MCCCXLI

MCCCXLIAnno diCristomcccxli. IndizioneIX.Benedetto XIIpapa 8.Imperio vacante.Non s'era fin qui ben riconciliata colla santa Sede la casa de' Visconti e lacittà di Milano[Raynaldus, in Annal. Eccles., num. 29. Gualv. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.].Luchinosignor d'essa e d'altre città, eGiovannisuo fratello, tuttavia vescovo e signor di Novara, tanto fecero che in quest'anno ebbero buona pace da papaBenedetto XII, con promettere di pagargli cinquanta mila fiorini d'oro. Confermò loro in questa occasione il papa il vicariato di Milano e dell'altre città da loro possedute, finchè fossevacante l'imperio, e gli obbligò ad alcune penitenze; ma senza apparire qual censo annuo fosse loro imposto. Che anche iGonzaghiper Mantova e Reggio, e imarchesi estensiper Modena prendessero nella forma suddetta il vicariato dal papa abbiamo chi lo scrive[Append. ad Ptolom. Lucens.]. Signoreggiavano tuttavia in ParmaAlbertoeMastino dalla Scala[Cortusiorum Hist., tom. 12 Rer. Ital.], fidandosi specialmente di Guido, Azzo, Giovanni e Simone da Correggio, loro zii dal lato della madre, e che nelle loro disgrazie erano sempre stati sostenuti e beneficati dagli Scaligeri. Ma in questi barbari tempi la fede era cosa rara, e la voglia di dominare andava sopra a tutti i riguardi della società civile. Unironsi segretamente essi Correggeschi coi Gonzaghi signori di Mantova e di Reggio, da noi poco fa veduti sì amici e parenti di quei dalla Scala; ebbero anche intelligenza o lega colre Roberto, conLuchino Viscontesignor di Milano, e conUbertino da Carrarasignor di Padova; coll'aiuto dei quali congiurarono di torre Parma ad essi Scaligeri. Era in Parma podestà e capitano delle genti d'armi Bonetto da Malvicina[Chron. Estense, tom. 16 Rer. Ital.], il quale, scoperte le mire de' Correggeschi, nel dì 21 di maggio diede all'armi, per affogar, se poteva, la nascente ribellione. Fece Guido da Correggio arrostar le strade della città; il popolo tutto fu per lui, e presero la porta di San Michele. Dura e lunga battaglia si fece, in cui molti dei Parmigiani patirono;ma per due volte furono respinti i soldati degli Scaligeri con tale mortalità d'essi, che in fine fu d'uopo prendere la fuga, e lasciar libera la città in mano del popolo e de' Correggeschi, a' quali fu poi, chi dice in quest'anno, e chi nel 1345, data la signoria. Per questo tradimento irritati forte gli Scaligeri contra de' Gonzaghi, giacchè non poteano contra dei Correggeschi, voltarono l'armi e la vendetta sopra di Mantova.Alberto dalla Scalacorse con finte bandiere sino alle porte di quella città, e quasi v'entrò. Ito a voto il colpo, mise a ferro e fuoco nel dì 3 di giugno quel territorio, e menò via un gran bottino. Allora i Gonzaghi ricorsero a Luchino Visconte e ad Ubertino da Carrara per aiuto, ed, ottenuti gagliardi soccorsi, nel settembre cavalcarono sino alle porte di Verona, rendendo la pariglia de' danni sofferti a quel distretto, con bruciare palazzi e case, far prigioni più di mille uomini, e prendere più di due mila capi di buoi, cavalli ed altri animali. Inviarono anche il guanto della battaglia, ma Alberto dalla Scala non si sentì voglia di accettarlo, e con mal ordine si ritirò.La perdita di Parma fece pensar tosto Mastino dalla Scala a metter la città di Lucca all'incanto, giacchè non gli era più possibile di fornirla e mantenerla sotto il suo dominio[Giovanni Villani, lib. 12, cap. 126.]. Tanto i Pisani come i Fiorentini si fecero innanzi ed offerirono. VolleLuchino Visconteanche egli mettervi una zampa, offerendo mille cavalieri a' Fiorentini per assediare e conquistar quella città, ma non fu accettato il partito. Ora ilmarchese Obizzosignor di Ferrara fu eletto per mediatore del contratto fra Mastino e i Fiorentini; e questo si conchiuse, con promettere il primo agli altri la tenuta libera di Lucca, e gli altri di pagare a lui ducento cinquanta mila fiorini d'oro in certe paghe. Per sicurezza de' patti stabiliti Mastino inviò a Ferrara per ostaggi un suo figliuolo bastardo, e sessanta nobili di Verona e Vicenza; e cinquanta simili ne mandaronoi Fiorentini, fra' quali era lo stesso Giovanni Villani scrittore della Cronica accreditata della patria sua. Riceverono gli uni e gli altri ogni maggior onore e finezza dal marchese Obizzo, e spesso li voleva alla sua mensa. In questa maniera era preparato il buon boccone per li Fiorentini, ed essi avevano aperta la bocca per prenderlo, quando la mala fortuna l'intraversò. Ai Pisani, informati del mercato fatto, rincresceva troppo il vedere che Lucca, città sì vicina, cadesse in mano dei Fiorentini; e però piuttosto che permettere un sì fatto acquisto, vollero arrischiar tutto. Ed eccoti che all'improvviso, con quante forze poterono, marciarono sul Lucchese, e impossessatisi del castello del Ceruglio e di Monte Chiaro, ossia Carlo, nel dì 22 d'agosto andarono a mettere l'assedio a Lucca. Avevano essi fatta lega con Luchino Visconte, allorchè gli diedero Francesco da Posterla dianzi imprigionato[Johann. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.]; e promessi a lui cinquanta mila fiorini d'oro, ne ottennero due mila cavalli, comandati daGiovanni Visconteda Oleggio, creduto suo nipote, di cui avremo assai da parlare andando innanzi. Ebbero ancora dai Gonzaghi, dai Correggeschi dominanti in Parma, da Ubertino Carrarese e da altre amistà non pochi rinforzi di cavalli e fanti; e con tale armata formarono in breve tempo una mirabil circonvallazione intorno a Lucca, e parimente un'altra intorno al loro campo con fosse, steccati e bertesche. Non poteano darsi pace i Fiorentini per questo incidente; e tosto, fatto ricorso ai Sanesi, Perugini, Bolognesi, a Mastino dalla Scala, ai marchesi di Ferrara e ad altri ancora, ebbero soccorso da tutte le parti, di maniera che misero insieme un esercito di tre mila ed ottocento cavalieri, e più di dieci mila pedoni al soldo loro, senza le masnade dei contadini. Con queste forze, eletto per generaleMaffeo da Ponte Carale, nobile bresciano, entrarono ostilmente nel Lucchese,e presero varie castella. Intanto fece Mastino istanza per l'esecuzion del trattato, minacciando di dar Lucca ai Pisani; e contentatosi di detrarre dalla somma pattuita settanta mila fiorini di oro, volle che i Fiorentini prendessero il possesso di Lucca. Riuscì ad un corpo di lor gente e di Mastino di rompere le linee nemiche in un sito, ed entrare in quella città, che loro fu consegnata, sicchè cominciarono a far quivi i padroni. Poscia, nel dì 2 d'ottobre, si avvisarono di dare battaglia a' nemici[Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.], che l'accettarono senza farsi pregare. Aspro e fiero fu il combattimento, e sulle prime fu rovesciata la schiera grossa de' Pisani, abbattuta l'insegna di Luchino Visconte, e fatto prigione Giovanni da Oleggio suo capitano; ma in fine rimasero rotti i Fiorentini, che conquassati si ritirarono il meglio che poterono. Lieve fu l'uccisione; circa mille restarono prigioni, fra' quali alcuni nobili di Firenze col loro generale, e varii contestabili di Mastino e de' marchesi di Ferrara, che si portarono valentemente in quel conflitto. Ma, secondo l'autore della Storia Pistoiese[Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.], maggior fu la perdita de' vinti di quel che scriva il Villani. In gravi affanni per cotali disgrazie si trovarono i Fiorentini; ma rincorati da Mastino, dai marchesi d'Este e dal Pepoli signore di Bologna, che spedirono loro nuove milizie, si diedero a rifar l'armata e a fornirsi di gente, senza nondimeno poter ottenere dalre Robertocon tutte le lor fervorose istanze aiuto alcuno. Era invecchiato il re, e dal Villani viene imputato che, secondo il costume di quell'età, egli solamente attendesse a raunar moneta. Ma Roberto avea la Sicilia, dove impiegar le forze e il denaro, senza gittarlo in soccorso altrui.Infatti non lasciava esso re Roberto di continuamente pensare alla Sicilia; ed avendo già conquistata l'isola diLipari[Giovanni Villani, lib. 11, cap. 137.], s'avvisò di potere in quest'anno impadronirsi di Milazzo. Pertanto nel dì 11 di giugno spedì verso colà una potente flotta con altra armata per terra, affine di rinfrescar quella di mare a misura del bisogno. Fu assediato Milazzo, e con un lungo trincieramento serrato; nè avendo con tutti i suoi tentativi potuto ilre don Pietrodar soccorso alla terra, questa capitolò nel dì 15 di settembre la resa; e fu un bell'acquisto pel re Roberto. Secondochè s'ha da Galvano Fiamma[Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.], studiòLuchino Viscontein questi tempi di pubblicar delle belle ed utili leggi per togliere gli abusi introdotti nelle passate rivoluzioni, volendo dappertutto la pace; e quantunque si desse ben a conoscere per ghibellinissimo di genio, pure egual protezione prendeva dei Guelfi, e vegliava alla sicurezza d'ognuno, ad impedire i mangiamenti degli uffiziali ed alla buona custodia della giustizia; di modo che Pietro Azario, allora vivente, ebbe a dire[Petrus Azarius, Chron., cap. 9, tom. 16 Rer. Ital.]ch'egli sarebbe stato tenuto per santo, se fosse stato men aspro e severo nei gastighi, e non avesse così implacabilmente perseguitati i suoi nipoti. Fioriva in questi tempiFrancesco Petrarca, uomo allora di mirabil credito nella poesia latina, e che dipoi fu solamente ammirato per la volgare. Essendo egli ito a Napoli, di molte dimostrazioni di stima e finezze ricevette dal reRoberto, principe amator delle lettere e dei letterati[Muratori, Vit. del Petrarca, Rime.]. Voleva esso re indurlo a ricevere in quella metropoli la laurea poetica; ma invitato il Petrarca a Roma, antepose ad ogni altra quell'augusta città; e però, nel dì 8 d'aprile, giorno di Pasqua dell'anno presente, nel Campidoglio con solennità magnifica gli fu conferita la corona d'alloro, dato ampio privilegio, e fatti dei bei regali. Servì poi cotale esempio per invogliar di simileonore altri poeti de' secoli susseguenti; e i più sel procacciarono dagl'imperadori con un pezzo di carta pecorina, pagata nondimeno assai caro da essi.

Non s'era fin qui ben riconciliata colla santa Sede la casa de' Visconti e lacittà di Milano[Raynaldus, in Annal. Eccles., num. 29. Gualv. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.].Luchinosignor d'essa e d'altre città, eGiovannisuo fratello, tuttavia vescovo e signor di Novara, tanto fecero che in quest'anno ebbero buona pace da papaBenedetto XII, con promettere di pagargli cinquanta mila fiorini d'oro. Confermò loro in questa occasione il papa il vicariato di Milano e dell'altre città da loro possedute, finchè fossevacante l'imperio, e gli obbligò ad alcune penitenze; ma senza apparire qual censo annuo fosse loro imposto. Che anche iGonzaghiper Mantova e Reggio, e imarchesi estensiper Modena prendessero nella forma suddetta il vicariato dal papa abbiamo chi lo scrive[Append. ad Ptolom. Lucens.]. Signoreggiavano tuttavia in ParmaAlbertoeMastino dalla Scala[Cortusiorum Hist., tom. 12 Rer. Ital.], fidandosi specialmente di Guido, Azzo, Giovanni e Simone da Correggio, loro zii dal lato della madre, e che nelle loro disgrazie erano sempre stati sostenuti e beneficati dagli Scaligeri. Ma in questi barbari tempi la fede era cosa rara, e la voglia di dominare andava sopra a tutti i riguardi della società civile. Unironsi segretamente essi Correggeschi coi Gonzaghi signori di Mantova e di Reggio, da noi poco fa veduti sì amici e parenti di quei dalla Scala; ebbero anche intelligenza o lega colre Roberto, conLuchino Viscontesignor di Milano, e conUbertino da Carrarasignor di Padova; coll'aiuto dei quali congiurarono di torre Parma ad essi Scaligeri. Era in Parma podestà e capitano delle genti d'armi Bonetto da Malvicina[Chron. Estense, tom. 16 Rer. Ital.], il quale, scoperte le mire de' Correggeschi, nel dì 21 di maggio diede all'armi, per affogar, se poteva, la nascente ribellione. Fece Guido da Correggio arrostar le strade della città; il popolo tutto fu per lui, e presero la porta di San Michele. Dura e lunga battaglia si fece, in cui molti dei Parmigiani patirono;ma per due volte furono respinti i soldati degli Scaligeri con tale mortalità d'essi, che in fine fu d'uopo prendere la fuga, e lasciar libera la città in mano del popolo e de' Correggeschi, a' quali fu poi, chi dice in quest'anno, e chi nel 1345, data la signoria. Per questo tradimento irritati forte gli Scaligeri contra de' Gonzaghi, giacchè non poteano contra dei Correggeschi, voltarono l'armi e la vendetta sopra di Mantova.Alberto dalla Scalacorse con finte bandiere sino alle porte di quella città, e quasi v'entrò. Ito a voto il colpo, mise a ferro e fuoco nel dì 3 di giugno quel territorio, e menò via un gran bottino. Allora i Gonzaghi ricorsero a Luchino Visconte e ad Ubertino da Carrara per aiuto, ed, ottenuti gagliardi soccorsi, nel settembre cavalcarono sino alle porte di Verona, rendendo la pariglia de' danni sofferti a quel distretto, con bruciare palazzi e case, far prigioni più di mille uomini, e prendere più di due mila capi di buoi, cavalli ed altri animali. Inviarono anche il guanto della battaglia, ma Alberto dalla Scala non si sentì voglia di accettarlo, e con mal ordine si ritirò.

La perdita di Parma fece pensar tosto Mastino dalla Scala a metter la città di Lucca all'incanto, giacchè non gli era più possibile di fornirla e mantenerla sotto il suo dominio[Giovanni Villani, lib. 12, cap. 126.]. Tanto i Pisani come i Fiorentini si fecero innanzi ed offerirono. VolleLuchino Visconteanche egli mettervi una zampa, offerendo mille cavalieri a' Fiorentini per assediare e conquistar quella città, ma non fu accettato il partito. Ora ilmarchese Obizzosignor di Ferrara fu eletto per mediatore del contratto fra Mastino e i Fiorentini; e questo si conchiuse, con promettere il primo agli altri la tenuta libera di Lucca, e gli altri di pagare a lui ducento cinquanta mila fiorini d'oro in certe paghe. Per sicurezza de' patti stabiliti Mastino inviò a Ferrara per ostaggi un suo figliuolo bastardo, e sessanta nobili di Verona e Vicenza; e cinquanta simili ne mandaronoi Fiorentini, fra' quali era lo stesso Giovanni Villani scrittore della Cronica accreditata della patria sua. Riceverono gli uni e gli altri ogni maggior onore e finezza dal marchese Obizzo, e spesso li voleva alla sua mensa. In questa maniera era preparato il buon boccone per li Fiorentini, ed essi avevano aperta la bocca per prenderlo, quando la mala fortuna l'intraversò. Ai Pisani, informati del mercato fatto, rincresceva troppo il vedere che Lucca, città sì vicina, cadesse in mano dei Fiorentini; e però piuttosto che permettere un sì fatto acquisto, vollero arrischiar tutto. Ed eccoti che all'improvviso, con quante forze poterono, marciarono sul Lucchese, e impossessatisi del castello del Ceruglio e di Monte Chiaro, ossia Carlo, nel dì 22 d'agosto andarono a mettere l'assedio a Lucca. Avevano essi fatta lega con Luchino Visconte, allorchè gli diedero Francesco da Posterla dianzi imprigionato[Johann. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.]; e promessi a lui cinquanta mila fiorini d'oro, ne ottennero due mila cavalli, comandati daGiovanni Visconteda Oleggio, creduto suo nipote, di cui avremo assai da parlare andando innanzi. Ebbero ancora dai Gonzaghi, dai Correggeschi dominanti in Parma, da Ubertino Carrarese e da altre amistà non pochi rinforzi di cavalli e fanti; e con tale armata formarono in breve tempo una mirabil circonvallazione intorno a Lucca, e parimente un'altra intorno al loro campo con fosse, steccati e bertesche. Non poteano darsi pace i Fiorentini per questo incidente; e tosto, fatto ricorso ai Sanesi, Perugini, Bolognesi, a Mastino dalla Scala, ai marchesi di Ferrara e ad altri ancora, ebbero soccorso da tutte le parti, di maniera che misero insieme un esercito di tre mila ed ottocento cavalieri, e più di dieci mila pedoni al soldo loro, senza le masnade dei contadini. Con queste forze, eletto per generaleMaffeo da Ponte Carale, nobile bresciano, entrarono ostilmente nel Lucchese,e presero varie castella. Intanto fece Mastino istanza per l'esecuzion del trattato, minacciando di dar Lucca ai Pisani; e contentatosi di detrarre dalla somma pattuita settanta mila fiorini di oro, volle che i Fiorentini prendessero il possesso di Lucca. Riuscì ad un corpo di lor gente e di Mastino di rompere le linee nemiche in un sito, ed entrare in quella città, che loro fu consegnata, sicchè cominciarono a far quivi i padroni. Poscia, nel dì 2 d'ottobre, si avvisarono di dare battaglia a' nemici[Cronica Sanese, tom. 15 Rer. Ital.], che l'accettarono senza farsi pregare. Aspro e fiero fu il combattimento, e sulle prime fu rovesciata la schiera grossa de' Pisani, abbattuta l'insegna di Luchino Visconte, e fatto prigione Giovanni da Oleggio suo capitano; ma in fine rimasero rotti i Fiorentini, che conquassati si ritirarono il meglio che poterono. Lieve fu l'uccisione; circa mille restarono prigioni, fra' quali alcuni nobili di Firenze col loro generale, e varii contestabili di Mastino e de' marchesi di Ferrara, che si portarono valentemente in quel conflitto. Ma, secondo l'autore della Storia Pistoiese[Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.], maggior fu la perdita de' vinti di quel che scriva il Villani. In gravi affanni per cotali disgrazie si trovarono i Fiorentini; ma rincorati da Mastino, dai marchesi d'Este e dal Pepoli signore di Bologna, che spedirono loro nuove milizie, si diedero a rifar l'armata e a fornirsi di gente, senza nondimeno poter ottenere dalre Robertocon tutte le lor fervorose istanze aiuto alcuno. Era invecchiato il re, e dal Villani viene imputato che, secondo il costume di quell'età, egli solamente attendesse a raunar moneta. Ma Roberto avea la Sicilia, dove impiegar le forze e il denaro, senza gittarlo in soccorso altrui.

Infatti non lasciava esso re Roberto di continuamente pensare alla Sicilia; ed avendo già conquistata l'isola diLipari[Giovanni Villani, lib. 11, cap. 137.], s'avvisò di potere in quest'anno impadronirsi di Milazzo. Pertanto nel dì 11 di giugno spedì verso colà una potente flotta con altra armata per terra, affine di rinfrescar quella di mare a misura del bisogno. Fu assediato Milazzo, e con un lungo trincieramento serrato; nè avendo con tutti i suoi tentativi potuto ilre don Pietrodar soccorso alla terra, questa capitolò nel dì 15 di settembre la resa; e fu un bell'acquisto pel re Roberto. Secondochè s'ha da Galvano Fiamma[Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.], studiòLuchino Viscontein questi tempi di pubblicar delle belle ed utili leggi per togliere gli abusi introdotti nelle passate rivoluzioni, volendo dappertutto la pace; e quantunque si desse ben a conoscere per ghibellinissimo di genio, pure egual protezione prendeva dei Guelfi, e vegliava alla sicurezza d'ognuno, ad impedire i mangiamenti degli uffiziali ed alla buona custodia della giustizia; di modo che Pietro Azario, allora vivente, ebbe a dire[Petrus Azarius, Chron., cap. 9, tom. 16 Rer. Ital.]ch'egli sarebbe stato tenuto per santo, se fosse stato men aspro e severo nei gastighi, e non avesse così implacabilmente perseguitati i suoi nipoti. Fioriva in questi tempiFrancesco Petrarca, uomo allora di mirabil credito nella poesia latina, e che dipoi fu solamente ammirato per la volgare. Essendo egli ito a Napoli, di molte dimostrazioni di stima e finezze ricevette dal reRoberto, principe amator delle lettere e dei letterati[Muratori, Vit. del Petrarca, Rime.]. Voleva esso re indurlo a ricevere in quella metropoli la laurea poetica; ma invitato il Petrarca a Roma, antepose ad ogni altra quell'augusta città; e però, nel dì 8 d'aprile, giorno di Pasqua dell'anno presente, nel Campidoglio con solennità magnifica gli fu conferita la corona d'alloro, dato ampio privilegio, e fatti dei bei regali. Servì poi cotale esempio per invogliar di simileonore altri poeti de' secoli susseguenti; e i più sel procacciarono dagl'imperadori con un pezzo di carta pecorina, pagata nondimeno assai caro da essi.


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