MDCLXVII

MDCLXVIIAnno diCristoMDCLXVII. IndizioneV.Clemente IXpapa 1.Leopoldoimperadore 10.Fin qui avea condotto il suo pontificatopapa Alessandro VIIcon somma prudenza e grande amore della giustizia, e con far godere un placido governo ai suoi popoli, avendoli aiutati e difesi nei tempi di peste e di carestia, ed eletto più tosto di comperar caro la pace col re di Francia, dopo essere incorso nella di lui nemicizia senza alcuna sua colpa, che di lasciar esposti a guai e molestie i sudditi suoi. Di suntuose fabbriche ancora aveva ornata Roma, e spezialmente dell'insigne portico e colonnato della piazza di San Pietro; avea arricchita la biblioteca vaticana coi manoscritti dei già duchi di Urbino, e provveduto il porto di Civitavecchia di un bell'arsenale. Meditò anche seriamente di formare in Roma un insigne collegio di uomini dottissimi in ogni sorta di erudizione ecclesiastica, tirando colà da tutte le provincie del mondo cattolico i più chiari ingegni, per valersi del loro consiglio nelle materie spettanti alla religione, ed opporre le lor penne a quelle dei protestanti, conoscendo che la scolastica, di cui unicamente si pregiano i più de' teologi, non è bastevole nelle battaglie con essi. Intenzione sua era di alimentar e provvedere di largo stipendio sì fatti insigni letterati, con applicare al mantenimento d'esso collegio le rendite di que' monisteri e conventi, nei quali si è perduta l'antica regolar disciplina, e servono oggidì non di ornamento, ma di peso alla repubblica. Finalmente, a misura del merito, del sapere e dei buoni costumi, intendeva di promuovere uomini tali ai magistrati ed anche ai primarii della Chiesa romana. Più bella, più utile, più gloriosa istituzione di questa non potea cadere in mente ad un romano pontefice; e l'avrebbe egli eseguita se le applicazioni sue non fossero state turbate dalla tempesta contra dilui commossa dal re Cristianissimo e da altre disavventure. Tornò, è vero, la serenità, ma in tempo che la sua sanità cominciò a combattere con acerbi e lunghi mali che in fine il trassero al sepolcro, lasciando la cura e gloria di sì memorabil impresa a chi dei suoi successori porterà sul trono di san Pietro un animo grande, e una piena conoscenza di ciò che è veramente di decoro e vantaggio alla Chiesa di Dio. Mancò di vita questo pontefice con esemplar divozione nel dì 22 di maggio, lasciando ben arricchiti i suoi parenti, e poco desiderio di sè nel popolo romano, il quale caricò in tal congiuntura di villaniedon Marioe inipoti Chigi, perchè sotto il loro governo s'erano aggiunte alle vecchie undici nuove gabelle. Corse voce ch'egli lasciasse in mano del celebrepadre Sforza Pallavicinogesuita, da lui promosso alla sacra porpora, una scrittura di sua mano, da consegnarsi al suo successore, in cui esortava i successori a non permettere mai la restituzione di Castro e Ronciglione al duca di Parma, tuttochè promessa nella concordia Pisana al re di Francia. Del che poi si videro gli effetti, perchè, depositati in Roma gli ottocento quindici mila scudi dalduca Ranuccio II, non si trovò chi li volesse ricevere; e però gli convenne fare una protesta in preservazione delle sue ragioni e dell'accordato colla Francia, la quale niun pensiero si mise dipoi per fargli mantener la parola.Dappoichè furono chiusi in conclave i porporati elettori nel dì 2 di giugno, vennero nel dì 20 d'esso mese ad unirsi i lor voti nella persona delcardinale Giulio Rospigliosida Pistoia, di età di anni sessantotto, il qual prese il nome diClemente IX, e diede principio al suo governo con un'azione che sommamente rallegrò il popolo romano. Cioè levò un dazio da lungo tempo imposto sopra il grano, e sembrato sempre insoffribile alla bassa gente, avendolo con danaro riscattato da chi ne godea le rendite, peraver somministrate grosse somme d'oro alla camera pontifizia, o per veri bisogni o per capricci dei precedenti nipoti dei pontefici. Accompagnò l'ottimo pontefice questo pubblico benefizio con un atto di eroica moderazione, perchè nell'editto non volle che comparisse il suo nome, ma bensì quello del predecessoreAlessandro VII, per aver egli principalmente raunato il danaro occorrente ad oggetto di estinguere quel dazio. Un vero zelo nudriva questo papa per sostenere la cristianità contro gli sforzi della potenza ottomana; nè perdè egli tempo a sollecitar tutte le potenze cattoliche in soccorso dei Veneziani, troppo infievoliti per la sì lunga e dispendiosa guerra di Candia. Ma per mala ventura in questo medesimo anno più che mai si venne a scorgere che lo spirito conquistatorio avea da essere in avvenire il primo mobile della mente diLuigi XIV redi Francia. Mosse egli delle pretensioni sopra il Brabante ed altri paesi della corona di Spagna, e nello stesso tempo con ismisurate forze si diede ad impadronirsene. Uscirono dall'una e dall'altra parte manifesti e ragioni, esibendo invano l'indebolita corte di Spagna nella minorità del re di rimettere in arbitri quella pendenza, e indarno allegando le rinunzie fatte dalle ultime due regine di Francia, e confermate dal medesimo re Luigi e dalla regina sua madre. Papa Clemente IX spedì tosto ad esso re CristianissimoJacopo Rospigliosi, figlio di Camillo suo fratello, ed internunzio allora in Brusselles, per placarlo e per fermarlo. Trovò questi un benigno accoglimento, nè gli mancarono sparate di belle parole, ma senza poter punto interrompere il favorevol progresso dell'armi franzesi.Intanto i Veneziani, dopo aver ricevuto sussidii di denaro o di gente o di navi dal pontefice, dalla Spagna, dai duchi di Savoia e di Toscana, da Malta e dalcardinal Francesco Barberino: spedirono in LevanteFrancesco Morosino, eletto capitan generale, con tre mila soldati e molti attrezzi da guerra. Straordinario armamentoavea fatto il primo visire, per passare all'assedio della città di Candia; e colà in fatti comparve costui con potente esercito nel dì 22 di maggio, e dopo aver fatto distruggere Candia Nuova, affinchè i suoi soldati deponessero la speranza di ricovrarsi colà, distribuì intorno alla città i quartieri, cominciò gli approcci, e con varie batterie di cannoni si diede furiosamente a bersagliare la terra. Per una gagliarda difesa non aveano i Veneziani tralasciata diligenza veruna; numeroso era il presidio e ben animato a dare il sangue per sostener l'onore della fede cristiana; e le donne stesse non la cedevano in coraggio e fatica ai più valorosi combattenti. Perchè poco si avanzavano i Turchi ne' lavori, per lo più sturbati dai cristiani, si applicarono con immensa quantità di guastatori a far mine e fornelli, e farli giocare, con isboccar anche nella fossa da tre parti. Memorabil fu la copia degli estinti in tanti assalti, contandosi che dalla parte de' Veneziani vi perissero da sei mila soldati, compresi ottocento uffiziali; e da quella de' Turchi incredibile quantità di gente vi lasciò la vita. Intanto fu sostenuto da essi vigorosamente quell'assedio fino al dicembre, in quanto che di mano in mano veniva sempre di nuove genti rinfrescato l'esercito loro. Lo stesso gran signore s'era portato in Morea per dar più calore all'impresa. Nel mercoledì santo, a dì 6 d'aprile dell'anno presente, un fierissimo tremuoto recò immensi danni alle città della Dalmazia e dell'Albania. Andò quasi tutta per terra la città di Ragusi, non essendosi salvati che quattrocento abitanti e sessanta monache. Tre giorni prima s'era ritirato il mare per tre miglia da quel porto. Budua restò totalmente distrutta; Castelnuovo e Dulcigno in gran parte atterrati; e la città di Cataro talmente fu inghiottita dalle acque del mare, che le navi passeggiavano liberamente sopra di essa. Sebenico e Traù furono anch'esse danneggiate assaissimo. Nella stessa Venezia si sentì la scossa di quel tremuoto,e in molti luoghi d'Italia, ma con far solamente paura.

Fin qui avea condotto il suo pontificatopapa Alessandro VIIcon somma prudenza e grande amore della giustizia, e con far godere un placido governo ai suoi popoli, avendoli aiutati e difesi nei tempi di peste e di carestia, ed eletto più tosto di comperar caro la pace col re di Francia, dopo essere incorso nella di lui nemicizia senza alcuna sua colpa, che di lasciar esposti a guai e molestie i sudditi suoi. Di suntuose fabbriche ancora aveva ornata Roma, e spezialmente dell'insigne portico e colonnato della piazza di San Pietro; avea arricchita la biblioteca vaticana coi manoscritti dei già duchi di Urbino, e provveduto il porto di Civitavecchia di un bell'arsenale. Meditò anche seriamente di formare in Roma un insigne collegio di uomini dottissimi in ogni sorta di erudizione ecclesiastica, tirando colà da tutte le provincie del mondo cattolico i più chiari ingegni, per valersi del loro consiglio nelle materie spettanti alla religione, ed opporre le lor penne a quelle dei protestanti, conoscendo che la scolastica, di cui unicamente si pregiano i più de' teologi, non è bastevole nelle battaglie con essi. Intenzione sua era di alimentar e provvedere di largo stipendio sì fatti insigni letterati, con applicare al mantenimento d'esso collegio le rendite di que' monisteri e conventi, nei quali si è perduta l'antica regolar disciplina, e servono oggidì non di ornamento, ma di peso alla repubblica. Finalmente, a misura del merito, del sapere e dei buoni costumi, intendeva di promuovere uomini tali ai magistrati ed anche ai primarii della Chiesa romana. Più bella, più utile, più gloriosa istituzione di questa non potea cadere in mente ad un romano pontefice; e l'avrebbe egli eseguita se le applicazioni sue non fossero state turbate dalla tempesta contra dilui commossa dal re Cristianissimo e da altre disavventure. Tornò, è vero, la serenità, ma in tempo che la sua sanità cominciò a combattere con acerbi e lunghi mali che in fine il trassero al sepolcro, lasciando la cura e gloria di sì memorabil impresa a chi dei suoi successori porterà sul trono di san Pietro un animo grande, e una piena conoscenza di ciò che è veramente di decoro e vantaggio alla Chiesa di Dio. Mancò di vita questo pontefice con esemplar divozione nel dì 22 di maggio, lasciando ben arricchiti i suoi parenti, e poco desiderio di sè nel popolo romano, il quale caricò in tal congiuntura di villaniedon Marioe inipoti Chigi, perchè sotto il loro governo s'erano aggiunte alle vecchie undici nuove gabelle. Corse voce ch'egli lasciasse in mano del celebrepadre Sforza Pallavicinogesuita, da lui promosso alla sacra porpora, una scrittura di sua mano, da consegnarsi al suo successore, in cui esortava i successori a non permettere mai la restituzione di Castro e Ronciglione al duca di Parma, tuttochè promessa nella concordia Pisana al re di Francia. Del che poi si videro gli effetti, perchè, depositati in Roma gli ottocento quindici mila scudi dalduca Ranuccio II, non si trovò chi li volesse ricevere; e però gli convenne fare una protesta in preservazione delle sue ragioni e dell'accordato colla Francia, la quale niun pensiero si mise dipoi per fargli mantener la parola.

Dappoichè furono chiusi in conclave i porporati elettori nel dì 2 di giugno, vennero nel dì 20 d'esso mese ad unirsi i lor voti nella persona delcardinale Giulio Rospigliosida Pistoia, di età di anni sessantotto, il qual prese il nome diClemente IX, e diede principio al suo governo con un'azione che sommamente rallegrò il popolo romano. Cioè levò un dazio da lungo tempo imposto sopra il grano, e sembrato sempre insoffribile alla bassa gente, avendolo con danaro riscattato da chi ne godea le rendite, peraver somministrate grosse somme d'oro alla camera pontifizia, o per veri bisogni o per capricci dei precedenti nipoti dei pontefici. Accompagnò l'ottimo pontefice questo pubblico benefizio con un atto di eroica moderazione, perchè nell'editto non volle che comparisse il suo nome, ma bensì quello del predecessoreAlessandro VII, per aver egli principalmente raunato il danaro occorrente ad oggetto di estinguere quel dazio. Un vero zelo nudriva questo papa per sostenere la cristianità contro gli sforzi della potenza ottomana; nè perdè egli tempo a sollecitar tutte le potenze cattoliche in soccorso dei Veneziani, troppo infievoliti per la sì lunga e dispendiosa guerra di Candia. Ma per mala ventura in questo medesimo anno più che mai si venne a scorgere che lo spirito conquistatorio avea da essere in avvenire il primo mobile della mente diLuigi XIV redi Francia. Mosse egli delle pretensioni sopra il Brabante ed altri paesi della corona di Spagna, e nello stesso tempo con ismisurate forze si diede ad impadronirsene. Uscirono dall'una e dall'altra parte manifesti e ragioni, esibendo invano l'indebolita corte di Spagna nella minorità del re di rimettere in arbitri quella pendenza, e indarno allegando le rinunzie fatte dalle ultime due regine di Francia, e confermate dal medesimo re Luigi e dalla regina sua madre. Papa Clemente IX spedì tosto ad esso re CristianissimoJacopo Rospigliosi, figlio di Camillo suo fratello, ed internunzio allora in Brusselles, per placarlo e per fermarlo. Trovò questi un benigno accoglimento, nè gli mancarono sparate di belle parole, ma senza poter punto interrompere il favorevol progresso dell'armi franzesi.

Intanto i Veneziani, dopo aver ricevuto sussidii di denaro o di gente o di navi dal pontefice, dalla Spagna, dai duchi di Savoia e di Toscana, da Malta e dalcardinal Francesco Barberino: spedirono in LevanteFrancesco Morosino, eletto capitan generale, con tre mila soldati e molti attrezzi da guerra. Straordinario armamentoavea fatto il primo visire, per passare all'assedio della città di Candia; e colà in fatti comparve costui con potente esercito nel dì 22 di maggio, e dopo aver fatto distruggere Candia Nuova, affinchè i suoi soldati deponessero la speranza di ricovrarsi colà, distribuì intorno alla città i quartieri, cominciò gli approcci, e con varie batterie di cannoni si diede furiosamente a bersagliare la terra. Per una gagliarda difesa non aveano i Veneziani tralasciata diligenza veruna; numeroso era il presidio e ben animato a dare il sangue per sostener l'onore della fede cristiana; e le donne stesse non la cedevano in coraggio e fatica ai più valorosi combattenti. Perchè poco si avanzavano i Turchi ne' lavori, per lo più sturbati dai cristiani, si applicarono con immensa quantità di guastatori a far mine e fornelli, e farli giocare, con isboccar anche nella fossa da tre parti. Memorabil fu la copia degli estinti in tanti assalti, contandosi che dalla parte de' Veneziani vi perissero da sei mila soldati, compresi ottocento uffiziali; e da quella de' Turchi incredibile quantità di gente vi lasciò la vita. Intanto fu sostenuto da essi vigorosamente quell'assedio fino al dicembre, in quanto che di mano in mano veniva sempre di nuove genti rinfrescato l'esercito loro. Lo stesso gran signore s'era portato in Morea per dar più calore all'impresa. Nel mercoledì santo, a dì 6 d'aprile dell'anno presente, un fierissimo tremuoto recò immensi danni alle città della Dalmazia e dell'Albania. Andò quasi tutta per terra la città di Ragusi, non essendosi salvati che quattrocento abitanti e sessanta monache. Tre giorni prima s'era ritirato il mare per tre miglia da quel porto. Budua restò totalmente distrutta; Castelnuovo e Dulcigno in gran parte atterrati; e la città di Cataro talmente fu inghiottita dalle acque del mare, che le navi passeggiavano liberamente sopra di essa. Sebenico e Traù furono anch'esse danneggiate assaissimo. Nella stessa Venezia si sentì la scossa di quel tremuoto,e in molti luoghi d'Italia, ma con far solamente paura.


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