MCCCCLXXXVAnno diCristoMCCCCLXXXV. Indiz.III.InnocenzoVIII papa 2.FederigoIII imperadore 34.Le cura del novello sommo ponteficeInnocenzo VIIIfurono tosto[Raynaldus, Annal. Ecclesiast.]per rintuzzare l'orgoglio diBaiazetteimperador de' Turchi, dalle cui poderose forze veniva minacciata la Sicilia e l'Italia tutta. Premurose esortazioni spedì egli a tutti i principi e comuni non solo dell'Italia, ma anche di oltramonte, per formare una lega sacra contra di quegli infedeli. Tassò ancora quella rata di danaro che dovea cadaun d'essi contribuire. Andarono tutte queste diligenze fra poco in un fascio, perchè insorsero delle turbolenze nel regno di Napoli; e il pontefice, tenuto dianzi per sì desideroso della pace, si lasciò intricar nella guerra. Racconta l'Infessura[Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]che nel giugno di quest'anno si rinnovellò la guerra fra i Colonnesi e gli Orsini nelle vicinanze di Roma, colla presa di alcune castella, e con varii combattimenti fra quelle due nobili e potenti case[Anonymus, Diar. Roman., tom. 3 Rer. Ital.]. S'interposeil papa per acconciar quelle differenze, e volle in sua mano Frascati e Genazzano, ed altre terre occupate dai Colonnesi. Ubbidirono infatti i Colonnesi, ma non già gli Orsini, perchè poco si fidavano del papa inclinato in favore dei lor nemici; e però, al rovescio del precedente pontificato, Innocenzo si dichiarò per li Colonnesi, e caddero gli Orsini dalla grazia di lui. Picciole nondimeno furono queste brighe in paragon dell'altra suscitata daFerdinando redi Napoli. Tornato dalla guerra di FerraraAlfonso ducadi Calabria suo primogenito, siccome uomo che per la sua crudeltà e lussuria si facea universalmente odiare, volle col padre, per voglia d'accumular tesori, imporre nuove gravezze ai baroni del regno[Summonte, Ist. di Napol.]. S'era anche più volte lasciato scappar di bocca delle minaccie contra d'essi. Cominciarono questi a ricalcitrare e a formar dei trattati per loro difesa. Il principio della loro rottura fu il seguente. Portatosi il duca di Calabria a Cività di Chieti, quivi fece prigione ilconte di Montorionella vigilia di San Pietro di giugno, e mandollo co' figliuoli prigione a Napoli. Scrivono altri che questi, chiamato a Napoli, fu cacciato in quelle carceri. Altrettanto avvenne ai figliuoli delduca d'Ascoliconte di Nola. Allora si ribellarono i principi d'Altamurae diBisignano, i conti diTursi,Ugento,Lauria,Melito, e quasi tutti gli altri baroni del regno, e portarono le loro doglianze apapa Innocenzocontra del re. Il pontefice, che già si sentiva alterato contra di Ferdinando, perchè il censo del regno di Napoli sotto il suo antecessore fosse stato ridotto ad una semplice chinea (indulgenza ch'egli non volea sofferire), abbracciò tosto questa occasione per procedere contra di Ferdinando e per citarlo a Roma. Il re mandò colà ilcardinal Giovannisuo figliuolo per dedurre le sue ragioni; ma questi nel dì 17 l'ottobre finì di vivere in Roma, e fu creduto, secondol'Infessura[Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], per veleno datogli un mese prima in Salerno daAntonello San Severino, principe di quella città. Secondo altri migliori storici[Anonymus, Diar. Roman., tom. eod.], non fu il cardinal Giovanni, ma bensìdon Federigosuo fratello che andò a Salerno, e vi fu per qualche tempo ritenuto. Credendo ad una falsa voce, scrisse il medesimo Infessura che il re fece tagliare il capo al conte di Montorio già imprigionato; ma egli stesso dipoi cel dà vivente; ed abbiamo anche dalla Storia Napoletana ch'egli fu liberato: lo che vien confermato dal Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccl.]. Fuor di dubbio è intanto, che tutti i baroni, a riserva del conte di Fondi, del duca di Melfi e del principe di Taranto, scopertamente presero l'armi contra delre Ferdinando[Summonte, Istoria di Napoli.]. Egli per pacificarli si portò in persona nel dì 10 di settembre ad un luogo, dove la maggior parte d'essi era raunata, nè vi fu cosa chiesta da loro che non accordasse. Ma non ebbe effetto alcuno l'abboccamento, perchè que' signori non sapeano fidarsi di un principe, il quale in addietro avea assai dato a conoscere quanto gli fosse famigliare la bugia e la frode, e che nulla gli costava il tradire sotto la parola. Ribellossi anche a Ferdinando nel mese d'ottobre il popolo della ricca città dell'Aquila, e ricorse alla protezion del pontefice, offerendogli il dominio della lor città, nè ebbepapa Innocenzodifficoltà d'accettarlo. Si veggono ancora monete dell'Aquila stessa colla testa d'esso pontefice. Di qui venne aperta guerra fra Innocenzo e Ferdinando.A questo ballo immantenente trassero, mossi da Ferdinando, iFiorentinieGian-Galeazzoduca di Milano, ossia piuttostoLodovico il Moro, come suoi collegati. Passarono anche nel suo partito gliOrsini[Ammirati, Istor. di Firenze.]. IVenezianie iGenovesisi accostarono al papa, e i primi permisero cheRoberto da San Severinopassasse ai di lui servigi con titolo di gonfaloniere, ossia di generale dell'armi della Chiesa. Menò egli seco secento uomini d'armi[Corio, Istor. di Milano.]. E siccome i Veneziani spedirono cinquecento cavalli e due mila fanti in aiuto del papa, così i Fiorentini e Lodovico Sforza inviarono, ma ben lentamente, la lor quota di gente in rinforzo a Ferdinando. Venne il duca di Calabria con un picciolo esercito in Campagna di Roma, e cominciò ad infestar le vicinanze di Roma stessa. Era guerra fra il re e i baroni di Napoli. Guerra parimente si facea fin sotto le porte di Roma, città che in questi tempi si trovò piena di spaventi e d'interni tumulti, abbondando chi disapprovava l'impegno preso dal papa. Arrivato poi che fu Roberto San Severino colle sue genti, respirarono i Romani. Narra il Summonte[Summonte, Istoria di Napoli.]che su quel di Velletri seguì una fiera battaglia di quattro ore fraAlfonso ducadi Calabria e ilSan Severino, colla rotta totale del primo, ed essere poi morto pochi dì dopo Roberto San Severino, e fatti tre versi in onor suo, cioè:Roberto io son, che venni, vidi e vinsi, ec.Ma il Summonte, scrittore spesse volte poco accurato, non ci ha data una storia degna della nobilissima città di Napoli. Qui ancora prese abbaglio, confondendoRoberto Malatestae la sua vittoria, di cui parlammo all'anno 1483, conRoberto San Severino. Niuna impresa che meriti particolar memoria fece, ch'io sappia, il San Severino, fuorchè l'avere ricuperato il ponte a Lamentana, doveFracassosuo figliuolo fu colto in bocca da una palla di spingardello, che gli portò via molti denti, e il fece stare in pericolo della vita. Io taccio il resto, perchè l'istituto mio non porta di pascere il lettore colracconto di sole scorrerie, saccheggi e battagliole. In questi tempiLodovico Sforzail Moro[Corio, Istor. di Milano.], che credea sè stesso la più gran testa dell'universo, e tutto dì pensava ad aprirsi la strada a divenir duca di Milano, col veleno si liberò dal contePietro del Verme, e gli tolse tutte le sue terre e castella; mancò di fede ai cittadini che aveano prestati danari per la guerra; suscitò discordia fra i fratelliVitalianoeGiovanniconti Borromei. Nella notte del dì 4 venendo il dì 5 di novembre dell'anno presente[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]mancò di vitaGiovanni Mocenigodoge di Venezia, a cui fu sostituitoMarco Barbarigo. La peste, che facea grande strage in Venezia, quella fu che rapì dal mondo il medesimo doge Mocenigo.
Le cura del novello sommo ponteficeInnocenzo VIIIfurono tosto[Raynaldus, Annal. Ecclesiast.]per rintuzzare l'orgoglio diBaiazetteimperador de' Turchi, dalle cui poderose forze veniva minacciata la Sicilia e l'Italia tutta. Premurose esortazioni spedì egli a tutti i principi e comuni non solo dell'Italia, ma anche di oltramonte, per formare una lega sacra contra di quegli infedeli. Tassò ancora quella rata di danaro che dovea cadaun d'essi contribuire. Andarono tutte queste diligenze fra poco in un fascio, perchè insorsero delle turbolenze nel regno di Napoli; e il pontefice, tenuto dianzi per sì desideroso della pace, si lasciò intricar nella guerra. Racconta l'Infessura[Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]che nel giugno di quest'anno si rinnovellò la guerra fra i Colonnesi e gli Orsini nelle vicinanze di Roma, colla presa di alcune castella, e con varii combattimenti fra quelle due nobili e potenti case[Anonymus, Diar. Roman., tom. 3 Rer. Ital.]. S'interposeil papa per acconciar quelle differenze, e volle in sua mano Frascati e Genazzano, ed altre terre occupate dai Colonnesi. Ubbidirono infatti i Colonnesi, ma non già gli Orsini, perchè poco si fidavano del papa inclinato in favore dei lor nemici; e però, al rovescio del precedente pontificato, Innocenzo si dichiarò per li Colonnesi, e caddero gli Orsini dalla grazia di lui. Picciole nondimeno furono queste brighe in paragon dell'altra suscitata daFerdinando redi Napoli. Tornato dalla guerra di FerraraAlfonso ducadi Calabria suo primogenito, siccome uomo che per la sua crudeltà e lussuria si facea universalmente odiare, volle col padre, per voglia d'accumular tesori, imporre nuove gravezze ai baroni del regno[Summonte, Ist. di Napol.]. S'era anche più volte lasciato scappar di bocca delle minaccie contra d'essi. Cominciarono questi a ricalcitrare e a formar dei trattati per loro difesa. Il principio della loro rottura fu il seguente. Portatosi il duca di Calabria a Cività di Chieti, quivi fece prigione ilconte di Montorionella vigilia di San Pietro di giugno, e mandollo co' figliuoli prigione a Napoli. Scrivono altri che questi, chiamato a Napoli, fu cacciato in quelle carceri. Altrettanto avvenne ai figliuoli delduca d'Ascoliconte di Nola. Allora si ribellarono i principi d'Altamurae diBisignano, i conti diTursi,Ugento,Lauria,Melito, e quasi tutti gli altri baroni del regno, e portarono le loro doglianze apapa Innocenzocontra del re. Il pontefice, che già si sentiva alterato contra di Ferdinando, perchè il censo del regno di Napoli sotto il suo antecessore fosse stato ridotto ad una semplice chinea (indulgenza ch'egli non volea sofferire), abbracciò tosto questa occasione per procedere contra di Ferdinando e per citarlo a Roma. Il re mandò colà ilcardinal Giovannisuo figliuolo per dedurre le sue ragioni; ma questi nel dì 17 l'ottobre finì di vivere in Roma, e fu creduto, secondol'Infessura[Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.], per veleno datogli un mese prima in Salerno daAntonello San Severino, principe di quella città. Secondo altri migliori storici[Anonymus, Diar. Roman., tom. eod.], non fu il cardinal Giovanni, ma bensìdon Federigosuo fratello che andò a Salerno, e vi fu per qualche tempo ritenuto. Credendo ad una falsa voce, scrisse il medesimo Infessura che il re fece tagliare il capo al conte di Montorio già imprigionato; ma egli stesso dipoi cel dà vivente; ed abbiamo anche dalla Storia Napoletana ch'egli fu liberato: lo che vien confermato dal Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccl.]. Fuor di dubbio è intanto, che tutti i baroni, a riserva del conte di Fondi, del duca di Melfi e del principe di Taranto, scopertamente presero l'armi contra delre Ferdinando[Summonte, Istoria di Napoli.]. Egli per pacificarli si portò in persona nel dì 10 di settembre ad un luogo, dove la maggior parte d'essi era raunata, nè vi fu cosa chiesta da loro che non accordasse. Ma non ebbe effetto alcuno l'abboccamento, perchè que' signori non sapeano fidarsi di un principe, il quale in addietro avea assai dato a conoscere quanto gli fosse famigliare la bugia e la frode, e che nulla gli costava il tradire sotto la parola. Ribellossi anche a Ferdinando nel mese d'ottobre il popolo della ricca città dell'Aquila, e ricorse alla protezion del pontefice, offerendogli il dominio della lor città, nè ebbepapa Innocenzodifficoltà d'accettarlo. Si veggono ancora monete dell'Aquila stessa colla testa d'esso pontefice. Di qui venne aperta guerra fra Innocenzo e Ferdinando.
A questo ballo immantenente trassero, mossi da Ferdinando, iFiorentinieGian-Galeazzoduca di Milano, ossia piuttostoLodovico il Moro, come suoi collegati. Passarono anche nel suo partito gliOrsini[Ammirati, Istor. di Firenze.]. IVenezianie iGenovesisi accostarono al papa, e i primi permisero cheRoberto da San Severinopassasse ai di lui servigi con titolo di gonfaloniere, ossia di generale dell'armi della Chiesa. Menò egli seco secento uomini d'armi[Corio, Istor. di Milano.]. E siccome i Veneziani spedirono cinquecento cavalli e due mila fanti in aiuto del papa, così i Fiorentini e Lodovico Sforza inviarono, ma ben lentamente, la lor quota di gente in rinforzo a Ferdinando. Venne il duca di Calabria con un picciolo esercito in Campagna di Roma, e cominciò ad infestar le vicinanze di Roma stessa. Era guerra fra il re e i baroni di Napoli. Guerra parimente si facea fin sotto le porte di Roma, città che in questi tempi si trovò piena di spaventi e d'interni tumulti, abbondando chi disapprovava l'impegno preso dal papa. Arrivato poi che fu Roberto San Severino colle sue genti, respirarono i Romani. Narra il Summonte[Summonte, Istoria di Napoli.]che su quel di Velletri seguì una fiera battaglia di quattro ore fraAlfonso ducadi Calabria e ilSan Severino, colla rotta totale del primo, ed essere poi morto pochi dì dopo Roberto San Severino, e fatti tre versi in onor suo, cioè:
Roberto io son, che venni, vidi e vinsi, ec.
Roberto io son, che venni, vidi e vinsi, ec.
Ma il Summonte, scrittore spesse volte poco accurato, non ci ha data una storia degna della nobilissima città di Napoli. Qui ancora prese abbaglio, confondendoRoberto Malatestae la sua vittoria, di cui parlammo all'anno 1483, conRoberto San Severino. Niuna impresa che meriti particolar memoria fece, ch'io sappia, il San Severino, fuorchè l'avere ricuperato il ponte a Lamentana, doveFracassosuo figliuolo fu colto in bocca da una palla di spingardello, che gli portò via molti denti, e il fece stare in pericolo della vita. Io taccio il resto, perchè l'istituto mio non porta di pascere il lettore colracconto di sole scorrerie, saccheggi e battagliole. In questi tempiLodovico Sforzail Moro[Corio, Istor. di Milano.], che credea sè stesso la più gran testa dell'universo, e tutto dì pensava ad aprirsi la strada a divenir duca di Milano, col veleno si liberò dal contePietro del Verme, e gli tolse tutte le sue terre e castella; mancò di fede ai cittadini che aveano prestati danari per la guerra; suscitò discordia fra i fratelliVitalianoeGiovanniconti Borromei. Nella notte del dì 4 venendo il dì 5 di novembre dell'anno presente[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]mancò di vitaGiovanni Mocenigodoge di Venezia, a cui fu sostituitoMarco Barbarigo. La peste, che facea grande strage in Venezia, quella fu che rapì dal mondo il medesimo doge Mocenigo.