MCCLXIIIAnno diCristomcclxiii. IndizioneVI.Urbano IVpapa 3.Imperio vacante.Erano ben gravi in questi tempi gli sconcerti della cristianità[Raynaldus, in Annal. Eccl.]. In Soria andavano a precipizio gli affari di quei cristiani; i Tartari e i Saraceni desolavanoquel poco che loro restava, e colle scorrerie giugnevano fino ad Accon. Era in pericolo anche Antiochia. Aggiungasi la rabbiosa guerra che durava fra i Veneziani e i Genovesi, per cui giù erano accaduti fra loro varii conflitti. I Greci, già tornati in possesso di Costantinopoli, minacciavano gli Stati, de' quali erano rimasti padroni i Latini, e specialmente l'Acaia. Per procurar dunque rimedio a tanti malanni, il ponteficeUrbanoscriveva caldissime lettere al santo re di FranciaLodovico, richiedeva, ed anche minacciando, danari dalle chiese di Francia e d'Inghilterra, ma con ritrovar que' prelati poco compiacenti a contribuire, per varie ragioni ch'essi adducevano. E si può ben credere disapprovato da molti, che il papa, col non volere dar pace alre Manfrediin Italia, nè permettere l'esaltazione diCorradinoin Germania (mentreAlfonso redi Castiglia eRiccardod'Inghilterra contendevano tuttavia fra di loro), lasciasse in un totale sconvolgimento, per l'avversione alla casa di Suevia, questi due regni, che avrebbono potuto aiutar la causa comune della cristianità. Ed appunto in quest'anno esso papa citò di nuovo Manfredi a comparire[Continuat. Nicolai de Jamsilla. Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 7.], per giustificarsi, se potea, di varii reati a lui apposti. Manfredi volea in persona venire alla corte pontificia, e giunse con tal disegno fino ai confini del regno; ma perchè gli parve di non aver sufficiente sicurezza da mettersi in mano di chi era sì fortemente alterato contra di lui, non andò più innanzi. In vece sua spedì ambasciatori, acciocchè umilmente allegassero le scuse e giustificazioni sue; ma queste non ebbero la fortuna di essere ascoltate[Theodoricus de Vallicol., in Vita Urbani IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Anzi furono interpretati per frodi ed inganni tutti i passi di Manfredi, perchè concordia non si voleva con lui; e intanto, secondo la Cronicadi Reggio[Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], con cui va d'accordo Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 6, cap. 90.], o era conchiuso, o certamente era vicino a conchiudersi il trattato di dare il regno della Sicilia e Puglia aCarlo conted'Angiò e di Provenza. Gli sconvolgimenti che in questi tempi accaddero in Inghilterra, disobbligarono il papa da ogni impegno dianzi contratto con quel re per conto della Sicilia. Accomodossi anche a tal contratto il buon re di FranciaLodovico IX, perchè non poca suggezione gli recava esso conte Carlo suo fratello, dacchè sì spesso facea de' tornei, con tirare a sè i baroni di Francia. Molto più volentieri vi acconsentì lo stesso Carlo, pel desiderio di conquistare un sì bel regno: al che tuttodì l'istigava ancoraBeatricesua moglie, siccome quella che ardeva di voglia d'avere il titolo di regina, per non essere da meno delle sue sorelle regine di Francia e d'Inghilterra. Per altro non si può negare che non fosse il conte Carlo degno di qualsivoglia maggior fortuna, perchè principe di maestoso aspetto, e il più prode che fosse allora nelle armi, di raro intendimento e saviezza; nè si poteva eleggere dopo i re principe alcuno che fosse al pari di lui capace di condurre a fine sì rilevante impresa. Secondo gli Annali di Genova[Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.], la flotta genovese, composta di trentotto galee, siccome collegata conMichele Paleologo, nuovo imperador de' Greci, andò per impedire che i Veneziani non portassero soccorso a Negroponte, e venne con esso loro alle mani; ma si partì malcontenta da quel conflitto. Navigò poscia verso Costantinopoli; e non essendosi potuta accordare col Paleologo, se ne tornò dipoi a Genova, ricevuta dal popolo con assai richiami ed accuse. Abbiamo dal Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], che nella suddetta battaglia presero i Veneziani quattro galee de' Genovesi.Mancò di vita nell'anno presente, per attestato di Galvano Fiamma[Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 299.],Leone da Peregoarcivescovo di Milano nella terra di Legnano, e quivi fu vilmente seppellito. Nell'elezione del successore s'intruse la discordia, di maniera che l'una parte elesseRaimondo dalla Torre, fratello diMartinosignore di Milano, che era allora arciprete di Monza, e l'altraUberto da Settalacanonico ordinario del duomo. Si prevalse di tale scisma il papa per crearne uno a modo suo coll'esclusione di amendue gli eletti, giacchè in questi tempi cominciarono i papi a metter mano nell'elezion de' vescovi, con giugnere infine a tirarla tutta a sè, quando nel secolo undecimo tanto s'era fatto per levarla agli imperadori e re cristiani, e restituirla ai capitoli e popoli, secondo il prescritto degli antichi canoni. Contrario in questi tempi agli interessi temporali della corte pontificia era il governo e dominio dei Torriani e delmarchese ObertoPelavicino di Milano, perchè di fazion ghibellina, e però trovandosi col cardinale Ottaviano degli UbaldiniOttone visconte, ad istanza di esso cardinale, fu questi creato arcivescovo di Milano: cosa notabile per la storia di Lombardia, perchè di qui ebbe i suoi principii la fortuna e potenza dei Visconti di Milano. Informato di ciò Martino dalla Torre, se l'ebbe forte a male, tra per veder tolta alla sua casa l'insigne mitra di Milano, e perchè Ottone, siccome di casata nobile, avrebbe tenuto il partito degli altri nobili fuorusciti suoi nemici, ed opposti al governo popolare dominante in Milano: nel che non s'ingannò. Gli Annali Milanesi[Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.]ed altri autori mettono prima di quest'anno la morte di Leone e l'elezion di Ottone. E veramente par difficile l'accordar ciò che segue colla cronologia di Galvano.Per ordine dunque del pontefice venne il nuovo arcivescovo Ottone inLombardia[Stephanardus de Vimercato, tom. 9 Rer. Italic.], e andò nel dì primo d'aprile a posarsi in Arona, terra della sua mensa sul lago Maggiore. A questo avviso i Torriani col marchese Oberto fecero oste sopra quella terra, e non men coll'armi che coll'oro saggiamente adoperato la ridussero ai lor voleri. Ottone secondo i patti uscito libero di là, se ne tornò a Roma; e i Torriani spianarono nel dì cinque di maggio la rocca d'Arona, ed appresso quelle eziandio d'Anghiera e di Brebia, spettanti all'arcivescovato[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Nè di ciò soddisfatti, occuparono l'altre terre e rendite degli arcivescovi: per le quali violenze fu messa la città di Milano sotto l'interdetto. Ma non andò molto che gravemente s'infermò Martino dalla Torre; ed allorchè vide in pericoloso stato la sua vita, il popolo milanese elesse in suo signore il di lui fratelloFilippo. Morì poscia Martino, e gli fu data sepoltura nel monistero di Chiaravalle nel dì 18 di dicembre, presso Pagano dalla Torre suo padre. In questo medesimo anno la città di Como più che mai fu sconvolta da due fazioni, l'una dei Rusconi, e l'altra de' Vitani. La prima elesse per suo signore Corrado da Venosa; e l'altra il suddetto Filippo dalla Torre. Prevalse la possanza di Filippo, e perciò a lui restò l'intero dominio anche di quella città. Parimente in Verona[Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]Mastino dalla Scalamaggiormente assodò il suo dominio, con iscacciarne Lodovico conte di San Bonifazio e tutti i suoi aderenti, cioè la parte guelfa; nè da lì innanzi la casa de' nobili di San Bonifazio, che tante prerogative in addietro avea godute in quella città, vi potè rientrare, per ricuperar almeno in parte l'antico suo decoro. Non mancarono in quest'anno delle dissensioni civili nella città di Bologna[Matth. de Griffonibus, Memor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.], per le quali seguirono ammazzamenti, e furono banditipiù di ducento tra nobili, dottori e popolari. Anche la città d'Imola venne lacerata dall'animosità delle fazioni; e perciocchè ne fu cacciata la parte de' Geremei, i Bolognesi andarono colà a campo, e riebbero quella città, con ispianarvi dipoi i serragli e le fosse. Nè perciò quivi la pace allignò. Per la seconda volta, se pure non fu una sola, Pietro Pagano, il più potente di quella città, non solamente ne scacciò la parte de' Britti, ma anche il podestà messovi da' Bolognesi, con distruggere le lor case e torri. Sdegnato per questo insulto il comune di Bologna, vi spedì l'esercito, che rimise in dovere quel popolo. Ciò forse appartiene all'anno seguente. Aggiugne il Sigonio[Sigonius, de Regno Ital., lib. 19.]che anche in Faenza si provò il medesimo pernicioso influsso delle fazioni, con averne quel popolo fatta uscire la famiglia degli Acarisi, ed essersi sottratta dal dominio de' Bolognesi. Ma non aspettò essa l'armi per tornare all'ubbidienza del comune di Bologna. Da una lettera di papa Urbano IV all'arcivescovo di Ravenna data in Orvieto nel dì quinto di gennaio dell'anno presente, e riferita da Girolamo Rossi[Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.], vegniamo a conoscere che esso pontefice avea fatto de' processicontra Ubertum Pelavicinum, necnon et adversus quasdam communitates, et quosdam nobiles ac magnates provincia e Lombardiae, cioè contra le città e i principi che teneano la parte ghibellina, quasi che il ghibellinismo fosse diventato un gran delitto, e solamente fosse buon cristiano chi era della parte guelfa.Ed era ben infelice in questi tempi la maggior parte dell'Italia. Niuna quasi delle città e terre da' confini del regno di Puglia sino a quei della Francia e Germania andava esente da queste maledette fazioni, cioè de' nobili contrarii al popolo, oppure de' Guelfi nemici dei Ghibellini. Riposo non v'era. Ora agli uni, ora agli altri toccava di sloggiare, o di andarsene in esilio. E ne avvenivanodi tanto in tanto sedizioni, civili risse e combattimenti, colla rovina delle case e torri di chi andava di sotto. Da Roma stessa per tali divisioni era bandita la quiete, di modo che il pontefice Urbano, poco fidandosi di quella instabile cittadinanza, meglio amò di fissar la sua stanza in Orvieto. Le città ancora più forti, ansiose di stendere la lor signoria, per poco faceano guerra alle vicine di minor possanza. Con tutto poi lo studio de' sacri inquisitori, e non ostante il rigor delle pene, invece di sradicarsi l'eresia de' Paterini, ossia delle varie sette de' Manichei, questa andava piuttosto crescendo. Altro poi tuttodì non si udiva che scomuniche ed interdetti dalla parte di Roma. Bastava d'ordinario seguitare il partito ghibellino, e toccar alquanto le chiese, perchè si fulminassero le censure, e si levassero i sacri uffizii alle città. Per tacere degli altri luoghi, tutto il regno di Puglia e Sicilia si trovò sottoposto all'interdetto; ed uno dei gravi delitti dell'imperador Federigo II e del re Manfredi fu l'averne voluto impedir l'esecuzione. Se per tali interdetti, che portavano un grande sconcerto nelle cose sacre, ne patissero e se ne dolessero i popoli, e se crescesse perciò oppure calasse la religione e la divozion de' cristiani, e provassero piacere o dispiacere gli eretici d'allora, ognun per sè può figurarselo. Si aggiunsero le guerre, e talvolta le crociate, fatte dalla Chiesa, non più contro ai soli infedeli, ma contro agli stessi principi cristiani, e per cagion di beni temporali: il che produceva de' gravi incomodi al pubblico. Per sostenere i lor proprii impegni, se i principi dall'un canto aggravavano lo chiese e commettevano mille disordini, anche i papi dall'altro introdussero per tutta la Cristianità delle gravezze insolite alle chiese, delle quali diffusamente parla Matteo Paris[Matth. Paris, Hist. Angl.], con esprimere le cattive conseguenze che ne derivavano. In somma abbondavano in questi tempi imali in Italia, e della maggior parte di essi si può attribuir l'origine alla discordia fra il sacerdozio e l'imperio, risvegliata sotto Federigo I Augusto, e continuata, anzi cresciuta dipoi sotto i suoi discendenti. Noi, che ora viviamo, dovremmo alzar le mani al cielo che ci tratta sì bene. Certamente neppur mancano guai ai nostri tempi; e quando mai mancheranno alla terra, paese de' vizii? Tuttavia brevi mali sono i nostri, anzi cose da nulla, in paragon di quelli che nel presente secolo terzodecimo, e nei due antecedenti e susseguenti patì la misera Italia. Finirò il racconto di questo anno, con dire che in Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]fu gran discordia fra le parti della Chiesa e dello imperio, se si aveva da accettar per signore il marchese Oberto Pelavicino. Si venne finalmente ad un accordo, con cui promisero i Parmigiani di aiutare in qualsivoglia occasione esso marchese, e di pagargli ogni anno mille lire di salario, obbligandosi all'incontro anch'egli di non venir mai a Parma senza il consentimento di quel popolo. Questo accordo, benchè si discreto, fu motivo bastante al papa per mettere l'interdetto in Parma. E chi non si maraviglierà de' tempi di allora? Secondo la Cronica di Siena[Chron. Senense., tom. 9 Rer. Ital.], nell'anno presente i Guelfi fuorusciti di essa città furono sconfitti alla Badia di Spineta dai Ghibellini sanesi e tedeschi, e ne restarono molti prigioni, che poi con danaro si riscattarono.
Erano ben gravi in questi tempi gli sconcerti della cristianità[Raynaldus, in Annal. Eccl.]. In Soria andavano a precipizio gli affari di quei cristiani; i Tartari e i Saraceni desolavanoquel poco che loro restava, e colle scorrerie giugnevano fino ad Accon. Era in pericolo anche Antiochia. Aggiungasi la rabbiosa guerra che durava fra i Veneziani e i Genovesi, per cui giù erano accaduti fra loro varii conflitti. I Greci, già tornati in possesso di Costantinopoli, minacciavano gli Stati, de' quali erano rimasti padroni i Latini, e specialmente l'Acaia. Per procurar dunque rimedio a tanti malanni, il ponteficeUrbanoscriveva caldissime lettere al santo re di FranciaLodovico, richiedeva, ed anche minacciando, danari dalle chiese di Francia e d'Inghilterra, ma con ritrovar que' prelati poco compiacenti a contribuire, per varie ragioni ch'essi adducevano. E si può ben credere disapprovato da molti, che il papa, col non volere dar pace alre Manfrediin Italia, nè permettere l'esaltazione diCorradinoin Germania (mentreAlfonso redi Castiglia eRiccardod'Inghilterra contendevano tuttavia fra di loro), lasciasse in un totale sconvolgimento, per l'avversione alla casa di Suevia, questi due regni, che avrebbono potuto aiutar la causa comune della cristianità. Ed appunto in quest'anno esso papa citò di nuovo Manfredi a comparire[Continuat. Nicolai de Jamsilla. Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 7.], per giustificarsi, se potea, di varii reati a lui apposti. Manfredi volea in persona venire alla corte pontificia, e giunse con tal disegno fino ai confini del regno; ma perchè gli parve di non aver sufficiente sicurezza da mettersi in mano di chi era sì fortemente alterato contra di lui, non andò più innanzi. In vece sua spedì ambasciatori, acciocchè umilmente allegassero le scuse e giustificazioni sue; ma queste non ebbero la fortuna di essere ascoltate[Theodoricus de Vallicol., in Vita Urbani IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Anzi furono interpretati per frodi ed inganni tutti i passi di Manfredi, perchè concordia non si voleva con lui; e intanto, secondo la Cronicadi Reggio[Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], con cui va d'accordo Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 6, cap. 90.], o era conchiuso, o certamente era vicino a conchiudersi il trattato di dare il regno della Sicilia e Puglia aCarlo conted'Angiò e di Provenza. Gli sconvolgimenti che in questi tempi accaddero in Inghilterra, disobbligarono il papa da ogni impegno dianzi contratto con quel re per conto della Sicilia. Accomodossi anche a tal contratto il buon re di FranciaLodovico IX, perchè non poca suggezione gli recava esso conte Carlo suo fratello, dacchè sì spesso facea de' tornei, con tirare a sè i baroni di Francia. Molto più volentieri vi acconsentì lo stesso Carlo, pel desiderio di conquistare un sì bel regno: al che tuttodì l'istigava ancoraBeatricesua moglie, siccome quella che ardeva di voglia d'avere il titolo di regina, per non essere da meno delle sue sorelle regine di Francia e d'Inghilterra. Per altro non si può negare che non fosse il conte Carlo degno di qualsivoglia maggior fortuna, perchè principe di maestoso aspetto, e il più prode che fosse allora nelle armi, di raro intendimento e saviezza; nè si poteva eleggere dopo i re principe alcuno che fosse al pari di lui capace di condurre a fine sì rilevante impresa. Secondo gli Annali di Genova[Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.], la flotta genovese, composta di trentotto galee, siccome collegata conMichele Paleologo, nuovo imperador de' Greci, andò per impedire che i Veneziani non portassero soccorso a Negroponte, e venne con esso loro alle mani; ma si partì malcontenta da quel conflitto. Navigò poscia verso Costantinopoli; e non essendosi potuta accordare col Paleologo, se ne tornò dipoi a Genova, ricevuta dal popolo con assai richiami ed accuse. Abbiamo dal Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], che nella suddetta battaglia presero i Veneziani quattro galee de' Genovesi.Mancò di vita nell'anno presente, per attestato di Galvano Fiamma[Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 299.],Leone da Peregoarcivescovo di Milano nella terra di Legnano, e quivi fu vilmente seppellito. Nell'elezione del successore s'intruse la discordia, di maniera che l'una parte elesseRaimondo dalla Torre, fratello diMartinosignore di Milano, che era allora arciprete di Monza, e l'altraUberto da Settalacanonico ordinario del duomo. Si prevalse di tale scisma il papa per crearne uno a modo suo coll'esclusione di amendue gli eletti, giacchè in questi tempi cominciarono i papi a metter mano nell'elezion de' vescovi, con giugnere infine a tirarla tutta a sè, quando nel secolo undecimo tanto s'era fatto per levarla agli imperadori e re cristiani, e restituirla ai capitoli e popoli, secondo il prescritto degli antichi canoni. Contrario in questi tempi agli interessi temporali della corte pontificia era il governo e dominio dei Torriani e delmarchese ObertoPelavicino di Milano, perchè di fazion ghibellina, e però trovandosi col cardinale Ottaviano degli UbaldiniOttone visconte, ad istanza di esso cardinale, fu questi creato arcivescovo di Milano: cosa notabile per la storia di Lombardia, perchè di qui ebbe i suoi principii la fortuna e potenza dei Visconti di Milano. Informato di ciò Martino dalla Torre, se l'ebbe forte a male, tra per veder tolta alla sua casa l'insigne mitra di Milano, e perchè Ottone, siccome di casata nobile, avrebbe tenuto il partito degli altri nobili fuorusciti suoi nemici, ed opposti al governo popolare dominante in Milano: nel che non s'ingannò. Gli Annali Milanesi[Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.]ed altri autori mettono prima di quest'anno la morte di Leone e l'elezion di Ottone. E veramente par difficile l'accordar ciò che segue colla cronologia di Galvano.
Per ordine dunque del pontefice venne il nuovo arcivescovo Ottone inLombardia[Stephanardus de Vimercato, tom. 9 Rer. Italic.], e andò nel dì primo d'aprile a posarsi in Arona, terra della sua mensa sul lago Maggiore. A questo avviso i Torriani col marchese Oberto fecero oste sopra quella terra, e non men coll'armi che coll'oro saggiamente adoperato la ridussero ai lor voleri. Ottone secondo i patti uscito libero di là, se ne tornò a Roma; e i Torriani spianarono nel dì cinque di maggio la rocca d'Arona, ed appresso quelle eziandio d'Anghiera e di Brebia, spettanti all'arcivescovato[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Nè di ciò soddisfatti, occuparono l'altre terre e rendite degli arcivescovi: per le quali violenze fu messa la città di Milano sotto l'interdetto. Ma non andò molto che gravemente s'infermò Martino dalla Torre; ed allorchè vide in pericoloso stato la sua vita, il popolo milanese elesse in suo signore il di lui fratelloFilippo. Morì poscia Martino, e gli fu data sepoltura nel monistero di Chiaravalle nel dì 18 di dicembre, presso Pagano dalla Torre suo padre. In questo medesimo anno la città di Como più che mai fu sconvolta da due fazioni, l'una dei Rusconi, e l'altra de' Vitani. La prima elesse per suo signore Corrado da Venosa; e l'altra il suddetto Filippo dalla Torre. Prevalse la possanza di Filippo, e perciò a lui restò l'intero dominio anche di quella città. Parimente in Verona[Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]Mastino dalla Scalamaggiormente assodò il suo dominio, con iscacciarne Lodovico conte di San Bonifazio e tutti i suoi aderenti, cioè la parte guelfa; nè da lì innanzi la casa de' nobili di San Bonifazio, che tante prerogative in addietro avea godute in quella città, vi potè rientrare, per ricuperar almeno in parte l'antico suo decoro. Non mancarono in quest'anno delle dissensioni civili nella città di Bologna[Matth. de Griffonibus, Memor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.], per le quali seguirono ammazzamenti, e furono banditipiù di ducento tra nobili, dottori e popolari. Anche la città d'Imola venne lacerata dall'animosità delle fazioni; e perciocchè ne fu cacciata la parte de' Geremei, i Bolognesi andarono colà a campo, e riebbero quella città, con ispianarvi dipoi i serragli e le fosse. Nè perciò quivi la pace allignò. Per la seconda volta, se pure non fu una sola, Pietro Pagano, il più potente di quella città, non solamente ne scacciò la parte de' Britti, ma anche il podestà messovi da' Bolognesi, con distruggere le lor case e torri. Sdegnato per questo insulto il comune di Bologna, vi spedì l'esercito, che rimise in dovere quel popolo. Ciò forse appartiene all'anno seguente. Aggiugne il Sigonio[Sigonius, de Regno Ital., lib. 19.]che anche in Faenza si provò il medesimo pernicioso influsso delle fazioni, con averne quel popolo fatta uscire la famiglia degli Acarisi, ed essersi sottratta dal dominio de' Bolognesi. Ma non aspettò essa l'armi per tornare all'ubbidienza del comune di Bologna. Da una lettera di papa Urbano IV all'arcivescovo di Ravenna data in Orvieto nel dì quinto di gennaio dell'anno presente, e riferita da Girolamo Rossi[Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.], vegniamo a conoscere che esso pontefice avea fatto de' processicontra Ubertum Pelavicinum, necnon et adversus quasdam communitates, et quosdam nobiles ac magnates provincia e Lombardiae, cioè contra le città e i principi che teneano la parte ghibellina, quasi che il ghibellinismo fosse diventato un gran delitto, e solamente fosse buon cristiano chi era della parte guelfa.
Ed era ben infelice in questi tempi la maggior parte dell'Italia. Niuna quasi delle città e terre da' confini del regno di Puglia sino a quei della Francia e Germania andava esente da queste maledette fazioni, cioè de' nobili contrarii al popolo, oppure de' Guelfi nemici dei Ghibellini. Riposo non v'era. Ora agli uni, ora agli altri toccava di sloggiare, o di andarsene in esilio. E ne avvenivanodi tanto in tanto sedizioni, civili risse e combattimenti, colla rovina delle case e torri di chi andava di sotto. Da Roma stessa per tali divisioni era bandita la quiete, di modo che il pontefice Urbano, poco fidandosi di quella instabile cittadinanza, meglio amò di fissar la sua stanza in Orvieto. Le città ancora più forti, ansiose di stendere la lor signoria, per poco faceano guerra alle vicine di minor possanza. Con tutto poi lo studio de' sacri inquisitori, e non ostante il rigor delle pene, invece di sradicarsi l'eresia de' Paterini, ossia delle varie sette de' Manichei, questa andava piuttosto crescendo. Altro poi tuttodì non si udiva che scomuniche ed interdetti dalla parte di Roma. Bastava d'ordinario seguitare il partito ghibellino, e toccar alquanto le chiese, perchè si fulminassero le censure, e si levassero i sacri uffizii alle città. Per tacere degli altri luoghi, tutto il regno di Puglia e Sicilia si trovò sottoposto all'interdetto; ed uno dei gravi delitti dell'imperador Federigo II e del re Manfredi fu l'averne voluto impedir l'esecuzione. Se per tali interdetti, che portavano un grande sconcerto nelle cose sacre, ne patissero e se ne dolessero i popoli, e se crescesse perciò oppure calasse la religione e la divozion de' cristiani, e provassero piacere o dispiacere gli eretici d'allora, ognun per sè può figurarselo. Si aggiunsero le guerre, e talvolta le crociate, fatte dalla Chiesa, non più contro ai soli infedeli, ma contro agli stessi principi cristiani, e per cagion di beni temporali: il che produceva de' gravi incomodi al pubblico. Per sostenere i lor proprii impegni, se i principi dall'un canto aggravavano lo chiese e commettevano mille disordini, anche i papi dall'altro introdussero per tutta la Cristianità delle gravezze insolite alle chiese, delle quali diffusamente parla Matteo Paris[Matth. Paris, Hist. Angl.], con esprimere le cattive conseguenze che ne derivavano. In somma abbondavano in questi tempi imali in Italia, e della maggior parte di essi si può attribuir l'origine alla discordia fra il sacerdozio e l'imperio, risvegliata sotto Federigo I Augusto, e continuata, anzi cresciuta dipoi sotto i suoi discendenti. Noi, che ora viviamo, dovremmo alzar le mani al cielo che ci tratta sì bene. Certamente neppur mancano guai ai nostri tempi; e quando mai mancheranno alla terra, paese de' vizii? Tuttavia brevi mali sono i nostri, anzi cose da nulla, in paragon di quelli che nel presente secolo terzodecimo, e nei due antecedenti e susseguenti patì la misera Italia. Finirò il racconto di questo anno, con dire che in Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]fu gran discordia fra le parti della Chiesa e dello imperio, se si aveva da accettar per signore il marchese Oberto Pelavicino. Si venne finalmente ad un accordo, con cui promisero i Parmigiani di aiutare in qualsivoglia occasione esso marchese, e di pagargli ogni anno mille lire di salario, obbligandosi all'incontro anch'egli di non venir mai a Parma senza il consentimento di quel popolo. Questo accordo, benchè si discreto, fu motivo bastante al papa per mettere l'interdetto in Parma. E chi non si maraviglierà de' tempi di allora? Secondo la Cronica di Siena[Chron. Senense., tom. 9 Rer. Ital.], nell'anno presente i Guelfi fuorusciti di essa città furono sconfitti alla Badia di Spineta dai Ghibellini sanesi e tedeschi, e ne restarono molti prigioni, che poi con danaro si riscattarono.