MCCCCLXVIIIAnno diCristoMCCCCLXVIII. Indiz.I.Paolo IIpapa 5.Federigo IIIimperadore 17.Giacchè con tutto il suo buon volere, e con fatica ed applicazione continua, non veniva fatto al duca Borso signor di Ferrara d'introdur pace fra le potenze nemiche, s'applicò a questa impresa il pontefice stesso, e ne trattò caldamente co' ministri de' principi suddetti[Jacob. Papiens., Comment., lib. 4. Raynal., Annal. Eccles. Ammirat., Istor. Fiorent., lib. 23.]. Anche egli vi trovò degli ostacoli senza fine. Prese perciò un ripiego, che parve strano e nuovo a non pochi. Cioè formò egli stesso gli articoli della pace, come parve al giudizio suo, e nel dì della Purificazion della Vergine, giorno due di febbraio, imperiosamente li pubblicò, con intimar la scomunica riserbata a sè stesso per chi non gli accettasse. Per essi articoliprincipalmente si ordinava che si restituisse l'occupato nella presente guerra; e si dichiaravaBartolomeo Coleonegenerale della sacra lega contro ai Turchi, coll'assegno annuo di cento mila ducati d'oro, da pagarsegli da' collegati, secondo la tassa e ripartizione del peso ivi determinata. Non tardarono i Veneziani a sottoscrivere quegli articoli; ma ilre Ferdinando, ilduca di Milanoe iFiorentinirigettarono concordemente ciò che riguardava il Coleone, maravigliandosi forte che il papa, il qual poco fa avea tanto detestata la di lui mossa, turbatrice ingiusta della pace d'Italia, in vece di castigarlo, ora volesse premiarlo, e colle borse altrui. Attribuivano essi questo procedere del papa all'esser egli veneziano, e al volere perciò far servigio a' Veneziani, e ad un suddito loro. E di un uomo tale come mai poteano fidarsi gli altri principi? Nè parea loro giusto di aver da mantenere alla repubblica veneta un capitano, anzi, come essi diceano, un pubblico ladrone. Impuntò il papa a voler sostenere il suo decreto, e non men gli altri a rigettarlo, con prepararsi ad appellare al futuro concilio. Ma mitigato il pontefice dal duca Borso, lasciata andare la pretensione del generalato di Bartolomeo, nel dì 25 d'aprile pubblicò solennemente la pace, e questa venne abbracciata da ognuno, e tornò la quiete in Italia per quel che riguarda la guerra grande; perciocchè ne insorse una picciola tra il papa e il re Ferdinando a cagione del ducato di Sora. Questo nella precedente guerra del regno di Napoli era venuto in mano dipapa Pio IIcon certa connivenza di Ferdinando, che in quelle necessità nulla sapea negare al pontefice suo gran protettore. Ma dacchè egli si trovò libero dagl'impacci del duca d'Angiò, e forte in sella, pretese la restituzion di quello Stato, come dipendenza del suo regno. Ordinò ancora adAlfonsoduca di Calabria suo figliuolo che, nel ritornar dalla Toscana colle sue milizie, mettesse presidionella rocca della Tolla; e fu ubbidito. Mosse in oltre l'armi per ispossessar la Chiesa del ducato di Sora; ma si ritenne, contentandosi dipoi che l'affare fosse ventilato e riconosciuto per giustizia, con accusarlo intanto d'ingratitudine la corte romana, la quale colla spesa di più di novecento mila scudi di oro gli avea mantenuta la corona sul capo.All'anno presente appartiene una bellissima lettera, scritta daJacopo Ammanaticardinal di Pavia, uomo di gran sapere e saviezza, al cardinaleFrancesco Gonzaga[Raynaldus, Annal. Eccles. Jacobus Papiensis, Epist. 280.], dove tratta dei doveri dei romani pontifici e de' cardinali, con una lettera allo stessopapa Paolo II, in cui ripruova come indecenti i giuochi e gli spettacoli carnevaleschi dati dal papa medesimo al popolo romano, e va toccando con lieve mano la di lui vanagloria in varie azioni. Nel dì 10 di dicembre dell'anno corrente[Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]giunse a Ferrara con circa secento cavalliFederigo III imperadore, accolto con sommo onore e magnificenza dalduca Borso, e nel dì 12 continuò il viaggio alla volta di Roma, dove pervenne la notte della vigilia del Natale del Signore. Portatosi a dirittura alla basilica vaticana, dove il papa avea giù cominciato il divino uffizio, fu da lui ricevuto coi soliti onori, ed assistè alla pia funzione, trattato poi magnificamente nei seguenti giorni. Chi disse essersi egli trasferito colà per compiere un voto[Trithemius, Hist.], e chi per far confermare dal pontefice la sua successione nei regni d'Ungheria e di Boemia. Parlossi ancora non poco della guerra contra de' Turchi; nè il papa lasciò indietro finezza alcuna che egli non usasse verso di questo piissimo principe, suo grande amico. Nel dì 6 di luglio, come vuole il Corio[Corio, Istoria di Milano.], oppure nel mese d'agosto, come scrive Cristoforo daSoldo[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.](il Sanuto[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]mette questo fatto all'anno seguente),Galeazzo Maria Sforzaduca di Milano celebrò le sue nozze conBonasorella del regnante alloraAmedeoduca di Savoia, ma contro la volontà di esso Amedeo, e diFilippo di Savoiasuo fratello. Trovavasi questa principessa alla corte diLuigi XIre di Francia, colla sorellaCarlottamoglie di esso re; e il bello fu che il medesimo re non solo l'accordò egli al duca di Milano, ma formò anche i capitoli nuziali, concedendole in dote la città di Vercelli, se il duca l'acquistasse colle armi, disponendo in questa maniera della roba altrui. Ma somiglianti esempli si son anche veduti ai nostri dì. Fondato poi su così vano titolo Galeazzo, nel settembre allestì l'armi sue per andare addosso a Vercelli. Conosciuta la di lui intenzione il duca di Savoia, ossia la reggenza sua, fece tosto lega co' Veneziani, i quali, nel mese d'ottobre, inteso che le milizie di lui erano in moto contro Vercelli, gli spedirono un lor cancelliere ad intimargli la guerra, se non desisteva dall'offendere gli Stati del duca di Savoia lor collegato. Bastò questo perchè Galeazzo mettesse giù i sassi, e rimandasse ai quartieri la sua gente. Non par molto da lodare il Guichenone[Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.], che francamente asserisce ingannato il Corio, allorchè accenna questa briga[Corio, Istor. di Milano.]insorta fra i due duchi. Il Corio era allora vivente, e questo fatto viene anche confermato da Cristoforo da Soldo[Cristoforo da Soldo, Istor. ubi sopra.], il qual diede fine nel presente anno alla sua Storia. Vuole inoltre il Guichenone che sbagliasse il Platina[Platina, in Vita Pauli II Papae.], scrivendo che il duca di Milano non volle comprendere nella pace conchiusa da papaPaolo il duca di Savoia e Filippo suo fratello, ed aver gastigato dipoi il suo ministro per aver ceduto su questo punto. Ma come mai ne vuol sapere di più d'uno storico, vivente allora in Roma, il Guichenone sì lontano da questi tempi, e niuno argomento in contrario adducendo, se non il silenzio degli scrittori savoiardi? Che testa fosse quella del suddetto ducaGaleazzo, si conobbe tosto dopo la morte del padre, perchè abbassò tutti i di lui saggi ministri, e ne prese de' nuovi cattivi; ma spezialmente si comprese in quest'anno da un altro suo fatto[Corio, Istor. di Milano.]. Le obbligazioni sue verso laduchessa Bianca Viscontesua madre erano grandi, sì per li motivi che concorrono in tutti i figliuoli, e sì perchè principalmente da lei dovea egli riconoscere l'acquisto di quel fioritissimo dominio. Con tutto ciò cominciò a maltrattarla, e crebbe tanto la discordia e lo sdegno fra loro, che Bianca principessa savia, limosiniera ed amata da tutti i popoli, si ritirò a Cremona sua città dotale, così non di meno alterata, che se il figliuolo le avesse recati maggiori disturbi, era disposta a darsi a' Veneziani. In Cremona poi per tanti disgusti cadde essa inferma, ed andò tanto innanzi il male, che nel dì 19 d'ottobre, come vuol Cristoforo da Soldo, o piuttosto nel dì 23 d'esso mese, come ha il Corio, diede fine al suo vivere. L'autore della Cronica di Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]dice che essa duchessa morì nel dì 24 d'ottobre. Ne mostrò Galeazzo Maria, almeno in apparenza, gran dispiacere, e fatto condurre a Milano il suo corpo, con solenni funerali gli fece dar sepoltura. Corse allora un'orrida voce che di veleno ella morisse. Quando ciò fosse vero, chi possiam noi dubitare che commettesse sì nero misfatto? Ma verosimilmente fu questa una diceria di persone maligne. Parimente mancò di vita in quest'annoSigismondoMalatestasignor di Rimini nel dì 22 d'ottobre, come scrive il Corio. Negli Annali di Forlì[Annales Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]è scritto il dì 15 d'esso mese. Error de' copisti sarà o nell'uno oppur nell'altro testo. Vanno concordi gli storici pontifizii, l'Ammirati e l'autore della Cronica di Bologna, nel dire che l'alterigia, la lascivia, le trufferie, la crudeltà deformarono di troppo la di lui vita, oltre all'eresia, di cui dicono ch'egli fu macchiato. S'era questo iniquissimo uomo, come dicemmo, ridotto al dominio della sola città di Rimini, e questa anche priva del meglio del suo territorio. Lasciò dopo di sè due figliuoli bastardiRobertoeSallustio.Isotta, dianzi sua concubina, poi moglie, restò per allora al governo di Rimini. Roberto prese la rocca di Cesena, ma poi la rilasciò ai ministri del papa, con passare ai servigi del medesimo pontefice. Cessò ancora di vivere nel dì 2 di maggioAstorre de' Manfredisignor di Faenza, a cui succedette nella signoria di quella città Carlo suo figliuolo. Poscia verso il fine di luglio Imola alzò le bandiere di San Marco. Diedero tali mutazioni nella Romagna motivo a varii torbidi, dei quali si parlerà all'anno seguente. Abbiamo ancora da Marino Sanuto[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]che in quest'anno il celebre cardinalBessarione, Greco di nascita, fece dono dell'insigne sua libreria di manoscritti alla repubblica veneta: dono che anche oggidì sarebbe d'immenso prezzo, e molto più fu in questi tempi, nei quali appena era nata la stampa. Il catalogo d'essi codici è ultimamente stato dato alle stampe.
Giacchè con tutto il suo buon volere, e con fatica ed applicazione continua, non veniva fatto al duca Borso signor di Ferrara d'introdur pace fra le potenze nemiche, s'applicò a questa impresa il pontefice stesso, e ne trattò caldamente co' ministri de' principi suddetti[Jacob. Papiens., Comment., lib. 4. Raynal., Annal. Eccles. Ammirat., Istor. Fiorent., lib. 23.]. Anche egli vi trovò degli ostacoli senza fine. Prese perciò un ripiego, che parve strano e nuovo a non pochi. Cioè formò egli stesso gli articoli della pace, come parve al giudizio suo, e nel dì della Purificazion della Vergine, giorno due di febbraio, imperiosamente li pubblicò, con intimar la scomunica riserbata a sè stesso per chi non gli accettasse. Per essi articoliprincipalmente si ordinava che si restituisse l'occupato nella presente guerra; e si dichiaravaBartolomeo Coleonegenerale della sacra lega contro ai Turchi, coll'assegno annuo di cento mila ducati d'oro, da pagarsegli da' collegati, secondo la tassa e ripartizione del peso ivi determinata. Non tardarono i Veneziani a sottoscrivere quegli articoli; ma ilre Ferdinando, ilduca di Milanoe iFiorentinirigettarono concordemente ciò che riguardava il Coleone, maravigliandosi forte che il papa, il qual poco fa avea tanto detestata la di lui mossa, turbatrice ingiusta della pace d'Italia, in vece di castigarlo, ora volesse premiarlo, e colle borse altrui. Attribuivano essi questo procedere del papa all'esser egli veneziano, e al volere perciò far servigio a' Veneziani, e ad un suddito loro. E di un uomo tale come mai poteano fidarsi gli altri principi? Nè parea loro giusto di aver da mantenere alla repubblica veneta un capitano, anzi, come essi diceano, un pubblico ladrone. Impuntò il papa a voler sostenere il suo decreto, e non men gli altri a rigettarlo, con prepararsi ad appellare al futuro concilio. Ma mitigato il pontefice dal duca Borso, lasciata andare la pretensione del generalato di Bartolomeo, nel dì 25 d'aprile pubblicò solennemente la pace, e questa venne abbracciata da ognuno, e tornò la quiete in Italia per quel che riguarda la guerra grande; perciocchè ne insorse una picciola tra il papa e il re Ferdinando a cagione del ducato di Sora. Questo nella precedente guerra del regno di Napoli era venuto in mano dipapa Pio IIcon certa connivenza di Ferdinando, che in quelle necessità nulla sapea negare al pontefice suo gran protettore. Ma dacchè egli si trovò libero dagl'impacci del duca d'Angiò, e forte in sella, pretese la restituzion di quello Stato, come dipendenza del suo regno. Ordinò ancora adAlfonsoduca di Calabria suo figliuolo che, nel ritornar dalla Toscana colle sue milizie, mettesse presidionella rocca della Tolla; e fu ubbidito. Mosse in oltre l'armi per ispossessar la Chiesa del ducato di Sora; ma si ritenne, contentandosi dipoi che l'affare fosse ventilato e riconosciuto per giustizia, con accusarlo intanto d'ingratitudine la corte romana, la quale colla spesa di più di novecento mila scudi di oro gli avea mantenuta la corona sul capo.
All'anno presente appartiene una bellissima lettera, scritta daJacopo Ammanaticardinal di Pavia, uomo di gran sapere e saviezza, al cardinaleFrancesco Gonzaga[Raynaldus, Annal. Eccles. Jacobus Papiensis, Epist. 280.], dove tratta dei doveri dei romani pontifici e de' cardinali, con una lettera allo stessopapa Paolo II, in cui ripruova come indecenti i giuochi e gli spettacoli carnevaleschi dati dal papa medesimo al popolo romano, e va toccando con lieve mano la di lui vanagloria in varie azioni. Nel dì 10 di dicembre dell'anno corrente[Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]giunse a Ferrara con circa secento cavalliFederigo III imperadore, accolto con sommo onore e magnificenza dalduca Borso, e nel dì 12 continuò il viaggio alla volta di Roma, dove pervenne la notte della vigilia del Natale del Signore. Portatosi a dirittura alla basilica vaticana, dove il papa avea giù cominciato il divino uffizio, fu da lui ricevuto coi soliti onori, ed assistè alla pia funzione, trattato poi magnificamente nei seguenti giorni. Chi disse essersi egli trasferito colà per compiere un voto[Trithemius, Hist.], e chi per far confermare dal pontefice la sua successione nei regni d'Ungheria e di Boemia. Parlossi ancora non poco della guerra contra de' Turchi; nè il papa lasciò indietro finezza alcuna che egli non usasse verso di questo piissimo principe, suo grande amico. Nel dì 6 di luglio, come vuole il Corio[Corio, Istoria di Milano.], oppure nel mese d'agosto, come scrive Cristoforo daSoldo[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.](il Sanuto[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]mette questo fatto all'anno seguente),Galeazzo Maria Sforzaduca di Milano celebrò le sue nozze conBonasorella del regnante alloraAmedeoduca di Savoia, ma contro la volontà di esso Amedeo, e diFilippo di Savoiasuo fratello. Trovavasi questa principessa alla corte diLuigi XIre di Francia, colla sorellaCarlottamoglie di esso re; e il bello fu che il medesimo re non solo l'accordò egli al duca di Milano, ma formò anche i capitoli nuziali, concedendole in dote la città di Vercelli, se il duca l'acquistasse colle armi, disponendo in questa maniera della roba altrui. Ma somiglianti esempli si son anche veduti ai nostri dì. Fondato poi su così vano titolo Galeazzo, nel settembre allestì l'armi sue per andare addosso a Vercelli. Conosciuta la di lui intenzione il duca di Savoia, ossia la reggenza sua, fece tosto lega co' Veneziani, i quali, nel mese d'ottobre, inteso che le milizie di lui erano in moto contro Vercelli, gli spedirono un lor cancelliere ad intimargli la guerra, se non desisteva dall'offendere gli Stati del duca di Savoia lor collegato. Bastò questo perchè Galeazzo mettesse giù i sassi, e rimandasse ai quartieri la sua gente. Non par molto da lodare il Guichenone[Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.], che francamente asserisce ingannato il Corio, allorchè accenna questa briga[Corio, Istor. di Milano.]insorta fra i due duchi. Il Corio era allora vivente, e questo fatto viene anche confermato da Cristoforo da Soldo[Cristoforo da Soldo, Istor. ubi sopra.], il qual diede fine nel presente anno alla sua Storia. Vuole inoltre il Guichenone che sbagliasse il Platina[Platina, in Vita Pauli II Papae.], scrivendo che il duca di Milano non volle comprendere nella pace conchiusa da papaPaolo il duca di Savoia e Filippo suo fratello, ed aver gastigato dipoi il suo ministro per aver ceduto su questo punto. Ma come mai ne vuol sapere di più d'uno storico, vivente allora in Roma, il Guichenone sì lontano da questi tempi, e niuno argomento in contrario adducendo, se non il silenzio degli scrittori savoiardi? Che testa fosse quella del suddetto ducaGaleazzo, si conobbe tosto dopo la morte del padre, perchè abbassò tutti i di lui saggi ministri, e ne prese de' nuovi cattivi; ma spezialmente si comprese in quest'anno da un altro suo fatto[Corio, Istor. di Milano.]. Le obbligazioni sue verso laduchessa Bianca Viscontesua madre erano grandi, sì per li motivi che concorrono in tutti i figliuoli, e sì perchè principalmente da lei dovea egli riconoscere l'acquisto di quel fioritissimo dominio. Con tutto ciò cominciò a maltrattarla, e crebbe tanto la discordia e lo sdegno fra loro, che Bianca principessa savia, limosiniera ed amata da tutti i popoli, si ritirò a Cremona sua città dotale, così non di meno alterata, che se il figliuolo le avesse recati maggiori disturbi, era disposta a darsi a' Veneziani. In Cremona poi per tanti disgusti cadde essa inferma, ed andò tanto innanzi il male, che nel dì 19 d'ottobre, come vuol Cristoforo da Soldo, o piuttosto nel dì 23 d'esso mese, come ha il Corio, diede fine al suo vivere. L'autore della Cronica di Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]dice che essa duchessa morì nel dì 24 d'ottobre. Ne mostrò Galeazzo Maria, almeno in apparenza, gran dispiacere, e fatto condurre a Milano il suo corpo, con solenni funerali gli fece dar sepoltura. Corse allora un'orrida voce che di veleno ella morisse. Quando ciò fosse vero, chi possiam noi dubitare che commettesse sì nero misfatto? Ma verosimilmente fu questa una diceria di persone maligne. Parimente mancò di vita in quest'annoSigismondoMalatestasignor di Rimini nel dì 22 d'ottobre, come scrive il Corio. Negli Annali di Forlì[Annales Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]è scritto il dì 15 d'esso mese. Error de' copisti sarà o nell'uno oppur nell'altro testo. Vanno concordi gli storici pontifizii, l'Ammirati e l'autore della Cronica di Bologna, nel dire che l'alterigia, la lascivia, le trufferie, la crudeltà deformarono di troppo la di lui vita, oltre all'eresia, di cui dicono ch'egli fu macchiato. S'era questo iniquissimo uomo, come dicemmo, ridotto al dominio della sola città di Rimini, e questa anche priva del meglio del suo territorio. Lasciò dopo di sè due figliuoli bastardiRobertoeSallustio.Isotta, dianzi sua concubina, poi moglie, restò per allora al governo di Rimini. Roberto prese la rocca di Cesena, ma poi la rilasciò ai ministri del papa, con passare ai servigi del medesimo pontefice. Cessò ancora di vivere nel dì 2 di maggioAstorre de' Manfredisignor di Faenza, a cui succedette nella signoria di quella città Carlo suo figliuolo. Poscia verso il fine di luglio Imola alzò le bandiere di San Marco. Diedero tali mutazioni nella Romagna motivo a varii torbidi, dei quali si parlerà all'anno seguente. Abbiamo ancora da Marino Sanuto[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]che in quest'anno il celebre cardinalBessarione, Greco di nascita, fece dono dell'insigne sua libreria di manoscritti alla repubblica veneta: dono che anche oggidì sarebbe d'immenso prezzo, e molto più fu in questi tempi, nei quali appena era nata la stampa. Il catalogo d'essi codici è ultimamente stato dato alle stampe.