MCCXCIX

MCCXCIXAnno diCristomccxcix. IndizioneXII.Bonifazio VIIIpapa 6.AlbertoAustriaco re de' Romani 2.La crociata contra de' Colonnesi, pubblicata dapapa Bonifazio, e la guerra lor fatta, avea prodotto finora che all'armi pontificie s'erano arrendute le città di Nepi, Zagaruola, Colonna ed altre terre, dopo lungo assedio e con molto spargimento di sangue, e donate agli Orsini e ad altri nobili romani. Fu anche assediata Palestrina, dove si trovava un gagliardo presidio che rendeva inutili tutti gli sforzi dell'armata papale. Si rodeva di rabbia papa Bonifazio, veggendo di non poter vincere questa pugna; e però, se è vero ciò che racconta Dante poeta[Dante, nell'Infern. Benvenuto de Imola, in Comment. in Dant. tom.... Antiq. Ital.], il quale fiorì in questi tempi, fatto chiamare a sè Guido, già conte di Montefeltro, allora frate minore, a lui, come ad uomo mastro di guerra, volle raccomandar la direzione di quell'assedio. Se ne scusòGuido, allegando l'incompetenza del suo abito con quel secolaresco impiego.Continuò Bonifazio a fargli istanza, perchè almeno gl'insegnasse la maniera di forzar quella terra alla resa. Allora Guido stette sopra sè un pezzo, e finalmente rispose, che conoscendo inespugnabile coll'armi la città di Palestrina, non gli andava per mente se non un ripiego; ma che non si attentava di proporlo per timore d'incorrere in peccato. Oh, se è per questo, replicò allora Bonifazio, io te ne assolvo. Allora Guido gli disse che bisognava promettere molto ed attener poco. Non c'è obbligazione di credere questo fatto a Dante, persona troppo ghibellina, e che taglia dappertutto i panni addosso a papa Bonifazio, tuttochè ancora Giovani Villani[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 6.]ci descriva questo pontefice per uomo di larga coscienza, ove si trattava di guadagnare, e che dicea essergli lecito tutto, purchè fosse utile alla Chiesa. Forse i malevoli inventarono questa novella, con ricavarla dal seguente avvenimento. Imperocchè Bonifazio fece destramente proporre il perdono ai Colonnesi, e, liberalissimo di promesse, rimase d'accordo ch'essi in veste nera andassero a gittarsi ai piedi suoi, confessando i falli ed implorando misericordia. Così fecero. Avuta che ebbe il papa in sua mano Palestrina, lungi dal rimettere in pristino i Colonnesi, come n'avea, per quanto dicono, data parola, fece spianare dai fondamenti quella città, privandola d'ogni onore, e fino del nome, con fabbricarne un'altra in altro sito, e darle il nome di Città Papale. Cacciò ancora prigione Giovanni da Ceccano degli Annibaldeschi lor parente, e confiscò tutti i suoi beni. Atterriti da questo procedere i Colonnesi, tutti fuggirono, chi in Sicilia, chi in Francia ed in altri luoghi, e tenendosi con somma cura celati, finchè arrivò l'ultima scena dello stesso pontefice, che intanto di nuovo li bandì e perseguitò a tutto potere.Benchè alcuni degli antichi scrittori col non accennare gli anni e i tempi precisi degli avvenimenti, sieno di non pocoimbroglio ai posteri che prendono a compilare una storia; e di questo difetto non vada esente Niccolò Speciale, e dopo di lui il Fazello, storici siciliani; pure vo' io credendo che gli affari della Sicilia si possano registrare nella forma seguente[Nicolaus Specialis, lib. 4 cap. 4, tom. 10 Rer. Ital.].Giacomo red'Aragona nell'anno precedente tornato a Roma, e partitosene carico di benedizioni e insieme di oro pontificio, passò a Napoli per concertare colre Carlo IIsuocero suo le operazioni da farsi contra della Sicilia. Fece segretamente esortaredon Federigosuo fratello, che almeno rinunziasse le conquiste fatte in Calabria: che così si sarebbe maneggiato qualche accordo; ma non gli fu dato orecchio. Pertanto, unite le forze sue con quelle d'esso re Carlo, e composta una potente armata di vele, coll'insigne ammiraglioRuggieri di Loria, sul fine d'agosto di esso anno andò a sbarcare in Sicilia. Impadronitosi a tutta prima di Patti, Milazzo e d'altre terre, si pose dipoi all'assedio di Siracusa, città che fu valorosamente difesa da Giovanni di Chiaramonte. Avendo egli poi spedito Giovanni di Loria, nipote dell'ammiraglio Ruggieri con venti galee per recar vettovaglie al castello di Patti, assediato dai Siciliani, i Messinesi, usciti con sedici galee contra di lui, gli diedero battaglia e lo sconfissero. Quattro soli dei suoi legni si sottrassero colla fuga, gli altri col capitano furono condotti presi a Messina. Questa disavventura e la perdita di molta gente o per malattie o per assalti inutilmente dati a Siracusa, fece prendere al re Giacomo la risoluzione di levare il campo di sotto a quella città, e di ritirarsi a Napoli. Giunto alle coste di Milazzo, fece istanza a don Federigo suo fratello per riaver le galee prese con Giovanni di Loria e con altri prigioni, promettendo con ciò di non mai più mettere il piede in Sicilia. Ma nel consiglio di don Federigo prevalse il cattivo parere di nulla volergli concedere. Anzi infellonitipiù che mai i Siciliani contro Ruggieri di Loria, per fargli dispetto e vendicarsi di lui, fecero mozzare il capo allo stesso Giovanni suo nipote e a Jacopo della Rocca, come a ribelli del re Federigo.Passò il re Giacomo il verno in Napoli, nel qual tempo anche Federigo ricuperò molte castella che o spontaneamente o per forza aveano alzate le bandiere del re suo fratello. Come è il costume, non mancarono mormorazioni contra del re Giacomo per la poca prospera campagna dell'anno precedente, non potendosi levar di testa alla gente ch'egli la volesse più per li Franzesi suoi antichi nemici, che pel fratello. Pertanto, affine di smentir queste voci, e di far sempre più palese la sua lealtà al papa e al re Carlo, fatto un maggiore sforzo di gente e di navi, s'imbarcò sul fine di giugno insieme conRoberto ducadi Calabria e conFilippo principedi Taranto, e dirizzò le vele verso la Sicilia. Don Federigo e gli orgogliosi, anzi temerarii Siciliani che si teneano sempre in pugno la vittoria, non vollero aspettarlo, e con quaranta galee (altri dicono di più) vennero alla volta di Napoli. Il Villani[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 29.]fa loro ammiraglio Federigo Doria; Niccolò Speciale gli dà il nome di Corrado, ma nol dice intervenuto a questa battaglia. Scontraronsi le due armate a Capo Orlando, e si venne nel dì 4 di luglio ad un duro e sanguinoso combattimento, in cui, quantunque i Siciliani combattessero da disperati, pure dall'industria e valor di Ruggieri di Loria, ammiraglio nemico, rimasero interamente sconfitti[Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 1, tom. 9 Rer. Ital.]. Il numero de' morti e presi della lor parte si fa ascendere a più di sei mila persone, e ventidue galee restarono in mano dei vincitori. Si salvò, ma con gran fatica, nella sua galea a forza di remi don Federigo, e fu detto che il re Giacomo l'ebbe, o potè averlo prigione, ma lasciollo andare. Periron nel conflitto anche moltiCatalani e Pugliesi. Passò dipoi il re Giacomo in Calabria, e, prendendo seco molte truppe preparate ivi per ordine del re Carlo II, colla giunta di dieci galee, sbarcò l'esercito in Sicilia. E allora fu ch'egli fece sapere aRoberto ducadi Calabria e aFilippo principedi Taranto suoi cognati, che i suoi affari il richiamavano in Catalogna; essere la Sicilia ridotta in istato che non potea più fare resistenza; non reggergli il cuore a vedere, e meno a procurare ulteriormente la rovina del già rovinato fratello; e voler egli lasciar loro tutta la gloria di terminar quel conquisto. Di colà dunque si portò a Napoli al re Carlo colle medesime scuse, e poi si trasferì in Catalogna, dopo aver ottenute le promesse da lui fatte al papa ed al suocero. Vi ha chi dice[Summonte, Ist. di Napoli.]che fu ben visto dal buon Carlo II, il quale si obbligò a rifargli le spese occorse in quell'armamento, ascendenti alla somma di più di ducento mila oncie d'oro. Altri narrano che fu mal veduto, e creduto d'accordo col fratello, in guisa che discaro a' Franzesi, e maledetto dai Siciliani, abbandonò in fine l'Italia. La Cronica di Forlì[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]aggiugne ch'egli si partì, perchè non gli era pagato il soldo promessogli da papa Bonifazio VIII. La partenza del re Giacomo e il buon cuore de' Messinesi rinforzò in tante avversità l'animo di don Federigo. Ma il duca di Calabria Roberto occupò intanto varie terre di Sicilia, e massimamente quella di Chiaramonte. Presentatosi ancora coll'esercito sotto Catania, guadagnò ivi de' traditori, che gli diedero in mano senza spendere sangue quella città. Ribellaronsi pure altre non poche terre in Valle di Noto, con apparenza che già inclinasse la fortuna a troncare affatto le ali a don Federigo, quando essa all'improvviso si dichiarò in suo favore. Aveva il duca di Calabria spedito Filippo principe di Taranto suo fratello con un corpo d'armata per terra, assistito da alquantegalee per mare, nella valle di Mazara, per far altre conquiste in quelle parti. Don Federigo, che s'era postato nel forte castello di San Giovanni per vegliare agli andamenti dei nemici, con quelle forze che potè raunare andò a trovare il principe nel piano di Formicara, e gli diede battaglia. Rimase sconfitto il principe, ed egli stesso, ferito e scavalcato, fu in pericolo d'essere ucciso dai Catalani in vendetta di Corradino, se non accorreva a tempo don Federigo, che gli salvò la vita. Quasi tutto il resto de' vinti fu condotto nelle prigioni. A questa disavventura de' Franzesi tenne dietro un'altra. Fu data speranza da un prigione ai baroni del duca di Calabria di metterli in possesso del forte castello di Gallerano. Andarono moltissimi d'essi col conte di Brenna loro comandante a prendere questo boccone. Ma il trattato era doppio. Sorpresi all'improvviso da Blasco di Alagona capitano di don Federigo, tutti furono fatti prigioni. Così procedevano gli affari della Sicilia.Nel febbraio dell'anno presente fu posto fine alla guerra che bolliva traAzzo VIII marchesed'Este, signor di Ferrara, e i Bolognesi. Il pontefice e i Fiorentini ne furono i mediatori[Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Fatto un compromesso nel medesimo papa per le castella disputate fra i Bolognesi e Modenesi, egli proferì un laudo, che fu creduto iniquo dai Modenesi. Benchè Galvano Fiamma[Gualv. Flamma, Manip. Flor.]e gli Annali Milanesi[Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.]mettano sotto l'anno precedente ciò che ora io son per dire degli avvenimenti della Lombardia, pure sembra più sicuro il seguitar qui il Corio[Corio, Istor. di Milano.], assistito dalla Cronica d'Asti[Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.]e da Benvenuto da San Giorgio nella Storia del Monferrato[Benvenuto da San Giorgio, tom. 28 Rer. Italic.]. Era già arrivatoGiovannimarchesed'esso Monferrato all'età capace di consigli politici e militari; e dispiacendogli la potenza diMatteo Visconteche signoreggiava non solamente in Milano, Vercelli e Novara, ma anche in Casale di Sant'Evasio, e teneva una specie di dominio nel Monferrato stesso: collegatosi col marchese di Saluzzo, col conte Filippo da Langusco e coi Pavesi, nel mese di marzo fece rivoltare la città di Novara, da cui appena si salvòGaleazzo, primogenito d'esso Matteo, che v'era per podestà. Altrettanto fece la città di Vercelli, e poi Casale suddetto. Susseguentemente tutti questi signori e popoli si collegarono nel mese di maggio coi Bergamaschi, Ferraresi e Cremonesi, e con Azzo marchese d'Este signor di Ferrara, contro al Visconte. Uscirono poscia in campagna, cadauno dalla lor parte, ed uscì anche Matteo Visconte aiutato con gagliarde forze daAlberto Scottosignor di Piacenza, dai Parmigiani e daAlberto dalla Scalasignor di Verona, al cui figliuoloAlboinoavea Matteo data in moglie una sua sorella. Nulladimeno con tanti movimenti d'armi ciascuno si guardò dall'avventurarsi a battaglia. Ed avvenne che Azzo marchese d'Este[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic.]con settecento uomini d'armi e quattro mila fanti, mossosi in soccorso de' Cremonesi, arrivò sino a Crema. Ma perciocchè corsero sospetti ch'egli macchinasse l'acquisto di Cremona, o perchè i maligni seminarono delle zizzanie; certo è ch'egli giudicò meglio di ritornarsene a casa. Matteo Visconte, che si vedea attorniato da tante armi, siccome accorto e saggio personaggio, addormentò tutti con un trattato di pace, che fu conchiuso e pubblicato sul principio d'agosto. In tal credito era salita in questi tempi la potenza de' Genovesi per le riportate vittorie[Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani lib. 8, cap. 27. Stella, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 17 Rer. Ital.], che i Veneziani presero lo spediente di venire alla pace con loro. Questafu maneggiata di comune concordia da Matteo Visconte, e n'ebbero molto onore i Genovesi, perchè s'obbligarono i Veneziani di non navigare nel mare Maggiore, nè in Soria con galee armate per tredici anni avvenire. Furono perciò rimessi in libertà tutti i prigioni. Similmente i Pisani comperarono la pace da essi Genovesi con due condizioni, cioè con cedere loro una parte della Sardegna e Bonifazio in Corsica, e promettere di non uscire in mare con galee armate per lo spazio di quindici anni venturi. Nel mese ancora d'aprile seguì in Faenza[Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.]un congresso degli ambasciatori di Matteo Visconte, di Alberto dalla Scala, di Azzo e Francesco marchesi d'Este, e de' Bolognesi, per mettere concordia fra essi Bolognesi e le città della Romagna e i Lambertazzi fuorusciti di Bologna. Fu questa pur anche dipoi conchiusa: laonde riuscì degno di memoria quest'anno per cagione di tante paci. Ma in Mantova succederono delle novità[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, Histor., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.]. Era quivi signoreBardelonede' Bonacossi.Tainosuo fratello, voglioso di quel dominio, ricorse ad Azzo marchese d'Este per aiuto; ma poi, senza voler la gente che gli veniva esibita, se ne tornò a Mantova. Rimasero poi burlati tanto egli, quanto Bardelone, perchèBotticellade' Bonacossi loro nipote, figliuolo di Giovannino, ottenuto un buon corpo di soldatesche da Alberto dalla Scala signor di Verona, scacciò l'uno e l'altro, e prese egli la signoria di quella città. Se ne fuggirono i fratelli scacciati a Ferrara, dove furono con onore accolti dal marchese. Bardelone poscia passò a Padova, dove poco ben veduto da que' nobili, perchè caduto in povertà, nel terzo anno del suo esilio miseramente terminò la vita. Allora si trovò più sicuro nella sua signoria Boticella co' suoi due fratelliRinaldo PasserinoeButirone: nomi o sopprannomi strani di questi secoli.

La crociata contra de' Colonnesi, pubblicata dapapa Bonifazio, e la guerra lor fatta, avea prodotto finora che all'armi pontificie s'erano arrendute le città di Nepi, Zagaruola, Colonna ed altre terre, dopo lungo assedio e con molto spargimento di sangue, e donate agli Orsini e ad altri nobili romani. Fu anche assediata Palestrina, dove si trovava un gagliardo presidio che rendeva inutili tutti gli sforzi dell'armata papale. Si rodeva di rabbia papa Bonifazio, veggendo di non poter vincere questa pugna; e però, se è vero ciò che racconta Dante poeta[Dante, nell'Infern. Benvenuto de Imola, in Comment. in Dant. tom.... Antiq. Ital.], il quale fiorì in questi tempi, fatto chiamare a sè Guido, già conte di Montefeltro, allora frate minore, a lui, come ad uomo mastro di guerra, volle raccomandar la direzione di quell'assedio. Se ne scusòGuido, allegando l'incompetenza del suo abito con quel secolaresco impiego.Continuò Bonifazio a fargli istanza, perchè almeno gl'insegnasse la maniera di forzar quella terra alla resa. Allora Guido stette sopra sè un pezzo, e finalmente rispose, che conoscendo inespugnabile coll'armi la città di Palestrina, non gli andava per mente se non un ripiego; ma che non si attentava di proporlo per timore d'incorrere in peccato. Oh, se è per questo, replicò allora Bonifazio, io te ne assolvo. Allora Guido gli disse che bisognava promettere molto ed attener poco. Non c'è obbligazione di credere questo fatto a Dante, persona troppo ghibellina, e che taglia dappertutto i panni addosso a papa Bonifazio, tuttochè ancora Giovani Villani[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 6.]ci descriva questo pontefice per uomo di larga coscienza, ove si trattava di guadagnare, e che dicea essergli lecito tutto, purchè fosse utile alla Chiesa. Forse i malevoli inventarono questa novella, con ricavarla dal seguente avvenimento. Imperocchè Bonifazio fece destramente proporre il perdono ai Colonnesi, e, liberalissimo di promesse, rimase d'accordo ch'essi in veste nera andassero a gittarsi ai piedi suoi, confessando i falli ed implorando misericordia. Così fecero. Avuta che ebbe il papa in sua mano Palestrina, lungi dal rimettere in pristino i Colonnesi, come n'avea, per quanto dicono, data parola, fece spianare dai fondamenti quella città, privandola d'ogni onore, e fino del nome, con fabbricarne un'altra in altro sito, e darle il nome di Città Papale. Cacciò ancora prigione Giovanni da Ceccano degli Annibaldeschi lor parente, e confiscò tutti i suoi beni. Atterriti da questo procedere i Colonnesi, tutti fuggirono, chi in Sicilia, chi in Francia ed in altri luoghi, e tenendosi con somma cura celati, finchè arrivò l'ultima scena dello stesso pontefice, che intanto di nuovo li bandì e perseguitò a tutto potere.

Benchè alcuni degli antichi scrittori col non accennare gli anni e i tempi precisi degli avvenimenti, sieno di non pocoimbroglio ai posteri che prendono a compilare una storia; e di questo difetto non vada esente Niccolò Speciale, e dopo di lui il Fazello, storici siciliani; pure vo' io credendo che gli affari della Sicilia si possano registrare nella forma seguente[Nicolaus Specialis, lib. 4 cap. 4, tom. 10 Rer. Ital.].Giacomo red'Aragona nell'anno precedente tornato a Roma, e partitosene carico di benedizioni e insieme di oro pontificio, passò a Napoli per concertare colre Carlo IIsuocero suo le operazioni da farsi contra della Sicilia. Fece segretamente esortaredon Federigosuo fratello, che almeno rinunziasse le conquiste fatte in Calabria: che così si sarebbe maneggiato qualche accordo; ma non gli fu dato orecchio. Pertanto, unite le forze sue con quelle d'esso re Carlo, e composta una potente armata di vele, coll'insigne ammiraglioRuggieri di Loria, sul fine d'agosto di esso anno andò a sbarcare in Sicilia. Impadronitosi a tutta prima di Patti, Milazzo e d'altre terre, si pose dipoi all'assedio di Siracusa, città che fu valorosamente difesa da Giovanni di Chiaramonte. Avendo egli poi spedito Giovanni di Loria, nipote dell'ammiraglio Ruggieri con venti galee per recar vettovaglie al castello di Patti, assediato dai Siciliani, i Messinesi, usciti con sedici galee contra di lui, gli diedero battaglia e lo sconfissero. Quattro soli dei suoi legni si sottrassero colla fuga, gli altri col capitano furono condotti presi a Messina. Questa disavventura e la perdita di molta gente o per malattie o per assalti inutilmente dati a Siracusa, fece prendere al re Giacomo la risoluzione di levare il campo di sotto a quella città, e di ritirarsi a Napoli. Giunto alle coste di Milazzo, fece istanza a don Federigo suo fratello per riaver le galee prese con Giovanni di Loria e con altri prigioni, promettendo con ciò di non mai più mettere il piede in Sicilia. Ma nel consiglio di don Federigo prevalse il cattivo parere di nulla volergli concedere. Anzi infellonitipiù che mai i Siciliani contro Ruggieri di Loria, per fargli dispetto e vendicarsi di lui, fecero mozzare il capo allo stesso Giovanni suo nipote e a Jacopo della Rocca, come a ribelli del re Federigo.

Passò il re Giacomo il verno in Napoli, nel qual tempo anche Federigo ricuperò molte castella che o spontaneamente o per forza aveano alzate le bandiere del re suo fratello. Come è il costume, non mancarono mormorazioni contra del re Giacomo per la poca prospera campagna dell'anno precedente, non potendosi levar di testa alla gente ch'egli la volesse più per li Franzesi suoi antichi nemici, che pel fratello. Pertanto, affine di smentir queste voci, e di far sempre più palese la sua lealtà al papa e al re Carlo, fatto un maggiore sforzo di gente e di navi, s'imbarcò sul fine di giugno insieme conRoberto ducadi Calabria e conFilippo principedi Taranto, e dirizzò le vele verso la Sicilia. Don Federigo e gli orgogliosi, anzi temerarii Siciliani che si teneano sempre in pugno la vittoria, non vollero aspettarlo, e con quaranta galee (altri dicono di più) vennero alla volta di Napoli. Il Villani[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 29.]fa loro ammiraglio Federigo Doria; Niccolò Speciale gli dà il nome di Corrado, ma nol dice intervenuto a questa battaglia. Scontraronsi le due armate a Capo Orlando, e si venne nel dì 4 di luglio ad un duro e sanguinoso combattimento, in cui, quantunque i Siciliani combattessero da disperati, pure dall'industria e valor di Ruggieri di Loria, ammiraglio nemico, rimasero interamente sconfitti[Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 1, tom. 9 Rer. Ital.]. Il numero de' morti e presi della lor parte si fa ascendere a più di sei mila persone, e ventidue galee restarono in mano dei vincitori. Si salvò, ma con gran fatica, nella sua galea a forza di remi don Federigo, e fu detto che il re Giacomo l'ebbe, o potè averlo prigione, ma lasciollo andare. Periron nel conflitto anche moltiCatalani e Pugliesi. Passò dipoi il re Giacomo in Calabria, e, prendendo seco molte truppe preparate ivi per ordine del re Carlo II, colla giunta di dieci galee, sbarcò l'esercito in Sicilia. E allora fu ch'egli fece sapere aRoberto ducadi Calabria e aFilippo principedi Taranto suoi cognati, che i suoi affari il richiamavano in Catalogna; essere la Sicilia ridotta in istato che non potea più fare resistenza; non reggergli il cuore a vedere, e meno a procurare ulteriormente la rovina del già rovinato fratello; e voler egli lasciar loro tutta la gloria di terminar quel conquisto. Di colà dunque si portò a Napoli al re Carlo colle medesime scuse, e poi si trasferì in Catalogna, dopo aver ottenute le promesse da lui fatte al papa ed al suocero. Vi ha chi dice[Summonte, Ist. di Napoli.]che fu ben visto dal buon Carlo II, il quale si obbligò a rifargli le spese occorse in quell'armamento, ascendenti alla somma di più di ducento mila oncie d'oro. Altri narrano che fu mal veduto, e creduto d'accordo col fratello, in guisa che discaro a' Franzesi, e maledetto dai Siciliani, abbandonò in fine l'Italia. La Cronica di Forlì[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]aggiugne ch'egli si partì, perchè non gli era pagato il soldo promessogli da papa Bonifazio VIII. La partenza del re Giacomo e il buon cuore de' Messinesi rinforzò in tante avversità l'animo di don Federigo. Ma il duca di Calabria Roberto occupò intanto varie terre di Sicilia, e massimamente quella di Chiaramonte. Presentatosi ancora coll'esercito sotto Catania, guadagnò ivi de' traditori, che gli diedero in mano senza spendere sangue quella città. Ribellaronsi pure altre non poche terre in Valle di Noto, con apparenza che già inclinasse la fortuna a troncare affatto le ali a don Federigo, quando essa all'improvviso si dichiarò in suo favore. Aveva il duca di Calabria spedito Filippo principe di Taranto suo fratello con un corpo d'armata per terra, assistito da alquantegalee per mare, nella valle di Mazara, per far altre conquiste in quelle parti. Don Federigo, che s'era postato nel forte castello di San Giovanni per vegliare agli andamenti dei nemici, con quelle forze che potè raunare andò a trovare il principe nel piano di Formicara, e gli diede battaglia. Rimase sconfitto il principe, ed egli stesso, ferito e scavalcato, fu in pericolo d'essere ucciso dai Catalani in vendetta di Corradino, se non accorreva a tempo don Federigo, che gli salvò la vita. Quasi tutto il resto de' vinti fu condotto nelle prigioni. A questa disavventura de' Franzesi tenne dietro un'altra. Fu data speranza da un prigione ai baroni del duca di Calabria di metterli in possesso del forte castello di Gallerano. Andarono moltissimi d'essi col conte di Brenna loro comandante a prendere questo boccone. Ma il trattato era doppio. Sorpresi all'improvviso da Blasco di Alagona capitano di don Federigo, tutti furono fatti prigioni. Così procedevano gli affari della Sicilia.

Nel febbraio dell'anno presente fu posto fine alla guerra che bolliva traAzzo VIII marchesed'Este, signor di Ferrara, e i Bolognesi. Il pontefice e i Fiorentini ne furono i mediatori[Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Fatto un compromesso nel medesimo papa per le castella disputate fra i Bolognesi e Modenesi, egli proferì un laudo, che fu creduto iniquo dai Modenesi. Benchè Galvano Fiamma[Gualv. Flamma, Manip. Flor.]e gli Annali Milanesi[Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.]mettano sotto l'anno precedente ciò che ora io son per dire degli avvenimenti della Lombardia, pure sembra più sicuro il seguitar qui il Corio[Corio, Istor. di Milano.], assistito dalla Cronica d'Asti[Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.]e da Benvenuto da San Giorgio nella Storia del Monferrato[Benvenuto da San Giorgio, tom. 28 Rer. Italic.]. Era già arrivatoGiovannimarchesed'esso Monferrato all'età capace di consigli politici e militari; e dispiacendogli la potenza diMatteo Visconteche signoreggiava non solamente in Milano, Vercelli e Novara, ma anche in Casale di Sant'Evasio, e teneva una specie di dominio nel Monferrato stesso: collegatosi col marchese di Saluzzo, col conte Filippo da Langusco e coi Pavesi, nel mese di marzo fece rivoltare la città di Novara, da cui appena si salvòGaleazzo, primogenito d'esso Matteo, che v'era per podestà. Altrettanto fece la città di Vercelli, e poi Casale suddetto. Susseguentemente tutti questi signori e popoli si collegarono nel mese di maggio coi Bergamaschi, Ferraresi e Cremonesi, e con Azzo marchese d'Este signor di Ferrara, contro al Visconte. Uscirono poscia in campagna, cadauno dalla lor parte, ed uscì anche Matteo Visconte aiutato con gagliarde forze daAlberto Scottosignor di Piacenza, dai Parmigiani e daAlberto dalla Scalasignor di Verona, al cui figliuoloAlboinoavea Matteo data in moglie una sua sorella. Nulladimeno con tanti movimenti d'armi ciascuno si guardò dall'avventurarsi a battaglia. Ed avvenne che Azzo marchese d'Este[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic.]con settecento uomini d'armi e quattro mila fanti, mossosi in soccorso de' Cremonesi, arrivò sino a Crema. Ma perciocchè corsero sospetti ch'egli macchinasse l'acquisto di Cremona, o perchè i maligni seminarono delle zizzanie; certo è ch'egli giudicò meglio di ritornarsene a casa. Matteo Visconte, che si vedea attorniato da tante armi, siccome accorto e saggio personaggio, addormentò tutti con un trattato di pace, che fu conchiuso e pubblicato sul principio d'agosto. In tal credito era salita in questi tempi la potenza de' Genovesi per le riportate vittorie[Continuator Danduli, tom. 12 Rer. Ital. Giovanni Villani lib. 8, cap. 27. Stella, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 17 Rer. Ital.], che i Veneziani presero lo spediente di venire alla pace con loro. Questafu maneggiata di comune concordia da Matteo Visconte, e n'ebbero molto onore i Genovesi, perchè s'obbligarono i Veneziani di non navigare nel mare Maggiore, nè in Soria con galee armate per tredici anni avvenire. Furono perciò rimessi in libertà tutti i prigioni. Similmente i Pisani comperarono la pace da essi Genovesi con due condizioni, cioè con cedere loro una parte della Sardegna e Bonifazio in Corsica, e promettere di non uscire in mare con galee armate per lo spazio di quindici anni venturi. Nel mese ancora d'aprile seguì in Faenza[Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.]un congresso degli ambasciatori di Matteo Visconte, di Alberto dalla Scala, di Azzo e Francesco marchesi d'Este, e de' Bolognesi, per mettere concordia fra essi Bolognesi e le città della Romagna e i Lambertazzi fuorusciti di Bologna. Fu questa pur anche dipoi conchiusa: laonde riuscì degno di memoria quest'anno per cagione di tante paci. Ma in Mantova succederono delle novità[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Ferretus Vicentinus, Histor., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.]. Era quivi signoreBardelonede' Bonacossi.Tainosuo fratello, voglioso di quel dominio, ricorse ad Azzo marchese d'Este per aiuto; ma poi, senza voler la gente che gli veniva esibita, se ne tornò a Mantova. Rimasero poi burlati tanto egli, quanto Bardelone, perchèBotticellade' Bonacossi loro nipote, figliuolo di Giovannino, ottenuto un buon corpo di soldatesche da Alberto dalla Scala signor di Verona, scacciò l'uno e l'altro, e prese egli la signoria di quella città. Se ne fuggirono i fratelli scacciati a Ferrara, dove furono con onore accolti dal marchese. Bardelone poscia passò a Padova, dove poco ben veduto da que' nobili, perchè caduto in povertà, nel terzo anno del suo esilio miseramente terminò la vita. Allora si trovò più sicuro nella sua signoria Boticella co' suoi due fratelliRinaldo PasserinoeButirone: nomi o sopprannomi strani di questi secoli.


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