MCCLXXIIIAnno diCristomcclxxiii. IndizioneI.Gregorio Xpapa 3.Ridolfore de' Romani 1.L'opere del santo ponteficeGregorio Xfecero ben conoscere in quest'anno ch'egli non cercava se non il pubblico bene e la pace dappertutto. Per mancanza di un re ed imperadore, era da gran tempoin rotta buona parte dell'Italia[Ptolemaeus Lucens. Ricordano Malaspina, Raynald., in Annal. Eccles.], e sempre più le fazioni e civili discordie si rinvigorivano nelle città. Il perchè questo buon pontefice promosse in Germania presso que' principi l'elezione di un nuovo re de' Romani, senza attendere quella del tuttavia viventeAlfonso redi Castiglia. Al regno dunque della Germania e dei Romani fu promosso, non dai soli sette elettori, ma dalla maggior parte de' principi tedeschi,Ridolfo contedi Habspurch, signore di buona parte dell'Alsazia, principe di tutte le virtù ornato, e progenitore della gloriosa augusta casa d'Austria. Ricevette egli la corona germanica in Aquisgrana un mese appresso. Passò in quest'anno per Orvieto, dove dimorava la corte pontificia,Odoardonuovo re di Inghilterra, che, venendo di Terra santa, se n'andava a ricevere la corona lasciatagli dal defuntore Arrigosuo padre[Chron. Parmense, tom. 8 Rer. Ital.]. Fece egli istanza al papa che fosse fatto rigoroso processo contra delconte Guidoda Monforte per l'empio assassinamento del principeArrigod'Inghilterra. Infatti il papa sottopose costui a tutte le pene spirituali e temporali. Nel passare da Forlì, trovò esso re che i Bolognesi[Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], cioè la fazion guelfa de' Geremii, per fare dispetto a quella dei Lambertazzi, la quale favoriva i Forlivesi, era ita all'assedio di quella città. Frappose il valoroso principe i suoi uffizii per quetar quella guerra; ma non vi trovò disposizione ne' Bolognesi, troppo allora goffi per la lor buona fortuna. La vigorosa resistenza fatta dai Forlivesi cagione fu che il campo bolognese, dopo aver dato il guasto a quel territorio, se ne ritornò a casa. Nel dì 20 di maggio del presente anno, e non già nel precedente, passò il re suddetto per Reggio, e poscia per Milano, alla volta della Francia. Aveva già il pontefice liberata dall'interdetto la città di Siena; e perchè gli premea forte l'intimato conciliogenerale in Lione per l'anno vegnente, volendo disporre il tutto, si mosse da Orvieto, affine di passar in Francia. Arrivò a Firenze[Ricordano Malaspina, cap. 198.]nel dì diciottesimo di giugno; e perchè sentì le doglianze dei Ghibellini usciti di quella città, siccome pontefice amator della pace, nè attaccato ad alcun de' partiti, mise ogni suo studio per rimetterli in Firenze. Sant'Antonino rapporta[S. Antonin., P. III, tit. 20, cap. 2.]una bella parlata che esso papa fece, o si finge che facesse, in detestando le fazioni de' Guelfi e Ghibellini, con dimostrare la pazzia di questi nomi ed impegni, e i gravissimi danni cagionati da essi. Insomma tanto si maneggiò, che nel dì 2 di luglio con gran solennità fu fatta la pace, dati mallevadori ed ostaggi per mantenerla, e fulminata la scomunica contro chiunque la rompesse. Ma non si può abbastanza dire qual fosse la malignità o bestialità di questi tempi. Appena fatta la pace, e venuti i sindachi de' Ghibellini in città per darle compimento, fu loro detto all'orecchio, che, se non partivano, aveva ordine il maliscalco del re Carlo d'ucciderli. Si trovava allora ilre Carloin Firenze, nè gli dovea piacere il risorgimento de' Ghibellini contrarii a' suoi disegni. Vero o non vero che fosse, quei sindachi se ne andarono con Dio, e fecero saperne al papa il perchè. Veggendo il buon pontefice in tal guisa deluse le sue paterne intenzioni, tosto si ritirò da Firenze, con lasciar la città interdetta, e passò alla villeggiatura in Mugello presso ilcardinale Ottavianodegli Ubaldini, portando seco non lieve sdegno contra del re Carlo. Nel dì 27 di settembre fu in Reggio[Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], e di là passò a Milano. Tali finezze furono a lui e alla sua corte usate daNapoossia Napoleon dalla Torre, che il papa si compiacque di promuovere al patriarcato d'AquileiaRaimondo dalla Torredi lui fratello. Dopo il pontificato romano era quello in quei tempi il più ricco benefizio d'Italia, perchè i patriarchigodevano il riguardevol principato del Friuli. Ottone Visconte, che veniva accompagnando il papa, si teneva in pugno in tal congiuntura il pacifico suo stabilimento nell'arcivescovato di Milano[Stephanardus, tom. 9 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 309.]. Tale e tanta dovette essere l'industria ed eloquenza dei Torriani, che il papa gli ordinò di ritirarsi per allora a Piacenza, e di venir poscia al concilio di Lione; dopo di che l'assicurava di rimetterlo in Milano nella sua sedia. Fu detto che i Milanesi, se Ottone voleva pure spuntarla, con rientrare al loro dispetto in Milano, gli volevano torre la vita. Stimò dunque meglio il papa di farlo fermare in Piacenza, ma con riportare da questo ripiego non poco biasimo presso gli aderenti di Ottone. Pretende il Corio[Corio, Istor. di Milano.]che il papa si lasciasse poco vedere dai Milanesi, e si partisse sdegnato contra de' Torriani. Ma il patriarcato conceduto a Raimondo pare che non s'accordi con sì fatta relazione. Abbiamo da Tolomeo da Lucca[Ptolom. Lucensis, tom. 11 Rer. Ital.]che in quest'anno il primogenito diRidolfo rede' Romani, per ricuperare o sostenere i diritti imperiali, fu inviato a dare il guasto alle terre del conte di Savoia, e che, tornando pel Reno a casa, essendosi sommersa la barca, si annegò.Erano forte in collera conCarlo redi Sicilia i Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Italic.], dacchè intesero l'aggravio indebito lor fatto nel precedente anno colla prigionia delle persone e robe de' lor nazionali. Tuttavia, senza volergli rendere la pariglia, concederono tempo di quaranta giorni a tutti i di lui sudditi di Sicilia e Puglia e Provenza, per ritirarsi coi loro averi, premessa l'intimazione che dopo tal tempo sarebbono trattati da nemici. Mosse dunque il re Carlo da tutte le parti guerra ai Genovesi. Il vicario della Toscana coi Lucchesi, Fiorentini, Pistoiesi ed altri popoli lediede principio nella Riviera orientale, e il maliscalco di Provenza nell'occidentale. Gli Alessandrini e i marchesi di quelle contrade, d'ordine del re Carlo, presero anch'essi l'armi contra degli Stati di Genova di qua dall'Apennino. I soli Piacentini si scusarono di non volere far loro la guerra; e i Pavesi, perchè di fazion ghibellina, accorsero in aiuto dei Genovesi. Molte castella furono prese, molte ricuperate; e in mezzo a tanti avversarii seppe ben sostenersi la potenza de' Genovesi. Probabilmente fu circa questi tempi che il medesimo re Carlo inquietò non poco la città d'Asti[Chron. Astens. tom, 11 Rer. Ital.]. Guglielmo Ventura scrive ch'egli signoreggiava per tutto il Piemonte. Sotto il suo giogo stavano Alba, Alessandria, Ivrea, Torino, Piacenza e Savigliano: Bologna, Milano e la maggior parte delle città di Lombardia gli pagavano tributo, il popolo di Asti, siccome geloso della propria libertà, l'ebbe sempre in odio. Ma per liberarsi dalle vessazioni, nell'anno 1270 comperarono da lui, collo sborso di tre mila fiorini d'oro, un tregua di tre anni. Finita questa, ne pagarono altri undici mila per la tregua di tre altri anni. Ma accadde nel marzo di quest'anno che mandando gli Astigiani a Genova parecchi torselli di panno franzese di varie tele, furono que' panni presi daJacopoeManfredi marchesedel Bosco a Cossano. Perciò gli Astigiani con un esercito di circa dieci mila pedoni e pochi cavalieri si portarono a dare il guasto a Cossano. Quivi stando nel dì 24 di marzo, eccoli giugnere i marescialli provenzali del re Carlo con grosso esercito di Franzesi e Lombardi, che, sconfitto il campo degli Astigiani, ne condusse prigioni circa due mila ad Alba. Ogerio Alfieri ne conta solamente ottocento. Se non erano i Pavesi che inviassero ad Asti ducento uomini di armi, quella città cadeva nelle mani del Provenzali. Fecero gli Astigiani istanza al siniscalco del re Carlo per laliberazion de' loro prigioni, allegando la tregua che tuttavia durava. Costui, entrato in furore, non altra risposta diede ai messi, se non che se gli levassero davanti, e dicessero ai suoi, che qualora non si risolvessero di servire al re Carlo suo signore, morrebbono in carcere tutti gli Astigiani. E poi si voleva far credere alla buona gente che il re Carlo era il pacificator dell'Italia, nè altro cercava che il pubblico bene delle città. Ai fatti s'ha da guardare, e non ai nomi vani delle cose. Ora questo modo di procedere del re Carlo mise il cervello a partito al comune d'Asti, città allora assai ricca. Assoldarono que' cittadini mille e cinquecento uomini a cavallo di diversi paesi. Chiamarono in loro aiuto il marchese di Monferrato, nemico anch'esso del re Carlo, perchè chiaro si conosceva ch'egli tendeva alla monarchia d'Italia, ed avea già occupate varie terre del Monferrato. Per mare eziandio vennero di Spagna ducento uomini d'armi, che Alfonso re di Castiglia mandava al suddetto marchese genero suo. Con tali forze cominciarono gli Astigiani a far guerra alla città d'Alba e alle terre del re Carlo; nè solamente tennero in dovere chiunque il voleva offendere, ma tolsero molti luoghi ai nemici. Per maggiormente assodarsi e salvarsi dagli attentati del re Carlo, fu anche stabilita lega fra i Genovesi, Pavesi, Astigiani e il suddetto marchese di MonferratoGuglielmo. Ma è ben da stupire come il santo ponteficeGregorio X[Raynaldus, in Annal. Eccles.]per cagione di questa lega fulminasse la scomunica contra di quei popoli e contra del marchese, quasichè fosse un delitto il difendersi dalla prepotenza del re Carlo, nè fosse lecito a' principi e alle città libere d'Italia il far delle leghe. Gran polso che dovea avere nella corte pontificia il re Carlo, per cui impulso possiam credere emanate queste censure. Ubaldino da Fontana in Ferrara[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]nella pubblica piazza d'essa città tentò di uccidereilmarchese Obizzod'Este signor di Ferrara; ma vi lasciò egli la vita, trucidato dalla famiglia del signore.
L'opere del santo ponteficeGregorio Xfecero ben conoscere in quest'anno ch'egli non cercava se non il pubblico bene e la pace dappertutto. Per mancanza di un re ed imperadore, era da gran tempoin rotta buona parte dell'Italia[Ptolemaeus Lucens. Ricordano Malaspina, Raynald., in Annal. Eccles.], e sempre più le fazioni e civili discordie si rinvigorivano nelle città. Il perchè questo buon pontefice promosse in Germania presso que' principi l'elezione di un nuovo re de' Romani, senza attendere quella del tuttavia viventeAlfonso redi Castiglia. Al regno dunque della Germania e dei Romani fu promosso, non dai soli sette elettori, ma dalla maggior parte de' principi tedeschi,Ridolfo contedi Habspurch, signore di buona parte dell'Alsazia, principe di tutte le virtù ornato, e progenitore della gloriosa augusta casa d'Austria. Ricevette egli la corona germanica in Aquisgrana un mese appresso. Passò in quest'anno per Orvieto, dove dimorava la corte pontificia,Odoardonuovo re di Inghilterra, che, venendo di Terra santa, se n'andava a ricevere la corona lasciatagli dal defuntore Arrigosuo padre[Chron. Parmense, tom. 8 Rer. Ital.]. Fece egli istanza al papa che fosse fatto rigoroso processo contra delconte Guidoda Monforte per l'empio assassinamento del principeArrigod'Inghilterra. Infatti il papa sottopose costui a tutte le pene spirituali e temporali. Nel passare da Forlì, trovò esso re che i Bolognesi[Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], cioè la fazion guelfa de' Geremii, per fare dispetto a quella dei Lambertazzi, la quale favoriva i Forlivesi, era ita all'assedio di quella città. Frappose il valoroso principe i suoi uffizii per quetar quella guerra; ma non vi trovò disposizione ne' Bolognesi, troppo allora goffi per la lor buona fortuna. La vigorosa resistenza fatta dai Forlivesi cagione fu che il campo bolognese, dopo aver dato il guasto a quel territorio, se ne ritornò a casa. Nel dì 20 di maggio del presente anno, e non già nel precedente, passò il re suddetto per Reggio, e poscia per Milano, alla volta della Francia. Aveva già il pontefice liberata dall'interdetto la città di Siena; e perchè gli premea forte l'intimato conciliogenerale in Lione per l'anno vegnente, volendo disporre il tutto, si mosse da Orvieto, affine di passar in Francia. Arrivò a Firenze[Ricordano Malaspina, cap. 198.]nel dì diciottesimo di giugno; e perchè sentì le doglianze dei Ghibellini usciti di quella città, siccome pontefice amator della pace, nè attaccato ad alcun de' partiti, mise ogni suo studio per rimetterli in Firenze. Sant'Antonino rapporta[S. Antonin., P. III, tit. 20, cap. 2.]una bella parlata che esso papa fece, o si finge che facesse, in detestando le fazioni de' Guelfi e Ghibellini, con dimostrare la pazzia di questi nomi ed impegni, e i gravissimi danni cagionati da essi. Insomma tanto si maneggiò, che nel dì 2 di luglio con gran solennità fu fatta la pace, dati mallevadori ed ostaggi per mantenerla, e fulminata la scomunica contro chiunque la rompesse. Ma non si può abbastanza dire qual fosse la malignità o bestialità di questi tempi. Appena fatta la pace, e venuti i sindachi de' Ghibellini in città per darle compimento, fu loro detto all'orecchio, che, se non partivano, aveva ordine il maliscalco del re Carlo d'ucciderli. Si trovava allora ilre Carloin Firenze, nè gli dovea piacere il risorgimento de' Ghibellini contrarii a' suoi disegni. Vero o non vero che fosse, quei sindachi se ne andarono con Dio, e fecero saperne al papa il perchè. Veggendo il buon pontefice in tal guisa deluse le sue paterne intenzioni, tosto si ritirò da Firenze, con lasciar la città interdetta, e passò alla villeggiatura in Mugello presso ilcardinale Ottavianodegli Ubaldini, portando seco non lieve sdegno contra del re Carlo. Nel dì 27 di settembre fu in Reggio[Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], e di là passò a Milano. Tali finezze furono a lui e alla sua corte usate daNapoossia Napoleon dalla Torre, che il papa si compiacque di promuovere al patriarcato d'AquileiaRaimondo dalla Torredi lui fratello. Dopo il pontificato romano era quello in quei tempi il più ricco benefizio d'Italia, perchè i patriarchigodevano il riguardevol principato del Friuli. Ottone Visconte, che veniva accompagnando il papa, si teneva in pugno in tal congiuntura il pacifico suo stabilimento nell'arcivescovato di Milano[Stephanardus, tom. 9 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 309.]. Tale e tanta dovette essere l'industria ed eloquenza dei Torriani, che il papa gli ordinò di ritirarsi per allora a Piacenza, e di venir poscia al concilio di Lione; dopo di che l'assicurava di rimetterlo in Milano nella sua sedia. Fu detto che i Milanesi, se Ottone voleva pure spuntarla, con rientrare al loro dispetto in Milano, gli volevano torre la vita. Stimò dunque meglio il papa di farlo fermare in Piacenza, ma con riportare da questo ripiego non poco biasimo presso gli aderenti di Ottone. Pretende il Corio[Corio, Istor. di Milano.]che il papa si lasciasse poco vedere dai Milanesi, e si partisse sdegnato contra de' Torriani. Ma il patriarcato conceduto a Raimondo pare che non s'accordi con sì fatta relazione. Abbiamo da Tolomeo da Lucca[Ptolom. Lucensis, tom. 11 Rer. Ital.]che in quest'anno il primogenito diRidolfo rede' Romani, per ricuperare o sostenere i diritti imperiali, fu inviato a dare il guasto alle terre del conte di Savoia, e che, tornando pel Reno a casa, essendosi sommersa la barca, si annegò.
Erano forte in collera conCarlo redi Sicilia i Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Italic.], dacchè intesero l'aggravio indebito lor fatto nel precedente anno colla prigionia delle persone e robe de' lor nazionali. Tuttavia, senza volergli rendere la pariglia, concederono tempo di quaranta giorni a tutti i di lui sudditi di Sicilia e Puglia e Provenza, per ritirarsi coi loro averi, premessa l'intimazione che dopo tal tempo sarebbono trattati da nemici. Mosse dunque il re Carlo da tutte le parti guerra ai Genovesi. Il vicario della Toscana coi Lucchesi, Fiorentini, Pistoiesi ed altri popoli lediede principio nella Riviera orientale, e il maliscalco di Provenza nell'occidentale. Gli Alessandrini e i marchesi di quelle contrade, d'ordine del re Carlo, presero anch'essi l'armi contra degli Stati di Genova di qua dall'Apennino. I soli Piacentini si scusarono di non volere far loro la guerra; e i Pavesi, perchè di fazion ghibellina, accorsero in aiuto dei Genovesi. Molte castella furono prese, molte ricuperate; e in mezzo a tanti avversarii seppe ben sostenersi la potenza de' Genovesi. Probabilmente fu circa questi tempi che il medesimo re Carlo inquietò non poco la città d'Asti[Chron. Astens. tom, 11 Rer. Ital.]. Guglielmo Ventura scrive ch'egli signoreggiava per tutto il Piemonte. Sotto il suo giogo stavano Alba, Alessandria, Ivrea, Torino, Piacenza e Savigliano: Bologna, Milano e la maggior parte delle città di Lombardia gli pagavano tributo, il popolo di Asti, siccome geloso della propria libertà, l'ebbe sempre in odio. Ma per liberarsi dalle vessazioni, nell'anno 1270 comperarono da lui, collo sborso di tre mila fiorini d'oro, un tregua di tre anni. Finita questa, ne pagarono altri undici mila per la tregua di tre altri anni. Ma accadde nel marzo di quest'anno che mandando gli Astigiani a Genova parecchi torselli di panno franzese di varie tele, furono que' panni presi daJacopoeManfredi marchesedel Bosco a Cossano. Perciò gli Astigiani con un esercito di circa dieci mila pedoni e pochi cavalieri si portarono a dare il guasto a Cossano. Quivi stando nel dì 24 di marzo, eccoli giugnere i marescialli provenzali del re Carlo con grosso esercito di Franzesi e Lombardi, che, sconfitto il campo degli Astigiani, ne condusse prigioni circa due mila ad Alba. Ogerio Alfieri ne conta solamente ottocento. Se non erano i Pavesi che inviassero ad Asti ducento uomini di armi, quella città cadeva nelle mani del Provenzali. Fecero gli Astigiani istanza al siniscalco del re Carlo per laliberazion de' loro prigioni, allegando la tregua che tuttavia durava. Costui, entrato in furore, non altra risposta diede ai messi, se non che se gli levassero davanti, e dicessero ai suoi, che qualora non si risolvessero di servire al re Carlo suo signore, morrebbono in carcere tutti gli Astigiani. E poi si voleva far credere alla buona gente che il re Carlo era il pacificator dell'Italia, nè altro cercava che il pubblico bene delle città. Ai fatti s'ha da guardare, e non ai nomi vani delle cose. Ora questo modo di procedere del re Carlo mise il cervello a partito al comune d'Asti, città allora assai ricca. Assoldarono que' cittadini mille e cinquecento uomini a cavallo di diversi paesi. Chiamarono in loro aiuto il marchese di Monferrato, nemico anch'esso del re Carlo, perchè chiaro si conosceva ch'egli tendeva alla monarchia d'Italia, ed avea già occupate varie terre del Monferrato. Per mare eziandio vennero di Spagna ducento uomini d'armi, che Alfonso re di Castiglia mandava al suddetto marchese genero suo. Con tali forze cominciarono gli Astigiani a far guerra alla città d'Alba e alle terre del re Carlo; nè solamente tennero in dovere chiunque il voleva offendere, ma tolsero molti luoghi ai nemici. Per maggiormente assodarsi e salvarsi dagli attentati del re Carlo, fu anche stabilita lega fra i Genovesi, Pavesi, Astigiani e il suddetto marchese di MonferratoGuglielmo. Ma è ben da stupire come il santo ponteficeGregorio X[Raynaldus, in Annal. Eccles.]per cagione di questa lega fulminasse la scomunica contra di quei popoli e contra del marchese, quasichè fosse un delitto il difendersi dalla prepotenza del re Carlo, nè fosse lecito a' principi e alle città libere d'Italia il far delle leghe. Gran polso che dovea avere nella corte pontificia il re Carlo, per cui impulso possiam credere emanate queste censure. Ubaldino da Fontana in Ferrara[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]nella pubblica piazza d'essa città tentò di uccidereilmarchese Obizzod'Este signor di Ferrara; ma vi lasciò egli la vita, trucidato dalla famiglia del signore.