CONCLUSIONE DELL'OPERA

CONCLUSIONE DELL'OPERA

Meco è venuto il lettore osservando i principali avvenimenti dell'Italia per tanti passati anni. S'egli da per sè finor non ha fatta una riflessione assai facile, naturale ed importante, gliela ricorderò io prima di congedarmi da lui. Ed è quella, che chiunque ora vive, per quel che riguarda il pubblico stato delle cose, e non già il privato d'ogni particolare persona, avrebbe da alzare le mani al cielo, e ringraziare Iddio d'essere nato piuttosto in questo che ne' secoli da me fin ora descritti. Non mancarono certamente anche ne' lontani tempi alcuni principi buoni, vi furono talvolta continuati giorni di pace, magnifici spettacoli e delizie. Nè si può negare che negli ultimi predetti secoli, cioè dopo il mille e cento, di gran lunga abbondasse più l'Italia di ricchezze che oggidì. Tuttavia, considerando all'ingrosso que' tempi, nulla vede chi non vede il gran divario che passa fra questi e quelli. Miravansi allora tanti piuttosto tiranni che principi, crudeli fin col proprio sangue, non che verso i lor sudditi. Oggidì sì moderati, sì benigni, sì clementi troviamo i regnanti. Per lo più tutto era allora guerra, e guerra senza legge, andando ordinariamente in groppa con essa i saccheggi, gl'incendii ed ogni sorta di ribalderie. In questo infelice stato abbiam lasciata poc'anzi l'Italia, e per moltissimi anni vi continuò essa dipoi. Per lo contrario, se oggidì guerra si fa (e pur troppo si fa con aggravio di molti paesi), pochi son quei monarchi e generali che si dimentichino di esser cristiani e di guerreggiar con cristiani. Del resto, una invidiabil tranquillità s'è lungamente goduta, e ne sono stati partecipi anche i giorni nostri: bene temporale che non si può abbastanza apprezzare. Che terribili, anzi indicibili sconcerti e disastri poi producesse una volta la frenesia delle fazioniguelfaeghibellina, nol può concepire, se non chi legge le storie particolari delle città italiane, e truova come fossero frequenti nel pubblico e ne' privati le nemicizie, gli omicidii, le prepotenze, gli esilii e i capestri. Per misericordia di Dio restò in fine libera da tante perniciose pazzie l'Italia, nè più v'ha città,da cui sia per questo bandita la quiete e la pubblica concordia. A cagion delle guerre suddette, e della poca cura degl'Italiani, francamente una volta si introduceva in queste contrade la pestilenza, e, portando la desolazione da per tutto, col penetrare d'uno in un altro paese, era divenuta oramai un malore non men familiare e stabile fra noi, che sia fra' Turchi. Le diligenze che si usano oggidì han provveduto a questo flagello; e se queste non si rallenteranno, non ne faran pruova neppure i posteri nostri. Che se a talun poco pratico sembrasse talora che i tempi correnti si scoprissero meno nemici della lussuria di quel che fossero i già passati, sappia ch'egli travede. Talmente sfrenato era talvolta questo vizio, che, in paragon d'allora, quasi beata si può chiamare l'età nostra. E molto più merita essa questo nome, dacchè la pulizia de' costumi e le lettere, cioè le scienze ed arti tutte sono ora in tanto auge e splendore; laddove rozzi erano negli antichi secoli i costumi, l'ignoranza occupava non solamente i bassi, ma anche i più sublimi scanni. Aggiungasi a questo, esser data allora negli occhi d'ognuno la scorretta vita dell'uno e dell'altro clero; infezione giunta sino agli stessi pastori, ed anche ai primi della Chiesa di Dio, e disavventura che non si può nascondere nè abbastanza deplorare per gli scandali infiniti che ne derivarono. Corrono già ducento anni ch'è tolta questa pessima ruggine dalla Chiesa di Dio, nè più van pettoruti i vizii in trionfo, essendo migliorati i costumi, accresciuta la pietà, e levati molti abusi dei barbarici secoli: motivi tutti a noi di chiamar felice il secolo nostro in confronto di tanti altri da noi fin qui osservati. Nè venga innanzi alcuno con dire di trovar egli de' pregi e del buono ne' secoli andati, e forse qualche bene di cui ora siam privi; aggiunga ancora osservarsi tuttavia de' difetti ne' governi tanto ecclesiastici che secolari, il lusso di troppo cresciuto, l'effeminatezza negli uomini, la libertà nelle donne ed altri sì fatti malanni; che gli si dimanderà se sappia qual cosa sia l'uomo e qual sia il mondo presente. Ha da uscire fuor di questo globo chi non vuol vedere vizii, peccati, difetti e guai. Intanto a chi bramasse la continuazione della storia d'Italia, facile sarà il trovarla maneggiata dalle penne di molti storici italiani. Ne ho ancor io recato un buon saggio nella parte II delle Antichità Estensi, già data alla luce; e però tanto più mi credo disobbligato dal farne una nuova dipintura.


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