MDCLXIVAnno diCristoMDCLXIV. IndizioneII.Alessandro VIIpapa 10.Leopoldoimperadore 7.Credevano gli antichi Romani che il loro dio Termino non sapesse mai rinculare, cioè che, fatto l'acquisto di qualche paese, questo non potesse più uscir delle loro mani: immaginazione derisa da sant'Agostino, che fa vedere più d'una volta obbligata Roma a restituire il tolto. Io non so se ne' moderni Romani fosse passata una somigliante fantasia: solamente so, che avendo il papa incamerato Castro e Ronciglione, volle più tosto rompere ogni trattato d'accomodamento colla Francia, che indursi a disincamerarli, con far valere le bolle pontifizie che lo vietavano. Ma nelle umane cose la necessità dura maestra si fa conoscere superiore alle leggi. Erano già pervenuti nel Parmigiano e Modenese sei mila fanti e quasi due mila cavalli spediti dal re Cristianissimo; cresceva il tuono delle minaccie de' Franzesi contro gli Stati della Chiesa, nè si trovava pur uno che alzasse un dito in difesa del pontefice. Conoscevasi da' saggi in Roma che esso papa avea già consumato gran danaro in mettere insieme otto mila fanti e due mila cavalli, e in procurar leve d'altra gente fuori d'Italia, nè restava nerbo di cassa e di milizie per sostenere e continuareil preso impegno contro di un re potentissimo. Però in fine si trovò che quella autorità che avea un papa di fare un decreto in materia di beni temporali, non mancava ai suoi successori per annullarlo. Con tal fondamento, e per l'urgenza premurosa di guarir la presente piaga, ancorchè la guarigione dovesse costar del dolore,papa Alessandro VIIdisincamerò Castro, ed aprì di nuovo la strada a ripigliare il negoziato di concordia col reLuigi XIV. Unironsi dunque in Pisamonsignore Rasponi, plenipotenziario del pontefice, emonsignor Luigi di Bourlemont, auditore di Rota, plenipotenziario del re Cristianissimo; e perciocchè esso re di Francia avea chiaramente protestato, che se per tutto il dì 15 di febbraio presente non fosse compiuto l'accordo, egli intendeva di restare in piena libertà di cercar quelle soddisfazioni che fossero competenti alla sua corona, nella guisa che gli fosse sembrata più valevole e propria: perciò nel dì 12 del suddetto mese furono da que' ministri sottoscritti i capitoli della concordia fra sua santità ed esso monarca. Poco profittò la casa Farnese in tal congiuntura; perchè fu ben rimessa a lei la facoltà di riacquistar Castro nel termine di otto anni, ma con restar vivi i debiti suoi ascendenti a più d'un milione e secento mila scudi; e con tutte le apparenze che ilduca Ranuccio IImai non ricupererebbe quello Stato, siccome in fatti avvenne. Meno ne profittò la casa d'Este, perchè con trecento quarantacinque mila scudi si pretese di quetar le sue sì fondate pretensioni, ascendenti a più milioni. La principal cura de' Franzesi fu di spremere dalla corte di Roma tutte anche le più esorbitanti soddisfazioni in ristoro dell'affronto che pretendeano fatto al decoro della corona. Vollero dunque che ilcardinal Chigiandasse con titolo di legato a Parigi a scusare l'occorso accidente. Che altrettanto facesse il cardinale Imperiali, già cacciato da Genova per le istanze del re. Chedon Mario Chigiuscisse di Roma con protesta di non aver avuta parte in quell'attentato, nè vi potesse tornare se non dappoichè il cardinal Chigi avesse portato le discolpe della sua casa alla corte di Francia. Finalmente vollero che si dichiarasse la nazion corsa da lì innanzi incapace di servire a' papi, e che si alzasse in Roma una piramide con iscrizione contenente questo decreto contra de' Corsi. Con sì fatta disgustosa concordia, contra di cui fece dipoi il papa una segreta protesta, ebbero fine i garbugli suddetti. Richiamò il re Cristianissimo in Francia le sue fanterie, e lasciò che la cavalleria passasse dipoi al servigio dell'imperadore. Ma niun saggio vi fu che non disapprovasse un sì rigoroso e prepotente procedere della Francia contra del vicario di Cristo, e tanto più per accidente avvenuto senza menoma colpa del medesimo papa e de' suoi parenti.Venivano intanto da Vienna calde e frequenti istanze al pontefice per soccorsi, stante la guerra suscitata dal gran signore in Ungheria. Trovò il papa un pronto spediente di aiutar l'imperadore, e di sgravare nel medesimo tempo sè stesso da un grave fardello. Cioè gli esibì gli otto mila fanti e due mila cavalli già da lui assoldati. Ma perchè voleva concedere i soli uomini senza spendere un soldo da lì innanzi, la corte di Vienna non vi si sapeva accomodare, e massimamente essendo quella gente collettizia ed inesperta nel mestiere dell'armi. Mentre su questo si va disputando, il papa, che non potea più sopportar quel peso, impazientatosi, licenziò, nel dì 3 d'aprile, quasi tutta quella gente, e lasciò malcontenti i ministri di Cesare, che avrebbero almen presa la cavalleria; e nè pure procurò almeno di somministrar quelle milizie ai Veneziani. Diede impulso questa risoluzione a non poche declamazioni in Roma stessa contra del pontefice, che si leggono nelle storie d'allora, quasi che egli si mostrasse così ritenuto ne' bisogni urgenti della cristianità , quandopoi compariva sì prodigo in arricchir la propria casa, e profondeva danari in fabbriche non necessarie. Giunsero fino a dire, essersi egli prevaluto in suo uso dei duecento mila scudi lasciati dalcardinal Mazzarinoda impiegarsi contra del Turco, e di parte ancora delle decime imposte agli ecclesiastici, e destinate alla guerra stessa: il che nondimeno si sa da storie migliori essere stato una calunnia. Lagnavansi ancora ch'egli non trovasse danaro per aiuto di Cesare, quando si erano ben approntati ducento mila scudi, acciocchè con gran fasto e vanità il nipote cardinale comparisse alla corte di Parigi. S'impadronirono in quest'anno l'armi dell'imperadore della città di Cinque Chiese; e il valoroso Nicolò conte di Zrin fece altre prodezze. Ma, impreso l'assedio di Canissa, convenne poi abbandonarlo. Sei mila Franzesi furono spediti dal re Cristianissimo in aiuto di Cesare, che sotto il comando del signor di Colignì diedero anch'essi de' begli attestati del loro valore. Parimente Nitria fu ricuperata e Levenz, sotto la quale ultima il maresciallo di Souches diede una rotta ai Turchi. Ma famosa sopra tutto riuscì e ragguardevole la vittoria riportata dal generale supremo Montecuccoli Modenese nel dì 4 d'agosto al fiume Rab della tanto superiore armata ottomana. Circa sedici mila Musulmani rimasero estinti sul campo e nel fiume, se pur dicono il vero le relazioni d'allora. Non cessava intanto Cesare di manipolar la pace co' Turchi, e questa fu conchiusa nel dì 10 d'agosto, più tosto con biasimo che lode sua, perchè fatta dopo i felici avvenimenti delle sue armi, e per aver lasciata in mano de' nemici la considerabil fortezza di Neuheusel, e deluse le speranze de' Veneti, che per quell'impegno di guerra si figuravano omai facile il ricuperare in Candia i luoghi perduti. Non erano per anche asciugate le lagrime nella corte di Torino per la morte della impareggiabilmadama reale Cristina, che nuovo motivo di pianto sopravvenne perla morte ancora della duchessaFrancesca di Borbon, moglie del regnanteduca Carlo Emmanuele II, principessa di vita esemplarissima, rapita da questa vita dopo soli pochi mesi del suo maritaggio. Ad amendue furono fatti insigni funerali. Passò dipoi quel real sovrano alle seconde nozze colla principessa di NemoursMaria Giovanna Batistadella casa di Savoia. Similmente nel febbraio, festeggiato da grande splendidezza, si vide in Modena e poscia in Parma il matrimonio della principessaIsabella d'Este, figlia del fuduca Francesco IconRanuccio II ducadi Parma. Incamminatosi da Roma ilcardinal Flavio Chiginel dì 5 di maggio con suntuosissimo corteggio verso la Francia, fece la sua solenne entrata in Parigi nel dì 28 di luglio, e nel dì 9 di ottobre tornò a rendere conto al papa suo zio, dimorante allora in Castel Gandolfo, della sua felice legazione. Trasferitosi anche ilcardinal Lorenzo Imperialialla corte di Parigi, ne partì poi molto contento. Compiuti questi uffizii, anche ilduca di Crequìcomparve di nuovo col titolo d'ambasciatore in Roma, accolto colle maggiori dimostrazioni di stima e d'affetto, restando solamente in dubbio se queste venissero dal cuore. Ricevette in quest'anno il senato veneto due ambasciatori delczar di Moscovia Alessio, che andavano girando per conoscere le forze de' principi dell'Europa, cominciando oramai quella corte a scuotere alquanto della sua antica barbarie.
Credevano gli antichi Romani che il loro dio Termino non sapesse mai rinculare, cioè che, fatto l'acquisto di qualche paese, questo non potesse più uscir delle loro mani: immaginazione derisa da sant'Agostino, che fa vedere più d'una volta obbligata Roma a restituire il tolto. Io non so se ne' moderni Romani fosse passata una somigliante fantasia: solamente so, che avendo il papa incamerato Castro e Ronciglione, volle più tosto rompere ogni trattato d'accomodamento colla Francia, che indursi a disincamerarli, con far valere le bolle pontifizie che lo vietavano. Ma nelle umane cose la necessità dura maestra si fa conoscere superiore alle leggi. Erano già pervenuti nel Parmigiano e Modenese sei mila fanti e quasi due mila cavalli spediti dal re Cristianissimo; cresceva il tuono delle minaccie de' Franzesi contro gli Stati della Chiesa, nè si trovava pur uno che alzasse un dito in difesa del pontefice. Conoscevasi da' saggi in Roma che esso papa avea già consumato gran danaro in mettere insieme otto mila fanti e due mila cavalli, e in procurar leve d'altra gente fuori d'Italia, nè restava nerbo di cassa e di milizie per sostenere e continuareil preso impegno contro di un re potentissimo. Però in fine si trovò che quella autorità che avea un papa di fare un decreto in materia di beni temporali, non mancava ai suoi successori per annullarlo. Con tal fondamento, e per l'urgenza premurosa di guarir la presente piaga, ancorchè la guarigione dovesse costar del dolore,papa Alessandro VIIdisincamerò Castro, ed aprì di nuovo la strada a ripigliare il negoziato di concordia col reLuigi XIV. Unironsi dunque in Pisamonsignore Rasponi, plenipotenziario del pontefice, emonsignor Luigi di Bourlemont, auditore di Rota, plenipotenziario del re Cristianissimo; e perciocchè esso re di Francia avea chiaramente protestato, che se per tutto il dì 15 di febbraio presente non fosse compiuto l'accordo, egli intendeva di restare in piena libertà di cercar quelle soddisfazioni che fossero competenti alla sua corona, nella guisa che gli fosse sembrata più valevole e propria: perciò nel dì 12 del suddetto mese furono da que' ministri sottoscritti i capitoli della concordia fra sua santità ed esso monarca. Poco profittò la casa Farnese in tal congiuntura; perchè fu ben rimessa a lei la facoltà di riacquistar Castro nel termine di otto anni, ma con restar vivi i debiti suoi ascendenti a più d'un milione e secento mila scudi; e con tutte le apparenze che ilduca Ranuccio IImai non ricupererebbe quello Stato, siccome in fatti avvenne. Meno ne profittò la casa d'Este, perchè con trecento quarantacinque mila scudi si pretese di quetar le sue sì fondate pretensioni, ascendenti a più milioni. La principal cura de' Franzesi fu di spremere dalla corte di Roma tutte anche le più esorbitanti soddisfazioni in ristoro dell'affronto che pretendeano fatto al decoro della corona. Vollero dunque che ilcardinal Chigiandasse con titolo di legato a Parigi a scusare l'occorso accidente. Che altrettanto facesse il cardinale Imperiali, già cacciato da Genova per le istanze del re. Chedon Mario Chigiuscisse di Roma con protesta di non aver avuta parte in quell'attentato, nè vi potesse tornare se non dappoichè il cardinal Chigi avesse portato le discolpe della sua casa alla corte di Francia. Finalmente vollero che si dichiarasse la nazion corsa da lì innanzi incapace di servire a' papi, e che si alzasse in Roma una piramide con iscrizione contenente questo decreto contra de' Corsi. Con sì fatta disgustosa concordia, contra di cui fece dipoi il papa una segreta protesta, ebbero fine i garbugli suddetti. Richiamò il re Cristianissimo in Francia le sue fanterie, e lasciò che la cavalleria passasse dipoi al servigio dell'imperadore. Ma niun saggio vi fu che non disapprovasse un sì rigoroso e prepotente procedere della Francia contra del vicario di Cristo, e tanto più per accidente avvenuto senza menoma colpa del medesimo papa e de' suoi parenti.
Venivano intanto da Vienna calde e frequenti istanze al pontefice per soccorsi, stante la guerra suscitata dal gran signore in Ungheria. Trovò il papa un pronto spediente di aiutar l'imperadore, e di sgravare nel medesimo tempo sè stesso da un grave fardello. Cioè gli esibì gli otto mila fanti e due mila cavalli già da lui assoldati. Ma perchè voleva concedere i soli uomini senza spendere un soldo da lì innanzi, la corte di Vienna non vi si sapeva accomodare, e massimamente essendo quella gente collettizia ed inesperta nel mestiere dell'armi. Mentre su questo si va disputando, il papa, che non potea più sopportar quel peso, impazientatosi, licenziò, nel dì 3 d'aprile, quasi tutta quella gente, e lasciò malcontenti i ministri di Cesare, che avrebbero almen presa la cavalleria; e nè pure procurò almeno di somministrar quelle milizie ai Veneziani. Diede impulso questa risoluzione a non poche declamazioni in Roma stessa contra del pontefice, che si leggono nelle storie d'allora, quasi che egli si mostrasse così ritenuto ne' bisogni urgenti della cristianità , quandopoi compariva sì prodigo in arricchir la propria casa, e profondeva danari in fabbriche non necessarie. Giunsero fino a dire, essersi egli prevaluto in suo uso dei duecento mila scudi lasciati dalcardinal Mazzarinoda impiegarsi contra del Turco, e di parte ancora delle decime imposte agli ecclesiastici, e destinate alla guerra stessa: il che nondimeno si sa da storie migliori essere stato una calunnia. Lagnavansi ancora ch'egli non trovasse danaro per aiuto di Cesare, quando si erano ben approntati ducento mila scudi, acciocchè con gran fasto e vanità il nipote cardinale comparisse alla corte di Parigi. S'impadronirono in quest'anno l'armi dell'imperadore della città di Cinque Chiese; e il valoroso Nicolò conte di Zrin fece altre prodezze. Ma, impreso l'assedio di Canissa, convenne poi abbandonarlo. Sei mila Franzesi furono spediti dal re Cristianissimo in aiuto di Cesare, che sotto il comando del signor di Colignì diedero anch'essi de' begli attestati del loro valore. Parimente Nitria fu ricuperata e Levenz, sotto la quale ultima il maresciallo di Souches diede una rotta ai Turchi. Ma famosa sopra tutto riuscì e ragguardevole la vittoria riportata dal generale supremo Montecuccoli Modenese nel dì 4 d'agosto al fiume Rab della tanto superiore armata ottomana. Circa sedici mila Musulmani rimasero estinti sul campo e nel fiume, se pur dicono il vero le relazioni d'allora. Non cessava intanto Cesare di manipolar la pace co' Turchi, e questa fu conchiusa nel dì 10 d'agosto, più tosto con biasimo che lode sua, perchè fatta dopo i felici avvenimenti delle sue armi, e per aver lasciata in mano de' nemici la considerabil fortezza di Neuheusel, e deluse le speranze de' Veneti, che per quell'impegno di guerra si figuravano omai facile il ricuperare in Candia i luoghi perduti. Non erano per anche asciugate le lagrime nella corte di Torino per la morte della impareggiabilmadama reale Cristina, che nuovo motivo di pianto sopravvenne perla morte ancora della duchessaFrancesca di Borbon, moglie del regnanteduca Carlo Emmanuele II, principessa di vita esemplarissima, rapita da questa vita dopo soli pochi mesi del suo maritaggio. Ad amendue furono fatti insigni funerali. Passò dipoi quel real sovrano alle seconde nozze colla principessa di NemoursMaria Giovanna Batistadella casa di Savoia. Similmente nel febbraio, festeggiato da grande splendidezza, si vide in Modena e poscia in Parma il matrimonio della principessaIsabella d'Este, figlia del fuduca Francesco IconRanuccio II ducadi Parma. Incamminatosi da Roma ilcardinal Flavio Chiginel dì 5 di maggio con suntuosissimo corteggio verso la Francia, fece la sua solenne entrata in Parigi nel dì 28 di luglio, e nel dì 9 di ottobre tornò a rendere conto al papa suo zio, dimorante allora in Castel Gandolfo, della sua felice legazione. Trasferitosi anche ilcardinal Lorenzo Imperialialla corte di Parigi, ne partì poi molto contento. Compiuti questi uffizii, anche ilduca di Crequìcomparve di nuovo col titolo d'ambasciatore in Roma, accolto colle maggiori dimostrazioni di stima e d'affetto, restando solamente in dubbio se queste venissero dal cuore. Ricevette in quest'anno il senato veneto due ambasciatori delczar di Moscovia Alessio, che andavano girando per conoscere le forze de' principi dell'Europa, cominciando oramai quella corte a scuotere alquanto della sua antica barbarie.