MDCLXAnno diCristoMDCLX. IndizioneXIII.Alessandro VIIpapa 6.Leopoldoimperadore 3.Pubblicatasi finalmente nell'anno presente la pace stabilita fra le corone di Francia e Spagna, si vide rifiorir la quiete per tutti i regni cattolici. Incredibili feste e magnificenze spezialmente si fecero in Francia per l'abboccamento del re CattolicoFilippo IVe del Cristianissimore Luigi XIVsuo nipote ai confini de' regni nell'isola de' Fagiani, dove il primo colla regina consorte condusse la infanta Maria Teresa sua figlia, destinata moglie d'esso re di Francia, ma con patto ch'ella per sè e per li discendenti rinunziasse ad ogni pretensione e diritto sopra i regni di Spagna: del che poi si risero i Franzesi. Nel dì 6 di giugno colà comparve anche laregina madredel re Luigi, sorella di esso re Cattolico, colcardinal Mazzarino, principal autore della pace e di quell'illustre maritaggio. Non s'era forse mai veduta suntuosità simile come fu quella del congresso e delle nozze di que' potenti monarchi; e certamente Parigi, dove nel dì 26 d'agosto fecero la entrata i regii sposi, non avea giammai mirata pompa eguale, coronata dal concorso d'innumerabil nobiltà straniera. Siccome racconta nelle sue Storie il Gazotti, fu chiamato apposta da Modena a Parigi Gasparo Vigarani, maraviglioso inventor di macchine e di teatri, di cui il duca di ModenaFrancesco Is'era sempre servito per gli suntuosi divertimenti dati alla sua città. Egli fu che in Parigisfogò l'ingegno suo nelle varie decorazioni di quelle splendidissime feste. Procurò in questi tempi il cardinal Mazzarino di unire con nuovi nodi alla real casa di Francia quella di Toscana, con aver destramente procurato che ilgran duca Ferdinando IIaccudisse al matrimonio della principessaMargherita Luigia di Borbon, figlia delduca d'Orleanszio del regnante re Luigi, colprincipe Cosimosuo primogenito. Nell'ottobre ilGondi vescovodi Besiers fece solennemente la dimanda di questa principessa al re, e fu riserbata all'anno seguente l'esecuzione di così nobil maritaggio. Colle nozze del re erano già spirate affatto le speranze della principessaMargherita di Savoiapel trono di Francia; e però si effettuarono le promesse fatte dalla corte di Torino aRanuccio Farnese II ducadi Parma e Piacenza. Portossi questo principe a Torino con accompagnamento magnifico di nobiltà, e nel dì 29 d'aprile seguì il di lui sposalizio, che fu poi condecorato da nobilissimi spettacoli e divertimenti di quella corte, anche per altri motivi tutta in gioia, per avere ricuperata dalle mani degli Spagnuoli la città di Vercelli. Si videro in quest'anno comparire a Livorno (cosa non mai più veduta) gli ambasciatori del gran duca, ossia czar di MoscoviaAlessio Michelovich, principe di smisurata ambizione e di ugual crudeltà. Furono ben accolti dal gran duca di ToscanaFerdinando II.Succedette in questi tempi un fatto, nell'alma città di Roma, che gran commozione produsse in quella metropoli. Per dissapori precedenti, e per la recente pace de' Pirenei, si trovava alterato forte l'animo dipapa Alessandro VIIe dei Chigi contro ilcardinal Mazzarinoe contro la Francia. Però, senza far conto delle pretensioni de' duchi di Modena e Parma contro la camera apostolica, mosse dai ministri de' due re, all'improvviso fece esso papa dichiarare il ducato di Castro incamerato ed incorporato fra i beni della Chiesa romana, e per conseguentesottoposto alle bolle vietanti l'alienazion degli Stati d'essa Chiesa. Ora accadde, che volendo i birri, nel dì 20 di giugno, prendere per debito di dieci scudi un velettaio, abitante nelle rimesse delle carrozze diRinaldo cardinal d'Este, protettore allora della Francia, fu loro impedita la cattura da' servitori del cardinale. Con maggior copia di sbirraglia tornò colà verso la sera il bargello, ma gli convenne fuggire. Allora fu che don Mario Chigi fratello del papa, ed arbitro della corte pontificia, ordinò ai Corsi e ad altre milizie di Roma di spalleggiare il bargello, affinchè venissero carcerati gli autori di quella violenza; giacchè non sapeano più i pontefici digerire gli abusi delle franchigie, come perturbatrici della giustizia e della quiete pubblica. Penetratosi questo disegno, si mise in armi tutta la numerosa famiglia del porporato estense; gli ambasciatori tutti de' principi, e fin quello di Spagna, e molti baroni romani, parziali della Francia, in aiuto di lui spedirono e offerirono gente, e tutti i Franzesi trassero al di lui palazzo. Non istimò bene don Mario di far altro maggior tentativo; ma perchè si mirava un gran bollore d'animi, si barricarono le strade, e si posero corpi di guardia nei posti occorrenti. Interpostosi l'ambasciator di Venezia, trovò troppe durezze ne' dominanti Chigi, e intanto da Napoli, dalla Toscana e da Modena andarono sopravvenendo uffiziali e soldati per assistere al cardinal d'Este; laonde si stava con batticuore in Roma per sospetto che scoppiasse qualche gran baruffa, a cui tenesse dietro il saccheggio della città. Non era il buon pontefice informato se non di quello che il fratello e i nipoti gli voleano far sapere. Ma illuminato in fine dalcardinale Piodel vero sistema di questo imbroglio, ordinò al manieroso cardinaleFrancesco Barberinoche vi rimediasse. Onorevole accordo fu fatto, e tornò poi tutta Roma alla quiete primiera, se non che restarono certe amarezze e fermenti fra le corti di Roma e diFrancia, che col tempo proruppero in maggiori sconcerti.Si speravano in quest'anno progressi e felicità dell'armi cristiane in Levante, giacchè ilcardinale Mazzarinoaveva indotto il re Cristianissimo a spedire in aiuto de' Veneziani un corpo di quattro mila fanti. Pensava questo porporato di piantar in Francia un ramo della nobilissima casa d'Este, con dare in moglie alprincipe Almerigo Estense, fratello delduca Alfonso IV, Ortensia Mancini sua nipote, e crearlo erede de' suoi beni e del suo cognome: fortuna che poi toccò aCarlo Armando ducadella Migliarè. Ma affinchè questo giovine principe, che già avea sotto ilduca Francesco Isuo padre fatto il noviziato della guerra, maggiormente si perfezionasse in quest'arte, il destinò per generale delle milizie franzesi inviate in soccorso di Candia, dandogli per luogotenente il signore di Bas. Andò il principe Almerigo, sbarcò le sue genti alla Suda, con prendere alcuni fortini, ed, unito co' Veneziani, s'accostò alla Canea per farne l'assedio. Nacquero tosto dissensioni fra il suddetto Bas e il Gremonville sergente generale franzese de' Veneziani. Da Candia Nuova accorsero alla difesa della Canea i Turchi: il che fece cangiar sentimento all'esercito di lasciar quella città e di portarsi sotto Candia Nuova rimasta sguernita. Erano giunti colà, ed aveano già preso un borgo con alcuni pezzi d'artiglieria, quando i soldati si diedero disordinatamente a rubare. Ma ecco sortire da Candia Nuova una trentina di cavalli turchi con urli, che misero un panico timore nell'armata gallo-veneta, che niuno pensò più se non a menare le gambe. Uscito allora tutto il presidio turchesco, gl'incalzò, e non finì la faccenda che tra morti e feriti restarono sul campo da mille e cinquecento persone, e il resto con gran fatica si ritirò alla città di Candia. Con questo infelice fine terminò la campagna dell'anno presente, ma non terminarono le disgrazie, perchè ilprincipeAlmerigo d'Estecaduto infermo a cagion dell'aria cattiva, senza poter intervenire al fatto di Candia Nuova, per consiglio de' medici fu portato all'aria salutevole dell'isola di Paros, dove nondimeno venne la morte a trovarlo nel dì 14 o 16 di novembre, perdendosi in lui un principe che dava una grande espettazione di valore e di senno. Gli fece di poi il senato veneto ergere un monumento di marmo colla sua statua al naturale entro la chiesa de' padri francescani, appellati i Frari, in Venezia. Ma se piansero i cristiani, neppure risero i Turchi, perchè nel dì 24 di luglio un incendio sì spaventoso consumò la città di Costantinopoli, che uno storico, aprendo ben la bocca, arrivò a scrivere, che vi perirono settanta mila case, e venti o trenta mila persone. Certo è che straordinario e indicibile fu il danno, essendo rimaste involte in quella rovina anche le più superbe moschee. Ma osservossi dipoi come la tirannide sappia convertire in utile proprio la calamità de' popoli, perchè uscì tosto editto che chi non potesse riparar lo stabile incendiato, ne restasse privo, e quello decadesse nelle mani del gran signore. Nel giugno di quest'anno desiderosa la vedovaimperadrice Leonoradi vederMaria duchessadi Mantova sua madre, venne a Judemburg città della Stiria. Colà si portò anche la duchessa conCarlo ducadi Mantova suo figlio, il quale passò poi ad inchinare l'Augusto Leopoldo, mentre egli, mosso da Vienna, viaggiava per la Stiria e Carintia, con arrivar fino a Trieste. Ma, ritornata essa duchessa Maria a Mantova, finì quivi dopo poco tempo i suoi giorni: principessa dotata di gran prudenza e pietà, e di tante altre belle prerogative, che meritò luogo fra le più illustri principesse d'Italia.
Pubblicatasi finalmente nell'anno presente la pace stabilita fra le corone di Francia e Spagna, si vide rifiorir la quiete per tutti i regni cattolici. Incredibili feste e magnificenze spezialmente si fecero in Francia per l'abboccamento del re CattolicoFilippo IVe del Cristianissimore Luigi XIVsuo nipote ai confini de' regni nell'isola de' Fagiani, dove il primo colla regina consorte condusse la infanta Maria Teresa sua figlia, destinata moglie d'esso re di Francia, ma con patto ch'ella per sè e per li discendenti rinunziasse ad ogni pretensione e diritto sopra i regni di Spagna: del che poi si risero i Franzesi. Nel dì 6 di giugno colà comparve anche laregina madredel re Luigi, sorella di esso re Cattolico, colcardinal Mazzarino, principal autore della pace e di quell'illustre maritaggio. Non s'era forse mai veduta suntuosità simile come fu quella del congresso e delle nozze di que' potenti monarchi; e certamente Parigi, dove nel dì 26 d'agosto fecero la entrata i regii sposi, non avea giammai mirata pompa eguale, coronata dal concorso d'innumerabil nobiltà straniera. Siccome racconta nelle sue Storie il Gazotti, fu chiamato apposta da Modena a Parigi Gasparo Vigarani, maraviglioso inventor di macchine e di teatri, di cui il duca di ModenaFrancesco Is'era sempre servito per gli suntuosi divertimenti dati alla sua città. Egli fu che in Parigisfogò l'ingegno suo nelle varie decorazioni di quelle splendidissime feste. Procurò in questi tempi il cardinal Mazzarino di unire con nuovi nodi alla real casa di Francia quella di Toscana, con aver destramente procurato che ilgran duca Ferdinando IIaccudisse al matrimonio della principessaMargherita Luigia di Borbon, figlia delduca d'Orleanszio del regnante re Luigi, colprincipe Cosimosuo primogenito. Nell'ottobre ilGondi vescovodi Besiers fece solennemente la dimanda di questa principessa al re, e fu riserbata all'anno seguente l'esecuzione di così nobil maritaggio. Colle nozze del re erano già spirate affatto le speranze della principessaMargherita di Savoiapel trono di Francia; e però si effettuarono le promesse fatte dalla corte di Torino aRanuccio Farnese II ducadi Parma e Piacenza. Portossi questo principe a Torino con accompagnamento magnifico di nobiltà, e nel dì 29 d'aprile seguì il di lui sposalizio, che fu poi condecorato da nobilissimi spettacoli e divertimenti di quella corte, anche per altri motivi tutta in gioia, per avere ricuperata dalle mani degli Spagnuoli la città di Vercelli. Si videro in quest'anno comparire a Livorno (cosa non mai più veduta) gli ambasciatori del gran duca, ossia czar di MoscoviaAlessio Michelovich, principe di smisurata ambizione e di ugual crudeltà. Furono ben accolti dal gran duca di ToscanaFerdinando II.
Succedette in questi tempi un fatto, nell'alma città di Roma, che gran commozione produsse in quella metropoli. Per dissapori precedenti, e per la recente pace de' Pirenei, si trovava alterato forte l'animo dipapa Alessandro VIIe dei Chigi contro ilcardinal Mazzarinoe contro la Francia. Però, senza far conto delle pretensioni de' duchi di Modena e Parma contro la camera apostolica, mosse dai ministri de' due re, all'improvviso fece esso papa dichiarare il ducato di Castro incamerato ed incorporato fra i beni della Chiesa romana, e per conseguentesottoposto alle bolle vietanti l'alienazion degli Stati d'essa Chiesa. Ora accadde, che volendo i birri, nel dì 20 di giugno, prendere per debito di dieci scudi un velettaio, abitante nelle rimesse delle carrozze diRinaldo cardinal d'Este, protettore allora della Francia, fu loro impedita la cattura da' servitori del cardinale. Con maggior copia di sbirraglia tornò colà verso la sera il bargello, ma gli convenne fuggire. Allora fu che don Mario Chigi fratello del papa, ed arbitro della corte pontificia, ordinò ai Corsi e ad altre milizie di Roma di spalleggiare il bargello, affinchè venissero carcerati gli autori di quella violenza; giacchè non sapeano più i pontefici digerire gli abusi delle franchigie, come perturbatrici della giustizia e della quiete pubblica. Penetratosi questo disegno, si mise in armi tutta la numerosa famiglia del porporato estense; gli ambasciatori tutti de' principi, e fin quello di Spagna, e molti baroni romani, parziali della Francia, in aiuto di lui spedirono e offerirono gente, e tutti i Franzesi trassero al di lui palazzo. Non istimò bene don Mario di far altro maggior tentativo; ma perchè si mirava un gran bollore d'animi, si barricarono le strade, e si posero corpi di guardia nei posti occorrenti. Interpostosi l'ambasciator di Venezia, trovò troppe durezze ne' dominanti Chigi, e intanto da Napoli, dalla Toscana e da Modena andarono sopravvenendo uffiziali e soldati per assistere al cardinal d'Este; laonde si stava con batticuore in Roma per sospetto che scoppiasse qualche gran baruffa, a cui tenesse dietro il saccheggio della città. Non era il buon pontefice informato se non di quello che il fratello e i nipoti gli voleano far sapere. Ma illuminato in fine dalcardinale Piodel vero sistema di questo imbroglio, ordinò al manieroso cardinaleFrancesco Barberinoche vi rimediasse. Onorevole accordo fu fatto, e tornò poi tutta Roma alla quiete primiera, se non che restarono certe amarezze e fermenti fra le corti di Roma e diFrancia, che col tempo proruppero in maggiori sconcerti.
Si speravano in quest'anno progressi e felicità dell'armi cristiane in Levante, giacchè ilcardinale Mazzarinoaveva indotto il re Cristianissimo a spedire in aiuto de' Veneziani un corpo di quattro mila fanti. Pensava questo porporato di piantar in Francia un ramo della nobilissima casa d'Este, con dare in moglie alprincipe Almerigo Estense, fratello delduca Alfonso IV, Ortensia Mancini sua nipote, e crearlo erede de' suoi beni e del suo cognome: fortuna che poi toccò aCarlo Armando ducadella Migliarè. Ma affinchè questo giovine principe, che già avea sotto ilduca Francesco Isuo padre fatto il noviziato della guerra, maggiormente si perfezionasse in quest'arte, il destinò per generale delle milizie franzesi inviate in soccorso di Candia, dandogli per luogotenente il signore di Bas. Andò il principe Almerigo, sbarcò le sue genti alla Suda, con prendere alcuni fortini, ed, unito co' Veneziani, s'accostò alla Canea per farne l'assedio. Nacquero tosto dissensioni fra il suddetto Bas e il Gremonville sergente generale franzese de' Veneziani. Da Candia Nuova accorsero alla difesa della Canea i Turchi: il che fece cangiar sentimento all'esercito di lasciar quella città e di portarsi sotto Candia Nuova rimasta sguernita. Erano giunti colà, ed aveano già preso un borgo con alcuni pezzi d'artiglieria, quando i soldati si diedero disordinatamente a rubare. Ma ecco sortire da Candia Nuova una trentina di cavalli turchi con urli, che misero un panico timore nell'armata gallo-veneta, che niuno pensò più se non a menare le gambe. Uscito allora tutto il presidio turchesco, gl'incalzò, e non finì la faccenda che tra morti e feriti restarono sul campo da mille e cinquecento persone, e il resto con gran fatica si ritirò alla città di Candia. Con questo infelice fine terminò la campagna dell'anno presente, ma non terminarono le disgrazie, perchè ilprincipeAlmerigo d'Estecaduto infermo a cagion dell'aria cattiva, senza poter intervenire al fatto di Candia Nuova, per consiglio de' medici fu portato all'aria salutevole dell'isola di Paros, dove nondimeno venne la morte a trovarlo nel dì 14 o 16 di novembre, perdendosi in lui un principe che dava una grande espettazione di valore e di senno. Gli fece di poi il senato veneto ergere un monumento di marmo colla sua statua al naturale entro la chiesa de' padri francescani, appellati i Frari, in Venezia. Ma se piansero i cristiani, neppure risero i Turchi, perchè nel dì 24 di luglio un incendio sì spaventoso consumò la città di Costantinopoli, che uno storico, aprendo ben la bocca, arrivò a scrivere, che vi perirono settanta mila case, e venti o trenta mila persone. Certo è che straordinario e indicibile fu il danno, essendo rimaste involte in quella rovina anche le più superbe moschee. Ma osservossi dipoi come la tirannide sappia convertire in utile proprio la calamità de' popoli, perchè uscì tosto editto che chi non potesse riparar lo stabile incendiato, ne restasse privo, e quello decadesse nelle mani del gran signore. Nel giugno di quest'anno desiderosa la vedovaimperadrice Leonoradi vederMaria duchessadi Mantova sua madre, venne a Judemburg città della Stiria. Colà si portò anche la duchessa conCarlo ducadi Mantova suo figlio, il quale passò poi ad inchinare l'Augusto Leopoldo, mentre egli, mosso da Vienna, viaggiava per la Stiria e Carintia, con arrivar fino a Trieste. Ma, ritornata essa duchessa Maria a Mantova, finì quivi dopo poco tempo i suoi giorni: principessa dotata di gran prudenza e pietà, e di tante altre belle prerogative, che meritò luogo fra le più illustri principesse d'Italia.