MCCCXCVIIAnno diCristomcccxcvii. IndizioneV.Bonifazio IXpapa 9.Venceslaore de' Romani 20.Nuovi tentativi in quest'anno ancora furono fatti dai re oltramontani per indurrepapa Bonifazioalla cession del papato[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Così bene seppe parlare un certo Roberto romito franzese, che l'avea tratto alla risoluzion di convocare un concilio, in cui si decidesse quell'importante controversia, facendogli credere che l'antipapa non s'attenterebbe ad intervenirvi. Ma da lì a due giorni la madre, i fratelli ed altri parenti del papa con varii mondani motivi gli fecero cambiar pensiero. Secondochè abbiamo dal Bonincontro[Bonincontrus, Annal. tom. 21 Rer. Ital.], in quest'anno tentarono i Romani di ribellarsi ad esso pontefice. Egli, che non era figliuolo della paura, fece prendere i delinquenti, e coll'ultimo loro supplizio si liberò dal soprastantepericolo. I Giornali Napoletani[Giornal. Napol., tom. 15 Rer. Ital.], che raccontano questo ed altri fatti fuori del loro sito, dicono che tredici furono i giustiziati, in casa de' quali si trovarono le bandiere delconte di Fondi, autore di essa congiura. Cominciarono in questo anno a declinar gl'interessi diLodovico d'Angiò redimorante in Napoli. Terra di Lavoro già ubbidiva alre Ladislao, nè restavano in potere dell'Angioino se non le terre del Ponte di Capoa. Trovandosi all'assedio di esse Luigi di Capoa, d'un colpo di bombarda vi restò ucciso. Con tutto ciò furono quelle fortezze dipoi obbligate alla resa. Il Bonincontro narra altri avvenimenti del regno di Napoli, come spettanti all'anno presente. Perchè io dubito che possano appartenere al seguente, chieggo licenza di parlarne allora. ProcuròGian-Galeazzoduca di Milano di tirare al suo servigio tutti quanti potè gli uomini d'armi d'Italia, e raunato con ciò un poderoso esercito di cavalieri e fanti[Corio, Istor. di Milano.], all'improvviso, parte per terra e parte colle navi per Po, lo spinse nel dì 5 d'aprile addosso aFrancesco Gonzagasignore di Mantova, con far precedere le ragioni, che i potenti hanno sempre in saccoccia, di rompere la tregua che tuttavia durava. Consistevano queste specialmente nel rammemorare l'aver il Gonzaga data la morte aCaterina Viscontefigliuola di Bernabò, quando egli medesimo avea dianzi tolta la vita e gli Stati allo stesso Bernabò, e a due suoi figliuoli, e tuttavia perseguitava gli altri figliuoli del medesimo suo zio. Ed acciocchè non potesse venir soccorso dalla Toscana al Gonzaga, ordinò alconte Alberico da Barbianosuo generale, la cui armata avea passato il verno sul Pisano, con gravissimo peso di que' popoli, di assalire i Fiorentini, mostrando d'essere capo di compagnia, e non già dipendente dagli ordini suoi.Quanto a questa guerra della Toscana,aveano creduto i Fiorentini di poterla risparmiare, con essersi tanto maneggiati, che aveano condotto ad un'amichevol pace i Lucchesi e i Pisani, le gare de' quali aveano tirate in Toscana le armi lombarde[Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 16.]. Ma si trovarono ingannati. Il duca volea la guerra anche in quelle parti; eJacopo d'Appianosignor di Pisa, nemico fiero, benchè non aperto, de' Fiorentini, accendeva forte il fuoco; e tentò ancora di togliere loro San Miniato con una congiura che non fu ben condotta a fine. Entrò dunque il conte Alberico ostilmente nel dì 5 d'aprile colle sue forze nel territorio di Firenze, saccheggiando ora una ed ora un'altra parte, fin quasi alle porte di Firenze. Erano forti di gente anche i Fiorentini; eBernardonelor generale conPaolo Orsino, Giovanni Colonnaed altri condottieri d'armi, siccome uomo ben pratico del suo mestiere, accorrendo ovunque richiedea il bisogno, tenne sempre i nemici in freno, nè loro permise di riportar vantaggio alcuno di rilievo. Riuscì anche alla sottile accortezza de' Fiorentini di staccare dal servigio del duca di MilanoBiordo Peruginocon cinquecento lancie del seguito suo. Comparì ancor qui qual fosse la fede delconte Giovanni da Barbiano. Era egli condotto dal duca, ma all'improvviso si partì da lui, e con cinquecento barbute passò al servigio dei Bolognesi, nemici del duca. Diversamente passava la guerra in Lombardia[Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Con potentissimo esercito di cavalli e fanti, siccome dicemmo, circa il principio d'aprileJacopo del Vermegenerale del Visconte occupò Marcheria ai Mantovani, e quindi passò alla parte superiore di Borgoforte col disegno d'entrare nel serraglio di Mantova. Dalla banda ancora del Veronese con altro esercito si mosse a quella voltaUgolotto Biancardo, governator di Verona per esso duca.Trovavasi mal preparato per questa visita il signor di Mantova. Implorò tosto aiuto dai collegati, e gliene inviarono i Fiorentini e Bolognesi, siccome ancora il signore di Padova, quei di Ravenna, di Rimini e di Faenza.Niccolò marchesedi Ferrara, che era allora giunto all'età di anni tredici e di tre mesi, ed avea presa per moglieGigliola, figliuola del signor di Padova, vi spedì per Po una flotta di galeoni armati. Fu dichiarato capitan generale dell'esercito della legaCarlo Malatesti, uomo prode e cognato dello stesso signore di Mantova. La mira particolare di Jacopo del Verme era di espugnare e rompere il ponte posto da' Mantovani sul Po a Borgoforte; ma così virilmente fu esso difeso dai collegati, benchè inferiori di gente, che per gran tempo rimasero inutili tutti i suoi sforzi; anzi un ponte da esso Verme fabbricato in Po venne fracassato dal valore degli avversarii. Fu anche impedito il passaggio del Mincio adUgolotto Biancardo, il quale poscia s'impadronì di Mellara, terra del Ferrarese, negli anni addietro impegnata per bisogno di danari dai tutori del marchese al signore di Mantova. Durò il fiero contrasto di queste armate sino al dì 14 di luglio col continuo esercizio delle bombarde e dei verrettoni, e colla strage di molti da ambedue le parti; ma in quel dì una scossa terribile riportarono i collegati. Aveva il duca di Milano anch'egli una poderosa flotta di galeoni armati in Po; ora Jacopo del Verme, spirando in quei dì un vento gagliardo a lui favorevole, spinse contro il ponte di Borgoforte alcune zatte piene di canne, oglio, pece ed altre materie combustibili, e, per quanta resistenza facessero i difensori, non poterono trattenerle dall'unirsi al ponte e di bruciarlo, colla morte di circa mille uomini d'arme che vi erano sopra. Nè qui terminò la rovina. Calata furiosamente l'armata navale milanese pel Po addosso alla ferrarese, prese molti di que' legni, mise il resto in fuga, lasciandovi la vita assai gente o annegata o uccisa. Ciò fatto, entrarono neldì 25 di luglio vittoriosi nel serraglio di Mantova, dopo aver fatto un ponte sul fiume, e ripulsato ilGonzaga, che era ivi alla difesa conMalatesta de' Malatestied altri valorosi uffiziali. Stesero i Milanesi il saccheggio sino alla porta Cerese di Mantova, con fare immenso bottino di bestiame e di robe, perchè quegli abitanti si credeano ivi sicuri.Per questo terribil colpo ebbe a disperarsiFrancesco Gonzaga[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.]; e tanto più perchè non tardòJacopo del Vermea mettere un forte assedio alla terra di Governolo, per serrare affatto il passo ai soccorsi stranieri. Concorse parimente a quell'assedio dalla parte di Verona coll'altro suo esercitoUgolotto Biancardo, e v'intervenne per Po anche la flotta navale del duca. Ma il generosoCarlo Malatesta, dopo aver incoraggito, colla speranza di gagliardi soccorsi, il Gonzaga, in persona passò a Venezia, Ferrara e Bologna, sollecitando ognuno a non lasciar perire il signore di Mantova, la cui perdita si sarebbe tirata addosso quella de' vicini. Per tanto si armarono in Venezia sette galee e molte barche; in Ferrara si fece gran preparamento di galeoni; i Bolognesi v'inviarono ilconte Giovanni da Barbianocon cinquecento lancie, ed altre genti furono prese al soldo dal signore di Mantova. Già Governolo era quasi ridotto all'agonia, quando Carlo Malatesta, passato il Po verso il Bondeno coll'esercito suo nel dì 24 d'agosto festa di san Bartolomeo[Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.], assalì l'armata d'Ugolotto Biancardo, e riuscì a lui di entrare in Governolo, e di vettovagliarlo, siccome ancora venne fatto alla flotta ferrarese, dopo un atroce combattimento, di obbligare alla ritirata la milanese al ponte fabbricato dal Verme. Arrivò dipoi a Governolo il signor di Mantova con quante soldatesche egli potè seco condurre, e calarono pel Mincio anche tutte le sue barche armate. Ora, senza perdere tempo, nel dì28 d'agosto l'armata terrestre de' collegati diede una furiosa battaglia a quella del Biancardo, con metterla in rotta; e nel medesimo tempo la flotta navale dei Ferraresi e Mantovani colle galee suddette assalì la milanese con tal empito, che la sbaragliò e sconfisse. Queste due vittorie produssero con poca fatica la terza; perchè l'esercito grande diJacopo del Verme, accampato nel serraglio contro a Governolo, al vedere la rovina dell'altro campo e delle lor navi, senza poter soccorrere nè agli unì nè agli altri, preso da panico spavento, ad altro non pensò che a salvarsi colla fuga, lasciando indietro buona parte delle tende e del bagaglio. Circa due mila cavalli vennero in potere de' vincitori, gran copia di vettovaglia e merci, e cinquanta navi armate, oltre ad altre settanta di negozianti venuti per provvedere l'armata milanese. Un giorno solo guastò tutta la tela sì felicemente condotta fin qui dal duca di Milano. È da vedere la Storia Padovana di Andrea Gataro, dove diffusamente si veggono descritti così stravaganti avvenimenti. Abbiamo dagli Annali Milanesi[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]che il duca di Milano fece morir d'orrida morte Pasquino Capello suo segretario, imputato di avere scritta una lettera, senza contezza del padrone, che chiamava Jacopo del Verme a Pavia; il che fu cagione della rotta suddetta. Si venne poi in chiaro, che la lettera era stata finta daFrancesco Gonzaga: del che molto s'afflisse il duca di Milano.Solenni allegrezze per sì prosperosi successi furono fatte da tutte le città dei collegati. Venne anche assediata da essi la terra di Mellara, e nel dì 27 di settembre racquistata. MaGian-Galeazzo Visconteera un forte colosso, ad atterrar il quale altre scosse che le suddette, si ricercavano. Oltre il far ritornare dalla Toscana in Lombardia ilconte Albericoda Barbiano col più della sua armata[Ammirati, Istoria Fiorentina, lib. 16. Corio, Istor. di Milano.], prese al suo soldoFacino Caneda Casalecon cinquecento lancie; rifatta, anzi accresciuta di molto la sua flotta navale, ordinò nel dì 29 d'ottobre che essa tornasse sul territorio di Mantova. Trovò questa a Borgoforte le navi armate del signore di Mantova e del marchese di Ferrara; e messele in rotta, prese tre galee e venticinque galeoni con tutto l'armamento e gli uomini. Oltre a ciò, arrivato il conte Alberico colle sue genti, entrò di nuovo nel serraglio di Mantova, spianò tutte le fosse e fortezze mantovane, e portò la desolazione sino alle porte di Mantova. Ecco dunque di nuovo in peggiore stato di prima Francesco da Gonzaga, il quale avea già perduto Marcheria, Luzzara, Suzara, Solferino ed altri luoghi, e già temeva l'ultima rovina. Volle Dio che, accostandosi il verno, si ritirarono dal Mantovano le milizie del Visconte. Con tutto ciò il male stato, in cui egli si trovava, diede impulso allarepubblica di Veneziaper entrar anch'essa nella lega contra del duca di Milano. Inoltre s'ingegnarono i Veneziani e Fiorentini di tirare al soldo loro ilduca di Austriacon alcune migliaia di soldati. Ma perchè il duca Gian-Galeazzo, avendo scoperto questo negoziato, nè volendo avere i Veneziani e quel duca, sì poderosi principi, addosso, propose partiti di tregua o pace; oppure perchè Francesco Gonzaga, stanco di questo brutto giuoco, si scoprì segretamente trattare col duca di Milano: lasciato andare l'Austriaco, i collegati diedero orecchio alla tregua, o pace proposta. Tutto il verno passò nel maneggio d'essa, siccome cosa desiderata da ognuno.Contuttochè Genova si governasse a nome delre di Francia, e paresse che il rispetto di quel monarca dovesse tenerla in quiete[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 18 Rer. Italic.], pur, come prima, continuava ad essere in tempesta.Antonio di Montaldo, Antonio di Guarconon cessavano di farle guerra, nè mancavano altri nemici entro e fuori di casa. Perciò, o siacheAntoniotto Adorno, veggendosi poco sicuro, procurasse d'avere un successore nel governo, o che tali fossero i patti:Carlo re di Franciamandò colà a reggere quella cittàValerando di Lucemburgo, conte di Lignì e di San Paolo. Arrivò questi a Genova nel dì 18 di marzo con ducento uomini d'armi e molti nobili, ed altre genti venute al suo soldo; e prese le redini del governo, con farsi ben rispettare e ubbidire, ed ebbe in suo potere il castelletto e le altre fortezze. Ridusse non solamente Savona e Porto Maurizio all'ubbidienza del re, ma anche il resto delle terre di quella repubblica, di modo che per opera di lui in poco tempo si vide rifiorir la pace: cosa da gran tempo insolita in quelle contrade. Ma eccoti la peste entrare in Genova, e scorrere per tutte quelle riviere. Per paura d'essa, ovvero per altri suoi affari, nel mese d'agosto esso conte di Lignì se ne andò a Parigi, lasciando per suo vicario in quella cittàPietro vescovo di Meaux. Fu essa peste anche in altre città d'Italia. Abbiamo dagli Annali di Forlì[Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]che, trovandosi al soldo dipapa BonifazioMostardaforlivese condottier d'armi, costui furtivamente prese Ascoli, città della Marca, colla strage d'alcuni di quei cittadini.
Nuovi tentativi in quest'anno ancora furono fatti dai re oltramontani per indurrepapa Bonifazioalla cession del papato[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Così bene seppe parlare un certo Roberto romito franzese, che l'avea tratto alla risoluzion di convocare un concilio, in cui si decidesse quell'importante controversia, facendogli credere che l'antipapa non s'attenterebbe ad intervenirvi. Ma da lì a due giorni la madre, i fratelli ed altri parenti del papa con varii mondani motivi gli fecero cambiar pensiero. Secondochè abbiamo dal Bonincontro[Bonincontrus, Annal. tom. 21 Rer. Ital.], in quest'anno tentarono i Romani di ribellarsi ad esso pontefice. Egli, che non era figliuolo della paura, fece prendere i delinquenti, e coll'ultimo loro supplizio si liberò dal soprastantepericolo. I Giornali Napoletani[Giornal. Napol., tom. 15 Rer. Ital.], che raccontano questo ed altri fatti fuori del loro sito, dicono che tredici furono i giustiziati, in casa de' quali si trovarono le bandiere delconte di Fondi, autore di essa congiura. Cominciarono in questo anno a declinar gl'interessi diLodovico d'Angiò redimorante in Napoli. Terra di Lavoro già ubbidiva alre Ladislao, nè restavano in potere dell'Angioino se non le terre del Ponte di Capoa. Trovandosi all'assedio di esse Luigi di Capoa, d'un colpo di bombarda vi restò ucciso. Con tutto ciò furono quelle fortezze dipoi obbligate alla resa. Il Bonincontro narra altri avvenimenti del regno di Napoli, come spettanti all'anno presente. Perchè io dubito che possano appartenere al seguente, chieggo licenza di parlarne allora. ProcuròGian-Galeazzoduca di Milano di tirare al suo servigio tutti quanti potè gli uomini d'armi d'Italia, e raunato con ciò un poderoso esercito di cavalieri e fanti[Corio, Istor. di Milano.], all'improvviso, parte per terra e parte colle navi per Po, lo spinse nel dì 5 d'aprile addosso aFrancesco Gonzagasignore di Mantova, con far precedere le ragioni, che i potenti hanno sempre in saccoccia, di rompere la tregua che tuttavia durava. Consistevano queste specialmente nel rammemorare l'aver il Gonzaga data la morte aCaterina Viscontefigliuola di Bernabò, quando egli medesimo avea dianzi tolta la vita e gli Stati allo stesso Bernabò, e a due suoi figliuoli, e tuttavia perseguitava gli altri figliuoli del medesimo suo zio. Ed acciocchè non potesse venir soccorso dalla Toscana al Gonzaga, ordinò alconte Alberico da Barbianosuo generale, la cui armata avea passato il verno sul Pisano, con gravissimo peso di que' popoli, di assalire i Fiorentini, mostrando d'essere capo di compagnia, e non già dipendente dagli ordini suoi.
Quanto a questa guerra della Toscana,aveano creduto i Fiorentini di poterla risparmiare, con essersi tanto maneggiati, che aveano condotto ad un'amichevol pace i Lucchesi e i Pisani, le gare de' quali aveano tirate in Toscana le armi lombarde[Ammirat., Istor. Fiorentina, lib. 16.]. Ma si trovarono ingannati. Il duca volea la guerra anche in quelle parti; eJacopo d'Appianosignor di Pisa, nemico fiero, benchè non aperto, de' Fiorentini, accendeva forte il fuoco; e tentò ancora di togliere loro San Miniato con una congiura che non fu ben condotta a fine. Entrò dunque il conte Alberico ostilmente nel dì 5 d'aprile colle sue forze nel territorio di Firenze, saccheggiando ora una ed ora un'altra parte, fin quasi alle porte di Firenze. Erano forti di gente anche i Fiorentini; eBernardonelor generale conPaolo Orsino, Giovanni Colonnaed altri condottieri d'armi, siccome uomo ben pratico del suo mestiere, accorrendo ovunque richiedea il bisogno, tenne sempre i nemici in freno, nè loro permise di riportar vantaggio alcuno di rilievo. Riuscì anche alla sottile accortezza de' Fiorentini di staccare dal servigio del duca di MilanoBiordo Peruginocon cinquecento lancie del seguito suo. Comparì ancor qui qual fosse la fede delconte Giovanni da Barbiano. Era egli condotto dal duca, ma all'improvviso si partì da lui, e con cinquecento barbute passò al servigio dei Bolognesi, nemici del duca. Diversamente passava la guerra in Lombardia[Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Con potentissimo esercito di cavalli e fanti, siccome dicemmo, circa il principio d'aprileJacopo del Vermegenerale del Visconte occupò Marcheria ai Mantovani, e quindi passò alla parte superiore di Borgoforte col disegno d'entrare nel serraglio di Mantova. Dalla banda ancora del Veronese con altro esercito si mosse a quella voltaUgolotto Biancardo, governator di Verona per esso duca.
Trovavasi mal preparato per questa visita il signor di Mantova. Implorò tosto aiuto dai collegati, e gliene inviarono i Fiorentini e Bolognesi, siccome ancora il signore di Padova, quei di Ravenna, di Rimini e di Faenza.Niccolò marchesedi Ferrara, che era allora giunto all'età di anni tredici e di tre mesi, ed avea presa per moglieGigliola, figliuola del signor di Padova, vi spedì per Po una flotta di galeoni armati. Fu dichiarato capitan generale dell'esercito della legaCarlo Malatesti, uomo prode e cognato dello stesso signore di Mantova. La mira particolare di Jacopo del Verme era di espugnare e rompere il ponte posto da' Mantovani sul Po a Borgoforte; ma così virilmente fu esso difeso dai collegati, benchè inferiori di gente, che per gran tempo rimasero inutili tutti i suoi sforzi; anzi un ponte da esso Verme fabbricato in Po venne fracassato dal valore degli avversarii. Fu anche impedito il passaggio del Mincio adUgolotto Biancardo, il quale poscia s'impadronì di Mellara, terra del Ferrarese, negli anni addietro impegnata per bisogno di danari dai tutori del marchese al signore di Mantova. Durò il fiero contrasto di queste armate sino al dì 14 di luglio col continuo esercizio delle bombarde e dei verrettoni, e colla strage di molti da ambedue le parti; ma in quel dì una scossa terribile riportarono i collegati. Aveva il duca di Milano anch'egli una poderosa flotta di galeoni armati in Po; ora Jacopo del Verme, spirando in quei dì un vento gagliardo a lui favorevole, spinse contro il ponte di Borgoforte alcune zatte piene di canne, oglio, pece ed altre materie combustibili, e, per quanta resistenza facessero i difensori, non poterono trattenerle dall'unirsi al ponte e di bruciarlo, colla morte di circa mille uomini d'arme che vi erano sopra. Nè qui terminò la rovina. Calata furiosamente l'armata navale milanese pel Po addosso alla ferrarese, prese molti di que' legni, mise il resto in fuga, lasciandovi la vita assai gente o annegata o uccisa. Ciò fatto, entrarono neldì 25 di luglio vittoriosi nel serraglio di Mantova, dopo aver fatto un ponte sul fiume, e ripulsato ilGonzaga, che era ivi alla difesa conMalatesta de' Malatestied altri valorosi uffiziali. Stesero i Milanesi il saccheggio sino alla porta Cerese di Mantova, con fare immenso bottino di bestiame e di robe, perchè quegli abitanti si credeano ivi sicuri.
Per questo terribil colpo ebbe a disperarsiFrancesco Gonzaga[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.]; e tanto più perchè non tardòJacopo del Vermea mettere un forte assedio alla terra di Governolo, per serrare affatto il passo ai soccorsi stranieri. Concorse parimente a quell'assedio dalla parte di Verona coll'altro suo esercitoUgolotto Biancardo, e v'intervenne per Po anche la flotta navale del duca. Ma il generosoCarlo Malatesta, dopo aver incoraggito, colla speranza di gagliardi soccorsi, il Gonzaga, in persona passò a Venezia, Ferrara e Bologna, sollecitando ognuno a non lasciar perire il signore di Mantova, la cui perdita si sarebbe tirata addosso quella de' vicini. Per tanto si armarono in Venezia sette galee e molte barche; in Ferrara si fece gran preparamento di galeoni; i Bolognesi v'inviarono ilconte Giovanni da Barbianocon cinquecento lancie, ed altre genti furono prese al soldo dal signore di Mantova. Già Governolo era quasi ridotto all'agonia, quando Carlo Malatesta, passato il Po verso il Bondeno coll'esercito suo nel dì 24 d'agosto festa di san Bartolomeo[Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.], assalì l'armata d'Ugolotto Biancardo, e riuscì a lui di entrare in Governolo, e di vettovagliarlo, siccome ancora venne fatto alla flotta ferrarese, dopo un atroce combattimento, di obbligare alla ritirata la milanese al ponte fabbricato dal Verme. Arrivò dipoi a Governolo il signor di Mantova con quante soldatesche egli potè seco condurre, e calarono pel Mincio anche tutte le sue barche armate. Ora, senza perdere tempo, nel dì28 d'agosto l'armata terrestre de' collegati diede una furiosa battaglia a quella del Biancardo, con metterla in rotta; e nel medesimo tempo la flotta navale dei Ferraresi e Mantovani colle galee suddette assalì la milanese con tal empito, che la sbaragliò e sconfisse. Queste due vittorie produssero con poca fatica la terza; perchè l'esercito grande diJacopo del Verme, accampato nel serraglio contro a Governolo, al vedere la rovina dell'altro campo e delle lor navi, senza poter soccorrere nè agli unì nè agli altri, preso da panico spavento, ad altro non pensò che a salvarsi colla fuga, lasciando indietro buona parte delle tende e del bagaglio. Circa due mila cavalli vennero in potere de' vincitori, gran copia di vettovaglia e merci, e cinquanta navi armate, oltre ad altre settanta di negozianti venuti per provvedere l'armata milanese. Un giorno solo guastò tutta la tela sì felicemente condotta fin qui dal duca di Milano. È da vedere la Storia Padovana di Andrea Gataro, dove diffusamente si veggono descritti così stravaganti avvenimenti. Abbiamo dagli Annali Milanesi[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]che il duca di Milano fece morir d'orrida morte Pasquino Capello suo segretario, imputato di avere scritta una lettera, senza contezza del padrone, che chiamava Jacopo del Verme a Pavia; il che fu cagione della rotta suddetta. Si venne poi in chiaro, che la lettera era stata finta daFrancesco Gonzaga: del che molto s'afflisse il duca di Milano.
Solenni allegrezze per sì prosperosi successi furono fatte da tutte le città dei collegati. Venne anche assediata da essi la terra di Mellara, e nel dì 27 di settembre racquistata. MaGian-Galeazzo Visconteera un forte colosso, ad atterrar il quale altre scosse che le suddette, si ricercavano. Oltre il far ritornare dalla Toscana in Lombardia ilconte Albericoda Barbiano col più della sua armata[Ammirati, Istoria Fiorentina, lib. 16. Corio, Istor. di Milano.], prese al suo soldoFacino Caneda Casalecon cinquecento lancie; rifatta, anzi accresciuta di molto la sua flotta navale, ordinò nel dì 29 d'ottobre che essa tornasse sul territorio di Mantova. Trovò questa a Borgoforte le navi armate del signore di Mantova e del marchese di Ferrara; e messele in rotta, prese tre galee e venticinque galeoni con tutto l'armamento e gli uomini. Oltre a ciò, arrivato il conte Alberico colle sue genti, entrò di nuovo nel serraglio di Mantova, spianò tutte le fosse e fortezze mantovane, e portò la desolazione sino alle porte di Mantova. Ecco dunque di nuovo in peggiore stato di prima Francesco da Gonzaga, il quale avea già perduto Marcheria, Luzzara, Suzara, Solferino ed altri luoghi, e già temeva l'ultima rovina. Volle Dio che, accostandosi il verno, si ritirarono dal Mantovano le milizie del Visconte. Con tutto ciò il male stato, in cui egli si trovava, diede impulso allarepubblica di Veneziaper entrar anch'essa nella lega contra del duca di Milano. Inoltre s'ingegnarono i Veneziani e Fiorentini di tirare al soldo loro ilduca di Austriacon alcune migliaia di soldati. Ma perchè il duca Gian-Galeazzo, avendo scoperto questo negoziato, nè volendo avere i Veneziani e quel duca, sì poderosi principi, addosso, propose partiti di tregua o pace; oppure perchè Francesco Gonzaga, stanco di questo brutto giuoco, si scoprì segretamente trattare col duca di Milano: lasciato andare l'Austriaco, i collegati diedero orecchio alla tregua, o pace proposta. Tutto il verno passò nel maneggio d'essa, siccome cosa desiderata da ognuno.
Contuttochè Genova si governasse a nome delre di Francia, e paresse che il rispetto di quel monarca dovesse tenerla in quiete[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 18 Rer. Italic.], pur, come prima, continuava ad essere in tempesta.Antonio di Montaldo, Antonio di Guarconon cessavano di farle guerra, nè mancavano altri nemici entro e fuori di casa. Perciò, o siacheAntoniotto Adorno, veggendosi poco sicuro, procurasse d'avere un successore nel governo, o che tali fossero i patti:Carlo re di Franciamandò colà a reggere quella cittàValerando di Lucemburgo, conte di Lignì e di San Paolo. Arrivò questi a Genova nel dì 18 di marzo con ducento uomini d'armi e molti nobili, ed altre genti venute al suo soldo; e prese le redini del governo, con farsi ben rispettare e ubbidire, ed ebbe in suo potere il castelletto e le altre fortezze. Ridusse non solamente Savona e Porto Maurizio all'ubbidienza del re, ma anche il resto delle terre di quella repubblica, di modo che per opera di lui in poco tempo si vide rifiorir la pace: cosa da gran tempo insolita in quelle contrade. Ma eccoti la peste entrare in Genova, e scorrere per tutte quelle riviere. Per paura d'essa, ovvero per altri suoi affari, nel mese d'agosto esso conte di Lignì se ne andò a Parigi, lasciando per suo vicario in quella cittàPietro vescovo di Meaux. Fu essa peste anche in altre città d'Italia. Abbiamo dagli Annali di Forlì[Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]che, trovandosi al soldo dipapa BonifazioMostardaforlivese condottier d'armi, costui furtivamente prese Ascoli, città della Marca, colla strage d'alcuni di quei cittadini.