MCCCXIAnno diCristomcccxi. IndizioneIX.Clemente Vpapa 7.Arrigo VIIre de' Romani 4.Per la corona del regno d'Italia, che dovea darsi alre Arrigo, tutte le città di Lombardia e della marca di Verona inviarono i loro ambasciatori a Milano[Albertinus Mussatus, lib. 1, tom. 8 Rer. Ital.], a riserva di Alessandria, d'Alba e d'altri luoghi in Piemonte, che riguardavano per loro signoreRoberto redi Napoli. Intanto s'erano già cominciati a veder preparamenti di guerra contra dello stesso Arrigo. I Fiorentini, Lucchesi ed altri di Toscana[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 7.]aveano nell'anno precedente eletti gli ambasciatori, per mandar a protestare l'ossequio loro al novello sovrano; ma all'improvviso restò la spedizione, e, per lo contrario, si diede quel popolo a far gente, e contrasse lega col medesimo re e colle città guelfe, per opporsi a lui. Altrettanto fecero i Bolognesi, attendendo specialmente in questo anno a fortificare e ben provvedere la loro città. Non si potrà fallare, attribuendo queste risoluzioni ai maneggi del re Roberto e de' suoi ministri, che non voleano lasciar crescere la potenza diArrigo, credendola di troppo pregiudizio ai loro interessi. Si aggiunse, essere ben venuto in Italia il novello re con belle proteste di voler mettere la pace dappertutto, ridurre nelle loro patrie gli usciti, non avere parzialità nè per Guelfi, nè per Ghibellini, e di voler conservare tutti i diritti e privilegii di qualsisia città. E, di vero, opinione fu che sul principio fosse pura tal sua intenzione. Non parve poi così nell'andare innanzi. In un general parlamento volle che ogni città avesse un vicario imperiale[Gazata, Chronic. Regiense, tom. 18 Rer. Italic.]. Già gli avea messi in Torino, Asti e Milano; ed essi in luogo dei podestà eletti dai cittadini: il che fu uno sminuire di molto la libertà di quei popoli. Ora nel dì 6 di gennaio esso re fu collaregina Margheritacoronato in santo Ambrosio di Milano per le mani dell'arcivescovo milaneseGastone dalla Torre. Pretesero il popolo e i canonici della nobil terra di Monza che nella lor basilica di san Giovanni Batista dovesse egli prendere la corona del ferro, che essi per antico privilegio conservano nel loro sacrario, e nella quale hanno da un secolo e mezzo in qua immaginato che si conservi uno dei sacri chiodi della croce del Signore[Murat., Anecdot. Latin., tom. 2.]: cosa ignorata ne' secoli precedenti. Ma dovettero tanto industriarsi i Milanesi, che nella suddetta basilica di santo Ambrosio seguì quella grandiosa funzione, siccome altre volte s'era fatto[Bonincontrus Morigia, Chron., tom. 12 Rer. Ital.], coll'aver nondimeno Arrigo, mercè d'un suo diploma, preservato il diritto che potesse competere a Monza. In tal congiuntura egli creò cavalieri circa dugento nobili di varie città. Attese di poi a pacificare le città di Lombardia, e in molte di esse mise i suoi vicarii, volendo che in ciascuna d'esse rientrassero gli sbanditi, fossero guelfi o ghibellini. Mise inModena[Bonif. Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.]per vicario Guidaloste dei Vercellesi da Pistoia, che v'introdusse tutti i fuorusciti guelfi. L'ultimo a comparire alla corte fuMatteo Maggisignore di Brescia, di fazion ghibellina[Johann. de Cermenate, cap. 18, tom. 9 Rer. Italic.], non già per poco affetto al re, ma per timore di Tebaldo Brusato di fazion guelfa, bandito da Brescia negli anni addietro, che, venuto a Milano, avea già guadagnato nella corte di molti protettori. Il buon Arrigo, che mirava al sollievo e bene di tutti, propose al Maggi di ricevere in Brescia Tebaldo. Il Maggi allora disse quanto potè per far conoscere al re come Tebaldo era il maggior perfido e mancator di parola che fosse al mondo, e sfibbiò tutti i tradimenti da lui fatti, e le crudeltà da lui usate in varii tempi. A nulla servì; il re stette saldo in dire che bisognava perdonare, e convenne accomodarsi al di lui volere, con ricevere Tebaldo e i suoi seguaci in Brescia[Malvec., Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.]. Seguì pertanto uno strumento di pace fra i Guelfi e Ghibellini di quella città; ed, avendo Matteo Maggi rinunziata quella signoria, Arrigo mandò colà per suo vicario Alberto da Castelbarco. Non andrà molto che ne vedremo gli effetti.Diede esso re Arrigo per suo vicario a Milano Giovanni dalla Calcia Franzese, uomo inetto, che neppure un mese durò in quel posto. Gli sustituì Niccolò Bonsignore, un pezzo di mala carne, già bandito per le sue ribalderie da Siena sua patria, che cominciò a maltrattare quel popolo. Richiese il re un dono gratuito dai Milanesi, perchè era corto di moneta. Fu proposto nel consiglio della città il quanto, e rimesso in Guglielmo Posterla il tassarlo. Disse cinquanta mila fiorini d'oro. Tutti consentivano, se non che Matteo Visconte soggiunse che gli parea conveniente donarne anchedieci mila alla regina. Allora Guido dalla Torre s'alzò in collera, riprovando il far così da liberale colla roba altrui; e, nell'uscire del consiglio, disse:E perchè non se ne danno cento mila? questo numero è più perfetto. Perciò i ministri del re scrissero cento mila, e bisognò poi darli. E fin qui era durato il bel sereno; ed Arrigo si figurava di aver data da padre la pace a tutte le città di Lombardia, senza far distinzione tra Guelfo e Ghibellino; ma non tardò ad intorbidarsi il cielo. Perchè Arrigo, sotto spezie di onore, ma veramente per aver degli ostaggi, dimandò che cento figliuoli de' nobili milanesi lo accompagnassero a Roma, si trovarono molte difficoltà, ed insorsero sospetti di sedizione. Furono anche veduti fuor d'una porta Franceschino figliuolo di Guido dalla Torre, e Galeazzo figliuolo di Matteo Visconte, parlar lungamente insieme, e toccarsi la mano nel congedarsi[Bonicontrus Morigia, tom. 12 Rer. Ital. Johannes de Cermen., tom. 9 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, tom. 8 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Fu riferito ad Arrigo, e fatto credere che il Visconte ed il Torriano macchinassero contra la sua real persona, ed avessero già fatta massa di gente. Però nel dì 12 di febbraio egli mandò una squadra di cavalleria a visitar le case dei nobili. Matteo Visconte, avutone l'avviso, col mantello indosso avanti il suo palazzo li stette aspettando, ragionando intanto con alcuni amici. Arrivati i Tedeschi, come se nulla sapesse, invitolli a bere, e gl'introdusse in casa. Se n'andarono tutti contenti, e persuasi della sua fedeltà. Non così fu al palazzo di Guido dalla Torre. Quivi erano molti armati, quivi si cominciò un tumulto, e si venne alle mani coi tedeschi. Trassero colà i parziali de' Torriani, e dall'altro canto s'andarono ingrossando le truppe del re, il quale fu in gran pena per questo, massimamente dappoichè gli fu riferito che anche Matteo Visconte e Galeazzosuo figliuolo erano uniti coi Torriani. Ma eccoti comparir Matteo col mantello alla corte; ecco da lì un pezzo un messo, che assicurò Arrigo, come Galeazzo Visconte combatteva insieme coi Tedeschi contra de' Torriani: il che tranquillò l'animo di sua maestà. La conclusione fu, che i serragli e palagi dei Torriani furono superati, dato il sacco alle lor ricche suppellettili, spogliate anche tutte le case innocenti del vicinato. Guido dalla Torre e gli altri suoi parenti, chi qua chi là fuggendo, si sottrassero al furor dei Tedeschi, e se ne andarono in esilio, nè mai più ritornarono in Milano. Non si seppe mai bene la verità di questo fatto. Fu detto che i Torriani veramente aveano congiurato, e che nel dì seguente dovea scoppiar la mina[Johann. de Cermenate, cap. 22, tom. 9 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 11. Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer. Ital.]. Ma i più credettero, e con fondamento, che questa fosse una sottile orditura dello scaltro Matteo Visconte per atterrare i Torriani, siccome gli venne fatto, con fingersi prima unito ad essi, e con poscia abbandonarli nel bisogno. Nulladimeno, con tutto che egli si facesse conoscer fedele in tal congiuntura ad Arrigo, da lì ad alquanti dì l'invidia di molti grandi milanesi, ed il timore che Matteo tornasse al principato, e si vendicasse di chi l'avea tradito nell'anno 1302, cotanto poterono presso Arrigo, che Matteo fu mandato a' confini ad Asti, e Galeazzo suo figliuolo a Trivigi. Poco nondimeno stette Matteo in esilio. Il suo fedele amico Francesco da Garbagnate, fatto conoscere al re che per fini torti aveano gl'invidiosi allontanato da lui un sì savio consigliere[Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], cagion fu che Arrigo nel dì 7 d'aprile il richiamò e rimise in sua grazia.Gran terrore diede alle città guelfe di Lombardia la caduta de' Torriani guelfi. Lodi, Cremona e Brescia per questo alzarono le bandiere contra d'Arrigo. Per confessione di Giovanni Villani, i Fiorentini eBolognesi con loro maneggi e danari soffiarono in questo fuoco. Antonio da Fissiraga signore di Lodi corse colà; ma, ritrovata quivi dell'impotenza a sostenersi per la poca provvision di vettovaglia, tornò a Milano ad implorar la misericordia del re, e, per mezzo della regina e diAmedeo conte di Savoia, l'ottenne. Mandò Arrigo a prendere il possesso di quella città, e v'introdusse tutti i fuorusciti; poscia nel dì 17 d'aprile coll'armata s'inviò alla volta della ribellata Cremona. S'era imbarcato quel popolo senza biscotto; e ciò per la prepotenza diGuglielmo Cavalcabòcapo della fazione guelfa, il quale avea fatto sconsigliatamente un trattato col fallito Guido dalla Torre. Sicchè, all'udire che il re veniva in persona con tutte le sue forze e con quelle de' Milanesi contra di Cremona, se ne fuggì. Sopramonte degli Amati, altro capo de' Ghibellini, uomo savio e amante della patria, allora consigliò di gittarsi alla misericordia del re. Venne egli coi principali della nobiltà e del popolo sino a Paderno, dieci miglia lungi da Cremona; e tutti colle corde al collo, inginocchiati sulla strada, allorchè arrivò Arrigo, con pietose voci e lagrime implorarono il perdono. Era la clemenza una delle virtù di questo re; ma se ne dimenticò egli questa volta, ed ebbe bene a pentirsene col tempo. Comandò che ognun di loro fosse imprigionato e mandato in varii luoghi, dove quasi tutti nelle carceri miseramente terminarono dipoi i lor giorni. Fu questo un nulla. Arrivato a Cremona, non volle entrarvi sotto il baldacchino preparato da' cittadini, fece smantellar le mura, spianar le fosse, abbassar le torri della città. Da lì ancora a qualche giorno impose una gravissima contribuzione di cento mila fiorini d'oro, e fu dato il sacco all'infelice città[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.], che restò anche priva di tutti i suoi privilegii e diritti. Da qualsivoglia saggio fu creduto che questi atti di crudeltà, sconvenevoli ad un re fornito di tante virtù,pel terrore che diedero a tutti, rompessero affatto il corso alla pace d'Italia ed alla fortuna d'Arrigo, addosso a cui vennero poi le dure traversie che andremo accennando. Dacchè per benignità e favore d'esso re rientrò in Brescia Tebaldo Brusato cogli altri fuorusciti guelfi, andò costui pensando come esaltar la sua fazione[Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer. Italic.]. Nel dì 24 di febbraio, levato rumore, prese Matteo Maggi, capo de' Ghibellini, con altri grandi di quella città, e si fece proclamar signore, o almen capo della fazion guelfa, che restò sola al dominio. Albertino Mussato[Albertinus Mussat., Hist. Aug., tom. 8 Rer. Ital.]scrive che i Maggi furono i primi a rompere la concordia, e che poi rimasero al disotto. Jacopo Malvezzo[Malvecius, Chronic. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.]ed altri scrittori bresciani non la finiscono di esaltar con lodi la persona di Tebaldo Brusato. Ma gli autori contemporanei ed il fatto stesso ci vengono dicendo che egli fu un ingrato ai benefizii ricevuti dal re Arrigo, e un traditore, avendo egli scacciato il di lui vicario, e fatta ribellare contra di lui quella città, in cui la real clemenza, di bandito e ramingo ch'egli era, l'avea rimesso. Dopo avere il re tentato, col mandare innanziValeranosuo fratello, se i Bresciani si voleano umiliare, e trovato che no[Dino Compagni. Chron., tom. 9 Rer. Ital.], tutto sdegno nel mese di maggio mosse l'armata contra di quella città, e n'intraprese l'assedio. Fu parere del Villani, che s'egli, dopo la presa di Cremona, continuava il viaggio, Bologna, Firenze e la Toscana tutta veniva facilmente all'ubbidienza sua. A quell'assedio furono chiamate le milizie delle città lombarde. Spezialmente vi comparve la cavalleria e fanteria milanese.Giberto da Correggio, oltre all'aver condotto colà la milizia di Parma, donò ad Arrigo la corona diFederigo IIAugusto, presa allorchè quell'imperadore furotto sotto Parma. Per questo egli, se crediamo al Corio[Corio, Istor. di Milano.], ottenne il vicariato di quella città. Albertino Mussato scrive che quivi fu messo per vicario un Malaspina. Nulla mi fermerò io a descrivere gli avvenimenti del famoso assedio di Brescia. Basterammi di dire che la città era forte per mura e per torri, ma più per la bravura de' cittadini, i quali per più di quattro mesi renderono inutili tutti gli assalti e le macchine dell'esercito nemico. Circa la metà di giugno, in una sortita restò prigion de' Tedeschi l'indefesso Tebaldo Brusato, e coll'essere strascinato e squartato pagò la pena dei suoi misfatti. Infierirono perciò i Bresciani contra dei prigioni tedeschi, e si accesero maggiormente ad un'ostinata difesa. In un incontro ancheValeranofratello del re, mortalmente ferito, cessò di vivere.Per tali successi era forte scontento il re Arrigo. L'onor suo non gli permettea di ritirarsi; ed intanto maniera non si vedea di vincere la nemica città. Mancava il danaro per la sussistenza dell'armata; e il peggio fu, che in essa entrò una fiera epidemia, ossia la peste vera, che facea grande strage[Johannes de Cermenat., tom. 9 Rer. Italic.]. Dio portò al campo tre cardinali legati spediti dal papa per coronare in Roma, e sollecitar per questo il re Arrigo, cioè ivescovi d'Ostiaed'Albano, eLuca dal Fiesco. Questi mossero parola di perdono e di pace. Entrò il Fiesco col patriarca d'Aquileia in Brescia, e trovò delle durezze. Vi ritornò, e finalmente conchiuse l'accordo. Fu in salvo la vita e la roba dei cittadini, e si scaricò sopra le mura della città il gastigo della ribellione, le quali furono smantellate, e per esse entrò Arrigo nella città nel dì 24 di settembre, seco menando i fuorusciti. Oltre a ciò, settanta mila fiorini d'oro volle da quel popolo, con altri aggravii, per quanto scrive il Malvezzi, e lo conferma Ferreto Vicentino, contro le promesse fatte al cardinaledal Fiesco. Da Brescia passò a Cremona, indi a Piacenza, dove lasciò un vicario[Albertinus Mussat., lib. 4, tom. 8 Rer. Ital.], rimanendo delusoAlberto Scotto, il quale poco dopo ricominciò le ostilità contro la patria. Trasferitosi a Pavia, quivi si trovarono per la peste calata a tal segno le sue soldatesche, cheFilippone da Langusco, non più signore di quella città, avrebbe potuto assassinarlo, se il mal talento gliene fosse venuto. E ne corse anche il sospetto; perlochè portossi colàMatteo Viscontecon possente corpo di Milanesi; ma Filippone gli chiuse le porte in faccia. Matteo, dico, il quale, stando Arrigo sotto Brescia, non tralasciò ossequio e diligenza veruna per assisterlo con gente, danari e vettovaglie; laonde meritò d'essere creato vicario di Milano, e di poter accudire da lì innanzi all'esaltazione della propria casa. In Pavia mancò di vita, per le malattie contratte all'assedio di Brescia, il valorosoGuido conte di Fiandra. E quivi, a persuasione diAmedeo conte di Savoia, Arrigo dichiarò vicario di Pavia, Vercelli, Novara e PiemonteFilippo di Savoia, principe allora solamente di titolo della Morea. Scrive Giovanni da Cermenate[Johannes de Cermen., tom. 9 Rer. Ital.], e con lui va d'accordo Galvano Fiamma[Gualv. Flamma, Manipul. Flor.]col Malvezzi[Malvec., Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.], che questo principe, unitosi dipoi con Filippone di Langusco e cogli altri Guelfi, fece ribellar quelle città, ed altre ancora al re suo benefattore. Nel dì 21 d'ottobre arrivò Arrigo a Genova, accolto da quel popolo con sommo onore; ed avuta che ebbe la signoria della città, si studiò di metter pace fra que' di lor natura alteri, ed allora troppo discordanti, cittadini, e rimise in città Obizzino Spinola con tutti i fuorusciti[Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni Villani. Albertinus Mussatus, et alii.]. Ma quivi nel dì 13 di dicembre da immatura morte fu rapita la regal sua moglieMargheritadi Brabante, principessa per le sue rare virtù degna di piùlunga vita. Intanto si scoprirono suoi palesi nemici i Fiorentini, Lucchesi, Perugini, Sanesi ed altri popoli di Toscana, i quali, sommossi ed assistiti dalre Roberto, fatto grande armamento, presero i passi della Lunigiana, per impedirgli il viaggio per terra. Erano all'incontro per lui gli Aretini e Pisani; i quali ultimi mandarono a Genova una solenne ambasceria ad invitarlo, con fargli il dono di una sì magnifica tenda militare, che sotto vi poteano stare dieci mila persone. Lo scrive Albertino Mussato; e chi non vuol credere sì smisurata cosa dazio non pagherà. Per più di due mesi si fermò in Genova il re Arrigo, nè si può negare che tendeva il suo buon volere a ricuperare bensì i diritti molto scaduti del romano imperio; ma insieme, se avesse potuto, a rimettere la quiete in ogni città, e ad abolir le matte e sanguinarie fazioni de' Guelfi e Ghibellini. Tutto il contrario avvenne. La venuta sua mise in maggior moto gli animi alterati e divisi de' popoli.Giberto da Correggio, guadagnato e soccorso da' Fiorentini e Bolognesi, mosse a ribellione Parma e Reggio. In Cremona fu una sedizione non picciola, e ne fu cacciato il ministro del re.Filippone da Languscoinsorse in Pavia contra dei Beccheria ed altri Ghibellini, e, col favore diFilippo di Savoia, li scacciò. Lo stesso accadde ai Ghibellini d'Asti, Novara e Vercelli. Anche in Brescia ed in altre città furono tumulti e sedizioni. In Romagna altresì il vicario del re Roberto mise le mani addosso ai capi dei Ghibellini di Imola, Faenza, Forlì e d'altri luoghi, e sbandì la loro fazione[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 18.]. Pesaro e Fano, città ribellate al papa, furono ricuperate dal marchese d'Ancona[Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital.]. In Mantova volle il re Arrigo che tornassero gli sbanditi guelfi, e quivi pose per vicario Lappo Farinata degli liberti. MaPasserinoeButirone de' Bonacossi, dianzi padroni della città, presero un giorno l'armi col popolo, e costrinsero que' miseri a tornarsenein esilio, senza rispetto alcuno al vicario regio. Era l'Augusto Arrigo in gran bisogno di moneta. Una buona offerta gli fu fatta da essi Bonacossi, ed ottennero con ciò il privilegio di vicarii imperiali di Mantova. Di questo potente strumento seppe ben valersi ancheRicciardo da Caminoper impetrare il vicariato di Trivigi. E per la stessa via parimente giunseroAlboinoeCane dalla Scalafratelli ad ottener quello di Verona. Nè qui si fermò l'industria loro. In questi tempi la città di Padova per la goduta lunga pace[Albertinus Mussatus, lib. 2 et 3, rub. 3, tom. 8 Rer. Ital.], e perchè dominava anche in Vicenza, si trovava in un invidiabile stato per le ricchezze e per la cresciuta popolazione. Questa grassezza, secondo il solito, serviva di eccitamento e fomento all'alterigia de' cittadini, in guisa che, avendo il re Arrigo fatto lor sapere di voler inviare colà un vicario, e richiesti sessanta mila fiorini d'oro per la sua coronazione, quel popolo se ne irritò forte; e, a suggestione ancora de' Bolognesi e Fiorentini, negò di ubbidire, e proruppe inoltre in parole di ribellione. Cane dalla Scala, siccome quegli che già aspirava a gran cose, conosciuta anche la disposizion de' Vicentini, che pretendeano d'essere maltrattati dagli uffiziali padovani, e s'erano invogliati di mettersi in libertà, prese il tempo, e consigliò ad Arrigo di gastigar l'arroganza di Padova con levarle Vicenza. Ebbe effetto la mina. Cane accompagnato daAimone vescovodi Genevra, e colle milizie di Verona e Mantova[Cortus, Histor., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.], nel dì 15 d'aprile (e non già di marzo, come ha lo scorretto testo di Ferreto Vicentino) entrò in quella città, e ne cacciò il presidio padovano. I Vicentini, che si credeano di ricoverar la libertà, non solamente caddero sotto un più pesante giogo, ma piansero il saccheggio della loro città per iniquità di Cane, che non attenne i patti. Calò allora l'albagia del popolo padovano; cercò poiaccordo, e l'ottenne, ma con suo notabile svantaggio; perchè, oltre all'avere ricevuto per vicario imperiale Gherardo da Enzola da Parma, in vece di sessanta, dovette pagare cento mila fiorini d'oro alla cassa del re.Morì in quest'annoAlboino dalla Scala, e restò soloCan Grandesuo fratello nella signoria di Verona, con tener anche il piede in Vicenza. Tale era allora lo stato, ma fluttuante, della Lombardia e dell'Italia. I soli Veneziani si stavano in pace, osservando senza muoversi le commozioni altrui. Aveano spediti ad Arrigo, subito ch'egli fu giunto in Italia, i loro ambasciatori con regali, a titolo non già di suggezione, ma d'amicizia, e con ordine di non baciargli il piede[Albertinus Mussat., lib. 3, rub. 8, tom. 8 Rer. Ital.]. Venne poscia in quest'anno a Venezia il vescovo di Genevra ambasciatore d'Arrigo; ma non dimandò a quel popolo nè fedeltà nè ubbidienza. Terminò i suoi giorni in quest'anno appunto[Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital.]Pietro Gradenigodoge di Venezia, e nel dì 22 d'agosto (il Sanuto[Marino Sanuto, tom. 21 Rer. Ital.]scrive nel dì 13) fu surrogato in suo luogoMarino Giorgi, assai vecchio, che poco più di dieci mesi tenne quel governo. Sotto Brescia, siccome accennammo, cominciò ad infierir la peste nell'armata regale, e si diffuse poi per varie città. Ne restò spopolala Piacenza, Brescia, Pavia, ed altri popoli empierono i lor cimiterii. Portò il re Arrigo colle sue genti a Genova questo malore, e però quivi fu gran mortalità. Diede principio papaClemente V[Raynaldus, Annal. Eccles. Baluzius, in Vita Pontific.]nell'ottobre di quest'anno al concilio generale in Vienna del Delfinato, al quale intervennero circa trecento vescovi. Era riuscito alla saggia destrezza d'esso pontefice e de' cardinali il far desistereFilippo il Bello redi Francia dal proseguir le calunniose accuse contro la memoria dipapa Bonifazio VIII. Nel concilio si aveada trattare, ma poco si trattò de' tanti abusi che allora si osservavano nel clero e nella stessa corte pontificia, massimamente in riguardo alla collazion de' benefizii e alla simonia: intorno a che restano varie memorie e scritture di quei tempi, che io tralascio, rimettendo i lettori alla storia ecclesiastica, dove se ne parlaex professo.
Per la corona del regno d'Italia, che dovea darsi alre Arrigo, tutte le città di Lombardia e della marca di Verona inviarono i loro ambasciatori a Milano[Albertinus Mussatus, lib. 1, tom. 8 Rer. Ital.], a riserva di Alessandria, d'Alba e d'altri luoghi in Piemonte, che riguardavano per loro signoreRoberto redi Napoli. Intanto s'erano già cominciati a veder preparamenti di guerra contra dello stesso Arrigo. I Fiorentini, Lucchesi ed altri di Toscana[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 7.]aveano nell'anno precedente eletti gli ambasciatori, per mandar a protestare l'ossequio loro al novello sovrano; ma all'improvviso restò la spedizione, e, per lo contrario, si diede quel popolo a far gente, e contrasse lega col medesimo re e colle città guelfe, per opporsi a lui. Altrettanto fecero i Bolognesi, attendendo specialmente in questo anno a fortificare e ben provvedere la loro città. Non si potrà fallare, attribuendo queste risoluzioni ai maneggi del re Roberto e de' suoi ministri, che non voleano lasciar crescere la potenza diArrigo, credendola di troppo pregiudizio ai loro interessi. Si aggiunse, essere ben venuto in Italia il novello re con belle proteste di voler mettere la pace dappertutto, ridurre nelle loro patrie gli usciti, non avere parzialità nè per Guelfi, nè per Ghibellini, e di voler conservare tutti i diritti e privilegii di qualsisia città. E, di vero, opinione fu che sul principio fosse pura tal sua intenzione. Non parve poi così nell'andare innanzi. In un general parlamento volle che ogni città avesse un vicario imperiale[Gazata, Chronic. Regiense, tom. 18 Rer. Italic.]. Già gli avea messi in Torino, Asti e Milano; ed essi in luogo dei podestà eletti dai cittadini: il che fu uno sminuire di molto la libertà di quei popoli. Ora nel dì 6 di gennaio esso re fu collaregina Margheritacoronato in santo Ambrosio di Milano per le mani dell'arcivescovo milaneseGastone dalla Torre. Pretesero il popolo e i canonici della nobil terra di Monza che nella lor basilica di san Giovanni Batista dovesse egli prendere la corona del ferro, che essi per antico privilegio conservano nel loro sacrario, e nella quale hanno da un secolo e mezzo in qua immaginato che si conservi uno dei sacri chiodi della croce del Signore[Murat., Anecdot. Latin., tom. 2.]: cosa ignorata ne' secoli precedenti. Ma dovettero tanto industriarsi i Milanesi, che nella suddetta basilica di santo Ambrosio seguì quella grandiosa funzione, siccome altre volte s'era fatto[Bonincontrus Morigia, Chron., tom. 12 Rer. Ital.], coll'aver nondimeno Arrigo, mercè d'un suo diploma, preservato il diritto che potesse competere a Monza. In tal congiuntura egli creò cavalieri circa dugento nobili di varie città. Attese di poi a pacificare le città di Lombardia, e in molte di esse mise i suoi vicarii, volendo che in ciascuna d'esse rientrassero gli sbanditi, fossero guelfi o ghibellini. Mise inModena[Bonif. Moranus, Chron. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.]per vicario Guidaloste dei Vercellesi da Pistoia, che v'introdusse tutti i fuorusciti guelfi. L'ultimo a comparire alla corte fuMatteo Maggisignore di Brescia, di fazion ghibellina[Johann. de Cermenate, cap. 18, tom. 9 Rer. Italic.], non già per poco affetto al re, ma per timore di Tebaldo Brusato di fazion guelfa, bandito da Brescia negli anni addietro, che, venuto a Milano, avea già guadagnato nella corte di molti protettori. Il buon Arrigo, che mirava al sollievo e bene di tutti, propose al Maggi di ricevere in Brescia Tebaldo. Il Maggi allora disse quanto potè per far conoscere al re come Tebaldo era il maggior perfido e mancator di parola che fosse al mondo, e sfibbiò tutti i tradimenti da lui fatti, e le crudeltà da lui usate in varii tempi. A nulla servì; il re stette saldo in dire che bisognava perdonare, e convenne accomodarsi al di lui volere, con ricevere Tebaldo e i suoi seguaci in Brescia[Malvec., Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.]. Seguì pertanto uno strumento di pace fra i Guelfi e Ghibellini di quella città; ed, avendo Matteo Maggi rinunziata quella signoria, Arrigo mandò colà per suo vicario Alberto da Castelbarco. Non andrà molto che ne vedremo gli effetti.
Diede esso re Arrigo per suo vicario a Milano Giovanni dalla Calcia Franzese, uomo inetto, che neppure un mese durò in quel posto. Gli sustituì Niccolò Bonsignore, un pezzo di mala carne, già bandito per le sue ribalderie da Siena sua patria, che cominciò a maltrattare quel popolo. Richiese il re un dono gratuito dai Milanesi, perchè era corto di moneta. Fu proposto nel consiglio della città il quanto, e rimesso in Guglielmo Posterla il tassarlo. Disse cinquanta mila fiorini d'oro. Tutti consentivano, se non che Matteo Visconte soggiunse che gli parea conveniente donarne anchedieci mila alla regina. Allora Guido dalla Torre s'alzò in collera, riprovando il far così da liberale colla roba altrui; e, nell'uscire del consiglio, disse:E perchè non se ne danno cento mila? questo numero è più perfetto. Perciò i ministri del re scrissero cento mila, e bisognò poi darli. E fin qui era durato il bel sereno; ed Arrigo si figurava di aver data da padre la pace a tutte le città di Lombardia, senza far distinzione tra Guelfo e Ghibellino; ma non tardò ad intorbidarsi il cielo. Perchè Arrigo, sotto spezie di onore, ma veramente per aver degli ostaggi, dimandò che cento figliuoli de' nobili milanesi lo accompagnassero a Roma, si trovarono molte difficoltà, ed insorsero sospetti di sedizione. Furono anche veduti fuor d'una porta Franceschino figliuolo di Guido dalla Torre, e Galeazzo figliuolo di Matteo Visconte, parlar lungamente insieme, e toccarsi la mano nel congedarsi[Bonicontrus Morigia, tom. 12 Rer. Ital. Johannes de Cermen., tom. 9 Rer. Ital. Albertinus Mussatus, tom. 8 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Fu riferito ad Arrigo, e fatto credere che il Visconte ed il Torriano macchinassero contra la sua real persona, ed avessero già fatta massa di gente. Però nel dì 12 di febbraio egli mandò una squadra di cavalleria a visitar le case dei nobili. Matteo Visconte, avutone l'avviso, col mantello indosso avanti il suo palazzo li stette aspettando, ragionando intanto con alcuni amici. Arrivati i Tedeschi, come se nulla sapesse, invitolli a bere, e gl'introdusse in casa. Se n'andarono tutti contenti, e persuasi della sua fedeltà. Non così fu al palazzo di Guido dalla Torre. Quivi erano molti armati, quivi si cominciò un tumulto, e si venne alle mani coi tedeschi. Trassero colà i parziali de' Torriani, e dall'altro canto s'andarono ingrossando le truppe del re, il quale fu in gran pena per questo, massimamente dappoichè gli fu riferito che anche Matteo Visconte e Galeazzosuo figliuolo erano uniti coi Torriani. Ma eccoti comparir Matteo col mantello alla corte; ecco da lì un pezzo un messo, che assicurò Arrigo, come Galeazzo Visconte combatteva insieme coi Tedeschi contra de' Torriani: il che tranquillò l'animo di sua maestà. La conclusione fu, che i serragli e palagi dei Torriani furono superati, dato il sacco alle lor ricche suppellettili, spogliate anche tutte le case innocenti del vicinato. Guido dalla Torre e gli altri suoi parenti, chi qua chi là fuggendo, si sottrassero al furor dei Tedeschi, e se ne andarono in esilio, nè mai più ritornarono in Milano. Non si seppe mai bene la verità di questo fatto. Fu detto che i Torriani veramente aveano congiurato, e che nel dì seguente dovea scoppiar la mina[Johann. de Cermenate, cap. 22, tom. 9 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 11. Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer. Ital.]. Ma i più credettero, e con fondamento, che questa fosse una sottile orditura dello scaltro Matteo Visconte per atterrare i Torriani, siccome gli venne fatto, con fingersi prima unito ad essi, e con poscia abbandonarli nel bisogno. Nulladimeno, con tutto che egli si facesse conoscer fedele in tal congiuntura ad Arrigo, da lì ad alquanti dì l'invidia di molti grandi milanesi, ed il timore che Matteo tornasse al principato, e si vendicasse di chi l'avea tradito nell'anno 1302, cotanto poterono presso Arrigo, che Matteo fu mandato a' confini ad Asti, e Galeazzo suo figliuolo a Trivigi. Poco nondimeno stette Matteo in esilio. Il suo fedele amico Francesco da Garbagnate, fatto conoscere al re che per fini torti aveano gl'invidiosi allontanato da lui un sì savio consigliere[Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], cagion fu che Arrigo nel dì 7 d'aprile il richiamò e rimise in sua grazia.
Gran terrore diede alle città guelfe di Lombardia la caduta de' Torriani guelfi. Lodi, Cremona e Brescia per questo alzarono le bandiere contra d'Arrigo. Per confessione di Giovanni Villani, i Fiorentini eBolognesi con loro maneggi e danari soffiarono in questo fuoco. Antonio da Fissiraga signore di Lodi corse colà; ma, ritrovata quivi dell'impotenza a sostenersi per la poca provvision di vettovaglia, tornò a Milano ad implorar la misericordia del re, e, per mezzo della regina e diAmedeo conte di Savoia, l'ottenne. Mandò Arrigo a prendere il possesso di quella città, e v'introdusse tutti i fuorusciti; poscia nel dì 17 d'aprile coll'armata s'inviò alla volta della ribellata Cremona. S'era imbarcato quel popolo senza biscotto; e ciò per la prepotenza diGuglielmo Cavalcabòcapo della fazione guelfa, il quale avea fatto sconsigliatamente un trattato col fallito Guido dalla Torre. Sicchè, all'udire che il re veniva in persona con tutte le sue forze e con quelle de' Milanesi contra di Cremona, se ne fuggì. Sopramonte degli Amati, altro capo de' Ghibellini, uomo savio e amante della patria, allora consigliò di gittarsi alla misericordia del re. Venne egli coi principali della nobiltà e del popolo sino a Paderno, dieci miglia lungi da Cremona; e tutti colle corde al collo, inginocchiati sulla strada, allorchè arrivò Arrigo, con pietose voci e lagrime implorarono il perdono. Era la clemenza una delle virtù di questo re; ma se ne dimenticò egli questa volta, ed ebbe bene a pentirsene col tempo. Comandò che ognun di loro fosse imprigionato e mandato in varii luoghi, dove quasi tutti nelle carceri miseramente terminarono dipoi i lor giorni. Fu questo un nulla. Arrivato a Cremona, non volle entrarvi sotto il baldacchino preparato da' cittadini, fece smantellar le mura, spianar le fosse, abbassar le torri della città. Da lì ancora a qualche giorno impose una gravissima contribuzione di cento mila fiorini d'oro, e fu dato il sacco all'infelice città[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.], che restò anche priva di tutti i suoi privilegii e diritti. Da qualsivoglia saggio fu creduto che questi atti di crudeltà, sconvenevoli ad un re fornito di tante virtù,pel terrore che diedero a tutti, rompessero affatto il corso alla pace d'Italia ed alla fortuna d'Arrigo, addosso a cui vennero poi le dure traversie che andremo accennando. Dacchè per benignità e favore d'esso re rientrò in Brescia Tebaldo Brusato cogli altri fuorusciti guelfi, andò costui pensando come esaltar la sua fazione[Ferretus Vicentinus, lib. 4, tom. 9 Rer. Italic.]. Nel dì 24 di febbraio, levato rumore, prese Matteo Maggi, capo de' Ghibellini, con altri grandi di quella città, e si fece proclamar signore, o almen capo della fazion guelfa, che restò sola al dominio. Albertino Mussato[Albertinus Mussat., Hist. Aug., tom. 8 Rer. Ital.]scrive che i Maggi furono i primi a rompere la concordia, e che poi rimasero al disotto. Jacopo Malvezzo[Malvecius, Chronic. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.]ed altri scrittori bresciani non la finiscono di esaltar con lodi la persona di Tebaldo Brusato. Ma gli autori contemporanei ed il fatto stesso ci vengono dicendo che egli fu un ingrato ai benefizii ricevuti dal re Arrigo, e un traditore, avendo egli scacciato il di lui vicario, e fatta ribellare contra di lui quella città, in cui la real clemenza, di bandito e ramingo ch'egli era, l'avea rimesso. Dopo avere il re tentato, col mandare innanziValeranosuo fratello, se i Bresciani si voleano umiliare, e trovato che no[Dino Compagni. Chron., tom. 9 Rer. Ital.], tutto sdegno nel mese di maggio mosse l'armata contra di quella città, e n'intraprese l'assedio. Fu parere del Villani, che s'egli, dopo la presa di Cremona, continuava il viaggio, Bologna, Firenze e la Toscana tutta veniva facilmente all'ubbidienza sua. A quell'assedio furono chiamate le milizie delle città lombarde. Spezialmente vi comparve la cavalleria e fanteria milanese.Giberto da Correggio, oltre all'aver condotto colà la milizia di Parma, donò ad Arrigo la corona diFederigo IIAugusto, presa allorchè quell'imperadore furotto sotto Parma. Per questo egli, se crediamo al Corio[Corio, Istor. di Milano.], ottenne il vicariato di quella città. Albertino Mussato scrive che quivi fu messo per vicario un Malaspina. Nulla mi fermerò io a descrivere gli avvenimenti del famoso assedio di Brescia. Basterammi di dire che la città era forte per mura e per torri, ma più per la bravura de' cittadini, i quali per più di quattro mesi renderono inutili tutti gli assalti e le macchine dell'esercito nemico. Circa la metà di giugno, in una sortita restò prigion de' Tedeschi l'indefesso Tebaldo Brusato, e coll'essere strascinato e squartato pagò la pena dei suoi misfatti. Infierirono perciò i Bresciani contra dei prigioni tedeschi, e si accesero maggiormente ad un'ostinata difesa. In un incontro ancheValeranofratello del re, mortalmente ferito, cessò di vivere.
Per tali successi era forte scontento il re Arrigo. L'onor suo non gli permettea di ritirarsi; ed intanto maniera non si vedea di vincere la nemica città. Mancava il danaro per la sussistenza dell'armata; e il peggio fu, che in essa entrò una fiera epidemia, ossia la peste vera, che facea grande strage[Johannes de Cermenat., tom. 9 Rer. Italic.]. Dio portò al campo tre cardinali legati spediti dal papa per coronare in Roma, e sollecitar per questo il re Arrigo, cioè ivescovi d'Ostiaed'Albano, eLuca dal Fiesco. Questi mossero parola di perdono e di pace. Entrò il Fiesco col patriarca d'Aquileia in Brescia, e trovò delle durezze. Vi ritornò, e finalmente conchiuse l'accordo. Fu in salvo la vita e la roba dei cittadini, e si scaricò sopra le mura della città il gastigo della ribellione, le quali furono smantellate, e per esse entrò Arrigo nella città nel dì 24 di settembre, seco menando i fuorusciti. Oltre a ciò, settanta mila fiorini d'oro volle da quel popolo, con altri aggravii, per quanto scrive il Malvezzi, e lo conferma Ferreto Vicentino, contro le promesse fatte al cardinaledal Fiesco. Da Brescia passò a Cremona, indi a Piacenza, dove lasciò un vicario[Albertinus Mussat., lib. 4, tom. 8 Rer. Ital.], rimanendo delusoAlberto Scotto, il quale poco dopo ricominciò le ostilità contro la patria. Trasferitosi a Pavia, quivi si trovarono per la peste calata a tal segno le sue soldatesche, cheFilippone da Langusco, non più signore di quella città, avrebbe potuto assassinarlo, se il mal talento gliene fosse venuto. E ne corse anche il sospetto; perlochè portossi colàMatteo Viscontecon possente corpo di Milanesi; ma Filippone gli chiuse le porte in faccia. Matteo, dico, il quale, stando Arrigo sotto Brescia, non tralasciò ossequio e diligenza veruna per assisterlo con gente, danari e vettovaglie; laonde meritò d'essere creato vicario di Milano, e di poter accudire da lì innanzi all'esaltazione della propria casa. In Pavia mancò di vita, per le malattie contratte all'assedio di Brescia, il valorosoGuido conte di Fiandra. E quivi, a persuasione diAmedeo conte di Savoia, Arrigo dichiarò vicario di Pavia, Vercelli, Novara e PiemonteFilippo di Savoia, principe allora solamente di titolo della Morea. Scrive Giovanni da Cermenate[Johannes de Cermen., tom. 9 Rer. Ital.], e con lui va d'accordo Galvano Fiamma[Gualv. Flamma, Manipul. Flor.]col Malvezzi[Malvec., Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.], che questo principe, unitosi dipoi con Filippone di Langusco e cogli altri Guelfi, fece ribellar quelle città, ed altre ancora al re suo benefattore. Nel dì 21 d'ottobre arrivò Arrigo a Genova, accolto da quel popolo con sommo onore; ed avuta che ebbe la signoria della città, si studiò di metter pace fra que' di lor natura alteri, ed allora troppo discordanti, cittadini, e rimise in città Obizzino Spinola con tutti i fuorusciti[Georg. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Giovanni Villani. Albertinus Mussatus, et alii.]. Ma quivi nel dì 13 di dicembre da immatura morte fu rapita la regal sua moglieMargheritadi Brabante, principessa per le sue rare virtù degna di piùlunga vita. Intanto si scoprirono suoi palesi nemici i Fiorentini, Lucchesi, Perugini, Sanesi ed altri popoli di Toscana, i quali, sommossi ed assistiti dalre Roberto, fatto grande armamento, presero i passi della Lunigiana, per impedirgli il viaggio per terra. Erano all'incontro per lui gli Aretini e Pisani; i quali ultimi mandarono a Genova una solenne ambasceria ad invitarlo, con fargli il dono di una sì magnifica tenda militare, che sotto vi poteano stare dieci mila persone. Lo scrive Albertino Mussato; e chi non vuol credere sì smisurata cosa dazio non pagherà. Per più di due mesi si fermò in Genova il re Arrigo, nè si può negare che tendeva il suo buon volere a ricuperare bensì i diritti molto scaduti del romano imperio; ma insieme, se avesse potuto, a rimettere la quiete in ogni città, e ad abolir le matte e sanguinarie fazioni de' Guelfi e Ghibellini. Tutto il contrario avvenne. La venuta sua mise in maggior moto gli animi alterati e divisi de' popoli.
Giberto da Correggio, guadagnato e soccorso da' Fiorentini e Bolognesi, mosse a ribellione Parma e Reggio. In Cremona fu una sedizione non picciola, e ne fu cacciato il ministro del re.Filippone da Languscoinsorse in Pavia contra dei Beccheria ed altri Ghibellini, e, col favore diFilippo di Savoia, li scacciò. Lo stesso accadde ai Ghibellini d'Asti, Novara e Vercelli. Anche in Brescia ed in altre città furono tumulti e sedizioni. In Romagna altresì il vicario del re Roberto mise le mani addosso ai capi dei Ghibellini di Imola, Faenza, Forlì e d'altri luoghi, e sbandì la loro fazione[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 18.]. Pesaro e Fano, città ribellate al papa, furono ricuperate dal marchese d'Ancona[Ferretus Vicentinus, tom. 9 Rer. Ital.]. In Mantova volle il re Arrigo che tornassero gli sbanditi guelfi, e quivi pose per vicario Lappo Farinata degli liberti. MaPasserinoeButirone de' Bonacossi, dianzi padroni della città, presero un giorno l'armi col popolo, e costrinsero que' miseri a tornarsenein esilio, senza rispetto alcuno al vicario regio. Era l'Augusto Arrigo in gran bisogno di moneta. Una buona offerta gli fu fatta da essi Bonacossi, ed ottennero con ciò il privilegio di vicarii imperiali di Mantova. Di questo potente strumento seppe ben valersi ancheRicciardo da Caminoper impetrare il vicariato di Trivigi. E per la stessa via parimente giunseroAlboinoeCane dalla Scalafratelli ad ottener quello di Verona. Nè qui si fermò l'industria loro. In questi tempi la città di Padova per la goduta lunga pace[Albertinus Mussatus, lib. 2 et 3, rub. 3, tom. 8 Rer. Ital.], e perchè dominava anche in Vicenza, si trovava in un invidiabile stato per le ricchezze e per la cresciuta popolazione. Questa grassezza, secondo il solito, serviva di eccitamento e fomento all'alterigia de' cittadini, in guisa che, avendo il re Arrigo fatto lor sapere di voler inviare colà un vicario, e richiesti sessanta mila fiorini d'oro per la sua coronazione, quel popolo se ne irritò forte; e, a suggestione ancora de' Bolognesi e Fiorentini, negò di ubbidire, e proruppe inoltre in parole di ribellione. Cane dalla Scala, siccome quegli che già aspirava a gran cose, conosciuta anche la disposizion de' Vicentini, che pretendeano d'essere maltrattati dagli uffiziali padovani, e s'erano invogliati di mettersi in libertà, prese il tempo, e consigliò ad Arrigo di gastigar l'arroganza di Padova con levarle Vicenza. Ebbe effetto la mina. Cane accompagnato daAimone vescovodi Genevra, e colle milizie di Verona e Mantova[Cortus, Histor., lib. 1, tom. 12 Rer. Ital.], nel dì 15 d'aprile (e non già di marzo, come ha lo scorretto testo di Ferreto Vicentino) entrò in quella città, e ne cacciò il presidio padovano. I Vicentini, che si credeano di ricoverar la libertà, non solamente caddero sotto un più pesante giogo, ma piansero il saccheggio della loro città per iniquità di Cane, che non attenne i patti. Calò allora l'albagia del popolo padovano; cercò poiaccordo, e l'ottenne, ma con suo notabile svantaggio; perchè, oltre all'avere ricevuto per vicario imperiale Gherardo da Enzola da Parma, in vece di sessanta, dovette pagare cento mila fiorini d'oro alla cassa del re.
Morì in quest'annoAlboino dalla Scala, e restò soloCan Grandesuo fratello nella signoria di Verona, con tener anche il piede in Vicenza. Tale era allora lo stato, ma fluttuante, della Lombardia e dell'Italia. I soli Veneziani si stavano in pace, osservando senza muoversi le commozioni altrui. Aveano spediti ad Arrigo, subito ch'egli fu giunto in Italia, i loro ambasciatori con regali, a titolo non già di suggezione, ma d'amicizia, e con ordine di non baciargli il piede[Albertinus Mussat., lib. 3, rub. 8, tom. 8 Rer. Ital.]. Venne poscia in quest'anno a Venezia il vescovo di Genevra ambasciatore d'Arrigo; ma non dimandò a quel popolo nè fedeltà nè ubbidienza. Terminò i suoi giorni in quest'anno appunto[Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital.]Pietro Gradenigodoge di Venezia, e nel dì 22 d'agosto (il Sanuto[Marino Sanuto, tom. 21 Rer. Ital.]scrive nel dì 13) fu surrogato in suo luogoMarino Giorgi, assai vecchio, che poco più di dieci mesi tenne quel governo. Sotto Brescia, siccome accennammo, cominciò ad infierir la peste nell'armata regale, e si diffuse poi per varie città. Ne restò spopolala Piacenza, Brescia, Pavia, ed altri popoli empierono i lor cimiterii. Portò il re Arrigo colle sue genti a Genova questo malore, e però quivi fu gran mortalità. Diede principio papaClemente V[Raynaldus, Annal. Eccles. Baluzius, in Vita Pontific.]nell'ottobre di quest'anno al concilio generale in Vienna del Delfinato, al quale intervennero circa trecento vescovi. Era riuscito alla saggia destrezza d'esso pontefice e de' cardinali il far desistereFilippo il Bello redi Francia dal proseguir le calunniose accuse contro la memoria dipapa Bonifazio VIII. Nel concilio si aveada trattare, ma poco si trattò de' tanti abusi che allora si osservavano nel clero e nella stessa corte pontificia, massimamente in riguardo alla collazion de' benefizii e alla simonia: intorno a che restano varie memorie e scritture di quei tempi, che io tralascio, rimettendo i lettori alla storia ecclesiastica, dove se ne parlaex professo.