MCCXCIVAnno diCristomccxciv. IndizioneVII.Celestino Vpapa 1.Bonifazio VIIIpapa 1.Adolfore de' Romani 3.Pel verno ancora del presente anno continuò la discordia fra i cardinali in Perugia, non venendo essi mai ad una concordia per eleggere un nuovo capo della Chiesa cattolica. Da Tolomeo da Lucca[Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Italic.]e dalla Cronica Sanese[Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.]abbiamo che nell'anno 1293Carlo II redi Napoli co' suoi figliuoli, e col giovinetto marchese del MonferratoGiovanni, sul fine del verno arrivò a Lucca, venendodalla Provenza. Ma secondo i conti fatti di sopra, in quest'anno dovette succedere il suo passaggio. La differenza delle città italiane nel contare il principio dell'anno non è un picciolo imbroglio a chi brama di fissare i tempi nella storia. Ora, secondo i Fiorentini ed altri popoli, il 1293 durava sino al dì 25 di marzo dell'anno presente. Per attestato d'esso Tolomeo, il suddetto re Carlo in Lucca trattato fu con tanta solennità d'incontro, di bagordi, danze e conviti, che non v'era memoria in Toscana di somigliante festa. Aggiugne posciaJacopo cardinaledi San Giorgio[Jacopus Cardinalis, in Vita Coelestini V, Par. I, tom. 3 Rer. Ital.], che gli era andato incontroCarlo Martello, suo primogenito, re allora d'Ungheria solamente di nome o di titolo, venuto da Capoa per vedere il padre. Giunto che fu il re Carlo vicino a Perugia, gli fecero anche i cardinali tutto il possibile onore con un magnifico incontro. E perciocchè a lui premeva forte di veder creato presto un papa tutto suo, non risparmiò in tal congiuntura le sue doglianze per la scandalosa dilazione, e le sue esortazioni, perchè la sbrigassero una volta. Tolomeo da Lucca, che in questi tempi vivea, attesta[Ptolom. Lucens., Hist. Eccles., tom. 11 Rer. Italic.]ch'eglidura verba habuit cum domino Benedicto Gaytani, che fu poi Bonifazio VIII, il quale, da superbo come era, probabilmente gli rispose che non toccava a lui il prefiggere ai cardinali il quando s'avea da creare il papa. Forse anche fu creduto ch'egli quel fosse che imbrogliava questo grande affare. Andossene il re Carlo; e, continuando la disunione suddetta nel sacro collegio, cosa avvenne che stordì tutto il mondo cristiano. Era già il mese di giugno, e per la morte di un giovane, fratello delcardinal Napoleonedegli Orsini, cominciò il cardinal tuscolanoGiovanni Boccamazzaa parlar delle burle che fa la morte ai giovani, e più s'hanno da temer dai vecchi,predendo motivo da ciò di non differir più lungamente il dare un capo alla Chiesa. Aggiunse il cardinaleLatino Malabrancavescovo d'Ostia, essere stato rivelato da Dio ad un santo uomo, che se non si affrettavano ad eleggere un papa, la collera di Dio era per iscoppiar sopra di loro prima dell'Ognissanti. Sorridendo allora il soprammentovato cardinale Benedetto Gaetano, disse:E' forse questa una delle visioni di Pietro da Morrone? Signor sì, rispose il vescovo d'Ostia, e disse d'avere sopra ciò lettera da lui. Qui si venne a discorrere di questo santo romito, e chi raccontò l'austerità della sua vita, chi le molte sue virtù, chi i suoi miracoli; e vi fu chi disse ch'esso era degno d'essere papa. Non cadde in terra la proposizione. Fu il primo a dargli la sua voce il cardinale ostiense nel dì quinto di luglio, e tanti altri vi concorsero, chePietro da Morrone, povero, ma santo romito, nato in Molise in Terra di Lavoro, soggiornante allora in una colletta del territorio di Sulmona in mezzo alle montagne di Morrone, fu eletto e proclamato papa. Furono a lui spediti tre vescovi col decreto dell'elezione; ed egli, dopo aver fatta orazione, vi consentì, e prese il nome diCelestino V. Sparsa questa nuova, empiè di stupor tutte quelle contrade; cominciarono vescovi, ecclesiastici e popoli a concorrere a folla per vedere questo inusitato spettacolo, cioè un povero romitello alzato alla più sublime dignità della repubblica cristiana. Vi accorse ancora ilre Carlo IIcolre Carlo Martellosuo figliuolo, e gli fecero amendue una gran corte, con addestrarlo dipoi, tenendo le redini d'un asino, su cui egli volle entrar nella città dell'Aquila, giacchè quivi fissò il pensiero d'essere consecrato, senza far caso delle premurose lettere de' cardinali che il chiamavano a Perugia. Alla sua consecrazione si trovarono più di ducento mila persone, fra queste Tolomeo da Lucca, autore di questo racconto. Diedesi poi il novello papa a far delle elezioni nonabbastanza caute di ministri, di vescovi ed abbati, lasciandosi governare da' laici, e poco consultando i cardinali. Ma più degli altri attese a profittare della di lui semplicità il re Carlo, tutto lieto d'avere un papa nato suddito suo, e da poter aggirare a suo talento. L'indusse a fare nel dì 18 di settembre la promozione di dodici cardinali, secondochè a lui piacque, cioè sette franzesi, tre del regno di Napoli, il suo cancelliere, ed appena un romano, cioè un nipote del soprannominato cardinalBenedetto Gaetano. Si credeva ch'esso cardinal Gaetano non sarebbe andato all'Aquila, dove era il re Carlo, dianzi da lui offeso con poco rispettose parole. Ma vi andò, e seppe così ben condurre le sue faccende, che divenne intrinseco del suddetto re Carlo, e come padrone della corte pontificia, mercè dell'innata sua astuzia, come osservò Tolomeo da Lucca.Intanto il buon pontefice, sì per la sua decrepita età, come per la sua inesperienza, era tutto dì ingannato da' suoi uffiziali nel dispensar le grazie e conferir le chiese; talmente cheJacopo da Varaginearcivescovo di Genova, vivente in questi tempi, ebbe a dire[Jacopus a Varagine, Chron. Genuens., tom. 9 Rer. Ital.]che Celestino fece molte cosede plenitudine potestatis, ma molt'altre piùde plenitudine simplicitatis. Il peggio fu che, lasciatosi adescare dal re Carlo, andò a mettere la sua residenza in Napoli, cioè a farsi maggiormente schiavo del medesimo: risoluzione che, non potutasi impedire dai cardinali, troppo trafisse il loro cuore. Oh allora sì che più che mai s'avvidero quei porporati padri del maiuscolo sproposito e dei mali effetti della sregolata lor dissensione, e cominciarono a desiderar di disfare ciò che era già fatto. Puzza di favola ciò che alcuni lasciarono scritto, di avergli il suddetto cardinal Benedetto Gaetano, che fu poi papa Bonifazio VIII, di notte con una tromba, come se fosse venuta dal cielo, insinuato di abbandonareil pontificato. La verità si è, che alcuni de' cardinali cominciarono a parlargli di rinunziare, stante la sua incapacità di governar la nave di Pietro, e il grave danno che ne veniva alla Chiesa, e il pericolo dell'anima sua.Celestino, in cuore di cui non era punto scemata per così grande altezza l'antica sua umiltà, lo sprezzo del mondo e la delicatezza della coscienza, vi prestò molto bene l'orecchio[Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Jacob. Cardinalis, in Vit. Coelestini, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Jordanus, in Hist.]. Ma il re Carlo, penetrato il broglio, commosse tutta Napoli, che processionalmente si portò sotto le finestre del papa, pregandolo di non consentire a rinuncia alcuna. V'era presente Tolomeo da Lucca. In termini ambigui fece dar loro risposta Celestino, e poi nel dì 13 di dicembre spiegò nel concistoro la fissata risoluzione sua di dimettere il pontificato. Gli fu suggerito di far prima una costituzione dichiarativa, che in alcuni casi il romano pontefice può lecitamente abdicare il pontificato: il che fatto, ed accettata dal sacro collegio la di lui rinunzia, si spogliò Celestino degli abiti pontificali, e ripigliato l'eremitico, si ritirò dalla corte tutto lieto d'aver deposto un sì pesante fardello, e sol bramoso di ritornare al suo niente e alla cara sua solitudine, con esempio d'umiltà da ammirarsi da tutti, da imitarsi da pochi o da niuno. Da lì a non molto, rinchiusi nel conclave i cardinali, vennero all'elezione di un nuovo papa; e giacchè il cardinalBenedetto Gaetanoda Agnani, personaggio di somma sagacità e perizia nelle leggi canoniche e civili, avea saputo guadagnarsi l'amicizia e patrocinio del re Carlo II, giusta i cui voleri si moveano allora le sfere, in lui concorsero i voti de' cardinali. Fu egli eletto nella vigilia del santo Natale, e, preso il nome diBonifazio VIII, si mise poi in viaggio verso Roma nel dì 2 di gennaio dell'anno seguente, siccome diremo, per esser ivi consecrato. Studiavasi sempre piùMatteo Visconte, capitano diMilano, Como, Vercelli e Novara, di assodare ed ampliare la potenza sua[Corio, Istor. di Milano.]; e sapendo che possente efficacia avesse il danaro pressoAdolfo, re povero de' Romani, ottenne dal medesimo per questa via di essere creato vicario generale della Lombardia. Pertanto, venuti a Milano quattro ambasciatori d'esso Adolfo, nella domenica prima di maggio, in un solenne parlamento tenuto in Milano, gli fu solennemente data l'investitura del vicariato. Allora i Milanesi giurarono fedeltà al re Adolfo; e, passati dipoi essi ambasciatori cogli uffiziali del visconte alle altre città lombarde, da esse ricavarono un simil giuramento di fedeltà[Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 333.]. Ma i Cremonesi e Lodigiani, non piacendo loro che Matteo Visconte cominciasse a far da superiore nelle loro città, si collegarono contra di lui, e fecero venire i Torriani in Lombardia. Cominciossi pertanto la guerra da questi due comuni contra del Visconte, ed unironsi con essi anche molti nobili milanesi, mal soddisfatti del presente governo dello stesso Matteo.Tendendo in questi tempi i maneggi delmarchese Aldrovandinod'Este[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]alla rovina delmarchese Azzo VIIIsignor di Ferrara, Modena e Reggio, suo fratello, senza por mente s'egli rovinava anche la propria casa, mosse il comune di Padova alla guerra. Presero essi Padovani, dominanti allora in Vicenza, le terre di Este, Cerro e Calaone, e si accingevano a far di peggio, quantunque il marchese Azzo fosse uscito in campagna con un buon esercito. Ma, interpostosi il patriarca d'AquileiaRaimondo dalla Torrecon alcuni frati minori, si venne ad una pace, in cui restò deluso il marchese Aldrovandino, e fu convenuto che si spianassero le fortezze e rocche delle tre suddette terre, e che restassero in potere de' Padovani la terra della Badia, la terza parte di Lendenara, Lusia, il castello di Veneze,ed altri diritti, sconsigliatamente loro ceduti dal marchese Aldrovandino. A ciò s'indusse il marchese Azzo, perchè, unitisi i Padovani in lega conAlberto dalla Scala, era divenuto pericoloso il continuar questa guerra. Tenne dipoi esso marchese in Ferrara per la festa dell'Ognissanti una suntuosissima corte bandita, dove concorse una straordinaria copia di nobili di tutta la Lombardia; e ciò in occasione di prender egli l'ordine della cavalleria cogli speroni d'oro daGherardo da Caminosignor di Trivigi. Fece il suddetto marchese dipoi cavalieri ilmarchese Francescosuo fratello, e cinquantadue altri nobili di varie città di Lombardia; tutto alle spese sue: il che diede molto da pensare e da dire ai politici di que' tempi. Scorgendo il comune di Genova più disposti alla guerra che alla pace i Veneziani, cominciò a fare un potente armamento dal canto suo. Non fece di meno il comune di Venezia[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital.]. Ora accadde che Marco Basilio con ventotto galee venete ed altri legni andando in traccia dei Genovesi che navigavano in Romania, scontratosi con tre grosse navi mercantili riccamente cariche d'essi Genovesi, le prese. Informati di questa perdita i Genovesi abitanti in Pera, spedirono bensì Niccolò Spinola a chiederne la restituzione, ma senza frutto alcuno di tale spedizione. Allora si misero alla vela venti galee e undici fuste genovesi sotto il comando di esso Spinola, per ottener coll'armi ciò che non poteano colle parole; e trovata la flotta veneziana verso Laiaccio, attaccarono una feroce battaglia. Si dichiarò la fortuna in favore de' Genovesi, in poter de' quali oltre alle proprie navi ricuperate, restarono venticinque galee venete col capitano, e i mercatanti e loro mercatanzie. Appena tre galee ebbero la sorte di salvarsi colla fuga. Giunta questa infausta nuova a Venezia, riempiè di cordoglio e di sdegno quel popolo, massimamente perchè il fiore deimarinari era caduto in man de' nemici; ma siccome gente magnanima, si diede tosto a far maggiori preparamenti, e mise in mare sessanta galee ben armate, delle quali creò ammiraglio Niccolò Querino, con ordine di cercar ne' mari di Grecia la flotta nemica. Seppero i Genovesi schivarne l'incontro; e, giunti alla Canea nell'isola di Candia, per forza v'entrarono, e dopo il sacco lasciarono quasi tutta quella città in preda alle fiamme. AllorchèCarlo II redi Napoli comandava le feste sotto il nome di papa Celestino V, ottenne che si levasse dalla Romagna[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]Ildebrandino vescovod'Arezzo; e in suo luogo fosse creato conte di essa un certo Roberto di Cornay, probabilmente Provenzale. Costui venne nel mese d'ottobre, ed entrò in Rimini, Cesena, Forlì, Faenza ed Imola, ricevuto con onore dappertutto; ma non fece le radici in quelle contrade, perchè nell'anno seguente ad altri fu dato il medesimo governo. Formossi in quest'anno una sollevazione in Forlì, per cui i Calboli colla lor fazione furono scacciati, ed alcuni vi restarono prigioni conGuido da Polentacapitano di quella città, eRambertosuo figliuolo. Ma corso colà Maghinardo Pagano da Susinana, fece rilasciare i prigioni, e fu egli creato podestà di quella città. Nell'autunno ancora del presente anno nota la Cronica di Forlì, essersi per le smisurate pioggie sì eccessivamente gonfiato il Po, che allagò tutto il paese contiguo alle rive, cioè del Piacentino, Cremonese, Bresciano, Parmigiano, Reggiano, Modenese e Padovano, di maniera che fu chiamato un diluvio particolare, per le tante ville sommerse.
Pel verno ancora del presente anno continuò la discordia fra i cardinali in Perugia, non venendo essi mai ad una concordia per eleggere un nuovo capo della Chiesa cattolica. Da Tolomeo da Lucca[Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Italic.]e dalla Cronica Sanese[Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.]abbiamo che nell'anno 1293Carlo II redi Napoli co' suoi figliuoli, e col giovinetto marchese del MonferratoGiovanni, sul fine del verno arrivò a Lucca, venendodalla Provenza. Ma secondo i conti fatti di sopra, in quest'anno dovette succedere il suo passaggio. La differenza delle città italiane nel contare il principio dell'anno non è un picciolo imbroglio a chi brama di fissare i tempi nella storia. Ora, secondo i Fiorentini ed altri popoli, il 1293 durava sino al dì 25 di marzo dell'anno presente. Per attestato d'esso Tolomeo, il suddetto re Carlo in Lucca trattato fu con tanta solennità d'incontro, di bagordi, danze e conviti, che non v'era memoria in Toscana di somigliante festa. Aggiugne posciaJacopo cardinaledi San Giorgio[Jacopus Cardinalis, in Vita Coelestini V, Par. I, tom. 3 Rer. Ital.], che gli era andato incontroCarlo Martello, suo primogenito, re allora d'Ungheria solamente di nome o di titolo, venuto da Capoa per vedere il padre. Giunto che fu il re Carlo vicino a Perugia, gli fecero anche i cardinali tutto il possibile onore con un magnifico incontro. E perciocchè a lui premeva forte di veder creato presto un papa tutto suo, non risparmiò in tal congiuntura le sue doglianze per la scandalosa dilazione, e le sue esortazioni, perchè la sbrigassero una volta. Tolomeo da Lucca, che in questi tempi vivea, attesta[Ptolom. Lucens., Hist. Eccles., tom. 11 Rer. Italic.]ch'eglidura verba habuit cum domino Benedicto Gaytani, che fu poi Bonifazio VIII, il quale, da superbo come era, probabilmente gli rispose che non toccava a lui il prefiggere ai cardinali il quando s'avea da creare il papa. Forse anche fu creduto ch'egli quel fosse che imbrogliava questo grande affare. Andossene il re Carlo; e, continuando la disunione suddetta nel sacro collegio, cosa avvenne che stordì tutto il mondo cristiano. Era già il mese di giugno, e per la morte di un giovane, fratello delcardinal Napoleonedegli Orsini, cominciò il cardinal tuscolanoGiovanni Boccamazzaa parlar delle burle che fa la morte ai giovani, e più s'hanno da temer dai vecchi,predendo motivo da ciò di non differir più lungamente il dare un capo alla Chiesa. Aggiunse il cardinaleLatino Malabrancavescovo d'Ostia, essere stato rivelato da Dio ad un santo uomo, che se non si affrettavano ad eleggere un papa, la collera di Dio era per iscoppiar sopra di loro prima dell'Ognissanti. Sorridendo allora il soprammentovato cardinale Benedetto Gaetano, disse:E' forse questa una delle visioni di Pietro da Morrone? Signor sì, rispose il vescovo d'Ostia, e disse d'avere sopra ciò lettera da lui. Qui si venne a discorrere di questo santo romito, e chi raccontò l'austerità della sua vita, chi le molte sue virtù, chi i suoi miracoli; e vi fu chi disse ch'esso era degno d'essere papa. Non cadde in terra la proposizione. Fu il primo a dargli la sua voce il cardinale ostiense nel dì quinto di luglio, e tanti altri vi concorsero, chePietro da Morrone, povero, ma santo romito, nato in Molise in Terra di Lavoro, soggiornante allora in una colletta del territorio di Sulmona in mezzo alle montagne di Morrone, fu eletto e proclamato papa. Furono a lui spediti tre vescovi col decreto dell'elezione; ed egli, dopo aver fatta orazione, vi consentì, e prese il nome diCelestino V. Sparsa questa nuova, empiè di stupor tutte quelle contrade; cominciarono vescovi, ecclesiastici e popoli a concorrere a folla per vedere questo inusitato spettacolo, cioè un povero romitello alzato alla più sublime dignità della repubblica cristiana. Vi accorse ancora ilre Carlo IIcolre Carlo Martellosuo figliuolo, e gli fecero amendue una gran corte, con addestrarlo dipoi, tenendo le redini d'un asino, su cui egli volle entrar nella città dell'Aquila, giacchè quivi fissò il pensiero d'essere consecrato, senza far caso delle premurose lettere de' cardinali che il chiamavano a Perugia. Alla sua consecrazione si trovarono più di ducento mila persone, fra queste Tolomeo da Lucca, autore di questo racconto. Diedesi poi il novello papa a far delle elezioni nonabbastanza caute di ministri, di vescovi ed abbati, lasciandosi governare da' laici, e poco consultando i cardinali. Ma più degli altri attese a profittare della di lui semplicità il re Carlo, tutto lieto d'avere un papa nato suddito suo, e da poter aggirare a suo talento. L'indusse a fare nel dì 18 di settembre la promozione di dodici cardinali, secondochè a lui piacque, cioè sette franzesi, tre del regno di Napoli, il suo cancelliere, ed appena un romano, cioè un nipote del soprannominato cardinalBenedetto Gaetano. Si credeva ch'esso cardinal Gaetano non sarebbe andato all'Aquila, dove era il re Carlo, dianzi da lui offeso con poco rispettose parole. Ma vi andò, e seppe così ben condurre le sue faccende, che divenne intrinseco del suddetto re Carlo, e come padrone della corte pontificia, mercè dell'innata sua astuzia, come osservò Tolomeo da Lucca.
Intanto il buon pontefice, sì per la sua decrepita età, come per la sua inesperienza, era tutto dì ingannato da' suoi uffiziali nel dispensar le grazie e conferir le chiese; talmente cheJacopo da Varaginearcivescovo di Genova, vivente in questi tempi, ebbe a dire[Jacopus a Varagine, Chron. Genuens., tom. 9 Rer. Ital.]che Celestino fece molte cosede plenitudine potestatis, ma molt'altre piùde plenitudine simplicitatis. Il peggio fu che, lasciatosi adescare dal re Carlo, andò a mettere la sua residenza in Napoli, cioè a farsi maggiormente schiavo del medesimo: risoluzione che, non potutasi impedire dai cardinali, troppo trafisse il loro cuore. Oh allora sì che più che mai s'avvidero quei porporati padri del maiuscolo sproposito e dei mali effetti della sregolata lor dissensione, e cominciarono a desiderar di disfare ciò che era già fatto. Puzza di favola ciò che alcuni lasciarono scritto, di avergli il suddetto cardinal Benedetto Gaetano, che fu poi papa Bonifazio VIII, di notte con una tromba, come se fosse venuta dal cielo, insinuato di abbandonareil pontificato. La verità si è, che alcuni de' cardinali cominciarono a parlargli di rinunziare, stante la sua incapacità di governar la nave di Pietro, e il grave danno che ne veniva alla Chiesa, e il pericolo dell'anima sua.Celestino, in cuore di cui non era punto scemata per così grande altezza l'antica sua umiltà, lo sprezzo del mondo e la delicatezza della coscienza, vi prestò molto bene l'orecchio[Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Jacob. Cardinalis, in Vit. Coelestini, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Jordanus, in Hist.]. Ma il re Carlo, penetrato il broglio, commosse tutta Napoli, che processionalmente si portò sotto le finestre del papa, pregandolo di non consentire a rinuncia alcuna. V'era presente Tolomeo da Lucca. In termini ambigui fece dar loro risposta Celestino, e poi nel dì 13 di dicembre spiegò nel concistoro la fissata risoluzione sua di dimettere il pontificato. Gli fu suggerito di far prima una costituzione dichiarativa, che in alcuni casi il romano pontefice può lecitamente abdicare il pontificato: il che fatto, ed accettata dal sacro collegio la di lui rinunzia, si spogliò Celestino degli abiti pontificali, e ripigliato l'eremitico, si ritirò dalla corte tutto lieto d'aver deposto un sì pesante fardello, e sol bramoso di ritornare al suo niente e alla cara sua solitudine, con esempio d'umiltà da ammirarsi da tutti, da imitarsi da pochi o da niuno. Da lì a non molto, rinchiusi nel conclave i cardinali, vennero all'elezione di un nuovo papa; e giacchè il cardinalBenedetto Gaetanoda Agnani, personaggio di somma sagacità e perizia nelle leggi canoniche e civili, avea saputo guadagnarsi l'amicizia e patrocinio del re Carlo II, giusta i cui voleri si moveano allora le sfere, in lui concorsero i voti de' cardinali. Fu egli eletto nella vigilia del santo Natale, e, preso il nome diBonifazio VIII, si mise poi in viaggio verso Roma nel dì 2 di gennaio dell'anno seguente, siccome diremo, per esser ivi consecrato. Studiavasi sempre piùMatteo Visconte, capitano diMilano, Como, Vercelli e Novara, di assodare ed ampliare la potenza sua[Corio, Istor. di Milano.]; e sapendo che possente efficacia avesse il danaro pressoAdolfo, re povero de' Romani, ottenne dal medesimo per questa via di essere creato vicario generale della Lombardia. Pertanto, venuti a Milano quattro ambasciatori d'esso Adolfo, nella domenica prima di maggio, in un solenne parlamento tenuto in Milano, gli fu solennemente data l'investitura del vicariato. Allora i Milanesi giurarono fedeltà al re Adolfo; e, passati dipoi essi ambasciatori cogli uffiziali del visconte alle altre città lombarde, da esse ricavarono un simil giuramento di fedeltà[Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 333.]. Ma i Cremonesi e Lodigiani, non piacendo loro che Matteo Visconte cominciasse a far da superiore nelle loro città, si collegarono contra di lui, e fecero venire i Torriani in Lombardia. Cominciossi pertanto la guerra da questi due comuni contra del Visconte, ed unironsi con essi anche molti nobili milanesi, mal soddisfatti del presente governo dello stesso Matteo.
Tendendo in questi tempi i maneggi delmarchese Aldrovandinod'Este[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]alla rovina delmarchese Azzo VIIIsignor di Ferrara, Modena e Reggio, suo fratello, senza por mente s'egli rovinava anche la propria casa, mosse il comune di Padova alla guerra. Presero essi Padovani, dominanti allora in Vicenza, le terre di Este, Cerro e Calaone, e si accingevano a far di peggio, quantunque il marchese Azzo fosse uscito in campagna con un buon esercito. Ma, interpostosi il patriarca d'AquileiaRaimondo dalla Torrecon alcuni frati minori, si venne ad una pace, in cui restò deluso il marchese Aldrovandino, e fu convenuto che si spianassero le fortezze e rocche delle tre suddette terre, e che restassero in potere de' Padovani la terra della Badia, la terza parte di Lendenara, Lusia, il castello di Veneze,ed altri diritti, sconsigliatamente loro ceduti dal marchese Aldrovandino. A ciò s'indusse il marchese Azzo, perchè, unitisi i Padovani in lega conAlberto dalla Scala, era divenuto pericoloso il continuar questa guerra. Tenne dipoi esso marchese in Ferrara per la festa dell'Ognissanti una suntuosissima corte bandita, dove concorse una straordinaria copia di nobili di tutta la Lombardia; e ciò in occasione di prender egli l'ordine della cavalleria cogli speroni d'oro daGherardo da Caminosignor di Trivigi. Fece il suddetto marchese dipoi cavalieri ilmarchese Francescosuo fratello, e cinquantadue altri nobili di varie città di Lombardia; tutto alle spese sue: il che diede molto da pensare e da dire ai politici di que' tempi. Scorgendo il comune di Genova più disposti alla guerra che alla pace i Veneziani, cominciò a fare un potente armamento dal canto suo. Non fece di meno il comune di Venezia[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital.]. Ora accadde che Marco Basilio con ventotto galee venete ed altri legni andando in traccia dei Genovesi che navigavano in Romania, scontratosi con tre grosse navi mercantili riccamente cariche d'essi Genovesi, le prese. Informati di questa perdita i Genovesi abitanti in Pera, spedirono bensì Niccolò Spinola a chiederne la restituzione, ma senza frutto alcuno di tale spedizione. Allora si misero alla vela venti galee e undici fuste genovesi sotto il comando di esso Spinola, per ottener coll'armi ciò che non poteano colle parole; e trovata la flotta veneziana verso Laiaccio, attaccarono una feroce battaglia. Si dichiarò la fortuna in favore de' Genovesi, in poter de' quali oltre alle proprie navi ricuperate, restarono venticinque galee venete col capitano, e i mercatanti e loro mercatanzie. Appena tre galee ebbero la sorte di salvarsi colla fuga. Giunta questa infausta nuova a Venezia, riempiè di cordoglio e di sdegno quel popolo, massimamente perchè il fiore deimarinari era caduto in man de' nemici; ma siccome gente magnanima, si diede tosto a far maggiori preparamenti, e mise in mare sessanta galee ben armate, delle quali creò ammiraglio Niccolò Querino, con ordine di cercar ne' mari di Grecia la flotta nemica. Seppero i Genovesi schivarne l'incontro; e, giunti alla Canea nell'isola di Candia, per forza v'entrarono, e dopo il sacco lasciarono quasi tutta quella città in preda alle fiamme. AllorchèCarlo II redi Napoli comandava le feste sotto il nome di papa Celestino V, ottenne che si levasse dalla Romagna[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]Ildebrandino vescovod'Arezzo; e in suo luogo fosse creato conte di essa un certo Roberto di Cornay, probabilmente Provenzale. Costui venne nel mese d'ottobre, ed entrò in Rimini, Cesena, Forlì, Faenza ed Imola, ricevuto con onore dappertutto; ma non fece le radici in quelle contrade, perchè nell'anno seguente ad altri fu dato il medesimo governo. Formossi in quest'anno una sollevazione in Forlì, per cui i Calboli colla lor fazione furono scacciati, ed alcuni vi restarono prigioni conGuido da Polentacapitano di quella città, eRambertosuo figliuolo. Ma corso colà Maghinardo Pagano da Susinana, fece rilasciare i prigioni, e fu egli creato podestà di quella città. Nell'autunno ancora del presente anno nota la Cronica di Forlì, essersi per le smisurate pioggie sì eccessivamente gonfiato il Po, che allagò tutto il paese contiguo alle rive, cioè del Piacentino, Cremonese, Bresciano, Parmigiano, Reggiano, Modenese e Padovano, di maniera che fu chiamato un diluvio particolare, per le tante ville sommerse.