MDCLXIIAnno diCristoMDCLXII. IndizioneXV.Alessandro VIIpapa 8.Leopoldoimperadore 5.Trovavasi in questi tempi il re di FranciaLodovico XIVnel bollore della sua gioventù, senza impegno di guerra, ma con gran desiderio di farla, siccome avido di gloria, e più di dilatare i confini del suo regno: sete inestinguibile di quasi tutti i principi della terra. Sopra ogni cosa gli stava a cuore il conciliar dappertutto un gran rispetto alla sua corona e potenza; e con tutto che incominciasse nel presente anno a dar congedo alla continenza, conservata non ostante la sua avvenenza e robustezza con ammirazion d'ognuno, per quanto fu creduto, fin qui, coll'invischiarsi negli amori della Valiera: pur questi nulla scemavano la sua applicazione al governo, a mettere in buono stato le finanze, e a preparar forze per rendersi formidabile ad ognuno. Perchè il barone di Batteville, ambasciatore di Spagna in Londra, volle in un accompagnamento precedere colla sua carrozza a quella del conte d'Estrades ambasciador di Francia, ne nacque perciò gran baruffa, con riportarne i Franzesi bastonate e ferite; prese tal fuoco il re Luigi a questo avviso, portatogli nel dì 16 di ottobre dell'anno precedente, che cacciò tosto da Parigi e dal regno il conte di Fuensaldagna ambasciatore di Spagna, il quale da lì a poco terminò i suoi giorni. Se il re Cattolico non calmava quello sdegno con dar delle pretese soddisfazioni, già tutto si disponeva per una nuova guerra. Nell'anno presente un'altra novità occorse. Si doveva essere messo in testa quel monarca di rendersi formidabile anche alla corte di Roma, giacchè per motivi precedenti si dichiarava mal soddisfatto della altura de' Chigi, e gli parea di trovar sempre delle durezze in qualunque cosa ch'egli chiedesse al sommo pontefice. Mandò pertanto a Roma con titolo di ambasciatore di ubbidienza ilduca diCrequìsuo primo gentiluomo di camera, personaggio d'umor fiero ed alto, poco amico dei preti, avvezzo alle bruscherie della guerra, e non già alle manierose qualità che richiede un'ambasceria. Seco erano molti uffiziali riformati e genti di armi. Gli accorti Romani s'immaginarono tosto che spedizion sì fatta tendesse a suscitar de' garbugli in Roma. Giudicò benedon Mario Chigifratello del papa di accrescere cento cinquanta Corsi ai soliti della guardia per maggior sicurezza della pubblica quiete. Chi è vago di liti, dura poca fatica a trovarne. Varie insolenze e violenze andarono facendo quei della famiglia dell'ambasciadore: e tutto si tollerò. Ma un giorno tre soldati della pattuglia che allora si facea per Roma, entrati per bere in una taverna, vi trovarono un mastro di scherma franzese ed altri suoi compagni. Con varie villanie furono i Corsi disarmati e cacciati. Dalcardinale Imperialigovernatore di Roma questo schermitore processato, ebbe il bando della vita. Venne il dì 20 di agosto, in cui due Franzesi, avvenutisi in tre soldati corsi, attaccarono rissa; essendo incalzati, vennero in favor de' Franzesi i famigli di stalla del duca di Crequì, che diedero una mortal ferita ad un altro Corso che non era della rissa. Per questo accidente infuriati i Corsi ch'erano di guardia alla Trinità, senza che gli uffiziali potessero ritenerli, toccarono il tamburo, e coll'armi andarono al palazzo Farnese, abitato allora dall'ambasciator di Francia, sparando archibugiate contro chiunque era creduto franzese. Vi restò morto un lacchè di un gentiluomo franzese e il garzone di un libraio. Per questo rumore affacciatosi il duca di Crequì ad un balcone, volendo sgridare i Corsi, n'ebbe per risposta qualche archibugiata, che il fece ritirare ben tosto: il che nondimeno vien riputato falso nelle relazioni di Roma. Lo stesso avvenne ad alcuni suoi gentiluomini, usciti per frenare quell'empito, essendo rimasto ferito anche il capitan delle guardie dell'ambasciatore.Dacchè videro i Corsi chiuse le porte del palazzo, si ritirarono; ma passò questo inconveniente a maggiori eccessi; perciocchè, incontratisi essi Corsi nella carrozza dell'ambasciatrice di Francia (era di notte), spararono ancora più archibugiate, con uccidere un paggio, ed anche un povero facchino accorso a raccomandargli, come potea, l'anima. Ferirono anche un gentiluomo nella seconda carrozza. Fuggì l'ambasciatrice piena di spavento nel palazzo del cardinal d'Este. Perchè niuna pronta giustizia fu fatta dell'insolenza dei Corsi, anzi si lasciarono fuggire i delinquenti, e don Mario fece entrare in Roma molte compagnie di persone armate, con formare due corpi di guardia in qualche lontananza dal palazzo Farnese, il duca di Crequì nel dì 31 d'agosto si ritirò da Roma in Toscana coi cardinali dipendenti dalla Francia, e non cessò di accendere sempre più il già acceso re Cristianissimo con relazioni alterate contro la corte di Roma, siccome diremo all'anno seguente.Terminò nel presente la carriera del suo vivereAlfonso IV d'Esteduca di Modena in età di soli ventotto anni, principe mansuetissimo e giusto, e però amatissimo da' popoli suoi. La podagra fu quella che il tolse dal mondo nel dì 16 di luglio. Restò di lui un solo principe, cioèFrancesco IInato nel dì 6 di marzo l'anno 1660, e una principessa, cioè Maria Beatrice, che fu poi regina d'Inghilterra, amendue sotto la cura e tutela delladuchessa Lauralor madre, donna virile, in cui grande era il senno, maggiore la pietà. Maraviglioso poi fu il governo di questa principessa, e lungamente ne durò una dolce memoria. Le imprese fatte in quest'anno dall'armi venete si ridussero a varie prede fatte di legni turcheschi. Venne a sapere il loro capitan generale che a Scio era pervenuta la carovana navale dei Turchi che da Costantinopoli passava in Egitto, portando preziose merci e gran regali destinati per la Mecca. Spiegò le vele aquella volta. Dieci di quelle navi da carico a questa vista diedero a terra, ed, essendo fuggiti i soldati e marinari, rimasero in poter de' Veneziani. Essendosi ritirati i vascelli di quella carovana nel porto di Coo, correndo il dì 29 di settembre, i Veneziani con isforzo di battaglia cotanto si adoperarono, che riuscì loro di prenderne tre. L'avidità maggiore della milizia era contra del più grosso di que' vascelli, sapendo che veniva in esso un agà eunuco del serraglio con carico (secondo l'opinione di molti) di mezzo milione d'oro. Ma questo miseramente restò incendiato, e l'agà, nuotando per salvarsi, rimase prigione. Di ventotto saiche nemiche dieciotto furono prese, e dieci consumate dal fuoco. Si diede fine nel presente anno alle controversie insorte fra la repubblica veneta e la corte di Savoia, per cagione del titolo di re di Cipro e per altre simili differenze. Dall'anno 1630 in qua avevano i Veneziani tenuto presidio in Mantova, per sicurezza di quella città contro i tentativi dei Franzesi e Spagnuoli. Essendo già passato ogni pericolo, ed avendo fatta istanza l'imperador Leopoldo, protettor della casa Gonzaga, che si ritirasse quella gente, vi acconsentì senza difficoltà il senato veneto. Perciò ilduca Carlo IIspedì tosto a Venezia il marchese Odoardo Valenti Gonzaga a render le dovute grazie alla repubblica dell'assistenza fin qui prestata a' suoi Stati.
Trovavasi in questi tempi il re di FranciaLodovico XIVnel bollore della sua gioventù, senza impegno di guerra, ma con gran desiderio di farla, siccome avido di gloria, e più di dilatare i confini del suo regno: sete inestinguibile di quasi tutti i principi della terra. Sopra ogni cosa gli stava a cuore il conciliar dappertutto un gran rispetto alla sua corona e potenza; e con tutto che incominciasse nel presente anno a dar congedo alla continenza, conservata non ostante la sua avvenenza e robustezza con ammirazion d'ognuno, per quanto fu creduto, fin qui, coll'invischiarsi negli amori della Valiera: pur questi nulla scemavano la sua applicazione al governo, a mettere in buono stato le finanze, e a preparar forze per rendersi formidabile ad ognuno. Perchè il barone di Batteville, ambasciatore di Spagna in Londra, volle in un accompagnamento precedere colla sua carrozza a quella del conte d'Estrades ambasciador di Francia, ne nacque perciò gran baruffa, con riportarne i Franzesi bastonate e ferite; prese tal fuoco il re Luigi a questo avviso, portatogli nel dì 16 di ottobre dell'anno precedente, che cacciò tosto da Parigi e dal regno il conte di Fuensaldagna ambasciatore di Spagna, il quale da lì a poco terminò i suoi giorni. Se il re Cattolico non calmava quello sdegno con dar delle pretese soddisfazioni, già tutto si disponeva per una nuova guerra. Nell'anno presente un'altra novità occorse. Si doveva essere messo in testa quel monarca di rendersi formidabile anche alla corte di Roma, giacchè per motivi precedenti si dichiarava mal soddisfatto della altura de' Chigi, e gli parea di trovar sempre delle durezze in qualunque cosa ch'egli chiedesse al sommo pontefice. Mandò pertanto a Roma con titolo di ambasciatore di ubbidienza ilduca diCrequìsuo primo gentiluomo di camera, personaggio d'umor fiero ed alto, poco amico dei preti, avvezzo alle bruscherie della guerra, e non già alle manierose qualità che richiede un'ambasceria. Seco erano molti uffiziali riformati e genti di armi. Gli accorti Romani s'immaginarono tosto che spedizion sì fatta tendesse a suscitar de' garbugli in Roma. Giudicò benedon Mario Chigifratello del papa di accrescere cento cinquanta Corsi ai soliti della guardia per maggior sicurezza della pubblica quiete. Chi è vago di liti, dura poca fatica a trovarne. Varie insolenze e violenze andarono facendo quei della famiglia dell'ambasciadore: e tutto si tollerò. Ma un giorno tre soldati della pattuglia che allora si facea per Roma, entrati per bere in una taverna, vi trovarono un mastro di scherma franzese ed altri suoi compagni. Con varie villanie furono i Corsi disarmati e cacciati. Dalcardinale Imperialigovernatore di Roma questo schermitore processato, ebbe il bando della vita. Venne il dì 20 di agosto, in cui due Franzesi, avvenutisi in tre soldati corsi, attaccarono rissa; essendo incalzati, vennero in favor de' Franzesi i famigli di stalla del duca di Crequì, che diedero una mortal ferita ad un altro Corso che non era della rissa. Per questo accidente infuriati i Corsi ch'erano di guardia alla Trinità, senza che gli uffiziali potessero ritenerli, toccarono il tamburo, e coll'armi andarono al palazzo Farnese, abitato allora dall'ambasciator di Francia, sparando archibugiate contro chiunque era creduto franzese. Vi restò morto un lacchè di un gentiluomo franzese e il garzone di un libraio. Per questo rumore affacciatosi il duca di Crequì ad un balcone, volendo sgridare i Corsi, n'ebbe per risposta qualche archibugiata, che il fece ritirare ben tosto: il che nondimeno vien riputato falso nelle relazioni di Roma. Lo stesso avvenne ad alcuni suoi gentiluomini, usciti per frenare quell'empito, essendo rimasto ferito anche il capitan delle guardie dell'ambasciatore.Dacchè videro i Corsi chiuse le porte del palazzo, si ritirarono; ma passò questo inconveniente a maggiori eccessi; perciocchè, incontratisi essi Corsi nella carrozza dell'ambasciatrice di Francia (era di notte), spararono ancora più archibugiate, con uccidere un paggio, ed anche un povero facchino accorso a raccomandargli, come potea, l'anima. Ferirono anche un gentiluomo nella seconda carrozza. Fuggì l'ambasciatrice piena di spavento nel palazzo del cardinal d'Este. Perchè niuna pronta giustizia fu fatta dell'insolenza dei Corsi, anzi si lasciarono fuggire i delinquenti, e don Mario fece entrare in Roma molte compagnie di persone armate, con formare due corpi di guardia in qualche lontananza dal palazzo Farnese, il duca di Crequì nel dì 31 d'agosto si ritirò da Roma in Toscana coi cardinali dipendenti dalla Francia, e non cessò di accendere sempre più il già acceso re Cristianissimo con relazioni alterate contro la corte di Roma, siccome diremo all'anno seguente.
Terminò nel presente la carriera del suo vivereAlfonso IV d'Esteduca di Modena in età di soli ventotto anni, principe mansuetissimo e giusto, e però amatissimo da' popoli suoi. La podagra fu quella che il tolse dal mondo nel dì 16 di luglio. Restò di lui un solo principe, cioèFrancesco IInato nel dì 6 di marzo l'anno 1660, e una principessa, cioè Maria Beatrice, che fu poi regina d'Inghilterra, amendue sotto la cura e tutela delladuchessa Lauralor madre, donna virile, in cui grande era il senno, maggiore la pietà. Maraviglioso poi fu il governo di questa principessa, e lungamente ne durò una dolce memoria. Le imprese fatte in quest'anno dall'armi venete si ridussero a varie prede fatte di legni turcheschi. Venne a sapere il loro capitan generale che a Scio era pervenuta la carovana navale dei Turchi che da Costantinopoli passava in Egitto, portando preziose merci e gran regali destinati per la Mecca. Spiegò le vele aquella volta. Dieci di quelle navi da carico a questa vista diedero a terra, ed, essendo fuggiti i soldati e marinari, rimasero in poter de' Veneziani. Essendosi ritirati i vascelli di quella carovana nel porto di Coo, correndo il dì 29 di settembre, i Veneziani con isforzo di battaglia cotanto si adoperarono, che riuscì loro di prenderne tre. L'avidità maggiore della milizia era contra del più grosso di que' vascelli, sapendo che veniva in esso un agà eunuco del serraglio con carico (secondo l'opinione di molti) di mezzo milione d'oro. Ma questo miseramente restò incendiato, e l'agà, nuotando per salvarsi, rimase prigione. Di ventotto saiche nemiche dieciotto furono prese, e dieci consumate dal fuoco. Si diede fine nel presente anno alle controversie insorte fra la repubblica veneta e la corte di Savoia, per cagione del titolo di re di Cipro e per altre simili differenze. Dall'anno 1630 in qua avevano i Veneziani tenuto presidio in Mantova, per sicurezza di quella città contro i tentativi dei Franzesi e Spagnuoli. Essendo già passato ogni pericolo, ed avendo fatta istanza l'imperador Leopoldo, protettor della casa Gonzaga, che si ritirasse quella gente, vi acconsentì senza difficoltà il senato veneto. Perciò ilduca Carlo IIspedì tosto a Venezia il marchese Odoardo Valenti Gonzaga a render le dovute grazie alla repubblica dell'assistenza fin qui prestata a' suoi Stati.