MCCXCVII

MCCXCVIIAnno diCristomccxcvii. IndizioneX.Bonifazio VIIIpapa 4.Adolfore de' Romani 6.Venne in quest'anno a RomaGiacomo red'Aragona, non tanto per far costare a papaBonifaziol'onoratezza sua, e d'essere ben lontano dall'approvare, non che dal proteggere, le risoluzioni prese da' Siciliani e dadon Federigosuo fratello, quanto per vantaggiare i proprii interessi con ismugnere nuove grazie dalla corte pontificia. E fattosiconoscere dispostissimo ad impiegar tutte le sue forze dove gli ordinasse il papa[Raynald., in Annal. Eccles.], e precisamente contra dello stesso suo fratello: Bonifazio aprì gli scrigni della confidenza e liberalità pontificia verso di lui, con investirlo della Sardegna e Corsica, dove egli non possedeva un palmo di terreno, e con dichiararlo capitan generale dell'armata che si dovea spedire contro gl'infedeli, per ricuperar Terrasanta, o altri Stati dalle mani de' Saraceni. Questo era il colore che spesse volte si dava in questi tempi alle imprese che doveano farsi contra de' medesimi cristiani, e serviva di pretesto per aggravar di decime le chiese della Cristianità. La intenzion vera, siccome i fatti lo dimostrarono, era di assalir la Sicilia, e di levarla a don Federigo per consegnarla alre Carlo II. Ed appunto esso re Carlo venne anch'egli a Roma, e per istrignere maggiormente nel suo partito il suddetto re Giacomo, conchiuse seco di dar per moglie aRobertosuo terzogenitoJolanta, ossiaViolanta, sorella del medesimo re Giacomo. Avea già esso Giacomo richiamati dalla Sicilia tutti gli Aragonesi e Catalani, parte de' quali ubbidì, e parte no[Nicolaus Special., lib. 2, cap. 12, tom. 10 Rer. Ital.]; e, stando in Roma, spedì un'ambasciata al fratello don Federigo, pregandolo di voler venire sino all'isola di Ischia, per abboccarsi con lui, e trattar seco de correnti affari. Don Federigo, ricevuta questa ambasciata, dalla Calabria se ne tornò a Messina, e colà ancora richiamòRuggieri di Loria, il quale, dopo aver preso Otranto, era passato sotto Brindisi, per consultare con lui e co' Siciliani quello che convenisse di fare in sì scabrose contingenze. Il parere di Ruggieri fu, ch'egli andasse; diedero il lor voto in contrario i sindachi della Sicilia. Vennero poi lettere dal re Giacomo, che chiamava a Roma Ruggieri di Loria, e don Federigo con isdegno gli permise diandare, ma con promessa di ritornare. Tuttavia perchè egli prima di mettersi in viaggio avea provveduto d'armi e di vettovaglia alcune castella in Calabria, e dai maligni fu supposto a don Federigo ciò fatto a tradimento da Ruggieri, come se egli già meditasse di ribellarsi; andò tanto innanzi lo sconcerto degli animi, che Ruggieri fu vicino ad essere ritenuto prigione; e poscia se ne fuggì, e, andato a Roma, si acconciò col re Giacomo a' danni del fratello. Fatal colpo di somma imprudenza di don Federigo, o de' suoi consiglieri, fu il perdere, in occasione di tanto bisogno, un sì prode ed accreditato ammiraglio, e non solo perderlo, ma farselo nemico. Altra ambasceria venne dal re Giacomo allaregina Costanzasua madre, con ordine di passare a Roma conViolantasorella d'esso re, destinata in moglie aRoberto ducadi Calabria. Venne la regina colla figliuola; fu assoluta e ben veduta dal papa; seguirono le nozze di Violanta; e Costanza si fermò dipoi fino alla morte in Roma. Altri dicono ch'ella passò in Catalogna, ma afflitta ed inconsolabile, per vedere la guerra imminente fra i due suoi figliuoli. Tornossene il re Giacomo in Catalogna a fare i preparamenti necessarii por soddisfare all'impegno contratto col pontefice e col re Carlo suo suocero. Don Federigo informato della fuga di Ruggieri di Loria, dopo averlo fatto proclamare nemico pubblico, e posto l'assedio a quante castella egli possedeva in Sicilia, di tutto lo spogliò.Ebbe principio in quest'anno la detestabil briga de' Colonnesi contro papaBonifazio VIII. Non si sa bene il motivo di tale rottura. Per attestato di Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 21.], perchè i due cardinaliJacopoePietroerano stati contrarii alla sua elezione, Bonifazio conservò sempre un mal animo contra di loro, pensando continuamente ad abbassarli ed annientarli. Aggiugne il Villani, concorde in ciò conTolomeo da Lucca[Ptolom, Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], cheSciarra, oppureStefanodalla Colonna, nipote d'essi cardinali, avea prese le some degli arnesi e del tesoro del papa che veniva da Anagni, ovvero, secondo altri[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], che andava da Roma ad Anagni, ed erano ottanta some tra oro, argento e rame. Ma niuna menzione di questo facendo il papa nella bolla fulminatrice contra de' Colonnesi, si può dubitare della verità del fatto. Non altra ragion forte in essa bolla[Raynald., in Annal. Eccles.]adduce Bonifazio, se non che questi due cardinali tenevano corrispondenza condon Federigousurpator della Sicilia, e che, avvertiti, non aveano lasciato questo commercio, nè aveano permesso che Stefano dalla Colonna, fratello del cardinal Pietro, ammettesse presidio pontificio nelle loro terre di Palestrina, Colonna e Zagaruolo: per li quali enormi delitti con bolla pubblicata nel dì 10 di maggio, non solamente scomunicò i suddetti due cardinali, ma li depose ancora, privandoli del cardinalato e d'ogni altro benefizio, con altre pene e censure contra de' lor parenti e fautori. S'erano ritirati alle lor terre questi cardinali, conAgapito,StefanoeSciarra, tutti dalla Colonna; e ossia che essi avessero molto prima il cuor guasto, e sparlassero del papa, incitati sotto mano da qualche principe; oppure che, irritati per questo fiero, creduto da loro non meritato, gastigo, si lasciarono trasportare a dar fuori uno scandaloso manifesto, in cui dichiaravano di non credere vero papa Benedetto Gaetano, cioè il pontefice Bonifazio VIII, benchè fin qui da essi riconosciuto e venerato per tale, allegando nulla la rinunzia di papaCelestino V, per sè stessa, ed anche perchè procurata con frodi ed inganni, e perciò appellando al futuro concilio. V'ha chi pretende che tal manifesto, tendente ad uno scisma, uscisse fuori prima della bolla e deposizionesuddetta; ma il contrario si raccoglie da un'altra bolla d'esso papa Bonifazio, fulminata nel dì dell'Ascensione del Signore contra di essi cardinali deposti e di tutti i Colonnesi, in cui per cagion di questo libello aggrava le lor pene, li priva di tutti i loro stati e beni, e vuol che si proceda contra d'essi come scismatici ed eretici. Fece egli dipoi diroccare in Roma i palagi, e spedì le milizie all'assedio delle lor terre. Circa questi tempi ancora insorsero dissapori fra il papa eFilippo il Bellore di Francia, a cagione di avere il re pubblicata una legge (e questa dura tuttavia) che non si potesse estraere danaro fuori del regno, pretendendo il papa ch'egli perciò fosse incorso nella scomunica, mentre con ciò s'impediva il venir le rugiade solite, e quelle massimamente delle decime, alla corte di Roma. Diede anche ordine il pontefice ai due cardinali legati che erano in Francia, di apertamente pubblicare scomunicato il re e i suoi uffiziali, se veniva impedito il trasporto d'esso danaro dovuto alla santa Sede: cose tutte che col tempo si tirarono dietro delle pessime conseguenze, figlie dell'interesse, che da tanti secoli va e sempre forse pur troppo andrà sconcertando il mondo.Durando la guerra fra ilmarchese Azzod'Este e i Parmigiani, ognuna delle parti facea quel maggior danno che poteva all'altra[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Si frapposero amici, persuadendo la pace; e sopra tutto ne fece premura Guido da Correggio, potente presso i Parmigiani, perchè tutto il suo era sotto il guasto. Si conchiuse adunque l'accordo fra essi nel mese di luglio, e nel dì quinto di agosto furono rilasciati i prigioni. Ma di questa pace particolare si dolsero forte i Bolognesi, perchè lasciati soli in ballo dai Parmigiani, e ne furono anche malcontenti gli usciti di Parma, perchè abbandonati dal marchese; e però continuarono essi la guerra contra dellaloro città. Altrettanto fece il marchese Azzo coi collegati romagnuoli[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]contra de' Bolognesi, seguitando i guasti e gli incendii dall'una parte e dall'altra. Fu eletto in quest'anno per lor capitano di guerra dalle città di Cesena, Forlì, Faenza ed Imola,Uguccione dalla Faggiuola, il quale nel dì 21 di febbraio in Forlì prese il baston da comando, poscia nel mese di maggio uscì con potente esercito a' danni de' Bolognesi. Giunto nelle vicinanze di Castello San Pietro, sfidò a battaglia l'armata vicina dei medesimi Bolognesi, i quali si guardarono di entrare in così pericoloso cimento. Intanto papa Bonifazio non rallentava il suo studio, premendogli forte di far cessare questa guerra; ma per ora non gli venne fatto, siccome neppure ai Fiorentini, che spedirono anch'essi degli ambasciatori a questo fine. Nell'anno presente[Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic. Chron. Astense, cap. 18, tom. 11 Rer. Ital.]i Grimaldi e Fieschi usciti di Genova fecero più che mai guerra contro la lor patria; ed accadde che Francesco dei Grimaldi, per soprannome Malizia, vestito da frate minore, s'introdusse nella terra di Monaco, e s'impadronì di esso e de' suoi due castelli, e quivi fortificatosi inferì dei gravissimi danni a Genova, corseggiando per mare. Signoreggia tuttavia in quella terra con titolo principesco la famiglia Grimalda.

Venne in quest'anno a RomaGiacomo red'Aragona, non tanto per far costare a papaBonifaziol'onoratezza sua, e d'essere ben lontano dall'approvare, non che dal proteggere, le risoluzioni prese da' Siciliani e dadon Federigosuo fratello, quanto per vantaggiare i proprii interessi con ismugnere nuove grazie dalla corte pontificia. E fattosiconoscere dispostissimo ad impiegar tutte le sue forze dove gli ordinasse il papa[Raynald., in Annal. Eccles.], e precisamente contra dello stesso suo fratello: Bonifazio aprì gli scrigni della confidenza e liberalità pontificia verso di lui, con investirlo della Sardegna e Corsica, dove egli non possedeva un palmo di terreno, e con dichiararlo capitan generale dell'armata che si dovea spedire contro gl'infedeli, per ricuperar Terrasanta, o altri Stati dalle mani de' Saraceni. Questo era il colore che spesse volte si dava in questi tempi alle imprese che doveano farsi contra de' medesimi cristiani, e serviva di pretesto per aggravar di decime le chiese della Cristianità. La intenzion vera, siccome i fatti lo dimostrarono, era di assalir la Sicilia, e di levarla a don Federigo per consegnarla alre Carlo II. Ed appunto esso re Carlo venne anch'egli a Roma, e per istrignere maggiormente nel suo partito il suddetto re Giacomo, conchiuse seco di dar per moglie aRobertosuo terzogenitoJolanta, ossiaViolanta, sorella del medesimo re Giacomo. Avea già esso Giacomo richiamati dalla Sicilia tutti gli Aragonesi e Catalani, parte de' quali ubbidì, e parte no[Nicolaus Special., lib. 2, cap. 12, tom. 10 Rer. Ital.]; e, stando in Roma, spedì un'ambasciata al fratello don Federigo, pregandolo di voler venire sino all'isola di Ischia, per abboccarsi con lui, e trattar seco de correnti affari. Don Federigo, ricevuta questa ambasciata, dalla Calabria se ne tornò a Messina, e colà ancora richiamòRuggieri di Loria, il quale, dopo aver preso Otranto, era passato sotto Brindisi, per consultare con lui e co' Siciliani quello che convenisse di fare in sì scabrose contingenze. Il parere di Ruggieri fu, ch'egli andasse; diedero il lor voto in contrario i sindachi della Sicilia. Vennero poi lettere dal re Giacomo, che chiamava a Roma Ruggieri di Loria, e don Federigo con isdegno gli permise diandare, ma con promessa di ritornare. Tuttavia perchè egli prima di mettersi in viaggio avea provveduto d'armi e di vettovaglia alcune castella in Calabria, e dai maligni fu supposto a don Federigo ciò fatto a tradimento da Ruggieri, come se egli già meditasse di ribellarsi; andò tanto innanzi lo sconcerto degli animi, che Ruggieri fu vicino ad essere ritenuto prigione; e poscia se ne fuggì, e, andato a Roma, si acconciò col re Giacomo a' danni del fratello. Fatal colpo di somma imprudenza di don Federigo, o de' suoi consiglieri, fu il perdere, in occasione di tanto bisogno, un sì prode ed accreditato ammiraglio, e non solo perderlo, ma farselo nemico. Altra ambasceria venne dal re Giacomo allaregina Costanzasua madre, con ordine di passare a Roma conViolantasorella d'esso re, destinata in moglie aRoberto ducadi Calabria. Venne la regina colla figliuola; fu assoluta e ben veduta dal papa; seguirono le nozze di Violanta; e Costanza si fermò dipoi fino alla morte in Roma. Altri dicono ch'ella passò in Catalogna, ma afflitta ed inconsolabile, per vedere la guerra imminente fra i due suoi figliuoli. Tornossene il re Giacomo in Catalogna a fare i preparamenti necessarii por soddisfare all'impegno contratto col pontefice e col re Carlo suo suocero. Don Federigo informato della fuga di Ruggieri di Loria, dopo averlo fatto proclamare nemico pubblico, e posto l'assedio a quante castella egli possedeva in Sicilia, di tutto lo spogliò.

Ebbe principio in quest'anno la detestabil briga de' Colonnesi contro papaBonifazio VIII. Non si sa bene il motivo di tale rottura. Per attestato di Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 21.], perchè i due cardinaliJacopoePietroerano stati contrarii alla sua elezione, Bonifazio conservò sempre un mal animo contra di loro, pensando continuamente ad abbassarli ed annientarli. Aggiugne il Villani, concorde in ciò conTolomeo da Lucca[Ptolom, Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], cheSciarra, oppureStefanodalla Colonna, nipote d'essi cardinali, avea prese le some degli arnesi e del tesoro del papa che veniva da Anagni, ovvero, secondo altri[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], che andava da Roma ad Anagni, ed erano ottanta some tra oro, argento e rame. Ma niuna menzione di questo facendo il papa nella bolla fulminatrice contra de' Colonnesi, si può dubitare della verità del fatto. Non altra ragion forte in essa bolla[Raynald., in Annal. Eccles.]adduce Bonifazio, se non che questi due cardinali tenevano corrispondenza condon Federigousurpator della Sicilia, e che, avvertiti, non aveano lasciato questo commercio, nè aveano permesso che Stefano dalla Colonna, fratello del cardinal Pietro, ammettesse presidio pontificio nelle loro terre di Palestrina, Colonna e Zagaruolo: per li quali enormi delitti con bolla pubblicata nel dì 10 di maggio, non solamente scomunicò i suddetti due cardinali, ma li depose ancora, privandoli del cardinalato e d'ogni altro benefizio, con altre pene e censure contra de' lor parenti e fautori. S'erano ritirati alle lor terre questi cardinali, conAgapito,StefanoeSciarra, tutti dalla Colonna; e ossia che essi avessero molto prima il cuor guasto, e sparlassero del papa, incitati sotto mano da qualche principe; oppure che, irritati per questo fiero, creduto da loro non meritato, gastigo, si lasciarono trasportare a dar fuori uno scandaloso manifesto, in cui dichiaravano di non credere vero papa Benedetto Gaetano, cioè il pontefice Bonifazio VIII, benchè fin qui da essi riconosciuto e venerato per tale, allegando nulla la rinunzia di papaCelestino V, per sè stessa, ed anche perchè procurata con frodi ed inganni, e perciò appellando al futuro concilio. V'ha chi pretende che tal manifesto, tendente ad uno scisma, uscisse fuori prima della bolla e deposizionesuddetta; ma il contrario si raccoglie da un'altra bolla d'esso papa Bonifazio, fulminata nel dì dell'Ascensione del Signore contra di essi cardinali deposti e di tutti i Colonnesi, in cui per cagion di questo libello aggrava le lor pene, li priva di tutti i loro stati e beni, e vuol che si proceda contra d'essi come scismatici ed eretici. Fece egli dipoi diroccare in Roma i palagi, e spedì le milizie all'assedio delle lor terre. Circa questi tempi ancora insorsero dissapori fra il papa eFilippo il Bellore di Francia, a cagione di avere il re pubblicata una legge (e questa dura tuttavia) che non si potesse estraere danaro fuori del regno, pretendendo il papa ch'egli perciò fosse incorso nella scomunica, mentre con ciò s'impediva il venir le rugiade solite, e quelle massimamente delle decime, alla corte di Roma. Diede anche ordine il pontefice ai due cardinali legati che erano in Francia, di apertamente pubblicare scomunicato il re e i suoi uffiziali, se veniva impedito il trasporto d'esso danaro dovuto alla santa Sede: cose tutte che col tempo si tirarono dietro delle pessime conseguenze, figlie dell'interesse, che da tanti secoli va e sempre forse pur troppo andrà sconcertando il mondo.

Durando la guerra fra ilmarchese Azzod'Este e i Parmigiani, ognuna delle parti facea quel maggior danno che poteva all'altra[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Si frapposero amici, persuadendo la pace; e sopra tutto ne fece premura Guido da Correggio, potente presso i Parmigiani, perchè tutto il suo era sotto il guasto. Si conchiuse adunque l'accordo fra essi nel mese di luglio, e nel dì quinto di agosto furono rilasciati i prigioni. Ma di questa pace particolare si dolsero forte i Bolognesi, perchè lasciati soli in ballo dai Parmigiani, e ne furono anche malcontenti gli usciti di Parma, perchè abbandonati dal marchese; e però continuarono essi la guerra contra dellaloro città. Altrettanto fece il marchese Azzo coi collegati romagnuoli[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]contra de' Bolognesi, seguitando i guasti e gli incendii dall'una parte e dall'altra. Fu eletto in quest'anno per lor capitano di guerra dalle città di Cesena, Forlì, Faenza ed Imola,Uguccione dalla Faggiuola, il quale nel dì 21 di febbraio in Forlì prese il baston da comando, poscia nel mese di maggio uscì con potente esercito a' danni de' Bolognesi. Giunto nelle vicinanze di Castello San Pietro, sfidò a battaglia l'armata vicina dei medesimi Bolognesi, i quali si guardarono di entrare in così pericoloso cimento. Intanto papa Bonifazio non rallentava il suo studio, premendogli forte di far cessare questa guerra; ma per ora non gli venne fatto, siccome neppure ai Fiorentini, che spedirono anch'essi degli ambasciatori a questo fine. Nell'anno presente[Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Italic. Chron. Astense, cap. 18, tom. 11 Rer. Ital.]i Grimaldi e Fieschi usciti di Genova fecero più che mai guerra contro la lor patria; ed accadde che Francesco dei Grimaldi, per soprannome Malizia, vestito da frate minore, s'introdusse nella terra di Monaco, e s'impadronì di esso e de' suoi due castelli, e quivi fortificatosi inferì dei gravissimi danni a Genova, corseggiando per mare. Signoreggia tuttavia in quella terra con titolo principesco la famiglia Grimalda.


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