MCCCXXAnno diCristomcccxx. IndizioneIII.Giovanni XXIIpapa 5.Imperio vacante.Arrivato nell'anno precedente ad Avignone ilre Robertoper chiedere apapa Giovanniaiuto contra de' Lombardi assediatori di Genova, allora fu che espresse il suo sdegno e desio di vendicarsi; giacchè a lui pareva un enorme affronto quell'averlo i Lombardi assediato e ristretto in Genova, perchè doveano quegl'insolenti, dacchè seppero essere ivi in persona un re, colla testa bassa andarsene con Dio. Giovanni canonico di San Vittore, scrittor di questi tempi, confessa[Johannes Canonicus S. Victoris, in Vita Johannis XXII.], avere Roberto anche egli così assedialo il papa, suo, per così dire, schiavo, che niuna spedizione si faceva allora nella curia pontificia.Dictus autem rex cum papa moram faciens ita eum suis negotiis occupabat, quod nihil, aut parum expediebatur in Curia, immo etiam negotia personalia papae totaliter infecta remanebant.Ma che si trattava con tanti colloquii in que' gabinetti? Di annientare il ghibellinismo in Italia, e di aprir la strada al re Roberto di divenir padrone d'essa Italia, con escludere i due litiganti eletti re de' Romani in Germania[Raynald., in Annal. Eccles, ad hunc ann., num. 9. Annal. Mediolan., cap. 92, tom. 16 Rer. Italic.]. A questo fine Roberto si fece creare o conformare vicario d'Italia, vacante l'imperio, e subordinato a lui con questo titoloFilippo di Valois, del quale fra poco parleremo. Se riusciva a Roberto di abbassare i Ghibellini, e di ottenere il dominio o governo delle città tenute da loro, siccome avea fatto di tante città guelfe, avrebbe poi pensato se conveniva restituir tutto a chi avesse voluto venir di Germania a cercar la corona di Italia. Niuno intanto dei due principi litiganti osava di calare in Italia, perchè Robertoseppe ben instruire papa Giovanni XXII per impedirlo. Ora la maniera di distruggere il velenoso serpente del ghibellinismo era quella di schiacciarne il capo, cioèMatteo Visconte, padrone allora di Milano, Pavia, Piacenza, Novara, Alessandria, Tortona, Como, Lodi, Bergamo e d'altre terre. Vinto questo, andava il resto. Operò dunque Roberto, che se Matteo non ubbidiva co' suoi figliuoli ai comandamenti del papa, fosse scomunicato, e posto l'interdetto a tutte le città da lui possedute; e che anche il papa gli facesse guerra, ed impiegasse i tesori della Chiesa in questa creduta probabilmente santa impresa. A buon conto, dieci galee, preparate ed armate dal papa per mandarle in Terra santa, furono cedute al re per valersene in aiuto de' Genovesi. Ma perciocchè si sarebbe potuto dire, siccome infatti si disse[Annal. Mediolan., cap. 91, tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano, all'an. 1318.], che al pontefice sconveniva il mischiarsi in guerre per invadere gli Stati altrui, e poco ben sonare il far servire la religione a fini politici; mentre non appariva che i romani pontefici avessero diritto alcuno temporale sopra Milano e sopra le altre città di Lombardia, marca di Verona e Toscana, mentre essi principi tenevano quelle città dall'imperio e le conservavano per l'imperio[Raynaldus in Annal. Eccles., num. 10.]: fu anche trovato il ripiego di dar colore di religione a questa guerra. Andò pertanto ordine agli inquisitori di fare un processo di eresia a Matteo Visconte e a' suoi figliuoli[Bonincontrus Morigia, Chron. Mod., lib. 2, cap. 26, tom. 12 Rer. Ital.]; e lo stesso dipoi fu fatto controCane dalla Scala,Passerinosignor di Mantova, imarchesi estensisignori di Ferrara, ed altri capi de' Ghibellini d'allora: i quali tutti, benchè protestassero d'essere buoni cattolici e ubbidienti alla Chiesa nello spirituale, pure si trovarono dichiarati eretici, e fu predicata contro di loro la croce. In somma abusossi il re Roberto,per quanto potè, della smoderata sua autorità nella corte pontificia, facendo far quanti passi a lui piacquero a papa Giovanni, con porgere ora motivo a noi di deplorare i tempi d'allora. Che i re e principi della terra facciano guerre, è una pension dura, ma inevitabile, di questo misero mondo. Inoltre, che il re Roberto tendesse a conquistar l'Italia, può aver qualche scusa. Altrettanto ancora faceano dal canto loro i Ghibellini; nè questi certo nelle iniquità la cedevano ai Guelfi. Ma sempre sarà da desiderare che il sacerdozio, istituito da Dio per bene dell'anime e per seminar la pace, non entri ad aiutare e fomentar la ambiziose voglie de' principi terreni, e molto più guardi dall'ambizione sè stesso.Ora il papa e il re Roberto, a fin di compiere la meditata impresa, sommossero il giovane principeFilippo di Valoisdella casa di Francia, figliuolo di quel Carlo, tuttavia vivente, che già vedemmo in Italia a' tempi di Bonifazio VIII[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 107. Gualvaneus Flamma, cap. 359, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Astense, cap. 101, tom. eod.], e il mandarono in Lombardia con bella armata di baroni ed uomini d'armi. A lui si unì con altra gente, e coi fuorusciti guelfi di varie città,Beltrando dal Poggettocardinale legato. Fecero amendue capo alla città d'Asti, che ubbidiva al re Roberto, nel giorno cinque di luglio. Già un mese correva che con viva guerra si disputava fra le due potenti case de' Tizzoni e degli Avvocati il possesso e dominio della città di Vercelli. I cavalieri tedeschi di Matteo Visconte erano a quell'assedio in favore de' Tizzoni ghibellini. Udito questo rumore, Filippo di Valois, senza voler aspettare i rinforzi d'altri combattenti, che gli doveano venir di Francia, parte dal papa, parte dal re Roberto, dal re di Francia e dal principe Carlo suo padre, ed anche da Bologna e Toscana, corse a Vercelli per desio di liberar gli Avvocati guelfi assediati dai Ghibellini. Ma non perdè tempo MatteoVisconte[Bonincontrus Morigia, lib. 2, cap. 26, tom. 12 Rer. Ital.]ad inviare a quella medesima danzaGaleazzoeMarcosuoi figliuoli con più di tre mila cavalli (altri dicono cinque mila) e circa trenta mila pedoni, raccolti da tutte le città sue suddite o amiche di Lombardia. A questo formidabile sforzo d'armi venne incontro l'esercito franzese con apparenza di voler battaglia; ma battaglia non seguì. Bensì avvenne che Filippo di Valois, qual era venuto, se ne tornò con sue genti in Francia, maledetto e vituperato dagli aderenti suoi rimasti in Italia colle mani piene solamente di mosche. Molte per questa cagione furono le dicerie d'allora[Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 107. Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Chi attribuì la di lui ritirata a' danari ben impiegati dai Visconti, per guadagnar lui, o Bernardo da Mangolio o Mercolio, suo maresciallo; e chi all'essersi trovato quel principe come assediato, senza poter avere sussistenza per gli uomini e per li cavalli; e chi all'avergli Galeazzo Visconte, o in persona o per mediatori[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], fatto conoscere lo svantaggio in cui egli si trovava, per essere l'armata, de' Milanesi e collegati più di due cotanti che quella della Chiesa; e che esso Galeazzo, per la riverenza professata da lui a quel principe, al conte di Valois suo padre, da cui era stato fatto cavaliere, nol volea offendere, come potea. E questo è ben più probabile, considerato il valore e l'onoratezza di quel principe, e confessando il Villani, essersi scusato Filippo col pontefice e col padre d'aver così operato, perchè esso papa e il re Roberto non l'aveano fornito a tempo della moneta e gente promessa. Quel che è certo, regalato dai Visconti e, in buona armonia con loro, se ne tornò Filippo di Valois in Francia, principe, che, siccome vedremo nell'anno 1328, per la mancanza de' figliuoli di Filippo il Bello, succedette in quel fioritissimo regno.Continuò ancora in quest'anno lo ostinato assedio di Genova, e l'aspra guerra fra i Genovesi sostenuti dal re Roberto, e gli usciti loro, collegati coi Ghibellini lombardi, sì per terra che per mare. S'empierebbono molte carte, se si volesse riferir tutte le varie prodezze ed azioni militari sì dell'una che dell'altra parte. Scrive Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 115.], aver creduto i savii che, in comparazione dell'assedio di Troia, non fosse da meno quello di Genova, per le tante battaglie che ivi succederono. Presero i Genovesi guelfi dominanti molte galee degli usciti Ghibellini, che s'erano ritirate in Lerice[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Andarono ad Albenga, e tolsero quella città ai nemici nel dì 22 di giugno, con darle un orrido saccheggio senza rispetto alcuno ai sacri templi, e con altre simili iniquità. Al grosso borgo di Chiavari toccò la medesima sventura più d'una volta, ora dai Guelfi ed ora dai Ghibellini. In questi tempi collegatosi coi suddetti usciti ghibellini, e conMatteo Visconte,Federigo redi Sicilia[Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 15, tom. 10 Rer. Ital.], mandò in loro aiuto quarantadue tra galee e legni grossi da trasporto. Allora fu così stretta per mare la città di Genova, che, non potendo ricevere più vettovaglia da quella parte, cominciò quasi a disperare. Ma il papa e il re Roberto, fatto un armamento di cinquantacinque galee in Napoli e Provenza, spedirono a tempo quella flotta, alla cui vista i Siciliani veleggiarono alla volta di Napoli, e diedero il sacco all'isola d'Ischia. Inseguiti indarno dalla flotta provenzale e napoletana, di cui era ammiraglio Raimondo da Cardona, che poco o nulla fece in quest'anno, tornarono dipoi ai danni di Genova.Mosse guerraCastrucciosignor di Lucca in quest'anno nel mese d'aprile a' Fiorentini, e tolse loro Cappiano, Monte Falcone e Santa Maria al Monte. Tornatoposcia a Lucca senza vedere movimento dei Fiorentini, che non si aspettavano questo insulto, con cinquecento cavalli e dodici mila fanti[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 107.]cavalcò contra de' Genovesi guelfi nel mese d'agosto. Entrato nella Riviera di Levante, se gli arrenderono varie castella; e già si preparava egli a fare di più, quando gli fu recata la nuova che i Fiorentini con grande sforzo erano entrati nel territorio di Lucca nelle contrade di Valdinievole, mettendo tutto a ferro e fuoco. Più che di fretta se ne tornò Castruccio indietro, e vigorosamente venne a Cappiano in sulla Gusciana a fronte de' Fiorentini. Quivi stettero le due armate solamente badaluccando sino al verno, che tutti li fece tornare a casa. Essendo morto in quest'anno nel dì primo di maggioGherardo della Gherardesca, chiamato Gaddo, conte di Donoratico e signore di Pisa, dal popolo pisano in luogo suo fu eletto signore ilconte Rinierisuo zio paterno, appellato Neri, il quale amò e favorì forte i Ghibellini e chi era stato parziale di Uguccione; e, per meglio sostenersi, fece lega con Castruccio signore di Lucca, dandogli occultamente favore contro de' Fiorentini. S'ebbe tanto a maleCane dalla Scalasignor di Verona cheFederigo ducad'Austria avesse preso il dominio di Padova, che, come se punto non curasse di lui, continuò la guerra con quella città[Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.]. Tentò furtivamente di entrarvi nel dì 3 di giugno, e ne fu rispinto. Diede il guasto al raccolto dei Padovani, e talmente li ristrinse, che niuno ardiva d'uscire fuor delle porte. Male stava quel popolo; tutte le sue castella, fuorchè Bassano e Pendisio, erano in poter di Cane, che neppure lasciava venir l'acque alla città per macinare, ed avea fabbricata una forte bastia al ponte del Bassanello. Perciò i Padovani con lettere e messi tempestavano ilconte Arrigodi Gorizia, vicario del duca d'Austria,che portasse loro soccorso, altrimenti erano spediti. Giunse infatti esso conte con ottocento elmi, cioè cavalieri, la notte del dì 25 d'agosto, ed entrò, senza essere sentito dall'oste nemica, in Padova. Nel dì seguente uscirono i Padovani e Tedeschi per visitar la fossa tirata da Cane intorno alla città. Cane anch'egli usci della bastia con pochi per osservar quella novità, cioè come i Padovani fossero divenuti sì arditi. Venne una freccia a ferirlo in una coscia. Tornossene dunque indietro e mise in armi la sua gente. Ma essendosi inoltrata la cavalleria tedesca, l'esercito di Cane prese tosto la fuga, lasciando indietro armi e bagaglio, e abbandonando la lor forte bastia. Cane stesso, inseguito da' Tedeschi, spronò forte alla volta di Monselice. Per buona fortuna trovò un contadino, il quale con una cavalla andando al mulino, e veggendo Cane col suo cavallo sì stanco, gli esibì la sua giumenta. Con questa egli giunse a Monselice; e di là poi per Este si ridusse a Verona. Questa fu la prima volta che Cane, imparò a conoscere cosa è la paura. Andarono poscia i Tedeschi e Padovani, ma lentamente, a Monselice, e l'assediarono, battendo quella terra coi mangani; e intanto i bravi Tedeschi davano il guasto alla campagna, come quel non fosse paese dei Padovani amici. In questo tempo spedì Cane ilmarchese MalaspinaedAldrighetto contedi Castelbarco al conte di Gorizia, che era passato ad Este. Quel che trattassero, non si sa. Solamente è noto che il conte, lasciato l'esercito, se ne tornò a Padova: il che inteso da' Padovani, che erano sotto Monselice, come se avessero veduto coi lor occhi dati da Cane al conte di Gorizia dei sacchetti d'oro, tutti in collera e furia se ne tornarono anch'essi a Padova, lasciando indietro le macchine da guerra, nel dì 24 di settembre. Cominciossi da lì innanzi a trattar di pace, e fu data di nuovo alle fiamme in queste turbolenze la bella terra d'Este. Erasi trattato aggiustamento fra imarchesi Estensisignori di Ferraraepapa Giovanni XXII. Volevano essi riconoscere Ferrara dalla Chiesa romana; esibivano censo e di sposare gl'interessi del papa nelle congiunture presenti[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Ma il papa persisteva in voler libero quel dominio, e che gli Estensi sloggiassero. Questa dura pretensione mandò a monte ogni trattato; la città fu sottoposta all'interdetto[Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.], scomunicati i marchesiRinaldoedObizzo, e contra di loro si diede principio ad un processo d'inquisizione, per cui que' principi, benchè zelanti cattolici, e per antica inclinazione Guelfi, si videro con lor maraviglia cangiati in eretici e nemici del papa. L'assedio di Spoleti, fatto da' Perugini[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 102.], durava ancora nell'anno presente; ma cessò, perchèFederigo contedi Montefeltro fece ribellare ad essi Perugini la città d'Assisi, ad assediar la quale, lasciato Spoleti, volarono gli adirati Perugini. Restati liberi gli Spoletini, commisero poco appresso una troppo nera scelleraggine, col correre a far vendetta dei danni ricevuti da quei di Perugia contra ducento buoni lor concittadini di parte guelfa, che erano carcerati, con attaccar fuoco alla prigione, dove tutti perirono. Circa questi tempi, se pur non fu prima, la città d'Urbino passò sotto il dominio del suddetto Federigo conte di Montefeltro[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Recanati, Osimo e Fano si ribellarono al papa[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 122.]. Nel mese d'agosto i Guelfi di Rieti, coll'aiuto delle genti del re Roberto, presero l'armi contra de' Ghibellini, e ne uccisero più di mille. Ma da lì a quattro mesi i Ghibellini usciti, assistiti dalle forze di Sciarra dalla Colonna, mentre i Guelfi erano all'assedio di un castello, rientrarono in quella città, da cui rimasero esclusi i loro avversarii. Ripetiamolo pure: maledette fazioni, quanti mali recarono mai alle lor patrie e all'Italia tutta, la quale oggidì, trovandosicosì quieta e guarita da quelle pazzie, dovrebbe ben rallegrarsi e restarne tenuta a Dio.
Arrivato nell'anno precedente ad Avignone ilre Robertoper chiedere apapa Giovanniaiuto contra de' Lombardi assediatori di Genova, allora fu che espresse il suo sdegno e desio di vendicarsi; giacchè a lui pareva un enorme affronto quell'averlo i Lombardi assediato e ristretto in Genova, perchè doveano quegl'insolenti, dacchè seppero essere ivi in persona un re, colla testa bassa andarsene con Dio. Giovanni canonico di San Vittore, scrittor di questi tempi, confessa[Johannes Canonicus S. Victoris, in Vita Johannis XXII.], avere Roberto anche egli così assedialo il papa, suo, per così dire, schiavo, che niuna spedizione si faceva allora nella curia pontificia.Dictus autem rex cum papa moram faciens ita eum suis negotiis occupabat, quod nihil, aut parum expediebatur in Curia, immo etiam negotia personalia papae totaliter infecta remanebant.Ma che si trattava con tanti colloquii in que' gabinetti? Di annientare il ghibellinismo in Italia, e di aprir la strada al re Roberto di divenir padrone d'essa Italia, con escludere i due litiganti eletti re de' Romani in Germania[Raynald., in Annal. Eccles, ad hunc ann., num. 9. Annal. Mediolan., cap. 92, tom. 16 Rer. Italic.]. A questo fine Roberto si fece creare o conformare vicario d'Italia, vacante l'imperio, e subordinato a lui con questo titoloFilippo di Valois, del quale fra poco parleremo. Se riusciva a Roberto di abbassare i Ghibellini, e di ottenere il dominio o governo delle città tenute da loro, siccome avea fatto di tante città guelfe, avrebbe poi pensato se conveniva restituir tutto a chi avesse voluto venir di Germania a cercar la corona di Italia. Niuno intanto dei due principi litiganti osava di calare in Italia, perchè Robertoseppe ben instruire papa Giovanni XXII per impedirlo. Ora la maniera di distruggere il velenoso serpente del ghibellinismo era quella di schiacciarne il capo, cioèMatteo Visconte, padrone allora di Milano, Pavia, Piacenza, Novara, Alessandria, Tortona, Como, Lodi, Bergamo e d'altre terre. Vinto questo, andava il resto. Operò dunque Roberto, che se Matteo non ubbidiva co' suoi figliuoli ai comandamenti del papa, fosse scomunicato, e posto l'interdetto a tutte le città da lui possedute; e che anche il papa gli facesse guerra, ed impiegasse i tesori della Chiesa in questa creduta probabilmente santa impresa. A buon conto, dieci galee, preparate ed armate dal papa per mandarle in Terra santa, furono cedute al re per valersene in aiuto de' Genovesi. Ma perciocchè si sarebbe potuto dire, siccome infatti si disse[Annal. Mediolan., cap. 91, tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano, all'an. 1318.], che al pontefice sconveniva il mischiarsi in guerre per invadere gli Stati altrui, e poco ben sonare il far servire la religione a fini politici; mentre non appariva che i romani pontefici avessero diritto alcuno temporale sopra Milano e sopra le altre città di Lombardia, marca di Verona e Toscana, mentre essi principi tenevano quelle città dall'imperio e le conservavano per l'imperio[Raynaldus in Annal. Eccles., num. 10.]: fu anche trovato il ripiego di dar colore di religione a questa guerra. Andò pertanto ordine agli inquisitori di fare un processo di eresia a Matteo Visconte e a' suoi figliuoli[Bonincontrus Morigia, Chron. Mod., lib. 2, cap. 26, tom. 12 Rer. Ital.]; e lo stesso dipoi fu fatto controCane dalla Scala,Passerinosignor di Mantova, imarchesi estensisignori di Ferrara, ed altri capi de' Ghibellini d'allora: i quali tutti, benchè protestassero d'essere buoni cattolici e ubbidienti alla Chiesa nello spirituale, pure si trovarono dichiarati eretici, e fu predicata contro di loro la croce. In somma abusossi il re Roberto,per quanto potè, della smoderata sua autorità nella corte pontificia, facendo far quanti passi a lui piacquero a papa Giovanni, con porgere ora motivo a noi di deplorare i tempi d'allora. Che i re e principi della terra facciano guerre, è una pension dura, ma inevitabile, di questo misero mondo. Inoltre, che il re Roberto tendesse a conquistar l'Italia, può aver qualche scusa. Altrettanto ancora faceano dal canto loro i Ghibellini; nè questi certo nelle iniquità la cedevano ai Guelfi. Ma sempre sarà da desiderare che il sacerdozio, istituito da Dio per bene dell'anime e per seminar la pace, non entri ad aiutare e fomentar la ambiziose voglie de' principi terreni, e molto più guardi dall'ambizione sè stesso.
Ora il papa e il re Roberto, a fin di compiere la meditata impresa, sommossero il giovane principeFilippo di Valoisdella casa di Francia, figliuolo di quel Carlo, tuttavia vivente, che già vedemmo in Italia a' tempi di Bonifazio VIII[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 107. Gualvaneus Flamma, cap. 359, tom. 11 Rer. Ital. Chron. Astense, cap. 101, tom. eod.], e il mandarono in Lombardia con bella armata di baroni ed uomini d'armi. A lui si unì con altra gente, e coi fuorusciti guelfi di varie città,Beltrando dal Poggettocardinale legato. Fecero amendue capo alla città d'Asti, che ubbidiva al re Roberto, nel giorno cinque di luglio. Già un mese correva che con viva guerra si disputava fra le due potenti case de' Tizzoni e degli Avvocati il possesso e dominio della città di Vercelli. I cavalieri tedeschi di Matteo Visconte erano a quell'assedio in favore de' Tizzoni ghibellini. Udito questo rumore, Filippo di Valois, senza voler aspettare i rinforzi d'altri combattenti, che gli doveano venir di Francia, parte dal papa, parte dal re Roberto, dal re di Francia e dal principe Carlo suo padre, ed anche da Bologna e Toscana, corse a Vercelli per desio di liberar gli Avvocati guelfi assediati dai Ghibellini. Ma non perdè tempo MatteoVisconte[Bonincontrus Morigia, lib. 2, cap. 26, tom. 12 Rer. Ital.]ad inviare a quella medesima danzaGaleazzoeMarcosuoi figliuoli con più di tre mila cavalli (altri dicono cinque mila) e circa trenta mila pedoni, raccolti da tutte le città sue suddite o amiche di Lombardia. A questo formidabile sforzo d'armi venne incontro l'esercito franzese con apparenza di voler battaglia; ma battaglia non seguì. Bensì avvenne che Filippo di Valois, qual era venuto, se ne tornò con sue genti in Francia, maledetto e vituperato dagli aderenti suoi rimasti in Italia colle mani piene solamente di mosche. Molte per questa cagione furono le dicerie d'allora[Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 9, cap. 107. Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Chi attribuì la di lui ritirata a' danari ben impiegati dai Visconti, per guadagnar lui, o Bernardo da Mangolio o Mercolio, suo maresciallo; e chi all'essersi trovato quel principe come assediato, senza poter avere sussistenza per gli uomini e per li cavalli; e chi all'avergli Galeazzo Visconte, o in persona o per mediatori[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], fatto conoscere lo svantaggio in cui egli si trovava, per essere l'armata, de' Milanesi e collegati più di due cotanti che quella della Chiesa; e che esso Galeazzo, per la riverenza professata da lui a quel principe, al conte di Valois suo padre, da cui era stato fatto cavaliere, nol volea offendere, come potea. E questo è ben più probabile, considerato il valore e l'onoratezza di quel principe, e confessando il Villani, essersi scusato Filippo col pontefice e col padre d'aver così operato, perchè esso papa e il re Roberto non l'aveano fornito a tempo della moneta e gente promessa. Quel che è certo, regalato dai Visconti e, in buona armonia con loro, se ne tornò Filippo di Valois in Francia, principe, che, siccome vedremo nell'anno 1328, per la mancanza de' figliuoli di Filippo il Bello, succedette in quel fioritissimo regno.
Continuò ancora in quest'anno lo ostinato assedio di Genova, e l'aspra guerra fra i Genovesi sostenuti dal re Roberto, e gli usciti loro, collegati coi Ghibellini lombardi, sì per terra che per mare. S'empierebbono molte carte, se si volesse riferir tutte le varie prodezze ed azioni militari sì dell'una che dell'altra parte. Scrive Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 115.], aver creduto i savii che, in comparazione dell'assedio di Troia, non fosse da meno quello di Genova, per le tante battaglie che ivi succederono. Presero i Genovesi guelfi dominanti molte galee degli usciti Ghibellini, che s'erano ritirate in Lerice[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Andarono ad Albenga, e tolsero quella città ai nemici nel dì 22 di giugno, con darle un orrido saccheggio senza rispetto alcuno ai sacri templi, e con altre simili iniquità. Al grosso borgo di Chiavari toccò la medesima sventura più d'una volta, ora dai Guelfi ed ora dai Ghibellini. In questi tempi collegatosi coi suddetti usciti ghibellini, e conMatteo Visconte,Federigo redi Sicilia[Nicolaus Specialis, lib. 7, cap. 15, tom. 10 Rer. Ital.], mandò in loro aiuto quarantadue tra galee e legni grossi da trasporto. Allora fu così stretta per mare la città di Genova, che, non potendo ricevere più vettovaglia da quella parte, cominciò quasi a disperare. Ma il papa e il re Roberto, fatto un armamento di cinquantacinque galee in Napoli e Provenza, spedirono a tempo quella flotta, alla cui vista i Siciliani veleggiarono alla volta di Napoli, e diedero il sacco all'isola d'Ischia. Inseguiti indarno dalla flotta provenzale e napoletana, di cui era ammiraglio Raimondo da Cardona, che poco o nulla fece in quest'anno, tornarono dipoi ai danni di Genova.
Mosse guerraCastrucciosignor di Lucca in quest'anno nel mese d'aprile a' Fiorentini, e tolse loro Cappiano, Monte Falcone e Santa Maria al Monte. Tornatoposcia a Lucca senza vedere movimento dei Fiorentini, che non si aspettavano questo insulto, con cinquecento cavalli e dodici mila fanti[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 107.]cavalcò contra de' Genovesi guelfi nel mese d'agosto. Entrato nella Riviera di Levante, se gli arrenderono varie castella; e già si preparava egli a fare di più, quando gli fu recata la nuova che i Fiorentini con grande sforzo erano entrati nel territorio di Lucca nelle contrade di Valdinievole, mettendo tutto a ferro e fuoco. Più che di fretta se ne tornò Castruccio indietro, e vigorosamente venne a Cappiano in sulla Gusciana a fronte de' Fiorentini. Quivi stettero le due armate solamente badaluccando sino al verno, che tutti li fece tornare a casa. Essendo morto in quest'anno nel dì primo di maggioGherardo della Gherardesca, chiamato Gaddo, conte di Donoratico e signore di Pisa, dal popolo pisano in luogo suo fu eletto signore ilconte Rinierisuo zio paterno, appellato Neri, il quale amò e favorì forte i Ghibellini e chi era stato parziale di Uguccione; e, per meglio sostenersi, fece lega con Castruccio signore di Lucca, dandogli occultamente favore contro de' Fiorentini. S'ebbe tanto a maleCane dalla Scalasignor di Verona cheFederigo ducad'Austria avesse preso il dominio di Padova, che, come se punto non curasse di lui, continuò la guerra con quella città[Cortus. Chron., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Ital.]. Tentò furtivamente di entrarvi nel dì 3 di giugno, e ne fu rispinto. Diede il guasto al raccolto dei Padovani, e talmente li ristrinse, che niuno ardiva d'uscire fuor delle porte. Male stava quel popolo; tutte le sue castella, fuorchè Bassano e Pendisio, erano in poter di Cane, che neppure lasciava venir l'acque alla città per macinare, ed avea fabbricata una forte bastia al ponte del Bassanello. Perciò i Padovani con lettere e messi tempestavano ilconte Arrigodi Gorizia, vicario del duca d'Austria,che portasse loro soccorso, altrimenti erano spediti. Giunse infatti esso conte con ottocento elmi, cioè cavalieri, la notte del dì 25 d'agosto, ed entrò, senza essere sentito dall'oste nemica, in Padova. Nel dì seguente uscirono i Padovani e Tedeschi per visitar la fossa tirata da Cane intorno alla città. Cane anch'egli usci della bastia con pochi per osservar quella novità, cioè come i Padovani fossero divenuti sì arditi. Venne una freccia a ferirlo in una coscia. Tornossene dunque indietro e mise in armi la sua gente. Ma essendosi inoltrata la cavalleria tedesca, l'esercito di Cane prese tosto la fuga, lasciando indietro armi e bagaglio, e abbandonando la lor forte bastia. Cane stesso, inseguito da' Tedeschi, spronò forte alla volta di Monselice. Per buona fortuna trovò un contadino, il quale con una cavalla andando al mulino, e veggendo Cane col suo cavallo sì stanco, gli esibì la sua giumenta. Con questa egli giunse a Monselice; e di là poi per Este si ridusse a Verona. Questa fu la prima volta che Cane, imparò a conoscere cosa è la paura. Andarono poscia i Tedeschi e Padovani, ma lentamente, a Monselice, e l'assediarono, battendo quella terra coi mangani; e intanto i bravi Tedeschi davano il guasto alla campagna, come quel non fosse paese dei Padovani amici. In questo tempo spedì Cane ilmarchese MalaspinaedAldrighetto contedi Castelbarco al conte di Gorizia, che era passato ad Este. Quel che trattassero, non si sa. Solamente è noto che il conte, lasciato l'esercito, se ne tornò a Padova: il che inteso da' Padovani, che erano sotto Monselice, come se avessero veduto coi lor occhi dati da Cane al conte di Gorizia dei sacchetti d'oro, tutti in collera e furia se ne tornarono anch'essi a Padova, lasciando indietro le macchine da guerra, nel dì 24 di settembre. Cominciossi da lì innanzi a trattar di pace, e fu data di nuovo alle fiamme in queste turbolenze la bella terra d'Este. Erasi trattato aggiustamento fra imarchesi Estensisignori di Ferraraepapa Giovanni XXII. Volevano essi riconoscere Ferrara dalla Chiesa romana; esibivano censo e di sposare gl'interessi del papa nelle congiunture presenti[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Ma il papa persisteva in voler libero quel dominio, e che gli Estensi sloggiassero. Questa dura pretensione mandò a monte ogni trattato; la città fu sottoposta all'interdetto[Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.], scomunicati i marchesiRinaldoedObizzo, e contra di loro si diede principio ad un processo d'inquisizione, per cui que' principi, benchè zelanti cattolici, e per antica inclinazione Guelfi, si videro con lor maraviglia cangiati in eretici e nemici del papa. L'assedio di Spoleti, fatto da' Perugini[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 102.], durava ancora nell'anno presente; ma cessò, perchèFederigo contedi Montefeltro fece ribellare ad essi Perugini la città d'Assisi, ad assediar la quale, lasciato Spoleti, volarono gli adirati Perugini. Restati liberi gli Spoletini, commisero poco appresso una troppo nera scelleraggine, col correre a far vendetta dei danni ricevuti da quei di Perugia contra ducento buoni lor concittadini di parte guelfa, che erano carcerati, con attaccar fuoco alla prigione, dove tutti perirono. Circa questi tempi, se pur non fu prima, la città d'Urbino passò sotto il dominio del suddetto Federigo conte di Montefeltro[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Recanati, Osimo e Fano si ribellarono al papa[Giovanni Villani, lib. 9, cap. 122.]. Nel mese d'agosto i Guelfi di Rieti, coll'aiuto delle genti del re Roberto, presero l'armi contra de' Ghibellini, e ne uccisero più di mille. Ma da lì a quattro mesi i Ghibellini usciti, assistiti dalle forze di Sciarra dalla Colonna, mentre i Guelfi erano all'assedio di un castello, rientrarono in quella città, da cui rimasero esclusi i loro avversarii. Ripetiamolo pure: maledette fazioni, quanti mali recarono mai alle lor patrie e all'Italia tutta, la quale oggidì, trovandosicosì quieta e guarita da quelle pazzie, dovrebbe ben rallegrarsi e restarne tenuta a Dio.