia. Vigorosamente si combattè sul principio da amendue le parti; ma poco stettero ad essere sbaragliati i Parmigiani, de' quali assaissimi restarono morti con più di dugento Lucchesi, ch'erano al loro soldo, e quasi dissi innumerabili restarono prigioni colla perdita di tutto il bagaglio[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Dopo la vittoria corse Giberto alla città, ma non potè entrarvi allora. V'entrò nel dì 28, perchè, colla mediazione diAnselmo abbatedi San Giovanni, fu fatta una pace generale, e permesso a tutti gli usciti di ripatriare. Secondo il diabolico costume di que' tempi, andò presto per terra questa pace. Giberto da Correggio, che prometteva e giurava a misura del bisogno, senza credersi poi tenuto a giuramenti e promesse, ben disposti i suoi pezzi, nel dì 3 d'agosto levò rumore, e colla forza de' suoi scacciò dalla città i Rossi e Lupi, con tutti i loro amici guelfi, i quali si ridussero a Borgo San Donnino e ad altri luoghi, e continuò poi la guerra fra loro. Essendo passato al paese dei più in quest'anno, e non già nel precedente, come ha il testo di Galvano Fiamma[Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 346.],Francesco da Parmaarcivescovo di Milano, fu in suo luogo elettoCastoneossia Gastone, comunemente appellatoCassone dalla Torre, figliuolo di Mosca[Corio, Istor. di Milano. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], e la sua elezione fu approvata dalcardinal Napoleonelegato apostolico. Poscia nel dì 24 di settembre, tenutosi un general parlamento in Milano, quivi concordemente fu eletto perpetuo signor di MilanoGuido dalla Torre. Ebbero in quest'anno guerra i Milanesi co' Bresciani, ma ne seguì anche pace. Mancò di vita in essa città di Brescia nell'ottobre del presente annoBerardo de' Maggi, vescovo d'essa città, dopo esserne stato anche per anni parecchi signore nel temporale, con governarla a parte dell'imperio, ossia ghibellina. Molti benefizii da lui fatti a quella città indussero quel popolo ad eleggere per suo successor nella chiesaFederigo de' Maggi[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.]. InoltreMaffeo, ossiaMatteo de' Maggi, fratello d'esso Berardo, fu proclamato signore della città. Guido dalla Torre, siccome signor di Piacenza, nell'anno presente stabilì pace fra quei cittadini e i lor fuorusciti[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], che lieti rientrarono nella lor patria. Nella Romagna[Chron. Caesen., tom. 15 Rer. Ital.]il conte di Cunio con altrisuoi partigiani occupò, contro il voler de' Faentini ed Imolesi, la terra di Bagnacavallo nel dì 24 di luglio. Poscia nel dì 28 di agosto fu fatta pace fra i Bolognesi, Riminesi e Cesenati dall'una parte, e i Forlivesi, Faentini, Imolesi e Bertinoresi dall'altra, colla liberazion di tutti i prigioni. Ma in Firenze fu una gran commozione di popolo[Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital Giovanni Villani, lib. 8, cap. 96.]. Perchè Corso de' Donati, a cui la parte nera, ossia guelfa, era obbligata dal presente suo stato dominante, voleva soprastare di troppo agli altri nobili, l'ambizione e l'invidia fecero dividere in due fazioni i grandi stessi. Rosso dalla Tosa, capo dell'una, seppe tanto screditar esso Corso, che gli tagliò infine le gambe; facendo soprattutto valere contra di lui la parentela da esso contratta con Uguccion dalla Faggiuola gran ghibellino. Levossi dunque a rumore contra di lui il popolo tutto; ed essendosi esso Corso ben asserragliato, assistito anche da molti suoi amici, fece gran difesa; infine gli convenne prendere la fuga, ma, raggiunto da certi Catalani a cavallo, fu ucciso: con che tornò la quiete in Firenze.

Succedette nel primo dì di maggio di quest'anno la morte funesta diAlberto Austriacore de' Romani[Bernard. Guid. Ptolomaeus Lucens. Ferretus Vicent. et alii.]. Grande odio gli portava Giovanni figliuolo di un suo fratello primogenito, pretendendosi gravato da lui, perchè gli negava una parte, nonchè il tutto, degli Stati dovuti a lui per le ragioni del padre. Partitosi daBaden il re Alberto, nel passare il fiume Orsa, fu assalito dal nipote con una mano di sicarii, e trafitto da più spade, quivi lasciò la vita. Restarono di lui più figliuoli, il primogenito de' qualiFederigofu duca d'Austria e signore d'altri Stati spettanti a quella nobilissima casa. Trattossi dipoi di eleggere il successore; ed uno di quei che più vi aspiravano, fu lo stesso duca Federigo. Ma insorta gran discordia fra gli elettori, si mise allora in pensieroFilippo il Bellore di Francia di far cadere quella corona in capo a Carlo di Valois suo fratello, che ne avea già avuto promessa dapapa Bonifazio VIII[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 95.]. Fu perciò risoluto nel suo consiglio di preparar un'armata per entrare in Germania, e dar calore alla dimanda coll'efficace raccomandazione dell'armi, e intanto di procurar anche i premurosi ufficii pel papa. Penetrò la corte pontificia questi disegni non senza affanno del pontefice, il quale, se s'ha a credere a Giovanni Villani, richiese del suo parere l'accortissimocardinale Niccolò da Prato. Questi il consigliò di scrivere immediatamente agli elettori dell'imperio, ordinando che senza dilazione procedessero all'elezione, con suggerir loro ancora cheArrigo contedi Lucemburgo, principe pio, savio e ornato d'altre belle doti, pareva a lui il più a proposito pel romano imperio. Camminò la faccenda come avea divisato il papa col cardinale. Arrigo fu eletto quasi a voti pieni re dei Romani nel dì di santa Caterina[Henric. Stero, in Chron. Albert. Argentinens., in Chron. Bernard. Guid. Albertinus Mussatus. Ferretus Vicentinus, et alii.], e poi pubblicata l'elezion sua nel dì 27 di novembre, e non già nell'Ognissanti, o in altro giorno, come alcuni lasciarono scritto. Meraviglia recò ad ognuno l'udire preferito a tanti altri potenti principi Arrigo, principe di nobile schiatta bensì, ma di pochi Stati provveduto. Secondo il Villani, corse subito la nuova di questa inaspettata elezione alla corte delre di Francia, mentre egli si apparecchiava per andare al papa, affine di averlo favorevole in questo affare; ed accortosi che Clemente V vi aveva avuta mano per escludere Carlo suo fratello, da lì innanzi non fu più suo amico. Ma non si sa intendere come il re Filippo dal dì primo di maggio, in cui tolto fu dal mondo il re Alberto, sino al dì 25 o 27 di novembre, giorno nel quale si pubblicò L'elezione di Arrigo, tardasse tanto, giacchè ardea di voglia di quella corona, ad impegnare gli uffizii del pontefice in favor del fratello. Sembra ben più probabile che se li procacciasse per tempo, ma che restasse burlato con altre segrete insinuazioni fatte fare dal medesimo Clemente. Furono poi spediti da esso Arrigo solenni ambasciatori al papa, cioè i vescovi di Basilea e di Coira,Amedeo contedi SavoiaGuido contedi Fiandra,Giovanni Delfinodi Vienna, ed altri baroni[Joannes de Cermenat., tom. 9 Rer. Italic. Franciscius Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Ital.], per ottenere il consenso pontificio: il che fu facilmente conceduto. Tale ambasceria vien dai più riferita all'anno seguente, ma dovette precederne un'altra almeno, certo essendo che Arrigo fu coronato in Aquisgrana nell'Epifania dell'anno seguente, e ciò non par fatto senza la precedente approvazione del papa. Fu questoArrigoilsestofra gl'imperadori, ma comunemente vien chiamatoArrigo settimo, perchè tale nell'ordine dei re di Germania di tal nome.

Cadde infermo in quest'anno ancoraAzzo VIII marchesed'Este, signor di Ferrara, Rovigo e d'altri Stati, ed anche conte d'Andria nel regno di Napoli[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital. Peregrinus Priscianus. Annal. MSS. et alii.]. Fecesi portare ad Este, sperando miglioramento da quell'aria salubre; e furono a visitarlo, e a far pace con lui i suoi due fratelliFrancescoeAldrovandino marchesi. Ma quivi nell'ultimo dì di gennaio finì di vivere. Questo principe d'alteidee, ma d'idee mal condotte, dopo aver vivente recati notabili danni alla sua casa coll'aver perdute le città di Modena e di Reggio, ben peggio fece morendo, perchè lasciò suo successore nel dominio di Ferrara e degli altri suoi Stati Folco, figliuolo legittimo di Fresco suo figliuolo bastardo, con escludere i Suoi legittimi fratelli Francesco ed Aldrovandino, e i figliuoli di quest'ultimo. La Cronica Estense[Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital.]ha, ch'egli ritrattò un sì fatto testamento; ma certamente gli effetti si videro in contrario, e di qua venne un gran crollo alla famiglia estense. Fresco, aiutato dai Bolognesi, giacchè il figliuolo non era giunto ad età capace di governo, prese le redini della signoria di Ferrara, che gli fu confermata, benchè mal volentieri, dal popolo. Ma nel medesimo tempo il marchese Francesco d'Este co' suoi nipoti si mise in possesso d'Este, di Rovigo e d'altre terre, e in quella della Fratta diede una rotta alle genti di Fresco. Così cominciò la guerra fra loro. Stabilì Fresco pace coi Mantovani, Veronesi, Bresciani, Parmigiani, Reggiani e Modenesi. Il popolo di Ferrara, essendo molto portato a voler i principi estensi legittimi, cominciò a fare delle congiure contra di lui, le quali svanirono colla morte di molti. Ricorsero gli Estensi legittimi al papa in Francia per implorar il suo patrocinio ed aiuto; ed oh con che benignità furono ascoltati! Promise quella corte mari e monti, purchè riconoscessero Ferrara per città della Chiesa romana; dal che s'erano nel secolo addietro guardati gli altri Estensi. Dacchè questo fu ottenuto, allora furono spediti uffiziali e milizie in Italia per prendere il possesso di Ferrara coll'assistenza del marchese Francesco; e per questo i Ferraresi cominciarono a tumultuar più che mai contra di Fresco[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Veggendo la mal parata, fece anch'egli ricorso ai Veneziani, e propose di ceder loro con varii patti quella città. Niuna fatica si duròperchè essi accettassero la proposizione, e non tardarono ad inviar colà gran copia di soldatesche, le quali entrarono e si fortificarono in castel Tealdo; cosa che maggiormente accese l'ira de' Ferraresi, popolo già avvezzo ad avere il suo principe, e alieno dall'ubbidire agli stranieri. Per altro, anche i Bolognesi, Mantovani e Veronesi amoreggiavano in queste occasioni Ferrara, e mossero l'armi per tentarne l'acquisto. Anzi Bernardino da Polenta co' Ravegnani e Cerviesi proditoriamente v'entrò una notte, e si fece eleggere signore d'essa città per cinque anni avvenire. Ma non vi si fermò che otto giorni, saccheggiando tutto quel che potè. I Veneziani quei furono che riportarono il pallio. Li fece ben ammonire il papa[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]di desistere e ritirarsi da quella impresa, perchè Ferrara era terra della Chiesa romana; ma si parlò ai sordi. Un dì poscia le milizie pontificie con Francesco marchese d'Este ed altri fuorusciti, e con Lamberto da Polenta condottiere de' Ravegnani entrarono in quella città, gridando invano il popolo:Viva il marchese Francesco; e ne presero il possesso a nome del papa, senza più poi pensare a rimetterla in mano degli Estensi. Succederono poi varie battaglie tra i Ferraresi e Veneziani, e talmente prevalsero gli ultimi, che nel dì 27 di novembre convenne ai Ferraresi d'implorare pace o tregua, e di prendere quel podestà che piacque ai Veneziani. Allora furono ammesse in città le famiglie de' Torelli, Ramberti, Fontanesi, Turchi, Pagani ed altri sbanditi dalla città, perchè Ghibellini e nemici degli Estensi.

In Parma non furono minori le rivoluzioni[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Nel dì 24 di marzo cominciarono una rissa fra loro i Ghibellini ed i Guelfi; e nel dì seguente passò questa in una fiera guerra civile, in cui rimasero morte molte persone, rubate ed incendiate moltissime case. Maggiormente sirinforzò nel dì 26 la tempesta dell'armi, stando sempre Giberto da Correggio signore della città colle sue genti in possesso della piazza. Ma udito che i Rossi e i Lupi di Soragna con altri banditi erano venuti alla porta di Santa Croce, colà si portò, ed uscì ancora per mettergli in fuga; ma toccò a lui di fuggire in città, perchè contra di lui si rivoltarono non pochi de' suoi. V'entrarono anche i suddetti sbanditi, in favor dei quali essendosi dichiarati molti del popolo, andò si fattamente crescendo la forza de' Guelfi, che Giberto e Matteo fratelli da Correggio coi loro aderenti dovettero cercar colla fuga di salvarsi a Castelnuovo. Però tutti gli altri usciti guelfi tornarono alla patria. Infinite furono le ruberie fatte in questa occasione per la città; molte le case bruciate; e i contadini entrati corsero al palazzo pubblico, e vi stracciarono tutti i libri dei bandi e maleficii, e diedero il sacco ad ogni mobile e scrittura di Giberto. Seguitarono poi anche per molti giorni i saccheggi e gl'incendii, e i bandi di chi era creduto Ghibellino; e intanto i fuorusciti faceano guerra alla città. Contra d'essi nel mese di giugno uscì in campagna tutto l'esercito de' Parmigiani dominanti. Giberto da Correggio anch'egli, fatto forte dai Modenesi, che v'andarono tutti col loro capitano, e dai banditi di Bologna, e dalmarchese Francesco Malaspinaco' suoi di Lunigiana, e da copiose schiere d'altri Ghibellini, nel dì 19 di giugno andò a ritrovare i Parmigiani, ed attaccò la mischia. Vigorosamente si combattè sul principio da amendue le parti; ma poco stettero ad essere sbaragliati i Parmigiani, de' quali assaissimi restarono morti con più di dugento Lucchesi, ch'erano al loro soldo, e quasi dissi innumerabili restarono prigioni colla perdita di tutto il bagaglio[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Dopo la vittoria corse Giberto alla città, ma non potè entrarvi allora. V'entrò nel dì 28, perchè, colla mediazione diAnselmo abbatedi San Giovanni, fu fatta una pace generale, e permesso a tutti gli usciti di ripatriare. Secondo il diabolico costume di que' tempi, andò presto per terra questa pace. Giberto da Correggio, che prometteva e giurava a misura del bisogno, senza credersi poi tenuto a giuramenti e promesse, ben disposti i suoi pezzi, nel dì 3 d'agosto levò rumore, e colla forza de' suoi scacciò dalla città i Rossi e Lupi, con tutti i loro amici guelfi, i quali si ridussero a Borgo San Donnino e ad altri luoghi, e continuò poi la guerra fra loro. Essendo passato al paese dei più in quest'anno, e non già nel precedente, come ha il testo di Galvano Fiamma[Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 346.],Francesco da Parmaarcivescovo di Milano, fu in suo luogo elettoCastoneossia Gastone, comunemente appellatoCassone dalla Torre, figliuolo di Mosca[Corio, Istor. di Milano. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], e la sua elezione fu approvata dalcardinal Napoleonelegato apostolico. Poscia nel dì 24 di settembre, tenutosi un general parlamento in Milano, quivi concordemente fu eletto perpetuo signor di MilanoGuido dalla Torre. Ebbero in quest'anno guerra i Milanesi co' Bresciani, ma ne seguì anche pace. Mancò di vita in essa città di Brescia nell'ottobre del presente annoBerardo de' Maggi, vescovo d'essa città, dopo esserne stato anche per anni parecchi signore nel temporale, con governarla a parte dell'imperio, ossia ghibellina. Molti benefizii da lui fatti a quella città indussero quel popolo ad eleggere per suo successor nella chiesaFederigo de' Maggi[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.]. InoltreMaffeo, ossiaMatteo de' Maggi, fratello d'esso Berardo, fu proclamato signore della città. Guido dalla Torre, siccome signor di Piacenza, nell'anno presente stabilì pace fra quei cittadini e i lor fuorusciti[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], che lieti rientrarono nella lor patria. Nella Romagna[Chron. Caesen., tom. 15 Rer. Ital.]il conte di Cunio con altrisuoi partigiani occupò, contro il voler de' Faentini ed Imolesi, la terra di Bagnacavallo nel dì 24 di luglio. Poscia nel dì 28 di agosto fu fatta pace fra i Bolognesi, Riminesi e Cesenati dall'una parte, e i Forlivesi, Faentini, Imolesi e Bertinoresi dall'altra, colla liberazion di tutti i prigioni. Ma in Firenze fu una gran commozione di popolo[Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital Giovanni Villani, lib. 8, cap. 96.]. Perchè Corso de' Donati, a cui la parte nera, ossia guelfa, era obbligata dal presente suo stato dominante, voleva soprastare di troppo agli altri nobili, l'ambizione e l'invidia fecero dividere in due fazioni i grandi stessi. Rosso dalla Tosa, capo dell'una, seppe tanto screditar esso Corso, che gli tagliò infine le gambe; facendo soprattutto valere contra di lui la parentela da esso contratta con Uguccion dalla Faggiuola gran ghibellino. Levossi dunque a rumore contra di lui il popolo tutto; ed essendosi esso Corso ben asserragliato, assistito anche da molti suoi amici, fece gran difesa; infine gli convenne prendere la fuga, ma, raggiunto da certi Catalani a cavallo, fu ucciso: con che tornò la quiete in Firenze.


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