MCCCXXXIX

MCCCXXXIXAnno diCristomcccxxxix. Indiz.VII.Benedetto XIIpapa 6.Imperio vacante.A mal partito, e in gran pericolo di perdere il resto, oramai si trovavaMastino dalla Scalaper la forza e superiorità di tanti suoi nemici; e però più che mai si diede all'ingegno per uscir fuori di questa troppo ostinata tempesta. Studiossi dunque di guadagnare (il Villani dice[Giovanni Villani, lib. 11, cap. 89.]col potente segreto della moneta) alcuni maggiorenti di Venezia, e segretamente trattò di pace particolare co' Veneziani, rimettendosi tutto in loro, e pregandoli nello stesso tempo di non volerlo disfare. Fece anche correr voceche se non seguiva aggiustamento, sarebbe calatoLodovico il Bavaroin Italia con sei mila barbute: il che potè influire a far accettare le proposizioni d'accordo nel senato veneto. Non mancarono i Veneziani d'avvisare per tempo i Fiorentini ch'era in piedi questo trattato; ma perchè loro si esibivano solamente alcune castella, e non già la città di Lucca, che, secondo i patti della lega, si dovea cedere al loro comune, se ne sdegnarono forte, parendo lor questo un tradimento. Inviarono pertanto a Venezia i loro ambasciatori, acciocchè disturbassero l'accordo, oppure insistessero per la cessione di Lucca. Di più non poterono ottenere. Adunque nel dì 24 di gennaio del presente anno[Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]si conchiuse la pace in Venezia, le cui condizioni si veggono riferite dal Cortusi. In vigor di essa aiVenezianifu ceduta la città di Trivigi; adUbertino da CarraraBassano e Castelbaldo; aiFiorentiniPescia, Buggiano ed Altopascio, oltre ad altre terre prese innanzi da loro al territorio di Lucca.Alberto dalla Scalacoi Fogliani di Reggio ed altri prigioni fu liberato dalle carceri, e nel dì 14 di febbraio arrivò a Verona, incontrato da Mastino suo fratello a Legnago. Grandi schiamazzi fecero per questo accordo i Fiorentini; ma a che servirono? Certo fu mirabil cosa che Mastino in mezzo a sì fiero incendio potesse conservare le città di Verona, Vicenza, Parma e Lucca; la qual ultima andò egli a visitare nel primo giorno di aprile, con dar buon ordine alla guardia d'essa, ben persuaso che i Fiorentini, se si fosse presentata l'occasione, avrebbono dimenticata ben tosto la pace fatta con lui. Volle dal popolo di Lucca venti mila fiorini d'oro, perchè ne avea gran bisogno. In Parma lasciò a quel governo Azzo da Correggio suo zio materno, che il servì di proposito, per quanto vedremo. Un altro assai strepitoso avvenimentoappartiene all'anno presente, che si vede riferito fuor di sito non solamente dal Corio[Corio, Istor. di Milano.], ma anche da Bonincontro Morigia[Bonincont. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Ital.]e da Galvano Fiamma[Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic.], autori contemporanei, narrandolo gli uni all'anno 1337, e l'altro al 1339. Forse son guasti i loro testi, o la diversità dell'era cristiana produsse questo imbroglio; certo essendo che il fatto, ch'io son per narrare, accadde in quest'anno, come s'ha da Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 11, cap. 96.], dal Gazata[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], dai Cortusi[Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital.]e da altri storici[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Appena fu stabilita la pace suddetta, che a Mastino parve un'ora mille anni di sgravarsi del troppo pesante fardello di tante milizie che erano al suo soldo, per esser egli restato co' suoi sudditi smunto affatto di moneta. Specialmente gli era a carico la cavalleria tedesca, che in gran numero era stata a' suoi servigi.Usava in corte di MastinoLodrisio Visconte, figliuolo di un fratello di Matteo Magno, cioè quel medesimo che nell'anno 1327 unito conMarco Visconteprocurò più degli altri la depressione diGaleazzo Visconte, e la prigionia di lui, diAzzo, LuchinoeGiovanni Visconti. Dacchè il giovane Azzo ricuperò il dominio di Milano, Lodrisio o spontaneamente se n'andò, o fu cacciato da quella città. Gli venne in pensiero di valersi di questa congiuntura per riavere il contado del Seprio, di cui fu ne' tempi addietro investito; anzi di occupar Milano, se gli veniva fatto. Ne trattò con Mastino. Bella occasione parve a lui questa di vendicarsi d'Azzo Visconte, che gli avea tolta Brescia. Diede lo Scaligero le paghe ai soldati, mostrando di licenziarli, e Lodrisio di assoldarli in servigio proprio. Circa tre mila e cinquecento uomini d'armi raunò egli, e gran copia di fanti: allaquale armata diede il nome dicompagnia di s. Giorgio. S'ingrossò questa dipoi, perchè si trattava di andare a bottinare in paese grasso e ricco. E fu essa (il che è da notare) la prima compagnia di soldati masnadieri, e ladri che si formò in Italia, e servì poi d'esempio a tante altre, che vedremo insorgere a' danni degli Italiani, e vengono chiamatecompagniedagli storici fiorentini. S'inviò Lodrisio Visconte con quest'armata di ferrabuti pel Bresciano, dando il sacco dappertutto, e, passato il fiume Oglio, afflisse le campagne del Bergamasco. Nel dì 9 di febbraio valicò l'Adda, senza che potessero impedirgli il passo le soldatesche postate alle ripe; e andò a riposare a Legnano, mettendo intanto a sacco e fuoco quelle contrade. Colà convocò quanti amici potè[Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic. Bonincontrus Morigia, Chron., tom. eod.], e vi concorsero a furia i ribaldi, dimodochè già pensava di marciare a dirittura verso Milano. A questo non mai pensato accidente si trovava mal provvedutoAzzo Visconte; affrettossi dunque di chiamare da tutte le sue città le milizie, e dimandò soccorso a tutte le sue amistà. Era allora la terra coperta d'alta neve e di ghiaccio: contuttociò imarchesi Estensicugini d'Azzo[Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Italic.]immediatamente gl'inviarono alcune centinaia di cavalli sotto il comando di Brandaligi da Marano. Altri combattenti gli vennero daTommaso marchesedi Saluzzo suo cognato, daLodovico di Savojasuocero suo, dal conte di Savoja, daJacoposignor di Piemonte, daTaddeo de' Pepoli, daiGonzaghie daGenova. Altri aiuti ancora erano per viaggio, ma senza poter giugnere a tempo alla fiera danza che si fece. Fu commessa la guardia di Milano aGiovanni Visconte, zio d'Azzo e vescovo di Novara, con ottocento cavalli. Fu dato il comando dell'armata aLuchino Visconte, altro zio del medesimo Azzo. Uscito dunque Luchino con più di tre mila e cinquecentocavalli, duemila balestrieri, e quattordici mila fanti, andò ad accamparsi a Nerviano col grosso di sua gente, compartendo il restante in Parabiago e nelle ville circonvicine.Lodrisio, che già cominciava a penuriar di viveri e foraggi, non volle maggiormente differir la battaglia; e tanto più perchè sapeva che l'esercito de' Visconti di giorno in giorno s'andava più ingrossando per l'arrivo di nuove truppe. Era il dì 21 di febbraio, festa di s. Agnese, e fioccava la neve a furia. Uscito prima del far del giorno da Legnano, andò ad assalir quella parte dell'esercito milanese che era a Parabiago. Dormiva tuttavia la buona gente. Lodrisio li svegliò ben tosto, e cominciò a farne macello. Quei che poterono prendere l'armi e saltare a cavallo, bravamente si diedero anch'essi a menar le mani; ma molti ne perirono, e vi andava il resto, se non giugneva Luchino Visconte col suo corpo di gente. Allora si diede principio ad una terribile e sanguinosa battaglia, e si fecero di gran prodezze da ambe le parli, cedendo ora gli uni ed ora gli altri. La presa della città di Milano, che si faceva da Lodrisio sperar vicina alla sua gente, animava i suoi al forte combattimento, e sprone era agli altri la difesa della patria e l'amor della gloria. Prevalsero dopo molte ore di ostinata contesa cotanto l'armi di Lodrisio[Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.], cheGiovanni del Fiesco, cognato di Luchino, poco fa fatto cavaliere, fu ucciso, e lo stessoLuchinogenerale rimase prigione.Già la vittoria parea dichiarata in favor di Lodrisio, quando arrivarono freschi alla battaglia trecento cavalieri savoiardi, ed Ettore conte di Panago o Panigo, con altra gente che, trovando i nemici pel sì lungo combattere stanchi e disordinati, attendendo allo spoglio, poca difficoltà incontrarono a sbaragliarli ed atterrarli. Fu riscosso Luchino; Lodrisio si diede per prigione a Giovannino Visconte figliuolo di Vercellino e nipotesuo, dianzi fatto prigioniere da lui. Pochi de' suoi si salvarono, parte uccisi, parte presi[Cortusior. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. Più di quattromila combattenti fra l'una parte e l'altra rimasero estinti sul campo; e degli stessi vincitori pochi vi furono che non riportassero qualche ferita e segnale perpetuo d'essere stati a quel fatto: sì duro ed ostinato fu il loro conflitto. Il Villani scrive che de' soli Milanesi vi restarono morti settecento cavalieri e più di tremila a piedi[Giovanni Villani, lib. 11, cap. 96.]; e che cinque furono i combattimenti e le sconfitte di quella giornata tra dall'una parte e dall'altra: del che fu egli informato da persone degne di fede, che vi si trovarono presenti. E, tornando il vittorioso Luchino a Milano, sconfisse ancora Malerba capitano di settecento cavalieri, che Lodrisio avea mandati al passo verso Milano, per dare addosso a chi scappasse a quella volta. Più di settecento cavalli vi furono uccisi, e di quei di Lodrisio ne furono presentati due mila e cento presi, senza gli altri rubati e trafugati. Insomma non v'era memoria di una battaglia sì fiera e pertinace, fatta in mezzo alla grossa neve, come fu questa. Corse voce, nata probabilmente dall'immaginazion della buona gente, che s'era veduto in aria s. Ambrosio col flagello percuotere i nemici, e perciò da lì innanzi si cominciò a dipignere quel santo arcivescovo, ed anche a coniarlo nelle monete, col flagello in mano, e non già per qualche vittoria riportata contro i Francesi, come crede il volgo. Perchè poi la clemenza fu una delle virtù principali d'Azzo Visconte, la fece ben egli risplendere anche in questa congiuntura. Quantunque degni di morte fossero que' masnadieri per tante ruberie ed incendii commessi, pure a tutti diede la libertà col sol giuramento di non più militare contra di lui. Neppur volle infierire contra dello stesso Lodrisio, autore di sì dolorosa tragedia. Contentossi di confinarlo insieme con due suoi figliuoli nella fortezza di San Colombano, dovesopravvisse alcuni anni, e fu poi rimesso in libertà. Restò dovunque Azzo Visconte pacifico signore di Milano, Como, Vercelli, Lodi, Piacenza, Cremona, Crema, Borgo S. Donnino, Bergamo, Brescia e di altri luoghi. Teneva parte di dominio in Pavia; essendo mancata di vitaGiovannafigliuola delconte Ninopisano, sua sorella uterina, perchè nata daBeatrice Estensesua madre nel primo matrimonio, per testamento d'essa ebbe tutta la di lui pingue eredità in Pisa, e le ragioni d'essa sopra il giudicato di Gallura, cioè sopra la terza parte della Sardegna. Però nell'anno presente prese la cittadinanza di Pisa, e mosse le sue pretensioni contra delre d'Aragona, occupatore della Sardegna. Aggiugne Galvano Fiamma[Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.], che dalle civili fazioni di Genova gli fu anche esibito il dominio di quella città, e che per la sua morte andò in nulla questo trattato. Giorgio Stella negli Annali di Genova di ciò non dice parola. Ma che? in tanta gloria, in si grande innalzamento della casa de' Visconti, ecco la morte che rapisce nel dì 14 o 16 d'agosto dell'anno presenteAzzo Viscontein età di soli trentasette anni. Non si saziano Buonincontro Morigia[Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.]e Galvano Fiamma, scrittori contemporanei, di descrivere le insigni doti e virtù di questo principe, che non avea allora pari in Italia, trattone ilre Roberto. Era egli l'amore di Milano perchè pio, perchè giusto e clemente, perchè egualmente amava e favoriva Guelfi e Ghibellini, e per tutte le sue città voleva la pace fra i cittadini. Somma fu la sua magnificenza in fabbricar palagi, fortezze, ponti e delizie; grande la sua gloria per le vittorie ottenute, per tante città conquistate, e per avere risuscitata e cotanto accresciuta la potenza della sua casa. Nè è maraviglia se i popoli sì facilmente si accordassero in volerlo per padrone, perchè egli era padrede' religiosi, amator della concordia, affabilissimo, inclinato sempre a far grazie, geloso della castità, e ornato d'altre nobili virtù. DiCaterinafigliuola diLorenzo di Savojanon ebbe prole, e però l'eredità dei suoi Stati e beni, o per testamento, per succession legale, pervenne ai due suoi zii paterniLuchinoeGiovanni, tuttavia solamente vescovo di Novara. Ossia che Giovanni spontaneamente lasciasse al fratello la sua parte del dominio, oppure, siccome io vo sospettando che Luchino maggior di età ed uomo fiero non volesse compagni nel governo: sappiam di certo che il solo Luchino da lì innanzi fu principe di Milano e dell'altre città, che prima ubbidivano al nipote Azzo.Novità furono in Genova nell'anno presente[Georgius Stella, Annal. Genuens. tom. 17 Rer. Ital. Annal. Mediol., tom. 18 Rer. Italic.]. Parendo al popolo di quella città di non essere assai ben trattati dai nobili, nè dai capitani della terra, che in questi tempi eraneRaffaello DoriaeGaleotto Spinola, fecero istanza di avere un nuovo abbate, che così chiamavano quel magistrato che presso gli antichi Romani si appellava tribuno della plebe. Vi acconsentirono mal volentieri nondimeno i due capitani. Ora nel dì 25 di settembre unitosi il popolo e i mercatanti per crear l'abbate, non sapevano accordarsi. Capitato nell'adunanzaSimoneoSimonino Boccanegra(fu creduto per altri fini) fu proposto costui per abate da uno scimunito. I più gridarono di sì, e per forza gli misero in mano lo stocco. Ebbe egli un bel dire che i suoi maggiori, stante il lor essere nobili, non erano mai stati abbati, e che li pregava di eleggere un altro. Gran tumulto si fece, ed uscì una voce che diceasignore, e tutti a gara gridaronosignore. Allora fu consigliato il Boccanegra da uno degli stessi capitani e dal vecchio abbate di accettare l'elezione per paura di peggio; e però rispose che era pronto ad essereabbate, signore, e tutto quel che loro piacesse. Allora sirinforzò la voce disignore, e non finì la lite, che il crearono lorodogeossiaduce, oduca, con piena balìa e con alcuni del popolo per suoi consiglieri. Però i due capitani, l'un dopo l'altro, uscirono dalla città; e questo fu il primo doge che avesse quella città. Era Simone Boccanegra uomo di petto e di molto senno: laonde diede principio con molto vigore al suo dominio, ed ebbe ubbidienza dalla maggior parte delle terre delle due riviere. Per anni parecchi avea ilre Robertotenuta la signoria della città d'Asti[Giovanni Villani, lib. 11, cap. 113.].Giovanni marchese di Monferratogliela tolse nel giorno 26 di settembre dell'anno presente, con iscacciarne i Solari e gli altri Guelfi, e introdurvi i Gottuari e i Rotari cogli altri Ghibellini. Niuna difesa fece il presidio di esso re, perchè si trovò aver impegnate armi e cavalli per difetto di paghe. Di gran danno fu questa perdita a Roberto a cagion delle altre sue terre di Piemonte, e ne esultò forte la fazion ghibellina di Lombardia. Leggesi nella storia di Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrat., tom. 23 Rer. Italic.]lo strumento, con cui il popolo d'Asti prende per suo signore il marchese Giovanni. Fece ancora in quest'anno guerra alla Sicilia il re Roberto, e vi prese l'isola di Lipari. Era generale della sua flottaGiufredi di Marzanoconte di Squillaci. Mentr'egli assediava il castello di quell'isola, venne ilconte di Chiaramontecolla flotta de' Messinesi a dargli battaglia nel giorno 17 di novembre; ma sconfitto restò egli prigione. Per l'uccisione del vescovo di Verona eraMastino dalla Scalasotto le scomuniche[Raynald., Annal. Eccles.]. Per rimettersi in grazia del papa, e inoltre per aver la di lui protezione, e salvar le città sue attorniate da potenti avversarli, dopo aver fatto maneggio alla corte di Avignone, prese nel giorno primo di settembre il vicariato di Verona, Parma e Vicenza (Lucca non v'è nominata) dal pontefice,vacante imperio, con obbligo di pagare annualmente al papa cinque mila fiorini d'oro, e mantenere dugento cavalli e trecento pedoni al servigio della Chiesa. Ed ecco come il buon ponteficeBenedetto XIIamichevolmente ottenne ciò che il gran caporale de' GuelfiGiovanni XXIIcon tante guerre non avea mai potuto ottenere. Mancò di vita in questo anno nel giorno ultimo di ottobreFrancesco Dandolodoge di Venezia[Marino Sanuto, Ist. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], ed ebbe per successoreBartolomeo Gradenigo, eletto nel dì 9 di novembre.

A mal partito, e in gran pericolo di perdere il resto, oramai si trovavaMastino dalla Scalaper la forza e superiorità di tanti suoi nemici; e però più che mai si diede all'ingegno per uscir fuori di questa troppo ostinata tempesta. Studiossi dunque di guadagnare (il Villani dice[Giovanni Villani, lib. 11, cap. 89.]col potente segreto della moneta) alcuni maggiorenti di Venezia, e segretamente trattò di pace particolare co' Veneziani, rimettendosi tutto in loro, e pregandoli nello stesso tempo di non volerlo disfare. Fece anche correr voceche se non seguiva aggiustamento, sarebbe calatoLodovico il Bavaroin Italia con sei mila barbute: il che potè influire a far accettare le proposizioni d'accordo nel senato veneto. Non mancarono i Veneziani d'avvisare per tempo i Fiorentini ch'era in piedi questo trattato; ma perchè loro si esibivano solamente alcune castella, e non già la città di Lucca, che, secondo i patti della lega, si dovea cedere al loro comune, se ne sdegnarono forte, parendo lor questo un tradimento. Inviarono pertanto a Venezia i loro ambasciatori, acciocchè disturbassero l'accordo, oppure insistessero per la cessione di Lucca. Di più non poterono ottenere. Adunque nel dì 24 di gennaio del presente anno[Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]si conchiuse la pace in Venezia, le cui condizioni si veggono riferite dal Cortusi. In vigor di essa aiVenezianifu ceduta la città di Trivigi; adUbertino da CarraraBassano e Castelbaldo; aiFiorentiniPescia, Buggiano ed Altopascio, oltre ad altre terre prese innanzi da loro al territorio di Lucca.Alberto dalla Scalacoi Fogliani di Reggio ed altri prigioni fu liberato dalle carceri, e nel dì 14 di febbraio arrivò a Verona, incontrato da Mastino suo fratello a Legnago. Grandi schiamazzi fecero per questo accordo i Fiorentini; ma a che servirono? Certo fu mirabil cosa che Mastino in mezzo a sì fiero incendio potesse conservare le città di Verona, Vicenza, Parma e Lucca; la qual ultima andò egli a visitare nel primo giorno di aprile, con dar buon ordine alla guardia d'essa, ben persuaso che i Fiorentini, se si fosse presentata l'occasione, avrebbono dimenticata ben tosto la pace fatta con lui. Volle dal popolo di Lucca venti mila fiorini d'oro, perchè ne avea gran bisogno. In Parma lasciò a quel governo Azzo da Correggio suo zio materno, che il servì di proposito, per quanto vedremo. Un altro assai strepitoso avvenimentoappartiene all'anno presente, che si vede riferito fuor di sito non solamente dal Corio[Corio, Istor. di Milano.], ma anche da Bonincontro Morigia[Bonincont. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Ital.]e da Galvano Fiamma[Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic.], autori contemporanei, narrandolo gli uni all'anno 1337, e l'altro al 1339. Forse son guasti i loro testi, o la diversità dell'era cristiana produsse questo imbroglio; certo essendo che il fatto, ch'io son per narrare, accadde in quest'anno, come s'ha da Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 11, cap. 96.], dal Gazata[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], dai Cortusi[Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital.]e da altri storici[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Appena fu stabilita la pace suddetta, che a Mastino parve un'ora mille anni di sgravarsi del troppo pesante fardello di tante milizie che erano al suo soldo, per esser egli restato co' suoi sudditi smunto affatto di moneta. Specialmente gli era a carico la cavalleria tedesca, che in gran numero era stata a' suoi servigi.

Usava in corte di MastinoLodrisio Visconte, figliuolo di un fratello di Matteo Magno, cioè quel medesimo che nell'anno 1327 unito conMarco Visconteprocurò più degli altri la depressione diGaleazzo Visconte, e la prigionia di lui, diAzzo, LuchinoeGiovanni Visconti. Dacchè il giovane Azzo ricuperò il dominio di Milano, Lodrisio o spontaneamente se n'andò, o fu cacciato da quella città. Gli venne in pensiero di valersi di questa congiuntura per riavere il contado del Seprio, di cui fu ne' tempi addietro investito; anzi di occupar Milano, se gli veniva fatto. Ne trattò con Mastino. Bella occasione parve a lui questa di vendicarsi d'Azzo Visconte, che gli avea tolta Brescia. Diede lo Scaligero le paghe ai soldati, mostrando di licenziarli, e Lodrisio di assoldarli in servigio proprio. Circa tre mila e cinquecento uomini d'armi raunò egli, e gran copia di fanti: allaquale armata diede il nome dicompagnia di s. Giorgio. S'ingrossò questa dipoi, perchè si trattava di andare a bottinare in paese grasso e ricco. E fu essa (il che è da notare) la prima compagnia di soldati masnadieri, e ladri che si formò in Italia, e servì poi d'esempio a tante altre, che vedremo insorgere a' danni degli Italiani, e vengono chiamatecompagniedagli storici fiorentini. S'inviò Lodrisio Visconte con quest'armata di ferrabuti pel Bresciano, dando il sacco dappertutto, e, passato il fiume Oglio, afflisse le campagne del Bergamasco. Nel dì 9 di febbraio valicò l'Adda, senza che potessero impedirgli il passo le soldatesche postate alle ripe; e andò a riposare a Legnano, mettendo intanto a sacco e fuoco quelle contrade. Colà convocò quanti amici potè[Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic. Bonincontrus Morigia, Chron., tom. eod.], e vi concorsero a furia i ribaldi, dimodochè già pensava di marciare a dirittura verso Milano. A questo non mai pensato accidente si trovava mal provvedutoAzzo Visconte; affrettossi dunque di chiamare da tutte le sue città le milizie, e dimandò soccorso a tutte le sue amistà. Era allora la terra coperta d'alta neve e di ghiaccio: contuttociò imarchesi Estensicugini d'Azzo[Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Italic.]immediatamente gl'inviarono alcune centinaia di cavalli sotto il comando di Brandaligi da Marano. Altri combattenti gli vennero daTommaso marchesedi Saluzzo suo cognato, daLodovico di Savojasuocero suo, dal conte di Savoja, daJacoposignor di Piemonte, daTaddeo de' Pepoli, daiGonzaghie daGenova. Altri aiuti ancora erano per viaggio, ma senza poter giugnere a tempo alla fiera danza che si fece. Fu commessa la guardia di Milano aGiovanni Visconte, zio d'Azzo e vescovo di Novara, con ottocento cavalli. Fu dato il comando dell'armata aLuchino Visconte, altro zio del medesimo Azzo. Uscito dunque Luchino con più di tre mila e cinquecentocavalli, duemila balestrieri, e quattordici mila fanti, andò ad accamparsi a Nerviano col grosso di sua gente, compartendo il restante in Parabiago e nelle ville circonvicine.Lodrisio, che già cominciava a penuriar di viveri e foraggi, non volle maggiormente differir la battaglia; e tanto più perchè sapeva che l'esercito de' Visconti di giorno in giorno s'andava più ingrossando per l'arrivo di nuove truppe. Era il dì 21 di febbraio, festa di s. Agnese, e fioccava la neve a furia. Uscito prima del far del giorno da Legnano, andò ad assalir quella parte dell'esercito milanese che era a Parabiago. Dormiva tuttavia la buona gente. Lodrisio li svegliò ben tosto, e cominciò a farne macello. Quei che poterono prendere l'armi e saltare a cavallo, bravamente si diedero anch'essi a menar le mani; ma molti ne perirono, e vi andava il resto, se non giugneva Luchino Visconte col suo corpo di gente. Allora si diede principio ad una terribile e sanguinosa battaglia, e si fecero di gran prodezze da ambe le parli, cedendo ora gli uni ed ora gli altri. La presa della città di Milano, che si faceva da Lodrisio sperar vicina alla sua gente, animava i suoi al forte combattimento, e sprone era agli altri la difesa della patria e l'amor della gloria. Prevalsero dopo molte ore di ostinata contesa cotanto l'armi di Lodrisio[Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.], cheGiovanni del Fiesco, cognato di Luchino, poco fa fatto cavaliere, fu ucciso, e lo stessoLuchinogenerale rimase prigione.

Già la vittoria parea dichiarata in favor di Lodrisio, quando arrivarono freschi alla battaglia trecento cavalieri savoiardi, ed Ettore conte di Panago o Panigo, con altra gente che, trovando i nemici pel sì lungo combattere stanchi e disordinati, attendendo allo spoglio, poca difficoltà incontrarono a sbaragliarli ed atterrarli. Fu riscosso Luchino; Lodrisio si diede per prigione a Giovannino Visconte figliuolo di Vercellino e nipotesuo, dianzi fatto prigioniere da lui. Pochi de' suoi si salvarono, parte uccisi, parte presi[Cortusior. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. Più di quattromila combattenti fra l'una parte e l'altra rimasero estinti sul campo; e degli stessi vincitori pochi vi furono che non riportassero qualche ferita e segnale perpetuo d'essere stati a quel fatto: sì duro ed ostinato fu il loro conflitto. Il Villani scrive che de' soli Milanesi vi restarono morti settecento cavalieri e più di tremila a piedi[Giovanni Villani, lib. 11, cap. 96.]; e che cinque furono i combattimenti e le sconfitte di quella giornata tra dall'una parte e dall'altra: del che fu egli informato da persone degne di fede, che vi si trovarono presenti. E, tornando il vittorioso Luchino a Milano, sconfisse ancora Malerba capitano di settecento cavalieri, che Lodrisio avea mandati al passo verso Milano, per dare addosso a chi scappasse a quella volta. Più di settecento cavalli vi furono uccisi, e di quei di Lodrisio ne furono presentati due mila e cento presi, senza gli altri rubati e trafugati. Insomma non v'era memoria di una battaglia sì fiera e pertinace, fatta in mezzo alla grossa neve, come fu questa. Corse voce, nata probabilmente dall'immaginazion della buona gente, che s'era veduto in aria s. Ambrosio col flagello percuotere i nemici, e perciò da lì innanzi si cominciò a dipignere quel santo arcivescovo, ed anche a coniarlo nelle monete, col flagello in mano, e non già per qualche vittoria riportata contro i Francesi, come crede il volgo. Perchè poi la clemenza fu una delle virtù principali d'Azzo Visconte, la fece ben egli risplendere anche in questa congiuntura. Quantunque degni di morte fossero que' masnadieri per tante ruberie ed incendii commessi, pure a tutti diede la libertà col sol giuramento di non più militare contra di lui. Neppur volle infierire contra dello stesso Lodrisio, autore di sì dolorosa tragedia. Contentossi di confinarlo insieme con due suoi figliuoli nella fortezza di San Colombano, dovesopravvisse alcuni anni, e fu poi rimesso in libertà. Restò dovunque Azzo Visconte pacifico signore di Milano, Como, Vercelli, Lodi, Piacenza, Cremona, Crema, Borgo S. Donnino, Bergamo, Brescia e di altri luoghi. Teneva parte di dominio in Pavia; essendo mancata di vitaGiovannafigliuola delconte Ninopisano, sua sorella uterina, perchè nata daBeatrice Estensesua madre nel primo matrimonio, per testamento d'essa ebbe tutta la di lui pingue eredità in Pisa, e le ragioni d'essa sopra il giudicato di Gallura, cioè sopra la terza parte della Sardegna. Però nell'anno presente prese la cittadinanza di Pisa, e mosse le sue pretensioni contra delre d'Aragona, occupatore della Sardegna. Aggiugne Galvano Fiamma[Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.], che dalle civili fazioni di Genova gli fu anche esibito il dominio di quella città, e che per la sua morte andò in nulla questo trattato. Giorgio Stella negli Annali di Genova di ciò non dice parola. Ma che? in tanta gloria, in si grande innalzamento della casa de' Visconti, ecco la morte che rapisce nel dì 14 o 16 d'agosto dell'anno presenteAzzo Viscontein età di soli trentasette anni. Non si saziano Buonincontro Morigia[Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.]e Galvano Fiamma, scrittori contemporanei, di descrivere le insigni doti e virtù di questo principe, che non avea allora pari in Italia, trattone ilre Roberto. Era egli l'amore di Milano perchè pio, perchè giusto e clemente, perchè egualmente amava e favoriva Guelfi e Ghibellini, e per tutte le sue città voleva la pace fra i cittadini. Somma fu la sua magnificenza in fabbricar palagi, fortezze, ponti e delizie; grande la sua gloria per le vittorie ottenute, per tante città conquistate, e per avere risuscitata e cotanto accresciuta la potenza della sua casa. Nè è maraviglia se i popoli sì facilmente si accordassero in volerlo per padrone, perchè egli era padrede' religiosi, amator della concordia, affabilissimo, inclinato sempre a far grazie, geloso della castità, e ornato d'altre nobili virtù. DiCaterinafigliuola diLorenzo di Savojanon ebbe prole, e però l'eredità dei suoi Stati e beni, o per testamento, per succession legale, pervenne ai due suoi zii paterniLuchinoeGiovanni, tuttavia solamente vescovo di Novara. Ossia che Giovanni spontaneamente lasciasse al fratello la sua parte del dominio, oppure, siccome io vo sospettando che Luchino maggior di età ed uomo fiero non volesse compagni nel governo: sappiam di certo che il solo Luchino da lì innanzi fu principe di Milano e dell'altre città, che prima ubbidivano al nipote Azzo.

Novità furono in Genova nell'anno presente[Georgius Stella, Annal. Genuens. tom. 17 Rer. Ital. Annal. Mediol., tom. 18 Rer. Italic.]. Parendo al popolo di quella città di non essere assai ben trattati dai nobili, nè dai capitani della terra, che in questi tempi eraneRaffaello DoriaeGaleotto Spinola, fecero istanza di avere un nuovo abbate, che così chiamavano quel magistrato che presso gli antichi Romani si appellava tribuno della plebe. Vi acconsentirono mal volentieri nondimeno i due capitani. Ora nel dì 25 di settembre unitosi il popolo e i mercatanti per crear l'abbate, non sapevano accordarsi. Capitato nell'adunanzaSimoneoSimonino Boccanegra(fu creduto per altri fini) fu proposto costui per abate da uno scimunito. I più gridarono di sì, e per forza gli misero in mano lo stocco. Ebbe egli un bel dire che i suoi maggiori, stante il lor essere nobili, non erano mai stati abbati, e che li pregava di eleggere un altro. Gran tumulto si fece, ed uscì una voce che diceasignore, e tutti a gara gridaronosignore. Allora fu consigliato il Boccanegra da uno degli stessi capitani e dal vecchio abbate di accettare l'elezione per paura di peggio; e però rispose che era pronto ad essereabbate, signore, e tutto quel che loro piacesse. Allora sirinforzò la voce disignore, e non finì la lite, che il crearono lorodogeossiaduce, oduca, con piena balìa e con alcuni del popolo per suoi consiglieri. Però i due capitani, l'un dopo l'altro, uscirono dalla città; e questo fu il primo doge che avesse quella città. Era Simone Boccanegra uomo di petto e di molto senno: laonde diede principio con molto vigore al suo dominio, ed ebbe ubbidienza dalla maggior parte delle terre delle due riviere. Per anni parecchi avea ilre Robertotenuta la signoria della città d'Asti[Giovanni Villani, lib. 11, cap. 113.].Giovanni marchese di Monferratogliela tolse nel giorno 26 di settembre dell'anno presente, con iscacciarne i Solari e gli altri Guelfi, e introdurvi i Gottuari e i Rotari cogli altri Ghibellini. Niuna difesa fece il presidio di esso re, perchè si trovò aver impegnate armi e cavalli per difetto di paghe. Di gran danno fu questa perdita a Roberto a cagion delle altre sue terre di Piemonte, e ne esultò forte la fazion ghibellina di Lombardia. Leggesi nella storia di Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrat., tom. 23 Rer. Italic.]lo strumento, con cui il popolo d'Asti prende per suo signore il marchese Giovanni. Fece ancora in quest'anno guerra alla Sicilia il re Roberto, e vi prese l'isola di Lipari. Era generale della sua flottaGiufredi di Marzanoconte di Squillaci. Mentr'egli assediava il castello di quell'isola, venne ilconte di Chiaramontecolla flotta de' Messinesi a dargli battaglia nel giorno 17 di novembre; ma sconfitto restò egli prigione. Per l'uccisione del vescovo di Verona eraMastino dalla Scalasotto le scomuniche[Raynald., Annal. Eccles.]. Per rimettersi in grazia del papa, e inoltre per aver la di lui protezione, e salvar le città sue attorniate da potenti avversarli, dopo aver fatto maneggio alla corte di Avignone, prese nel giorno primo di settembre il vicariato di Verona, Parma e Vicenza (Lucca non v'è nominata) dal pontefice,vacante imperio, con obbligo di pagare annualmente al papa cinque mila fiorini d'oro, e mantenere dugento cavalli e trecento pedoni al servigio della Chiesa. Ed ecco come il buon ponteficeBenedetto XIIamichevolmente ottenne ciò che il gran caporale de' GuelfiGiovanni XXIIcon tante guerre non avea mai potuto ottenere. Mancò di vita in questo anno nel giorno ultimo di ottobreFrancesco Dandolodoge di Venezia[Marino Sanuto, Ist. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], ed ebbe per successoreBartolomeo Gradenigo, eletto nel dì 9 di novembre.


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