MCCCXXXIIIAnno diCristomcccxxxiii. Indiz.I.Giovanni XXIIpapa 18.Imperio vacante.Per la vittoria riportata nel precedente novembre dalprincipe Carloa San Felice colla sconfitta dell'esercito estense[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.],Beltrando cardinalelegato, siccome persona di niuna fede, dimenticando l'investitura di Ferrara data agli Estensi, si figurò venuto il beato giorno di aggiugnere ancor quella città alle sue conquiste. Però fece muover guerra dagli Argentani a' Ferraresi nel mese di gennaio, e poco appresso, senza disfida alcuna, anche egli spedì le sue genti a dare il guasto al territorio di Ferrara. Avvenne che nel dì 6 di febbraio stando ilmarchese Niccolòa Consandolo[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.], facendo la guardia a quella Stellata, arrivarono colà le milizie del legato, e diedero battaglia. Accorse armato il marchese; ma, cadutogli il cavallo in un fosso, fu preso e condotto con altri nelle carceri di Bologna, e la Stellata venne in poter de' nemici. Questo felice colpo facilitò all'armata pontificia il passaggio del Po; e però senza contrasto giunse fin sotto Ferrara, e postatasi nel borgo di sotto e sul Polesine di Santo Antonio, cinse quella città d'assedio. Tutti i primati della Romagna colle genti di quella provincia e di Bologna, per ordine del legato, vennero a quell'impresa. Un grosso naviglio ancora fu spedito per Po a' danni di quella città, che venne bersagliata dalle macchine militari, e tentata con varii assalti per più di nove settimane. Implorarono in tante angustie i marchesi il soccorso de' principi confederati, i quali, perchè troppo premeva loro che non cadesse nelle mani dell'ambizioso legato così importante città, vi spedirono cadauno un corpo di cavalleria e fanteria. Ne mandòAzzo Viscontelor cugino, ne mandarono i Gonzaghi, i Fiorentini, ma piùMastino dalla Scala. Appenafurono entrati in Ferrara questi rinforzi, che, tenuto consiglio di guerra, fu risoluto di dare nel dì seguente addosso a' nemici. Però nel felicissimo giorno 14 d'aprile ilmarchese Rinaldo, lasciato alla guardia della città ilmarchese Obizzosuo fratello, fu il primo ad uscire coi coraggiosi Ferraresi, e percosse nei nemici[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital, Chron. Bononiense, tom. eodem. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]. Gli tennero dietro tutti gli altri campioni, e sì vigoroso fu l'assalto, che in breve andò in rotta tutto il potente campo pontificio con vittoria sì segnalata, che fu comparabile colle migliori di quel secolo. Alcune migliaia di persone vi restarono uccise od annegate, prese più di due mila, guadagnati duemila cavalli, con immenso bottino di bagaglio, armi ed arnesi da guerra, e gran quantità di navi. Fra i prigioni si contarono ilconte d'Armignaccavenuto di Francia per maresciallo dello esercito papale, due nipoti del legato, l'uno dei quali suo camerlengo,MalatestaeGaleottoda Rimini,RicciardoeCecchino de Manfredida Faenza,Ostasio da Polentada Ravenna,Francesco degli Ordelaffida Forlì, iconti di CunioeBagnacavallo, Lippo degli Alidosida Imola, tutti gran signori sotto l'ubbidienza del legato, ed altri nobili di Bologna e Romagna. L'avvocato di Trivigi conferì in sì felice giornata l'ordine della cavalleria al marchese Rinaldo, ed egli poi fece cavalieri il marchese Obizzo suo fratello ed altri suoi parenti. Paga doppia fu sborsata ai soldati, e nel dì 18 di giugno le genti dei marchesi diedero una rotta anche agli Argentani e ad altra gente del legato: del che fu gran rumore ed urli in Argenta.Considerabil perdita fece nella sconfitta di Ferrara il cardinal legato; e pure peggiori ancora ne furono le conseguenze[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. De' prigioni fatti, e tutti ben trattati, ritennero i marchesi estensi il solo conte di Armignacca, che dopo trentatrèmesi di prigionia col pagamento di cinquanta mila fiorini d'oro si riscattò. I nipoti del legato con altri nobili guasconi furono cambiati colmarchese Niccolò, che era prigione in Bologna. Tutti gli altri gran signori della Romagna ebbero da lì a non molto la libertà senza riscatto veruno, ma con segreti patti e promesse fatte ai marchesi, che vennero presto alla luce, benchè fingessero di essere liberati collo sborso di molta moneta, mostrandosi poi corrucciati contro al legato, che un soldo non volle spendere per la loro liberazione. OraMalatestaeGaleottodei Malatesti[Chron. Caesen., tom. 14, Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], dacchè furono liberi, segretamente fecero pace e lega conFerrantinoe cogli altri della lor casa; e nel mese d'agosto diedero principio alla ribellione contra del cardinale legato, assistiti da varii rinforzi venuti loro da Arezzo, dalla Marca e da Ferrara. Presero tutto il contado di Rimini, e nel dì 17 di agosto assediarono la stessa città, dove entrarono vittoriosi nel dì 22 di settembre, con ispogliare e cacciarne il presidio del legato. Nello stesso tempoFrancesco degli Ordelaffi[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 226.]penetrato occultamente entro un carro di fieno in Forlì, e, mossa a rumore la terra, se ne impadronì nel dì 12, oppure 19 dello stesso settembre, e pienamente ancora ebbe il dominio di Forlimpopoli. ParimenteGhello da Calisidionel dì 25 del medesimo mese fece rivoltar Cesena. La guarnigion pontificia si rifuggì nel forte castello, e lo difese sino al giorno 4 del seguente gennaio, in cui a buoni patti lo rendè agli assedianti. E tuttochè, il legato con un esercito di due mila cavalli e sei mila pedoni entrasse nel territorio di Cesena, e vi prendesse molte castella, pure niun tentativo fece per ricuperar quella città. Poscia nel mese di ottobreOstasioeRambertoda Polenta occuparonoRavenna,CerviaeBertinoro, ed apertamente si ribellarono al cardinale legato. Ecco ifrutti della guerra da lui mossa contro la buona fede ai marchesi di Ferrara[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]; i quali nel novembre di quest'anno mandarono un grosso esercito per terra e per Po addosso alla città d'Argenta. Perchè il ponte fabbricato da quel popolo non si potè rompere con tutte le pruove dell'armi, il marchese Rinaldo, fatta tagliare gran copia di salici, la lasciò andar giù per la corrente del fiume; e questa affollata al ponte, tenendo in collo l'acqua, lo ruppe in fine. Dopo di che si formò l'assedio di quella città, che durò sino all'anno seguente.Si vide sconvolta Roma in questi tempi per le nemiche fazioni de' Colonnesi ed Orsini. Furono uccisi a tradimento Bernardo e Francesco Orsini da Stefano dalla Colonna figlio di Sciarra[Raynaldus, in Annal. Eccles., n. 25. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 220.]. Corse colàGiovanni cardinaleOrsino, legato apostolico in Toscana, ed, abusandosi della sua autorità, fece colle forze della Chiesa, viva guerra ai Colonnesi, del che fu ripreso dapapa Giovanni, con ordinargli di ritornare al suo uffizio. Una fierissima disavventura occorse nel giorno primo di novembre alla città di Firenze, creduta da alcuni gastigo di Dio, per l'enorme dissolutezza che regnava allora in quella città[Giovanni Villani, lib. 11 cap. 1.]. Essendo caduto uno smisurato diluvio d'acque, l'Arno spaventosamente si gonfiò, ed, uscito degli argini, inondò gran tratto di paese. Seco trasse alberi e legnami in tal copia, che fatta rosta ai ponti di Firenze, li fracassò, ed altamente allagò la maggior parte della città e il territorio tutto fino a Pisa. Inestimabile fu il danno recato a quella città e a tanto paese, per la morte di molte centinaia di persone e d'infinito bestiame, guasto di case, palagi e magazzini; di maniera che que' popoli si crederono come giunti al giudizio finale. Se non eguali, grandi nondimeno furono i danni recati anche dal Tevere ai contadidi Borgo San Sepolcro, Perugia, Todi, Orvieto, Roma ed altri luoghi: il che diede occasion di disputare in Firenze, se tanti disordini venissero da cagion naturale, oppure miracolosamente dalla mano di Dio. Ma questo medesimo flagello ha patito Firenze con altri luoghi della Toscana nel principio di novembre dell'anno 1740. Le nevi cadute troppo di buon'ora ai monti, che per non essere dal freddo indurate, facilmente si squagliano al primo vento caldo, quelle sono che cagionano sì fatte stravaganze. Però guardati da nevi abbondanti fioccate sul fine d'ottobre, o sul principio di novembre.Nel gennaio dell'anno presente[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 213.]Carlo figliuolo del re di Boemiaandò a Lucca. Gran festa fecero i Lucchesi per la sua venuta; ma in breve lor venne freddo, perchè egli pose loro una colta di quaranta mila fiorini d'oro, e a gran fatica ne ricavò venticinque mila. Tornossene presto in Lombardia, perchè ilre Giovannisuo padre calò di Francia in Piemonte con ottocento cavalieri scelti di oltramonte. Nel dì 26 di febbraio giunse il re a Parma, e di là si mosse nel dì 10 di marzo per dare soccorso al castello di Pavia, assediato daAzzo Visconte. V'introdusse egli bensì qualche vettovaglia, ma senza poter fare sloggiare il nemico esercito, ch'era fortemente affossato e trincierato intorno al castello[Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Partito ch'egli fu, seguitò l'assedio; e finalmente o per l'esca dell'oro, o per difetto di viveri, esso castello nel mese di giugno capitolò la resa al Visconte, salve le persone. Restarono padroni di quella città i Beccheria, e in parte lo stesso Visconte.Giovannisuo zio, vescovo e signor di Novara, circa questi tempi seppe così ben maneggiarsi alla corte pontificia, che ottenne l'amministrazione dell'arcivescovato di Milano, con pagare annualmente all'arcivescovo Aicardobandito mille e cinquecento fiorini d'oro. Dopo di che sidiede a ricuperare i diritti di quella chiesa, a rifare il palazzo archiepiscopale, a fabbricar nuovi palagi e case, e a tenere una magnifica corte in Milano: con che la fortuna e grandezza de' Visconti ogni dì saliva più in alto. Ora il re di Boemia col suo esercito, accresciuto da' Piacentini e dagli altri suoi fedeli, cavalcò sul distretto di Milano, distrusse Landriano, e diede il guasto a gran tratto di paese, sperando pure di tirar a battaglia Azzo Visconte; ma questi si guardò di dargli un tal gusto. Passò il re fino a Bergamo, dove trovò quel popolo e presidio ben preparato a difendersi. Fecesi poi una tregua fra lui e i collegati. Nel mese di giugno si portò a Bologna[Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.], accompagnato da' suoi vicarii, cioè daOrlando Rossodi Parma,Manfredi Piodi Modena,Guglielmo Foglianodi Reggio, ePonzino de' Ponzonidi Cremona, e quivi col cardinale legato strinsero lega contra tutti i nemici del papa e del re di Boemia. Due volte fu a Lucca, città che i figliuoli di Castruccio tentarono in quest'anno di torgli, ma non la poterono tenere. Un buon salasso ogni volta diede alle borse di quel popolo, ed ivi lasciò per signore, o vicarioMarsilio(o piuttostoPietro)dei Rossi, con ricavare da lui trentacinque mila fiorini d'oro. Così avea venduto agli altri il vicariato delle altre città. Suo costume fu ancora di alienare con gran franchezza i beni de' comuni, e d'infeudare le castella, perchè era liberalissimo verso i suoi uffiziali, e nello stesso tempo assai povero, e tutto dì lo strigneva il bisogno di moneta. Giacchè durava la tregua, nel dì 5, oppure 19 di ottobre andò a Verona[Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.], dove con sommo onore, ma non senza meraviglia di molti, fu accolto daAlbertoeMastinofratelli dalla Scala, e magnificamente regalato da essi. Da lì a due giorni, accompagnato da Marsilio da Carrara sino alla Chiusa, passòin Germania, bastevolmente disingannato delle sue grandiose idee di farsi qui un altro regno. Dicea di volerci ritornare, ma non ne trovò mai più la via; e gl'Italiani non si curarono punto di lui, giacchè non aveano riportato da lui se non aggravii e danni. Carlo suo figliuolo l'avea preceduto nel medesimo viaggio, ed era anch'egli verso la metà d'agosto passato per Verona, con ricever ivi magnifici trattamenti e bei regali dagli Scaligeri. Grandi controversie erano state fin qui fraCarlo Uberto red'Ungheria eRoberto redi Napoli[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 224.], pretendendo il primo come suo retaggio il regno napoletano, per essere figliuolo diCarlo Martelloprimogenito delre Carlo II, laddove Roberto era secondogenito di esso re Carlo II. Si composero tali differenze solamente nel presente anno, perchè Roberto non avendo di sua prole se non due nipoti, nate dal fu duca di CalabriaCarlosuo figliuolo, promise in moglie la primogenitaGiovannaadAndreaprimogenito del suddetto re Carlo Uberto. Venne perciò lo stesso re d'Ungheria per mare col figliuolo, di età allora di soli sette anni, nel regno di Napoli, e quivi con dispensa del papa seguì il magnifico loro sposalizio. Se ne tornò in Ungheria il padre, e Andrea rimase in Napoli nella corte del re Roberto, zio e suocero suo.
Per la vittoria riportata nel precedente novembre dalprincipe Carloa San Felice colla sconfitta dell'esercito estense[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.],Beltrando cardinalelegato, siccome persona di niuna fede, dimenticando l'investitura di Ferrara data agli Estensi, si figurò venuto il beato giorno di aggiugnere ancor quella città alle sue conquiste. Però fece muover guerra dagli Argentani a' Ferraresi nel mese di gennaio, e poco appresso, senza disfida alcuna, anche egli spedì le sue genti a dare il guasto al territorio di Ferrara. Avvenne che nel dì 6 di febbraio stando ilmarchese Niccolòa Consandolo[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.], facendo la guardia a quella Stellata, arrivarono colà le milizie del legato, e diedero battaglia. Accorse armato il marchese; ma, cadutogli il cavallo in un fosso, fu preso e condotto con altri nelle carceri di Bologna, e la Stellata venne in poter de' nemici. Questo felice colpo facilitò all'armata pontificia il passaggio del Po; e però senza contrasto giunse fin sotto Ferrara, e postatasi nel borgo di sotto e sul Polesine di Santo Antonio, cinse quella città d'assedio. Tutti i primati della Romagna colle genti di quella provincia e di Bologna, per ordine del legato, vennero a quell'impresa. Un grosso naviglio ancora fu spedito per Po a' danni di quella città, che venne bersagliata dalle macchine militari, e tentata con varii assalti per più di nove settimane. Implorarono in tante angustie i marchesi il soccorso de' principi confederati, i quali, perchè troppo premeva loro che non cadesse nelle mani dell'ambizioso legato così importante città, vi spedirono cadauno un corpo di cavalleria e fanteria. Ne mandòAzzo Viscontelor cugino, ne mandarono i Gonzaghi, i Fiorentini, ma piùMastino dalla Scala. Appenafurono entrati in Ferrara questi rinforzi, che, tenuto consiglio di guerra, fu risoluto di dare nel dì seguente addosso a' nemici. Però nel felicissimo giorno 14 d'aprile ilmarchese Rinaldo, lasciato alla guardia della città ilmarchese Obizzosuo fratello, fu il primo ad uscire coi coraggiosi Ferraresi, e percosse nei nemici[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital, Chron. Bononiense, tom. eodem. Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]. Gli tennero dietro tutti gli altri campioni, e sì vigoroso fu l'assalto, che in breve andò in rotta tutto il potente campo pontificio con vittoria sì segnalata, che fu comparabile colle migliori di quel secolo. Alcune migliaia di persone vi restarono uccise od annegate, prese più di due mila, guadagnati duemila cavalli, con immenso bottino di bagaglio, armi ed arnesi da guerra, e gran quantità di navi. Fra i prigioni si contarono ilconte d'Armignaccavenuto di Francia per maresciallo dello esercito papale, due nipoti del legato, l'uno dei quali suo camerlengo,MalatestaeGaleottoda Rimini,RicciardoeCecchino de Manfredida Faenza,Ostasio da Polentada Ravenna,Francesco degli Ordelaffida Forlì, iconti di CunioeBagnacavallo, Lippo degli Alidosida Imola, tutti gran signori sotto l'ubbidienza del legato, ed altri nobili di Bologna e Romagna. L'avvocato di Trivigi conferì in sì felice giornata l'ordine della cavalleria al marchese Rinaldo, ed egli poi fece cavalieri il marchese Obizzo suo fratello ed altri suoi parenti. Paga doppia fu sborsata ai soldati, e nel dì 18 di giugno le genti dei marchesi diedero una rotta anche agli Argentani e ad altra gente del legato: del che fu gran rumore ed urli in Argenta.
Considerabil perdita fece nella sconfitta di Ferrara il cardinal legato; e pure peggiori ancora ne furono le conseguenze[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. De' prigioni fatti, e tutti ben trattati, ritennero i marchesi estensi il solo conte di Armignacca, che dopo trentatrèmesi di prigionia col pagamento di cinquanta mila fiorini d'oro si riscattò. I nipoti del legato con altri nobili guasconi furono cambiati colmarchese Niccolò, che era prigione in Bologna. Tutti gli altri gran signori della Romagna ebbero da lì a non molto la libertà senza riscatto veruno, ma con segreti patti e promesse fatte ai marchesi, che vennero presto alla luce, benchè fingessero di essere liberati collo sborso di molta moneta, mostrandosi poi corrucciati contro al legato, che un soldo non volle spendere per la loro liberazione. OraMalatestaeGaleottodei Malatesti[Chron. Caesen., tom. 14, Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], dacchè furono liberi, segretamente fecero pace e lega conFerrantinoe cogli altri della lor casa; e nel mese d'agosto diedero principio alla ribellione contra del cardinale legato, assistiti da varii rinforzi venuti loro da Arezzo, dalla Marca e da Ferrara. Presero tutto il contado di Rimini, e nel dì 17 di agosto assediarono la stessa città, dove entrarono vittoriosi nel dì 22 di settembre, con ispogliare e cacciarne il presidio del legato. Nello stesso tempoFrancesco degli Ordelaffi[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 226.]penetrato occultamente entro un carro di fieno in Forlì, e, mossa a rumore la terra, se ne impadronì nel dì 12, oppure 19 dello stesso settembre, e pienamente ancora ebbe il dominio di Forlimpopoli. ParimenteGhello da Calisidionel dì 25 del medesimo mese fece rivoltar Cesena. La guarnigion pontificia si rifuggì nel forte castello, e lo difese sino al giorno 4 del seguente gennaio, in cui a buoni patti lo rendè agli assedianti. E tuttochè, il legato con un esercito di due mila cavalli e sei mila pedoni entrasse nel territorio di Cesena, e vi prendesse molte castella, pure niun tentativo fece per ricuperar quella città. Poscia nel mese di ottobreOstasioeRambertoda Polenta occuparonoRavenna,CerviaeBertinoro, ed apertamente si ribellarono al cardinale legato. Ecco ifrutti della guerra da lui mossa contro la buona fede ai marchesi di Ferrara[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]; i quali nel novembre di quest'anno mandarono un grosso esercito per terra e per Po addosso alla città d'Argenta. Perchè il ponte fabbricato da quel popolo non si potè rompere con tutte le pruove dell'armi, il marchese Rinaldo, fatta tagliare gran copia di salici, la lasciò andar giù per la corrente del fiume; e questa affollata al ponte, tenendo in collo l'acqua, lo ruppe in fine. Dopo di che si formò l'assedio di quella città, che durò sino all'anno seguente.
Si vide sconvolta Roma in questi tempi per le nemiche fazioni de' Colonnesi ed Orsini. Furono uccisi a tradimento Bernardo e Francesco Orsini da Stefano dalla Colonna figlio di Sciarra[Raynaldus, in Annal. Eccles., n. 25. Giovanni Villani, lib. 10, cap. 220.]. Corse colàGiovanni cardinaleOrsino, legato apostolico in Toscana, ed, abusandosi della sua autorità, fece colle forze della Chiesa, viva guerra ai Colonnesi, del che fu ripreso dapapa Giovanni, con ordinargli di ritornare al suo uffizio. Una fierissima disavventura occorse nel giorno primo di novembre alla città di Firenze, creduta da alcuni gastigo di Dio, per l'enorme dissolutezza che regnava allora in quella città[Giovanni Villani, lib. 11 cap. 1.]. Essendo caduto uno smisurato diluvio d'acque, l'Arno spaventosamente si gonfiò, ed, uscito degli argini, inondò gran tratto di paese. Seco trasse alberi e legnami in tal copia, che fatta rosta ai ponti di Firenze, li fracassò, ed altamente allagò la maggior parte della città e il territorio tutto fino a Pisa. Inestimabile fu il danno recato a quella città e a tanto paese, per la morte di molte centinaia di persone e d'infinito bestiame, guasto di case, palagi e magazzini; di maniera che que' popoli si crederono come giunti al giudizio finale. Se non eguali, grandi nondimeno furono i danni recati anche dal Tevere ai contadidi Borgo San Sepolcro, Perugia, Todi, Orvieto, Roma ed altri luoghi: il che diede occasion di disputare in Firenze, se tanti disordini venissero da cagion naturale, oppure miracolosamente dalla mano di Dio. Ma questo medesimo flagello ha patito Firenze con altri luoghi della Toscana nel principio di novembre dell'anno 1740. Le nevi cadute troppo di buon'ora ai monti, che per non essere dal freddo indurate, facilmente si squagliano al primo vento caldo, quelle sono che cagionano sì fatte stravaganze. Però guardati da nevi abbondanti fioccate sul fine d'ottobre, o sul principio di novembre.
Nel gennaio dell'anno presente[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 213.]Carlo figliuolo del re di Boemiaandò a Lucca. Gran festa fecero i Lucchesi per la sua venuta; ma in breve lor venne freddo, perchè egli pose loro una colta di quaranta mila fiorini d'oro, e a gran fatica ne ricavò venticinque mila. Tornossene presto in Lombardia, perchè ilre Giovannisuo padre calò di Francia in Piemonte con ottocento cavalieri scelti di oltramonte. Nel dì 26 di febbraio giunse il re a Parma, e di là si mosse nel dì 10 di marzo per dare soccorso al castello di Pavia, assediato daAzzo Visconte. V'introdusse egli bensì qualche vettovaglia, ma senza poter fare sloggiare il nemico esercito, ch'era fortemente affossato e trincierato intorno al castello[Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Partito ch'egli fu, seguitò l'assedio; e finalmente o per l'esca dell'oro, o per difetto di viveri, esso castello nel mese di giugno capitolò la resa al Visconte, salve le persone. Restarono padroni di quella città i Beccheria, e in parte lo stesso Visconte.Giovannisuo zio, vescovo e signor di Novara, circa questi tempi seppe così ben maneggiarsi alla corte pontificia, che ottenne l'amministrazione dell'arcivescovato di Milano, con pagare annualmente all'arcivescovo Aicardobandito mille e cinquecento fiorini d'oro. Dopo di che sidiede a ricuperare i diritti di quella chiesa, a rifare il palazzo archiepiscopale, a fabbricar nuovi palagi e case, e a tenere una magnifica corte in Milano: con che la fortuna e grandezza de' Visconti ogni dì saliva più in alto. Ora il re di Boemia col suo esercito, accresciuto da' Piacentini e dagli altri suoi fedeli, cavalcò sul distretto di Milano, distrusse Landriano, e diede il guasto a gran tratto di paese, sperando pure di tirar a battaglia Azzo Visconte; ma questi si guardò di dargli un tal gusto. Passò il re fino a Bergamo, dove trovò quel popolo e presidio ben preparato a difendersi. Fecesi poi una tregua fra lui e i collegati. Nel mese di giugno si portò a Bologna[Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.], accompagnato da' suoi vicarii, cioè daOrlando Rossodi Parma,Manfredi Piodi Modena,Guglielmo Foglianodi Reggio, ePonzino de' Ponzonidi Cremona, e quivi col cardinale legato strinsero lega contra tutti i nemici del papa e del re di Boemia. Due volte fu a Lucca, città che i figliuoli di Castruccio tentarono in quest'anno di torgli, ma non la poterono tenere. Un buon salasso ogni volta diede alle borse di quel popolo, ed ivi lasciò per signore, o vicarioMarsilio(o piuttostoPietro)dei Rossi, con ricavare da lui trentacinque mila fiorini d'oro. Così avea venduto agli altri il vicariato delle altre città. Suo costume fu ancora di alienare con gran franchezza i beni de' comuni, e d'infeudare le castella, perchè era liberalissimo verso i suoi uffiziali, e nello stesso tempo assai povero, e tutto dì lo strigneva il bisogno di moneta. Giacchè durava la tregua, nel dì 5, oppure 19 di ottobre andò a Verona[Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Cortus. Hist., tom. 12 Rer. Ital.], dove con sommo onore, ma non senza meraviglia di molti, fu accolto daAlbertoeMastinofratelli dalla Scala, e magnificamente regalato da essi. Da lì a due giorni, accompagnato da Marsilio da Carrara sino alla Chiusa, passòin Germania, bastevolmente disingannato delle sue grandiose idee di farsi qui un altro regno. Dicea di volerci ritornare, ma non ne trovò mai più la via; e gl'Italiani non si curarono punto di lui, giacchè non aveano riportato da lui se non aggravii e danni. Carlo suo figliuolo l'avea preceduto nel medesimo viaggio, ed era anch'egli verso la metà d'agosto passato per Verona, con ricever ivi magnifici trattamenti e bei regali dagli Scaligeri. Grandi controversie erano state fin qui fraCarlo Uberto red'Ungheria eRoberto redi Napoli[Giovanni Villani, lib. 10, cap. 224.], pretendendo il primo come suo retaggio il regno napoletano, per essere figliuolo diCarlo Martelloprimogenito delre Carlo II, laddove Roberto era secondogenito di esso re Carlo II. Si composero tali differenze solamente nel presente anno, perchè Roberto non avendo di sua prole se non due nipoti, nate dal fu duca di CalabriaCarlosuo figliuolo, promise in moglie la primogenitaGiovannaadAndreaprimogenito del suddetto re Carlo Uberto. Venne perciò lo stesso re d'Ungheria per mare col figliuolo, di età allora di soli sette anni, nel regno di Napoli, e quivi con dispensa del papa seguì il magnifico loro sposalizio. Se ne tornò in Ungheria il padre, e Andrea rimase in Napoli nella corte del re Roberto, zio e suocero suo.