MCCLXXVIAnno diCristomcclxxvi. IndizioneIV.Innocenzo Vpapa 1.Adriano Vpapa 1.Giovanni XXIpapa 1.Ridolfore de' Romani 4.Un ottimo pontefice, pontefice di sante intenzioni, mancò in quest'anno alla Chiesa di Dio. Cioè infermatosi in Arezzo papaGregorio Xnel dì 10 di gennaio, allorchè più v'era bisogno di lui per compiere la crociata in Oriente, diede fine ai suoi giorni[Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Bernard. Guid. Raynald., in Annal. Ecclesiast.]. Siccome la vita sua era stata illustre per la santità de' costumi, così la morte sua fu onorata da Dio con molte miracolose guarigioni d'infermi per intercessione sua: laonde si meritò il titolo di beato. Chiusi in conclave i cardinali, secondo la costituzione fatta dal medesimo defunto pontefice nel concilio di Lione, vennero nel dì 21 d'esso gennaio all'elezione di un nuovo pontefice. Cadde questa nelcardinal Pietroda Tarantasia dell'ordine de' Predicatori, vescovo d'Ostia e teologo insigne, il qual prese il nome d'Innocenzo V. Passò egli da Arezzo a Roma, dove fu coronato, e portossi poi ad abitare nel palazzo lateranense. Avendogli spedita i Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.]una nobile ambasceria, tanto si adoperò il buon pontefice, benchè malato, che conchiuse pace fra ilcardinale Ottobuonodel Fiesco e i fuorusciti di Genova dall'una parte, e il comune di Genova dall'altra. Ma mentre egli andava disponendo di far molte imprese in servigio della Chiesa di Dio, la morte il rapì nel dì 22 di giugno. Pertanto, in un nuovo conclave raunati i cardinali, elessero papa nel dì 12 di luglio il suddetto Ottobuono del Fiesco Genovese, cardinal diacono di Santo Adriano, nipote d'Innocenzo IV, il quale assunse il nome d'Adriano V, e levò tosto l'interdetto daGenova patria sua. Era egli vecchio ed infermiccio; però, venuto a Viterbo per cercare miglior aria della romana nella state, quivi nel dì 18 d'agosto trovò la morte, senza essere passato al sacerdozio e senza aver ricevuta la consecrazione e corona. Furono dunque duramente rinserrati dal popolo di Viterbo in un conclave i cardinali[Bernardus Guid. Ptolomaeus Lucens. et alii.], e questi, se non vollero morir di fame, si accordarono nel dì 13 di settembre ad eleggere papaPietrofigliuol di Giuliano, di nazion Portoghese, nato in Lisbona, comunemente chiamato Pietro Ispano, cardinal vescovo tuscolano, uomo di molta letteratura, sì nella filosofia aristotelica alla moda secca de' suoi tempi, che nella medicina. Questi prese il nome diGiovanni XXI, benchè dovesse dirsiGiovanni XX; e, portatosi a Roma, fu coronato colla tiara pontificia[Raynald., in Annal. Ecclesiast. Martinus Polonus.]. Annullò egli la costituzion di papa Gregorio X intorno al conclave, che il suo antecessore avea sospesa, e rinnovò le scomuniche e gli interdetti contra de' Veronesi e Pavesi, i più costanti nel ghibellinismo. La Cronica di Forlì[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], seguitando, a mio credere, le dicerie del volgo, ha le seguenti parole:Papae quatuor mortui, duo divino judicio, et duo veneno exhausto.Tengo io per fermo che le avventure diOttone Visconte, narrate da Galvano Fiamma[Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 311.]e dall'autore degli Annali Milanesi[Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.]sotto l'anno precedente, appartengano al presente: del che parimente si avvide il Sigonio[Sigon., de Regn. Ital.]. Dappoichè si fu esso Ottone arcivescovo di Milano ritirato a Biella, i nobili fuorusciti di Milano, trovandosi come disperati, si ridussero a Pavia, dove indussero Gotifredo conte di Langusco ad essere loro capitano, con fargli sperare la signoriadi Milano. Alla vista di così ingordo guadagno assunse egli ben volentieri il baston del comando; e, con quante forze potè, passato sul lago Maggiore, s'impadronì delle due terre e rocche di Arona ed Anghiera. Unironsi anche i popoli delle circonvicine valli con lui. Venne perciòCasson dalla Torreco' Tedeschi, inviati a Milano dalre Ridolfo, e con altre soldatesche all'assedio d'Anghiera e d'Arona, con riacquistar quelle terre e rocche. Durante l'assedio d'essa Anghiera, volendo il conte di Langusco dar soccorso agii assediati, vi restò prigioniere con assai nobili fuorusciti di Milano. Condotti questi a Gallerate[Stephanard., Poem., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.], quivi con orrida barbarie a trentaquattro di essi fu mozzo il capo: e fra questi infelici si contò Teobaldo Visconte, nipote dell'arcivescovo Ottone, e padre di Matteo Magno Visconte, di cui avremo molto a parlare. Si accorò a questa nuova l'arcivescovo Ottone, e gridò:Perchè non ho perduto io piuttosto l'arcivescovato, che un sì caro nipote?Poscia, venuto a Vercelli, trovò quivi la nobiltà fuoruscita, che il pregò d'essere lor capo e generale d'armata. Se ne scusò con dire che non conveniva ad un vescovo il vendicarsi, ma bensì il perdonare; nulladimeno s'eglino avessero deposti gli odii e l'ire, avrebbe assunto il comando. Ito con essi a Novara, ed ammassata gran gente, venne ad impadronirsi del castello di Seprio. Finì in male questa impresa, perchè da' Torriani fu disperso l'esercito suo, ed, essendo egli fuggito a Como, gli furono serrate le porte in faccia. Ridottosi a Canobio sul lago Maggiore, tanto perorò, tanto promise, che tirò quel popolo ed altri a formare una picciola flotta di barche, colle quali prese Anghiera, ed imprese l'assedio d'Arona, al quale per terra accorsero anche i Pavesi e Novaresi col marchese di Monferrato. Ma sopraggiunto Casson dalla Torre coi Tedeschi e con tutto il popolo di Milano, il fece ben tosto sloggiare, e spogliò il campoloro. Se ne fuggì Simon da Locarno colle barche; e questi, andato poi, per ordine dell'intrepido Ottone, a Como, per veder di muovere quel popolo in aiuto suo, destramente accese la discordia fra i Comaschi, volendo l'una parte col vescovo della città aiutar l'arcivescovo, e r altra stare unita coi Torriani. Si venne alle mani; lungo fu il combattimento; ma in fine prevalsero i fautori del Visconte, e furono scacciati gli aderenti alla casa della Torre[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Ricevuta questa lieta nuova, l'arcivescovo Ottone volò a Como, e quivi attese a prepararsi per cose più grandi.I maneggi del conte Ubertino Landò, gran ghibellino e capo de' nobili fuorusciti di Piacenza, ebbero in quest'anno esito felice[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]. Imperciocchè amichevolmente con onore fu ricevuto in quella città, e solennemente giurata concordia e pace fra il popolo e la nobiltà. Anche in Modena[Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.]fu conchiuso accordo tra la fazion dominante de' Rangoni e Boschetti, e l'altra de' Grassoni, da Sassuolo e da Savignano usciti, la quale rientrò nella città. Riuscì in quest'anno al popolo guelfo di Bologna di ricuperar Loiano e varie altre castella occupate dagli avversarii Lambertazzi: il che fece crescere il coraggio ai cittadini dopo le tante passate disgrazie. Tornarono i Fiorentini[Ricord. Malaspina, cap. 205.], Lucchesi, ed altri Guelfi di Toscana a far oste contra de' Pisani ghibellini. Aveano questi tirato un gran fosso, lungo otto miglia, poco di là dal ponte d'Era, per difesa dei loro territorio, e fortificatolo con isteccati e bertesche. Chiamavasi il Fosso Arnonico. Ma trovarono modo i Guelfi di valicarlo e di dare addosso ai Pisani, i quali si raccomandarono alle gambe; e tal fu la loro paura, che dimandarono di capitolare. Seguì dunque pace fra que' popoli, conaver dovuto i Pisani rimettere in città il conte Ugolino con tutte le altre famiglie guelfe già sbandite, e restituire Castiglione e Cotrone ai Lucchesi, con altri patti[Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Chronic. Parmense, tom. 9 Rer. Italic.]. Mediatori di questa pace furono due legati del papa e gli ambasciatori di Carlo re di Sicilia. In questa maniera si pacificarono ancora i Pisani coi Genovesi. Ad una voce tutte le croniche asseriscono che memorabile fu l'anno presente per le pubbliche calamità della Lombardia. Si fece sentire un grave tremuoto; le pioggie per quattro mesi furono dirotte, di maniera che tutti i fiumi traboccarono fuori del loro letto, e inondarono le campagne con mortalità di molte persone e di bestie assaissime[Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital. Chronicon Placentin. Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.]. Si tirò dietro questo disordine. L'altro del non poter seminare, e del guastarsi le biade di chi pur volle metterle in terra. Per mancanza dell'erbe un'infinità di bestie perì; e le povere genti, estenuate dalla fame, si dispersero per la terra, cercando come poter fuggire la morte. Cadde per giunta a tanti guai nella vigilia di santo Andrea una smisurata neve, che durò in terra sino al dì primo d'aprile dell'anno seguente. In somma se i popoli divisi combattevano l'un contra l'altro, anche il cielo facea guerra a tutti. Nè si dee tralasciare cheGuido contedi Montefeltro[Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]coi Forlivesi e Faentini costrinse coll'assedio la terra di Bagnacavallo a rendersi al comune di Forlì. Ma in essa città di Forlì Paganino degli Argogliosi e Guglielmo degli Ordelaffi, de' principali d'essa città, passando di buona intelligenza co' Bolognesi[Chronic. Caesen., tom. 14 Rer. Italic.], tentarono di farvi mutazione di stato; e una notte a questo fine attaccarono il fuoco al palazzo del pubblico. Ma, accorso il popolo, nè potendo essi resistere alla piena, se ne fuggirono cogli altriGuelfi a Firenze, dove si studiarono di sommuovere quel comune contra di Forlì. Secondo la Cronica di Parma, l'uscita dei Guelfi da Forlì accadde nell'anno seguente.
Un ottimo pontefice, pontefice di sante intenzioni, mancò in quest'anno alla Chiesa di Dio. Cioè infermatosi in Arezzo papaGregorio Xnel dì 10 di gennaio, allorchè più v'era bisogno di lui per compiere la crociata in Oriente, diede fine ai suoi giorni[Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Bernard. Guid. Raynald., in Annal. Ecclesiast.]. Siccome la vita sua era stata illustre per la santità de' costumi, così la morte sua fu onorata da Dio con molte miracolose guarigioni d'infermi per intercessione sua: laonde si meritò il titolo di beato. Chiusi in conclave i cardinali, secondo la costituzione fatta dal medesimo defunto pontefice nel concilio di Lione, vennero nel dì 21 d'esso gennaio all'elezione di un nuovo pontefice. Cadde questa nelcardinal Pietroda Tarantasia dell'ordine de' Predicatori, vescovo d'Ostia e teologo insigne, il qual prese il nome d'Innocenzo V. Passò egli da Arezzo a Roma, dove fu coronato, e portossi poi ad abitare nel palazzo lateranense. Avendogli spedita i Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.]una nobile ambasceria, tanto si adoperò il buon pontefice, benchè malato, che conchiuse pace fra ilcardinale Ottobuonodel Fiesco e i fuorusciti di Genova dall'una parte, e il comune di Genova dall'altra. Ma mentre egli andava disponendo di far molte imprese in servigio della Chiesa di Dio, la morte il rapì nel dì 22 di giugno. Pertanto, in un nuovo conclave raunati i cardinali, elessero papa nel dì 12 di luglio il suddetto Ottobuono del Fiesco Genovese, cardinal diacono di Santo Adriano, nipote d'Innocenzo IV, il quale assunse il nome d'Adriano V, e levò tosto l'interdetto daGenova patria sua. Era egli vecchio ed infermiccio; però, venuto a Viterbo per cercare miglior aria della romana nella state, quivi nel dì 18 d'agosto trovò la morte, senza essere passato al sacerdozio e senza aver ricevuta la consecrazione e corona. Furono dunque duramente rinserrati dal popolo di Viterbo in un conclave i cardinali[Bernardus Guid. Ptolomaeus Lucens. et alii.], e questi, se non vollero morir di fame, si accordarono nel dì 13 di settembre ad eleggere papaPietrofigliuol di Giuliano, di nazion Portoghese, nato in Lisbona, comunemente chiamato Pietro Ispano, cardinal vescovo tuscolano, uomo di molta letteratura, sì nella filosofia aristotelica alla moda secca de' suoi tempi, che nella medicina. Questi prese il nome diGiovanni XXI, benchè dovesse dirsiGiovanni XX; e, portatosi a Roma, fu coronato colla tiara pontificia[Raynald., in Annal. Ecclesiast. Martinus Polonus.]. Annullò egli la costituzion di papa Gregorio X intorno al conclave, che il suo antecessore avea sospesa, e rinnovò le scomuniche e gli interdetti contra de' Veronesi e Pavesi, i più costanti nel ghibellinismo. La Cronica di Forlì[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], seguitando, a mio credere, le dicerie del volgo, ha le seguenti parole:Papae quatuor mortui, duo divino judicio, et duo veneno exhausto.
Tengo io per fermo che le avventure diOttone Visconte, narrate da Galvano Fiamma[Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 311.]e dall'autore degli Annali Milanesi[Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.]sotto l'anno precedente, appartengano al presente: del che parimente si avvide il Sigonio[Sigon., de Regn. Ital.]. Dappoichè si fu esso Ottone arcivescovo di Milano ritirato a Biella, i nobili fuorusciti di Milano, trovandosi come disperati, si ridussero a Pavia, dove indussero Gotifredo conte di Langusco ad essere loro capitano, con fargli sperare la signoriadi Milano. Alla vista di così ingordo guadagno assunse egli ben volentieri il baston del comando; e, con quante forze potè, passato sul lago Maggiore, s'impadronì delle due terre e rocche di Arona ed Anghiera. Unironsi anche i popoli delle circonvicine valli con lui. Venne perciòCasson dalla Torreco' Tedeschi, inviati a Milano dalre Ridolfo, e con altre soldatesche all'assedio d'Anghiera e d'Arona, con riacquistar quelle terre e rocche. Durante l'assedio d'essa Anghiera, volendo il conte di Langusco dar soccorso agii assediati, vi restò prigioniere con assai nobili fuorusciti di Milano. Condotti questi a Gallerate[Stephanard., Poem., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.], quivi con orrida barbarie a trentaquattro di essi fu mozzo il capo: e fra questi infelici si contò Teobaldo Visconte, nipote dell'arcivescovo Ottone, e padre di Matteo Magno Visconte, di cui avremo molto a parlare. Si accorò a questa nuova l'arcivescovo Ottone, e gridò:Perchè non ho perduto io piuttosto l'arcivescovato, che un sì caro nipote?Poscia, venuto a Vercelli, trovò quivi la nobiltà fuoruscita, che il pregò d'essere lor capo e generale d'armata. Se ne scusò con dire che non conveniva ad un vescovo il vendicarsi, ma bensì il perdonare; nulladimeno s'eglino avessero deposti gli odii e l'ire, avrebbe assunto il comando. Ito con essi a Novara, ed ammassata gran gente, venne ad impadronirsi del castello di Seprio. Finì in male questa impresa, perchè da' Torriani fu disperso l'esercito suo, ed, essendo egli fuggito a Como, gli furono serrate le porte in faccia. Ridottosi a Canobio sul lago Maggiore, tanto perorò, tanto promise, che tirò quel popolo ed altri a formare una picciola flotta di barche, colle quali prese Anghiera, ed imprese l'assedio d'Arona, al quale per terra accorsero anche i Pavesi e Novaresi col marchese di Monferrato. Ma sopraggiunto Casson dalla Torre coi Tedeschi e con tutto il popolo di Milano, il fece ben tosto sloggiare, e spogliò il campoloro. Se ne fuggì Simon da Locarno colle barche; e questi, andato poi, per ordine dell'intrepido Ottone, a Como, per veder di muovere quel popolo in aiuto suo, destramente accese la discordia fra i Comaschi, volendo l'una parte col vescovo della città aiutar l'arcivescovo, e r altra stare unita coi Torriani. Si venne alle mani; lungo fu il combattimento; ma in fine prevalsero i fautori del Visconte, e furono scacciati gli aderenti alla casa della Torre[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Ricevuta questa lieta nuova, l'arcivescovo Ottone volò a Como, e quivi attese a prepararsi per cose più grandi.
I maneggi del conte Ubertino Landò, gran ghibellino e capo de' nobili fuorusciti di Piacenza, ebbero in quest'anno esito felice[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]. Imperciocchè amichevolmente con onore fu ricevuto in quella città, e solennemente giurata concordia e pace fra il popolo e la nobiltà. Anche in Modena[Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.]fu conchiuso accordo tra la fazion dominante de' Rangoni e Boschetti, e l'altra de' Grassoni, da Sassuolo e da Savignano usciti, la quale rientrò nella città. Riuscì in quest'anno al popolo guelfo di Bologna di ricuperar Loiano e varie altre castella occupate dagli avversarii Lambertazzi: il che fece crescere il coraggio ai cittadini dopo le tante passate disgrazie. Tornarono i Fiorentini[Ricord. Malaspina, cap. 205.], Lucchesi, ed altri Guelfi di Toscana a far oste contra de' Pisani ghibellini. Aveano questi tirato un gran fosso, lungo otto miglia, poco di là dal ponte d'Era, per difesa dei loro territorio, e fortificatolo con isteccati e bertesche. Chiamavasi il Fosso Arnonico. Ma trovarono modo i Guelfi di valicarlo e di dare addosso ai Pisani, i quali si raccomandarono alle gambe; e tal fu la loro paura, che dimandarono di capitolare. Seguì dunque pace fra que' popoli, conaver dovuto i Pisani rimettere in città il conte Ugolino con tutte le altre famiglie guelfe già sbandite, e restituire Castiglione e Cotrone ai Lucchesi, con altri patti[Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Chronic. Parmense, tom. 9 Rer. Italic.]. Mediatori di questa pace furono due legati del papa e gli ambasciatori di Carlo re di Sicilia. In questa maniera si pacificarono ancora i Pisani coi Genovesi. Ad una voce tutte le croniche asseriscono che memorabile fu l'anno presente per le pubbliche calamità della Lombardia. Si fece sentire un grave tremuoto; le pioggie per quattro mesi furono dirotte, di maniera che tutti i fiumi traboccarono fuori del loro letto, e inondarono le campagne con mortalità di molte persone e di bestie assaissime[Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital. Chronicon Placentin. Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.]. Si tirò dietro questo disordine. L'altro del non poter seminare, e del guastarsi le biade di chi pur volle metterle in terra. Per mancanza dell'erbe un'infinità di bestie perì; e le povere genti, estenuate dalla fame, si dispersero per la terra, cercando come poter fuggire la morte. Cadde per giunta a tanti guai nella vigilia di santo Andrea una smisurata neve, che durò in terra sino al dì primo d'aprile dell'anno seguente. In somma se i popoli divisi combattevano l'un contra l'altro, anche il cielo facea guerra a tutti. Nè si dee tralasciare cheGuido contedi Montefeltro[Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]coi Forlivesi e Faentini costrinse coll'assedio la terra di Bagnacavallo a rendersi al comune di Forlì. Ma in essa città di Forlì Paganino degli Argogliosi e Guglielmo degli Ordelaffi, de' principali d'essa città, passando di buona intelligenza co' Bolognesi[Chronic. Caesen., tom. 14 Rer. Italic.], tentarono di farvi mutazione di stato; e una notte a questo fine attaccarono il fuoco al palazzo del pubblico. Ma, accorso il popolo, nè potendo essi resistere alla piena, se ne fuggirono cogli altriGuelfi a Firenze, dove si studiarono di sommuovere quel comune contra di Forlì. Secondo la Cronica di Parma, l'uscita dei Guelfi da Forlì accadde nell'anno seguente.