MDCLVIII

MDCLVIIIAnno diCristoMDCLVIII. IndizioneXI.Alessandro VIIpapa 4.Leopoldoimperadore 1.Nella dieta dell'imperio a molte dispute fu sottoposta l'elezion del nuovo imperadore, non tanto pei maneggi dei Franzesi, affinchè si staccasse dalla casa d'Austria la corona imperiale, quanto ancora per la speranza nata negli elettori di potere in tal congiuntura condurre alla pace la Francia e la Spagna. Ma svanito il pio disegno, restò finalmente eletto imperadoreLeopoldo Ignazio, re d'Ungheria e Boemia, figlio del defunto Augusto, nel dì 18 di luglio dell'anno presente, con plauso universale per le sue belle doti. Era egli in età di diciotto anni. Giunse, siccome dicemmo, sul fine dell'anno precedente l'esercito franzese, condotto daFrancesco Iduca di Modena, sul Reggiano. Consisteva in sette mila fanti e cinque mila ed ottocento cavalli. Sul principio di questo anno passò quell'armata il Po, non essendo giunti a tempo gli Spagnuoli per impedirle il passaggio, e andò a prendere i quartieri d'inverno nelle ubertose ville del Mantovano, e massimamente in Viadana e ne' luoghi circonvicini. Rigorosi ordini pubblicò il duca, perchè a niuno si facesse violenza, e si vivesse con quiete come in paese non nemico, esigendo nondimeno gli occorenti viveri e foraggi per l'armata. Fu da molti creduto cheCarlo IIduca di Mantova tra per la morte dell'imperadoreFerdinando III, per cui restarono sconcertate le sue misure, e per vedere esposto il Monferrato allavendetta de' Franzesi, avesse già segretamente concertata la maniera di uscir di impegno con gli Spagnuoli, stante la necessità di sottrarsi a maggiori pericoli. Ma con sì fatta opinione non s'accorda il saper noi ch'esso duca accettò in questi tempi presidio spagnuolo nel borgo di San Giorgio di Mantova, e cercò aiuti da ogni parte. Contuttociò, o sia che al Gonzaga non piacesse di veder posto il teatro della guerra nelle viscere de' suoi Stati, o che concorressero altri politici riflessi; certo è ch'egli si vide finalmente ridotto ad accettare la neutralità, per cui si obbligò di non offendere da lì innanzi gli Stati del duca di Modena, e di non far guerra ai Franzesi; e vicendevolmente dagli altri fu promesso a lui lo stesso: con che, se non divenne amico della Francia, almen cessò di esserle nemico. Fortuna fu del Gonzaga d'incontrarsi in un generoso principe, qual fu Francesco I di Este, perchè altrimenti correa pericolo di perdere Mantova. E ciò perchè Angelo Tarachia primo ministro suo, traditore, per quanto scrive più d'uno storico, esibì al duca di Modena d'introdurre in Mantova i Franzesi; ma il magnanimo Estense volle veder quel principe corretto, ma non rovinato. Intanto la corte di Savoia, che non si credea tenuta a questo accordo, ben informata che l'importante fortezza di Trino si trovava con poco presidio spagnuolo e mal guardata, nella notte precedente al dì 20 di luglio segretamente spedì colà il giovane marchese Villa con tre mila e cinquecento tra fanti e cavalli, che sorprese le principali fortificazioni nella piazza, ed obbligò il comandante spagnuolo a capitolarne la resa. Il duca di Mantova, che ne riteneva la giurisdizione, fece perciò delle gravi doglianze che a nulla servirono; ed ebbe appresso la mortificazion di ricevere una lettera dal collegio elettorale nel dì 4 di giugno, vietante a lui l'intitolarsi generale dell'imperadore e vicario dell'imperio.In esecuzione del concordato premeva al duca di Modena di liberare il Mantovanodal peso delle truppe franzesi; e però da che ebbe rinforzato l'esercito con forze nuove, parte raccolte in Modena, e parte venute di Francia, sul fine di giugno pel Cremonese, dando il sacco fino alle porte di quella città, andò cercando la maniera di passare il grosso fiume dell'Adda. Eran le rive opposte ben guernite di combattenti, colà spediti dal conte di Fuensaldagna; e troppo ardita impresa si scorgeva il tentarne il passaggio. Fortunatamente riuscì ad alcuni pochi Franzesi di valicar quel fiume a Cassano, e di fortificarsi nell'altra riva, di modo che trasse colà tutta l'armata, e, gittato un ponte, passò. Da incredibil confusione e spavento per questa impensata felicità dei nemici restò preso l'esercito spagnuolo, e il Fuensaldagna, insospettito di qualche intelligenza in Milano, colà con tutte le sue forze frettolosamente si ritirò. Allora il duca di Modena animosamente diede la marcia all'esercito suo, e per mezzo del Milanese, e fin passando presso le porte di Milano, andò al Ticino, e dopo averlo valicato, senza perdere tempo, cinse d'assedio la fortezza di Mortara: azioni tutte che fecero salir alto il suo nome, e il concetto del suo valore e senno. Resistè quella piazza sino al dì 25 d'agosto, in cui fu obbligata a rendersi: con che la fertile pianura della Lomellina restò esposta ai comandi de' Franzesi. Ma che? nell'auge di tanta gloria eccoti cadere infermoFrancesco I d'Esteduca di Modena, oppresso dai patimenti e dalle fatiche passate, o pure avvelenato dalla cattiva aria di Mortara. Fu portato a Sant'Ià, dove fu a visitarloCarlo Emmanuele II ducadi Savoia, e nel dì 14 d'ottobre di questo anno fra le bracciadel principe Almerigosuo figlio, e dei suoi cortigiani che si disfacevano in lagrime, con quel medesimo coraggio che egli avea sempre mostrato nelle azioni guerriere, rendè l'anima al suo creatore in età di quarantotto anni, un mese e nove giorni. Comune opinione fu, che s'egli non fosse stato rapito da morte cotanto immatura, l'Italia avrebbeavuto in lui un generale d'armate da paragonarsi coi primi. Nè io mi fermerò a descrivere il corteggio delle tante virtù che si adunavano in questo principe, la principal delle quali fu la pietà, perchè ne ho detto quanto occorre nelle Antichità Estensi, e può leggersi il giusto suo elogio nelle Storie del conte Gualdo Priorato, di Francesco Vigliotto, nell'Idea del principe del padre Gamberti della compagnia di Gesù, e presso altri scrittori. Solamente dirò, aver egli comperata ben caro la gloria umana, perchè di tanto suo servigio prestato alla corte di Francia, nè egli nè la sua casa riportarono veruna ricompensa, o almen non tale che pareggiasse la gran copia di spese e debiti fatti in occasione di queste guerre, a saldare i quali fu poi necessaria l'alienazion di assaissimi allodiali. Lasciò il duca Francesco dopo di sè tre figli:Alfonso, AlmerigoeRinaldo, e nel dominio degli Stati a lui succedette il primogenito, che si nominòAlfonso IV.Altra azione meritevole di memoria non passò dopo la presa di Mortara; se non che i Franzesi entrarono in Vigevano, e ne distrussero le fortificazioni; il conte di Fuensaldagna mandò improvvisamente un corpo di gente a dar la scalata a Valenza, ma con trovar vigilanti i Franzesi, e tornarsene indietro senza voglia di ridere. Nel novembre di quest'anno l'essere venuto a Lione ilre Luigi XIVcolcardinal Mazzarinodiede un buon pascolo alla curiosità dei politici per indovinarne il motivo. Si portò colà la maestà sua a visitareCristina duchessadi Savoia, madre del duca Carlo Emmanuele II, zia d'esso re, e principessa di mirabil senno e vivacità di spirito, menando seco le due sue figlie, cioè laprincipessa Luigiavedova delprincipe Mauriziodi Savoia, e laprincipessa Margheritanubile. Mentre madama reale era in trattato di accasar quest'ultima figlia conRanuccio II Farnese ducadi Parma, non lasciava ella di trattar colla corte di Francia, per farla regina: e taleera la beltà di questa principessa che potea fare un dolce incanto agli occhi del re. Si trovavano veramente le mire di questo giovine monarca rivolte all'infante di SpagnaMaria Teresa: pure perchè tuttavia s'interponevano gravi ostacoli a quel maritaggio e alla pace col re Cattolico, seguì accordo con madama Reale, che se per tutto il mese di maggio prossimo venturo il re non chiudeva il suo maritaggio coll'infanta suddetta, egli sposerebbe la principessa Margherita di Savoia. Si servì l'accorto Mazzarino di queste apparenze per tirar gli Spagnuoli nel suo disegno. In fatti si ultimò poi la pace colla Spagna, e le speranze della principessa di Savoia andarono a terminare nell'accasamento col duca di Parma. Non sarà discaro ai lettori di apprendere una particolarità spettante al cardinale suddetto, la quale truovo io nella sua vita manoscritta, stesa in sestine da Giuseppe Sellori Romano, stato suo familiare di gran confidenza. Cioè nel suo appartamento del Louvre fece egli in quest'anno per tre mesi fare un maraviglioso apparato di tappezzerie, vasi d'oro e d'argento, lampane, pitture, ed altri mobili di rara ricchezza, con ingegnoso compartimento, fatto dal signor di Colbert. V'era una gran credenza, sulla quale stavano i premii per un lotto, cioè vasi d'oro e d'argento d'ogni sorta, orologi, guantiere gioiellate, scrigni, corone, anelli, croci, scatole e simili preziosi lavori ad ornamento spezialmente del sesso femminile. A più di cento mila scudi romani ascendeva il valore di questi premi. Alla funzione, nel dì 4 di aprile, intervenne il re, la regina madre, con tutti i principi, principesse e gran signori e dame di corte. Furono da madamigella Ortensia Mancini tirati a sorte i bollettini del lotto, due pel re ed altrettanti per la regina, ed uno per gli altri; e così fu distribuito tutto quel valsente, con ammirar tutti la rara munificenza di questo porporato italiano.Diede fine ai suoi giorni nel presenteanno il doge di VeneziaBertuccio Valiero, e fu alzato a quel tronoGiovanni Pesaro. Offeriva il gran signore la pace alla Veneta repubblica, purchè gli fosse ceduta l'isola di Candia: condizion troppo dura, ma che nondimeno fu proposta nel senato, il quale si sentiva stanco ed esausto per sì lunga e dispendiosa guerra. Pure prevalse il parere de' più coraggiosi di non cedere all'imperioso tiranno. Da sì generosa risoluzione commosso il pontefice e i più ricchi de' cardinali, e spezialmenteFrancesco BarberinoeFlavio Chigi, ed alcuni baroni romani, fecero a gara per prestare soccorso ai Veneti. Perciò, oltre alle dodici galee del papa, di Malta e di Toscana, furono spediti ad unirsi alla loro armata altri dieci vascelli provveduti da essi porporati e baroni alle spese loro. Ilcardinal Mazzarinoancor egli mandò un regalo di cento mila scudi alla repubblica, coprendo probabilmente col suo nome ciò che veniva dal re. Ma azione alcuna di rilievo non accadde in quelle parti, avendo patito naufragio la flotta de' Veneziani colla perdita di alcune galee; videsi anche riuscir vano il disegno di sorprendere la Canea, e l'armata turchesca colla fuga deludere i cristiani, che si erano preparati per venire alle mani. Quel solo che animava le speranze de' Veneziani era il trovarsi disposta la corte di Francia, siccome disgustata del Turco, a spedire un gran rinforzo di gente in Candia, purchè seguisse la pace colla Spagna. Di ciò parleremo andando innanzi.

Nella dieta dell'imperio a molte dispute fu sottoposta l'elezion del nuovo imperadore, non tanto pei maneggi dei Franzesi, affinchè si staccasse dalla casa d'Austria la corona imperiale, quanto ancora per la speranza nata negli elettori di potere in tal congiuntura condurre alla pace la Francia e la Spagna. Ma svanito il pio disegno, restò finalmente eletto imperadoreLeopoldo Ignazio, re d'Ungheria e Boemia, figlio del defunto Augusto, nel dì 18 di luglio dell'anno presente, con plauso universale per le sue belle doti. Era egli in età di diciotto anni. Giunse, siccome dicemmo, sul fine dell'anno precedente l'esercito franzese, condotto daFrancesco Iduca di Modena, sul Reggiano. Consisteva in sette mila fanti e cinque mila ed ottocento cavalli. Sul principio di questo anno passò quell'armata il Po, non essendo giunti a tempo gli Spagnuoli per impedirle il passaggio, e andò a prendere i quartieri d'inverno nelle ubertose ville del Mantovano, e massimamente in Viadana e ne' luoghi circonvicini. Rigorosi ordini pubblicò il duca, perchè a niuno si facesse violenza, e si vivesse con quiete come in paese non nemico, esigendo nondimeno gli occorenti viveri e foraggi per l'armata. Fu da molti creduto cheCarlo IIduca di Mantova tra per la morte dell'imperadoreFerdinando III, per cui restarono sconcertate le sue misure, e per vedere esposto il Monferrato allavendetta de' Franzesi, avesse già segretamente concertata la maniera di uscir di impegno con gli Spagnuoli, stante la necessità di sottrarsi a maggiori pericoli. Ma con sì fatta opinione non s'accorda il saper noi ch'esso duca accettò in questi tempi presidio spagnuolo nel borgo di San Giorgio di Mantova, e cercò aiuti da ogni parte. Contuttociò, o sia che al Gonzaga non piacesse di veder posto il teatro della guerra nelle viscere de' suoi Stati, o che concorressero altri politici riflessi; certo è ch'egli si vide finalmente ridotto ad accettare la neutralità, per cui si obbligò di non offendere da lì innanzi gli Stati del duca di Modena, e di non far guerra ai Franzesi; e vicendevolmente dagli altri fu promesso a lui lo stesso: con che, se non divenne amico della Francia, almen cessò di esserle nemico. Fortuna fu del Gonzaga d'incontrarsi in un generoso principe, qual fu Francesco I di Este, perchè altrimenti correa pericolo di perdere Mantova. E ciò perchè Angelo Tarachia primo ministro suo, traditore, per quanto scrive più d'uno storico, esibì al duca di Modena d'introdurre in Mantova i Franzesi; ma il magnanimo Estense volle veder quel principe corretto, ma non rovinato. Intanto la corte di Savoia, che non si credea tenuta a questo accordo, ben informata che l'importante fortezza di Trino si trovava con poco presidio spagnuolo e mal guardata, nella notte precedente al dì 20 di luglio segretamente spedì colà il giovane marchese Villa con tre mila e cinquecento tra fanti e cavalli, che sorprese le principali fortificazioni nella piazza, ed obbligò il comandante spagnuolo a capitolarne la resa. Il duca di Mantova, che ne riteneva la giurisdizione, fece perciò delle gravi doglianze che a nulla servirono; ed ebbe appresso la mortificazion di ricevere una lettera dal collegio elettorale nel dì 4 di giugno, vietante a lui l'intitolarsi generale dell'imperadore e vicario dell'imperio.

In esecuzione del concordato premeva al duca di Modena di liberare il Mantovanodal peso delle truppe franzesi; e però da che ebbe rinforzato l'esercito con forze nuove, parte raccolte in Modena, e parte venute di Francia, sul fine di giugno pel Cremonese, dando il sacco fino alle porte di quella città, andò cercando la maniera di passare il grosso fiume dell'Adda. Eran le rive opposte ben guernite di combattenti, colà spediti dal conte di Fuensaldagna; e troppo ardita impresa si scorgeva il tentarne il passaggio. Fortunatamente riuscì ad alcuni pochi Franzesi di valicar quel fiume a Cassano, e di fortificarsi nell'altra riva, di modo che trasse colà tutta l'armata, e, gittato un ponte, passò. Da incredibil confusione e spavento per questa impensata felicità dei nemici restò preso l'esercito spagnuolo, e il Fuensaldagna, insospettito di qualche intelligenza in Milano, colà con tutte le sue forze frettolosamente si ritirò. Allora il duca di Modena animosamente diede la marcia all'esercito suo, e per mezzo del Milanese, e fin passando presso le porte di Milano, andò al Ticino, e dopo averlo valicato, senza perdere tempo, cinse d'assedio la fortezza di Mortara: azioni tutte che fecero salir alto il suo nome, e il concetto del suo valore e senno. Resistè quella piazza sino al dì 25 d'agosto, in cui fu obbligata a rendersi: con che la fertile pianura della Lomellina restò esposta ai comandi de' Franzesi. Ma che? nell'auge di tanta gloria eccoti cadere infermoFrancesco I d'Esteduca di Modena, oppresso dai patimenti e dalle fatiche passate, o pure avvelenato dalla cattiva aria di Mortara. Fu portato a Sant'Ià, dove fu a visitarloCarlo Emmanuele II ducadi Savoia, e nel dì 14 d'ottobre di questo anno fra le bracciadel principe Almerigosuo figlio, e dei suoi cortigiani che si disfacevano in lagrime, con quel medesimo coraggio che egli avea sempre mostrato nelle azioni guerriere, rendè l'anima al suo creatore in età di quarantotto anni, un mese e nove giorni. Comune opinione fu, che s'egli non fosse stato rapito da morte cotanto immatura, l'Italia avrebbeavuto in lui un generale d'armate da paragonarsi coi primi. Nè io mi fermerò a descrivere il corteggio delle tante virtù che si adunavano in questo principe, la principal delle quali fu la pietà, perchè ne ho detto quanto occorre nelle Antichità Estensi, e può leggersi il giusto suo elogio nelle Storie del conte Gualdo Priorato, di Francesco Vigliotto, nell'Idea del principe del padre Gamberti della compagnia di Gesù, e presso altri scrittori. Solamente dirò, aver egli comperata ben caro la gloria umana, perchè di tanto suo servigio prestato alla corte di Francia, nè egli nè la sua casa riportarono veruna ricompensa, o almen non tale che pareggiasse la gran copia di spese e debiti fatti in occasione di queste guerre, a saldare i quali fu poi necessaria l'alienazion di assaissimi allodiali. Lasciò il duca Francesco dopo di sè tre figli:Alfonso, AlmerigoeRinaldo, e nel dominio degli Stati a lui succedette il primogenito, che si nominòAlfonso IV.

Altra azione meritevole di memoria non passò dopo la presa di Mortara; se non che i Franzesi entrarono in Vigevano, e ne distrussero le fortificazioni; il conte di Fuensaldagna mandò improvvisamente un corpo di gente a dar la scalata a Valenza, ma con trovar vigilanti i Franzesi, e tornarsene indietro senza voglia di ridere. Nel novembre di quest'anno l'essere venuto a Lione ilre Luigi XIVcolcardinal Mazzarinodiede un buon pascolo alla curiosità dei politici per indovinarne il motivo. Si portò colà la maestà sua a visitareCristina duchessadi Savoia, madre del duca Carlo Emmanuele II, zia d'esso re, e principessa di mirabil senno e vivacità di spirito, menando seco le due sue figlie, cioè laprincipessa Luigiavedova delprincipe Mauriziodi Savoia, e laprincipessa Margheritanubile. Mentre madama reale era in trattato di accasar quest'ultima figlia conRanuccio II Farnese ducadi Parma, non lasciava ella di trattar colla corte di Francia, per farla regina: e taleera la beltà di questa principessa che potea fare un dolce incanto agli occhi del re. Si trovavano veramente le mire di questo giovine monarca rivolte all'infante di SpagnaMaria Teresa: pure perchè tuttavia s'interponevano gravi ostacoli a quel maritaggio e alla pace col re Cattolico, seguì accordo con madama Reale, che se per tutto il mese di maggio prossimo venturo il re non chiudeva il suo maritaggio coll'infanta suddetta, egli sposerebbe la principessa Margherita di Savoia. Si servì l'accorto Mazzarino di queste apparenze per tirar gli Spagnuoli nel suo disegno. In fatti si ultimò poi la pace colla Spagna, e le speranze della principessa di Savoia andarono a terminare nell'accasamento col duca di Parma. Non sarà discaro ai lettori di apprendere una particolarità spettante al cardinale suddetto, la quale truovo io nella sua vita manoscritta, stesa in sestine da Giuseppe Sellori Romano, stato suo familiare di gran confidenza. Cioè nel suo appartamento del Louvre fece egli in quest'anno per tre mesi fare un maraviglioso apparato di tappezzerie, vasi d'oro e d'argento, lampane, pitture, ed altri mobili di rara ricchezza, con ingegnoso compartimento, fatto dal signor di Colbert. V'era una gran credenza, sulla quale stavano i premii per un lotto, cioè vasi d'oro e d'argento d'ogni sorta, orologi, guantiere gioiellate, scrigni, corone, anelli, croci, scatole e simili preziosi lavori ad ornamento spezialmente del sesso femminile. A più di cento mila scudi romani ascendeva il valore di questi premi. Alla funzione, nel dì 4 di aprile, intervenne il re, la regina madre, con tutti i principi, principesse e gran signori e dame di corte. Furono da madamigella Ortensia Mancini tirati a sorte i bollettini del lotto, due pel re ed altrettanti per la regina, ed uno per gli altri; e così fu distribuito tutto quel valsente, con ammirar tutti la rara munificenza di questo porporato italiano.

Diede fine ai suoi giorni nel presenteanno il doge di VeneziaBertuccio Valiero, e fu alzato a quel tronoGiovanni Pesaro. Offeriva il gran signore la pace alla Veneta repubblica, purchè gli fosse ceduta l'isola di Candia: condizion troppo dura, ma che nondimeno fu proposta nel senato, il quale si sentiva stanco ed esausto per sì lunga e dispendiosa guerra. Pure prevalse il parere de' più coraggiosi di non cedere all'imperioso tiranno. Da sì generosa risoluzione commosso il pontefice e i più ricchi de' cardinali, e spezialmenteFrancesco BarberinoeFlavio Chigi, ed alcuni baroni romani, fecero a gara per prestare soccorso ai Veneti. Perciò, oltre alle dodici galee del papa, di Malta e di Toscana, furono spediti ad unirsi alla loro armata altri dieci vascelli provveduti da essi porporati e baroni alle spese loro. Ilcardinal Mazzarinoancor egli mandò un regalo di cento mila scudi alla repubblica, coprendo probabilmente col suo nome ciò che veniva dal re. Ma azione alcuna di rilievo non accadde in quelle parti, avendo patito naufragio la flotta de' Veneziani colla perdita di alcune galee; videsi anche riuscir vano il disegno di sorprendere la Canea, e l'armata turchesca colla fuga deludere i cristiani, che si erano preparati per venire alle mani. Quel solo che animava le speranze de' Veneziani era il trovarsi disposta la corte di Francia, siccome disgustata del Turco, a spedire un gran rinforzo di gente in Candia, purchè seguisse la pace colla Spagna. Di ciò parleremo andando innanzi.


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