MDCI

MDCIAnno diCristoMDCI. IndizioneXIV.Clemente VIIIpapa 10.Rodolfo IIimperadore 26.Tanto finalmente si adoperò ilcardinal Aldobrandino, che nel dì 17 di gennaio del presente anno gli riuscì di far segnare la pace in Lione ai plenipotenziarii del re Cristianissimo e del duca di Savoia. Consistè la sostanza dell'accordo in questo, cioè che ilre Arrigorilasciava in pieno potere e libero da ogni pretension della Francia il marchesato di Saluzzo colle città e castella di Cental, Demont e Roccasparaviera; e all'incontro il duca rilasciava al re in proprietà il Bugey, Valromay e Gex colle rive del Rodano da Ginevra fino a Lione, alla riserva del ponte di Gresin, con rendergli anche la città Castellania e Torre del Ponte di Casteldelfino. Pretese dipoi il duca che i ministri suoi avessero oltrepassato le misure del mandato, e si mostrò per qualche tempo renitente alla ratificazione, probabilmente perchè pasciuto di speranze dal governator di Milano, che era dietro a mettere insieme una poderosa armata. Forse ancora il ritenevano certi maneggi per far ribellare la città diMarsilia, che poscia andarono in fumo. Ma in fine, trovandosi egli burlato dagli Spagnuoli, sottoscrisse l'accordo. Il bello fu che in esso il duca si pretese gravemente pregiudicato, perchè il paese da lui ceduto era di molto superiore in ampiezza e in rendite al marchesato di Saluzzo, e si dichiarò mal soddisfatto del cardinale che avea in certa maniera forzati i suoi ministri a sottoscrivere. All'incontro, non pochi dei politici franzesi, e massimamente il cardinale d'Ossat, non sapeano digerire che il re avesse per mira di un vil guadagno perduta la chiave ossia la porta d'Italia, quale appunto era Saluzzo: il che tornava in troppo vantaggio del duca e degli Spagnuoli. In somma si dicea:Che il re avea fatta una pace da duca, e il duca una pace da re. Che il re avea trattato da mercatante, e il duca di Savoia da principe. Scontentissimi ancora si mostrarono di questo accordo i Veneziani e il gran duca, al veder chiusi i passi da lì innanzi ai soccorsi della Francia; e fu detto che esibirono grosse somme di danaro per disfare il già fatto. Ma il re, che voleva oramai riposare e goder le delizie del suo regno, non ne volle sentir parlare. Ed, all'incontro, il duca, tuttochè declamasse contro di una pace comperata sì cara, pure ebbe di che consolarsi per aver cacciati di là dai monti i Franzesi, i quali in tanta vicinanza di Saluzzo non gli lasciavano mai godere, per così dire, un'ora di tranquillità nei suoi Stati d'Italia. A lui pareva sempre di udire il tamburo di Carmagnola, fortezza di quel marchesato, troppo vicina a Torino.Non ostante la pace suddetta, parve strano ai principi d'Italia, spezialmente alla repubblica veneta, che nè il duca Carlo Emmanuele disarmasse, e molto meno lo facesse don Pietro Enriquez conte di Fuentes, governatore di Milano, il quale anzi ogni dì più facea massa di gente in quello Stato, credendosi che ascendesse quell'armata a trenta mila combattenti, cioè a quattro mila Svizzeri, ottomila Tedeschi, altrettanti tra Napoletani e Spagnuoli, sei mila Lombardi, due mila cavalli leggieri, oltre agli uomini d'arme, con gran preparamento di artiglierie, munizioni e carriaggi. Essendo in concetto il conte di Fuentes di cervello torbido ed inquieto, nacque gelosia in tutti i confinanti; e perciò i Veneziani fra gli altri fecero un non lieve armamento in terra ferma, e un preparamento di molte galee. Ma ossia che sventasse in Francia la mina fabbricata dal conte contro Marsilia con intelligenza del duca di Savoia, o che per l'impresa d'Algeri, e per dar soccorsi all'imperadore in Ungheria e all'arciduca in Fiandra, si fosse raunato quell'esercito, continuò dipoi la quiete in Italia. Furono inviati in Ungheria i fanti tedeschi, e spedito in Fiandra un terzo, ossia reggimento di Spagnuoli, con altri tre d'Italiani. Quanto ad Algeri, di cui poco fa dicemmo una parola, un certo capitan Rossi Franzese, ben pratico di quella città, nido nefando di corsari nemici del nome cristiano, dipinse a Giannandrea Doria, generale della squadra reale di Genova, così facile il sorprenderla ne' mesi caldi, che gli fece nascer voglia di sì bella impresa. Mandato lo stesso Rossi alla corte dei re Cattolico, ebbe dipoi il Doria ordine di accudirvi, e furono spediti ordini a Napoli, Sicilia e Malta, perchè tutti allestissero i lor legni senza sapersi per dove; e il conte di Fuentes inviò molta fanteria ai lidi di Genova per imbarcarla. A Maiorica nel dì 19 di agosto fu fatta la rassegna, e si trovarono galee settantuna, fra le quali ancor quelle di Spagna, del papa, di Genova, di Toscana e del duca di Savoia. Il numero dei soldati passava i dieci mila, senza i nobili venturieri che in gran copia vi accorsero, e fra essi, coll'accompagnamento di molti cavalieri e soldati,Ranuccio ducadi Parma eVirginio Orsinoduca di Bracciano. Così bell'apparato, ossia questo gravido monte andò poi a terminare nella nascita di un sorcio. Unitasi e mossasi per varii inconvenienti troppo tardi questa flotta, comparvenel dì 30 del mese suddetto alla vista d'Algeri. Ma eccoli sorgere un vento contrario da Levante che mise in conquasso le navi, e cacciandole a Ponente fu forza ritornare a Maiorica, dove pervennero nel dì 5 di settembre. Questa disavventura, e l'aver gli Algerini scoperto il disegno dei cristiani, fece prendere al Doria la risoluzione di sciogliere l'armata, e di desistere da ogni altro tentativo. Benchè non mancassero a lui buone ragioni di così operare, pure non ischivò le dicerie e i morsi di chi desiderava e sperava esito migliore di quell'impresa.In Fiandra, da che furono pervenuti colà i soccorsi spediti dall'Italia, e fatte varie leve di Alemanni e Valloni, l'arciduca Alberto pensò ad uscire in campagna. Fu prevenuto dal conte Maurizio generale degli Olandesi, che andò ad accamparsi intorno alla città di Rembergh, e cominciò a batterla. Fu consigliato l'arciduca d'imprendere l'assedio di Ostenda, città marittima di somma importanza, per fare una diversione ai nemici, e fu eseguito il disegno. Ma non lasciò per questo il Nassau di proseguir gli approcci e le mine sotto Rembergh, e di obbligar quella piazza nel dì ultimo di luglio con patti onorevoli alla resa. Erasi intanto dato principio da' cattolici alle offese contra di Ostenda con un assedio che riuscì uno dei più ostinati e memorabili che si abbia la storia, descritto vivamente dalla felice penna del cardinal Guido Bentivoglio. Convenne fabbricar forti intorno a quella città, alzare argini, e disporre batterie per impedire i soccorsi di mare, i quali nondimeno mai non si poterono vietare. Sul fine di dicembre dato fu un generale assalto alla città; ma se gran bravura mostrarono gli assalitori, maggiore ancora si trovò la resistenza dei difensori, di modo che molto sangue sparsero i primi, ed altri rimasero seppelliti nell'acque per le cateratte aperte dai nemici. Assediò poscia il conte Maurizio Boisleduc; ma inteso avvicinarsi una grossa banda di fanti e cavalli, speditadall'arciduca, giudicò poi sano partito il ritirarsi ai quartieri d'inverno. Durando più che mai la guerra turchesca in Ungheria, Transilvania, Stiria e Croazia, l'arciduca Ferdinandofece di calde istanze d'aiuto apapa Clemente, aFilippo III redi Spagna, e a tutti i principi d'Italia. Il pontefice, nel cui cuore lo zelo della religione era uno dei primi mobili, gli spedì un corpo di otto mila soldati italiani de' quali dichiarò capitan generaleGian Francesco Aldobrandinosuo nipote. Sei mila Tedeschi vi mandò il re di Spagna. A quella danza ancora accorsero in gran copia nobili venturieri d'Italia. Sopra gli altri vi andòVincenzo duca di Mantovacon una magnifica comitiva, il quale fu dichiarato vicegerente del suddetto arciduca generalissimo. Ascese quell'esercito a ventitrè mila pedoni e quattro mila e cinquecento cavalli, che passarono all'assedio di Canissa, dove trovarono chi era disposto a perdere la vita più tosto che cedere quella fortezza. Si ridusse quel presidio sino a mangiare i cavalli, finchè, sopraggiunto il novembre con gravissimi freddi, convenne levar l'assedio e fare una ritirata, che parve più tosto una vergognosa fuga. Per tale sventura buona parte dei soldati italiani malconci se ne tornarono in Italia, colla magra scusa di essere mancato di vita per malattia l'Aldobrandino loro generale, la cui morte afflisse non poco il pontefice suo zio. Fu poi la di lui memoria onorata dal senato e popolo romano con una iscrizione posta in Campidoglio.Non andò così in altra parte dell'Ungheria. Ilduca di Mercurioquivi generale spinse le sue genti all'assedio d'Alba Regale, e a forza d'armi s'impadronì dei borghi e della città. Rifugiatisi nel castello i Turchi, poco v'ebbero di riposo, perchè da lì a quattro giorni furiosamente v'entrarono i cristiani, e misero a fil di spada chiunque si oppose, e poscia a sacco le case. Non aveva il duca più di otto mila soldati, ed ecco comparire l'esercito turchesco di trenta mila persone,già disposte per soccorrere quella città, che l'attorniarono con isperanza di ricuperarla. Uscì il valoroso duca, e diede loro una rotta coll'acquisto di quattordici pezzi d'artiglieria. Non cessarono per questo i Turchi di strignere quella città coi rinforzi venuti loro da varie parti; ma il duca, sempre vittorioso in altre susseguenti azioni, li costrinse in fine ad abbruciar gli alloggiamenti e a ritirarsi in fretta. Essendo ancora nell'anno presente uscito d'Agria quel bassà con dieci mila Musulmani, in vece d'impadronirsi di Toccai, come era il suo disegno, ebbe una rotta daFerrante Gonzagagenerale cesareo, e fu inseguito sino alle porte di Agria. Gravissime molestie e danni aveano patito negli anni addietro i Veneziani per le insolenze degli Uscochi, che tutti gente di mal affare ed abitanti in quel di Segna, con essere divenuti corsari nell'Adriatico, infestavano e spogliavano quanti legni cadeano in loro mani. Ne avea fatto gravi doglianze col senato veneto lo stesso gran signore, giacchè anche ai sudditi suoi si estendeva la rapacità di que' popoli; ed ancorchè a reprimere la lor baldanza esso senato avesse più volte spedite galee ed altri legni, pure que' malandrini mille vie trovarono per continuare l'infame lor mestiere. Poco potea stare a vedersi nascere un'aperta guerra fra la casa d'Austria, ne' cui Stati coloro albergavano, e la repubblica veneta, quando il pontefice e la corte di Spagna, che più volte aveano interposti i loro uffizii per indurre l'imperadore e l'arciduca Ferdinando acciocchè si rimediasse a questi disordini, rinforzarono le lor premure, di maniera che la corte dell'imperadore mandò ordini rigorosi a Segna, affinchè fossero puniti i capi di que' masnadieri, e le lor famiglie trasportate ad abitare lungi dal mare, per torre loro la comodità di ulteriormente esercitare la pirateria. Con ciò fu creduto in Venezia che fosse tornata la quiete dell'Adriatico. Ma non andò molto che si avvidero pullular troppo facilmente lemale erbe, quando non sono sradicate. Anche i nostri stessi tempi han talvolta veduto essersi dagli Uscochi d'allora tramandata ai loro posteri l'inclinazione al dolce mestier di fabbricar la propria fortuna colle miserie degl'innocenti. Ma perchè nello stretto campo di questi Annali non capiscono sì minuti avvenimenti, io nulla di più ne dirò. Nel dì 27 di settembre laregina Mariapartorì alre Arrigo IVun delfino, che fu poiLodovico XIII redi Francia; per la qual nascita non si può esprimere l'allegrezza di tutto quel regno, anzi di tutta la cristianità. Il re, andando tosto alla chiesa per renderne grazie a Dio, si trovò in sì gran calca di gente, che vi perdè il cappello. Pochi dì prima, cioè nel dì 22 del mese suddetto, nacque in Ispagna al re Cattolico un'infanta, a cui fu posto il nome di Anna, principessa, che col tempo divenne regina di Francia per le sue nozze col prefato Lodovico XIII. Vennero in questo anno a Roma due ambasciatori del sofì, o sia re di Persia, Scia Abàs, principe di gran mente. L'uno era Persiano, l'altro Inglese, spediti per eccitare il papa e gli altri principi cristiani ad una lega e guerra contro il comune nemico non mai sazio di slargar le sue fimbrie; esibendo a questo effetto tutte le forze della Persia, e la libertà ai cristiani di commerciar nel loro paese, e di fabbricarvi anche delle chiese. Furono con ogni dimostrazione di onore accolti, magnificamente spesati e regalati dal papa. Fecero questi ambasciatori delle cose ridicole in Roma, disputando sempre fra loro, e venendo alle mani per la preminenza che ognun di essi pretendeva. Ma non si seppe qual risposta e risoluzione riportassero a casa. Il pontefice sapea qual poco capitale si possa fare di somiglianti progetti di leghe con gl'infedeli e co' cristiani stessi.

Tanto finalmente si adoperò ilcardinal Aldobrandino, che nel dì 17 di gennaio del presente anno gli riuscì di far segnare la pace in Lione ai plenipotenziarii del re Cristianissimo e del duca di Savoia. Consistè la sostanza dell'accordo in questo, cioè che ilre Arrigorilasciava in pieno potere e libero da ogni pretension della Francia il marchesato di Saluzzo colle città e castella di Cental, Demont e Roccasparaviera; e all'incontro il duca rilasciava al re in proprietà il Bugey, Valromay e Gex colle rive del Rodano da Ginevra fino a Lione, alla riserva del ponte di Gresin, con rendergli anche la città Castellania e Torre del Ponte di Casteldelfino. Pretese dipoi il duca che i ministri suoi avessero oltrepassato le misure del mandato, e si mostrò per qualche tempo renitente alla ratificazione, probabilmente perchè pasciuto di speranze dal governator di Milano, che era dietro a mettere insieme una poderosa armata. Forse ancora il ritenevano certi maneggi per far ribellare la città diMarsilia, che poscia andarono in fumo. Ma in fine, trovandosi egli burlato dagli Spagnuoli, sottoscrisse l'accordo. Il bello fu che in esso il duca si pretese gravemente pregiudicato, perchè il paese da lui ceduto era di molto superiore in ampiezza e in rendite al marchesato di Saluzzo, e si dichiarò mal soddisfatto del cardinale che avea in certa maniera forzati i suoi ministri a sottoscrivere. All'incontro, non pochi dei politici franzesi, e massimamente il cardinale d'Ossat, non sapeano digerire che il re avesse per mira di un vil guadagno perduta la chiave ossia la porta d'Italia, quale appunto era Saluzzo: il che tornava in troppo vantaggio del duca e degli Spagnuoli. In somma si dicea:Che il re avea fatta una pace da duca, e il duca una pace da re. Che il re avea trattato da mercatante, e il duca di Savoia da principe. Scontentissimi ancora si mostrarono di questo accordo i Veneziani e il gran duca, al veder chiusi i passi da lì innanzi ai soccorsi della Francia; e fu detto che esibirono grosse somme di danaro per disfare il già fatto. Ma il re, che voleva oramai riposare e goder le delizie del suo regno, non ne volle sentir parlare. Ed, all'incontro, il duca, tuttochè declamasse contro di una pace comperata sì cara, pure ebbe di che consolarsi per aver cacciati di là dai monti i Franzesi, i quali in tanta vicinanza di Saluzzo non gli lasciavano mai godere, per così dire, un'ora di tranquillità nei suoi Stati d'Italia. A lui pareva sempre di udire il tamburo di Carmagnola, fortezza di quel marchesato, troppo vicina a Torino.

Non ostante la pace suddetta, parve strano ai principi d'Italia, spezialmente alla repubblica veneta, che nè il duca Carlo Emmanuele disarmasse, e molto meno lo facesse don Pietro Enriquez conte di Fuentes, governatore di Milano, il quale anzi ogni dì più facea massa di gente in quello Stato, credendosi che ascendesse quell'armata a trenta mila combattenti, cioè a quattro mila Svizzeri, ottomila Tedeschi, altrettanti tra Napoletani e Spagnuoli, sei mila Lombardi, due mila cavalli leggieri, oltre agli uomini d'arme, con gran preparamento di artiglierie, munizioni e carriaggi. Essendo in concetto il conte di Fuentes di cervello torbido ed inquieto, nacque gelosia in tutti i confinanti; e perciò i Veneziani fra gli altri fecero un non lieve armamento in terra ferma, e un preparamento di molte galee. Ma ossia che sventasse in Francia la mina fabbricata dal conte contro Marsilia con intelligenza del duca di Savoia, o che per l'impresa d'Algeri, e per dar soccorsi all'imperadore in Ungheria e all'arciduca in Fiandra, si fosse raunato quell'esercito, continuò dipoi la quiete in Italia. Furono inviati in Ungheria i fanti tedeschi, e spedito in Fiandra un terzo, ossia reggimento di Spagnuoli, con altri tre d'Italiani. Quanto ad Algeri, di cui poco fa dicemmo una parola, un certo capitan Rossi Franzese, ben pratico di quella città, nido nefando di corsari nemici del nome cristiano, dipinse a Giannandrea Doria, generale della squadra reale di Genova, così facile il sorprenderla ne' mesi caldi, che gli fece nascer voglia di sì bella impresa. Mandato lo stesso Rossi alla corte dei re Cattolico, ebbe dipoi il Doria ordine di accudirvi, e furono spediti ordini a Napoli, Sicilia e Malta, perchè tutti allestissero i lor legni senza sapersi per dove; e il conte di Fuentes inviò molta fanteria ai lidi di Genova per imbarcarla. A Maiorica nel dì 19 di agosto fu fatta la rassegna, e si trovarono galee settantuna, fra le quali ancor quelle di Spagna, del papa, di Genova, di Toscana e del duca di Savoia. Il numero dei soldati passava i dieci mila, senza i nobili venturieri che in gran copia vi accorsero, e fra essi, coll'accompagnamento di molti cavalieri e soldati,Ranuccio ducadi Parma eVirginio Orsinoduca di Bracciano. Così bell'apparato, ossia questo gravido monte andò poi a terminare nella nascita di un sorcio. Unitasi e mossasi per varii inconvenienti troppo tardi questa flotta, comparvenel dì 30 del mese suddetto alla vista d'Algeri. Ma eccoli sorgere un vento contrario da Levante che mise in conquasso le navi, e cacciandole a Ponente fu forza ritornare a Maiorica, dove pervennero nel dì 5 di settembre. Questa disavventura, e l'aver gli Algerini scoperto il disegno dei cristiani, fece prendere al Doria la risoluzione di sciogliere l'armata, e di desistere da ogni altro tentativo. Benchè non mancassero a lui buone ragioni di così operare, pure non ischivò le dicerie e i morsi di chi desiderava e sperava esito migliore di quell'impresa.

In Fiandra, da che furono pervenuti colà i soccorsi spediti dall'Italia, e fatte varie leve di Alemanni e Valloni, l'arciduca Alberto pensò ad uscire in campagna. Fu prevenuto dal conte Maurizio generale degli Olandesi, che andò ad accamparsi intorno alla città di Rembergh, e cominciò a batterla. Fu consigliato l'arciduca d'imprendere l'assedio di Ostenda, città marittima di somma importanza, per fare una diversione ai nemici, e fu eseguito il disegno. Ma non lasciò per questo il Nassau di proseguir gli approcci e le mine sotto Rembergh, e di obbligar quella piazza nel dì ultimo di luglio con patti onorevoli alla resa. Erasi intanto dato principio da' cattolici alle offese contra di Ostenda con un assedio che riuscì uno dei più ostinati e memorabili che si abbia la storia, descritto vivamente dalla felice penna del cardinal Guido Bentivoglio. Convenne fabbricar forti intorno a quella città, alzare argini, e disporre batterie per impedire i soccorsi di mare, i quali nondimeno mai non si poterono vietare. Sul fine di dicembre dato fu un generale assalto alla città; ma se gran bravura mostrarono gli assalitori, maggiore ancora si trovò la resistenza dei difensori, di modo che molto sangue sparsero i primi, ed altri rimasero seppelliti nell'acque per le cateratte aperte dai nemici. Assediò poscia il conte Maurizio Boisleduc; ma inteso avvicinarsi una grossa banda di fanti e cavalli, speditadall'arciduca, giudicò poi sano partito il ritirarsi ai quartieri d'inverno. Durando più che mai la guerra turchesca in Ungheria, Transilvania, Stiria e Croazia, l'arciduca Ferdinandofece di calde istanze d'aiuto apapa Clemente, aFilippo III redi Spagna, e a tutti i principi d'Italia. Il pontefice, nel cui cuore lo zelo della religione era uno dei primi mobili, gli spedì un corpo di otto mila soldati italiani de' quali dichiarò capitan generaleGian Francesco Aldobrandinosuo nipote. Sei mila Tedeschi vi mandò il re di Spagna. A quella danza ancora accorsero in gran copia nobili venturieri d'Italia. Sopra gli altri vi andòVincenzo duca di Mantovacon una magnifica comitiva, il quale fu dichiarato vicegerente del suddetto arciduca generalissimo. Ascese quell'esercito a ventitrè mila pedoni e quattro mila e cinquecento cavalli, che passarono all'assedio di Canissa, dove trovarono chi era disposto a perdere la vita più tosto che cedere quella fortezza. Si ridusse quel presidio sino a mangiare i cavalli, finchè, sopraggiunto il novembre con gravissimi freddi, convenne levar l'assedio e fare una ritirata, che parve più tosto una vergognosa fuga. Per tale sventura buona parte dei soldati italiani malconci se ne tornarono in Italia, colla magra scusa di essere mancato di vita per malattia l'Aldobrandino loro generale, la cui morte afflisse non poco il pontefice suo zio. Fu poi la di lui memoria onorata dal senato e popolo romano con una iscrizione posta in Campidoglio.

Non andò così in altra parte dell'Ungheria. Ilduca di Mercurioquivi generale spinse le sue genti all'assedio d'Alba Regale, e a forza d'armi s'impadronì dei borghi e della città. Rifugiatisi nel castello i Turchi, poco v'ebbero di riposo, perchè da lì a quattro giorni furiosamente v'entrarono i cristiani, e misero a fil di spada chiunque si oppose, e poscia a sacco le case. Non aveva il duca più di otto mila soldati, ed ecco comparire l'esercito turchesco di trenta mila persone,già disposte per soccorrere quella città, che l'attorniarono con isperanza di ricuperarla. Uscì il valoroso duca, e diede loro una rotta coll'acquisto di quattordici pezzi d'artiglieria. Non cessarono per questo i Turchi di strignere quella città coi rinforzi venuti loro da varie parti; ma il duca, sempre vittorioso in altre susseguenti azioni, li costrinse in fine ad abbruciar gli alloggiamenti e a ritirarsi in fretta. Essendo ancora nell'anno presente uscito d'Agria quel bassà con dieci mila Musulmani, in vece d'impadronirsi di Toccai, come era il suo disegno, ebbe una rotta daFerrante Gonzagagenerale cesareo, e fu inseguito sino alle porte di Agria. Gravissime molestie e danni aveano patito negli anni addietro i Veneziani per le insolenze degli Uscochi, che tutti gente di mal affare ed abitanti in quel di Segna, con essere divenuti corsari nell'Adriatico, infestavano e spogliavano quanti legni cadeano in loro mani. Ne avea fatto gravi doglianze col senato veneto lo stesso gran signore, giacchè anche ai sudditi suoi si estendeva la rapacità di que' popoli; ed ancorchè a reprimere la lor baldanza esso senato avesse più volte spedite galee ed altri legni, pure que' malandrini mille vie trovarono per continuare l'infame lor mestiere. Poco potea stare a vedersi nascere un'aperta guerra fra la casa d'Austria, ne' cui Stati coloro albergavano, e la repubblica veneta, quando il pontefice e la corte di Spagna, che più volte aveano interposti i loro uffizii per indurre l'imperadore e l'arciduca Ferdinando acciocchè si rimediasse a questi disordini, rinforzarono le lor premure, di maniera che la corte dell'imperadore mandò ordini rigorosi a Segna, affinchè fossero puniti i capi di que' masnadieri, e le lor famiglie trasportate ad abitare lungi dal mare, per torre loro la comodità di ulteriormente esercitare la pirateria. Con ciò fu creduto in Venezia che fosse tornata la quiete dell'Adriatico. Ma non andò molto che si avvidero pullular troppo facilmente lemale erbe, quando non sono sradicate. Anche i nostri stessi tempi han talvolta veduto essersi dagli Uscochi d'allora tramandata ai loro posteri l'inclinazione al dolce mestier di fabbricar la propria fortuna colle miserie degl'innocenti. Ma perchè nello stretto campo di questi Annali non capiscono sì minuti avvenimenti, io nulla di più ne dirò. Nel dì 27 di settembre laregina Mariapartorì alre Arrigo IVun delfino, che fu poiLodovico XIII redi Francia; per la qual nascita non si può esprimere l'allegrezza di tutto quel regno, anzi di tutta la cristianità. Il re, andando tosto alla chiesa per renderne grazie a Dio, si trovò in sì gran calca di gente, che vi perdè il cappello. Pochi dì prima, cioè nel dì 22 del mese suddetto, nacque in Ispagna al re Cattolico un'infanta, a cui fu posto il nome di Anna, principessa, che col tempo divenne regina di Francia per le sue nozze col prefato Lodovico XIII. Vennero in questo anno a Roma due ambasciatori del sofì, o sia re di Persia, Scia Abàs, principe di gran mente. L'uno era Persiano, l'altro Inglese, spediti per eccitare il papa e gli altri principi cristiani ad una lega e guerra contro il comune nemico non mai sazio di slargar le sue fimbrie; esibendo a questo effetto tutte le forze della Persia, e la libertà ai cristiani di commerciar nel loro paese, e di fabbricarvi anche delle chiese. Furono con ogni dimostrazione di onore accolti, magnificamente spesati e regalati dal papa. Fecero questi ambasciatori delle cose ridicole in Roma, disputando sempre fra loro, e venendo alle mani per la preminenza che ognun di essi pretendeva. Ma non si seppe qual risposta e risoluzione riportassero a casa. Il pontefice sapea qual poco capitale si possa fare di somiglianti progetti di leghe con gl'infedeli e co' cristiani stessi.


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