MDCLXXIV

MDCLXXIVAnno diCristoMDCLXXIV. Indiz.XII.Clemente Xpapa 5.Leopoldoimperadore 17.Cominciarono in quest'anno a cangiar faccia gli affari dell'Olanda, perchè tanto s'industriarono i ministri di Spagna e gli amici degli Olandesi in Londra, che ilre Carlo IIlasciò andare la finora inutile alleanza colla Francia, e stabilì pace con essi Olandesi. Altrettanto poi fecero l'elettor di Colonia e il vescovo di Munster. Sbrigata l'Olanda da questi nemici, e rinforzata dall'armi dei collegati, cioè dell'imperadoree dellaSpagna, fece prendere altre risoluzioni al monarca franzese. Cioè abbandonò egli, alla riserva di Mastrich e di Grave, tutte le altre piazze occupate agli Olandesi, ma coll'avvertenza di torchiar prima le borse degli abitanti, di minare e far saltare le fortificazioni, e di asportarne tutte le artiglierie e munizioni. In bene e in male si parlò forte dappertutto di questo abbandonamento e di tante asprezze. Alla testa delle sue armate passò il re medesimo di nuovo nel mese di aprile verso la Franca Contea, e dopo alcuni vigorosi assedii s'impadronì di Gray, di Besanzone, di Dola, e d'ogni altro luogo forte di quella contrada, con piantarvi i gigli, che quivi fecero buone radici. Inferì danni ben gravi al palatino del Reno, perchè, lasciato il suo partito, aveva abbracciato quello dei collegati. Riuscì intanto agli Olandesi di guadagnar l'elettore di Brandeburgo, che con grandi forze venne in loro aiuto. Contra di tanti nemici era la sola Francia, ma senza sgomentarsi. Seguirono poi battaglie con varia fortuna dell'armi. Dall'un canto ilmaresciallo di Turrenae ilprincipe di Condèfecero di grandi prodezze.Minori dall'altra parte non furono quelle diGuglielmo principe d'Oranges, del vecchio generalissimoconte Raimondo MontecuccoliModenese, e delgeneral CapraraBolognese. Gran teatro di miserie per tanti paesi fu l'anno presente; e tutto per l'ambizione d'un solo monarca, le cui trionfali imprese venivano da' suoi popoli e parziali esaltate alle stelle, ma con diverso giudizio riguardate da altri, e detestate poi sommamente dai suoi avversarii.Scoppiò nell'anno presente la ribellion di Messina. Potea dirsi ben felice quella città per la copiosa popolazione e per l'abbondanza del commercio mercè del suo porto, il più sicuro di tutto il Mediterraneo; più felice ancora, perchè fra le città sottoposte alla monarchia di Spagna, niuna godea tanti privilegii ed esenzioni, come Messina, perchè avea ben governatore spagnuolo, ma ritenea forma di repubblica col suo senato, composto di nobili senatori e di alcuni ancora del popolo. Fu creduto che desse impulso alla sollevazione l'avere i regii ministri imposti nuovi tributi; perciocchè uso fu degli Spagnuoli, allorchè li pungeva la necessità delle guerre, di provvedere al bisogno presente, senza mettersi pensiero dell'avvenire col vendere i fondi del demanio e delle rendite regali nei regni di Napoli e Sicilia. Tornando poi nuove angustie per nuove guerre, altro ripiego non restava che d'inventar altre gabelle ed aggravii: del che si risentivano forte i popoli. Ma, per sentimento di altri, ebbe origine quell'incendio dall'avere i ministri spagnuoli introdotte e fomentate due fazioni nella città di Messina, o tentato di escludere dal governo i senatori. Nacquero perciò lamenti, satire e commozioni; e perchè furono castigati alcuni dei più insolenti, crebbe maggiormente l'alterazione del popolo, che spedì a Madrid le sue suppliche, affinchè il re provvedesse alla mala condotta de' suoi ministri, ma con riportarne solamente minaccie di gastighi e rigori. Perchè un dì del mese diagosto furono dal governator chiamati a palazzo tutti i senatori, sorse e prese fuoco una voce che si volesse levar loro la vita; e brutto indizio certamente fu l'essere state chiuse le porte del palazzo, appena vi furono essi entrati. Allora il popolo tutto corse all'armi, e trasse furiosamente al palazzo. Avvertito di questa sollevazione il governatoredon Diego Soria, fece aprir le porte, e lasciò tosto uscire i senatori illesi; ma questo non bastò a calmare l'ammutinata gente, che fieramente cominciò a cercare gli Spagnuoli, e gli obbligò a ritirarsi nelle quattro fortezze della città; ma senza insultare il governatore, che non volle abbandonare il palazzo, gridando essi intanto:Viva il re di Spagna. Informati pertanto di sì gran torbido ilmarchese di Baionavicerè di Sicilia, e ilmarchese d'Astorgavicerè di Napoli, non perderono tempo a spedir gente e navi alla volta di Messina, e far piazza d'armi a Melazzo, dando assai a conoscere che voleano colla forza soffocare quel fuoco.Allora fu che i Messinesi ruppero ogni misura, s'impossessarono di varii posti e del palazzo, e cominciarono le ostilità spezialmente contro la fortezza di San Salvatore, posta alla bocca del porto. Cacciarono anche di città chiunque era tenuto per ben affetto agli Spagnuoli. Intanto al vicerè Baiona giunsero cinque galee di Malta, altrettante di Genova; e vennero da Napoli e dalle città di Sicilia rinforzi di gente, coi quali cominciò egli a strignere la città coll'occupazione di vari siti. Ma usciti i Messinesi, con tal fierezza trattavano gii Spagnuoli, che questi ad ogni lor comparsa battevano la ritirata. La proposizion fatta d'un perdon generale ebbe poca fortuna, perchè venendo accompagnata dall'armi, non istimò il popolo di potersene fidare, e massimamente sapendo di che tempra fosse il genio spagnuolo. Aveano già i Messinesi, assai conoscenti che le lor forze non avrebbono potuto reggere, spedito a Roma Antonio Caffaro a trattare colduca di Etrèambasciatore di Francia, con offerir la loro città al re Cristianissimo, ottenuta la quale, si facea credere assai facile la conquista di tutta l'isola. Volarono corrieri alre Luigi, che corse tosto al buon mercato, ed ordinò che il commendator di Valbella con sei vascelli da guerra portasse viveri e munizioni a Messina; che questo presentemente era il suo maggior bisogno. Arrivato che fu colà il Valbella, fu proclamato il re di Francia per suo padrone dal popolo, cantato ilTe Deum, inalberati dappertutto gli stendardi coi gigli, ed affrettata l'espugnazione di San Salvatore, che in fine fu costretto alla resa. Nuovo vicerè in questo mentre giunse in Sicilia ilmarchese di Villafranca, e colà arrivarono ancora molte milizie spedite da Milano e dalla Catalogna, colle quali si cominciò a maggiormente angustiar Messina, impedendo l'introduzione dei viveri; di maniera che non finì l'anno presente che si trovò ridotto quel popolo in pessimo stato, e gli Spagnuoli si teneano come in pugno di vederlo venir fra poco colla corda al collo a chiedere misericordia.Nè mancarono a Roma i suoi sconcerti nell'anno presente. Intento ilcardinale Altieria rendere maggiormente fruttifera la dogana di Roma, trovò il gran segreto di mettere una nuova imposta di un tre per cento sopra qualsivoglia roba mercantile che s'introducesse nella città, obbligando a questo pagamento qualsivoglia persona, senza dichiarar punto di eccettuarne i cardinali e gli ambasciatori: dal che sarebbe provenuto un gran vantaggio alla camera, e, per quanto fu creduto, anche al cardinale stesso, dicendosi che i gabellieri gli aveano promesso venti mila doble, se levava le esenzioni ad essi ambasciatori. Furono anche in procinto di mettere la pena di scomunica contro i contravventori, se saggi teologi non l'avessero impedito. Pretendeva infatti il cardinale che quei pubblici rappresentanti si abusassero dell'esenzion fin qui loro accordata; e non avea il torto,perchè ordinario costume degli uomini è il far fruttare, per quanto si può, la propria bottega. Per questo editto, pubblicato nel dì 18 di giugno, e poi con dichiarazione più precisa nel dì 11 di settembre, dove tutti si vedeano sottoposti alla confiscazion delle robe, a pene pecuniarie ed anche corporali si alterarono forte non pochi porporati, ma specialmente protestarono offeso il lor carattere, e i pretesi lor diritti gli ambasciatori delle corone; perlochè unironsi insieme quei di Cesare, di Francia, di Spagna e di Venezia, chiedendone soddisfazione. Rispondeva l'Altieri che il papa era padrone in casa sua, e co' suoi domestici si burlava di loro, perchè le potenze si trovavano allora in troppi impegni di guerra. Mandarono tutti e quattro gli ambasciatori i lor gentiluomini a chiedere udienza al papa; e il maestro di camera rispose che sua santità per quattro giorni avvenire si trovava impedito, benchè poi lo stesso pontefice confessasse di non averlo saputo, e ne sgridasse,quando lo seppe, il mastro di camera. Inviarono i lor segretarii per avere udienza dal cardinale Altieri, ed egli fece serrar loro in faccia le porte del suo appartamento, tirar le catene a quelle del palazzo papale e rinforzar le guardie; locchè pretesero gli ambasciatori un maggiore strapazzo alla lor dignità. Intanto fu scritto ai nunzii, affinchè rappresentassero alle corti gli eccessi degli ambasciatori, pretendendo questi, all'incontro, che fossero calunnie, e di provarlo coi mandati da loro spediti, dei quali mai non poterono ottener nota. Continuò tutto il resto dell'anno con varie scene, raggiri ed artifizii, che si leggono nelle relazioni manuscritte di quei tempi. Il papa rimise l'affare in arbitri, ad una congregazione; e finì l'anno senza che gli ambasciatori spuntassero cosa alcuna. Il duca di Etrè quasi solo tenne saldo, perchè dal suo sovrano ricevè ordine di sostener con vigore tutto quanto o di ragione o di fatto aveano praticato i precedenti ministri.FINE DEL VOLUME VI.

Cominciarono in quest'anno a cangiar faccia gli affari dell'Olanda, perchè tanto s'industriarono i ministri di Spagna e gli amici degli Olandesi in Londra, che ilre Carlo IIlasciò andare la finora inutile alleanza colla Francia, e stabilì pace con essi Olandesi. Altrettanto poi fecero l'elettor di Colonia e il vescovo di Munster. Sbrigata l'Olanda da questi nemici, e rinforzata dall'armi dei collegati, cioè dell'imperadoree dellaSpagna, fece prendere altre risoluzioni al monarca franzese. Cioè abbandonò egli, alla riserva di Mastrich e di Grave, tutte le altre piazze occupate agli Olandesi, ma coll'avvertenza di torchiar prima le borse degli abitanti, di minare e far saltare le fortificazioni, e di asportarne tutte le artiglierie e munizioni. In bene e in male si parlò forte dappertutto di questo abbandonamento e di tante asprezze. Alla testa delle sue armate passò il re medesimo di nuovo nel mese di aprile verso la Franca Contea, e dopo alcuni vigorosi assedii s'impadronì di Gray, di Besanzone, di Dola, e d'ogni altro luogo forte di quella contrada, con piantarvi i gigli, che quivi fecero buone radici. Inferì danni ben gravi al palatino del Reno, perchè, lasciato il suo partito, aveva abbracciato quello dei collegati. Riuscì intanto agli Olandesi di guadagnar l'elettore di Brandeburgo, che con grandi forze venne in loro aiuto. Contra di tanti nemici era la sola Francia, ma senza sgomentarsi. Seguirono poi battaglie con varia fortuna dell'armi. Dall'un canto ilmaresciallo di Turrenae ilprincipe di Condèfecero di grandi prodezze.Minori dall'altra parte non furono quelle diGuglielmo principe d'Oranges, del vecchio generalissimoconte Raimondo MontecuccoliModenese, e delgeneral CapraraBolognese. Gran teatro di miserie per tanti paesi fu l'anno presente; e tutto per l'ambizione d'un solo monarca, le cui trionfali imprese venivano da' suoi popoli e parziali esaltate alle stelle, ma con diverso giudizio riguardate da altri, e detestate poi sommamente dai suoi avversarii.

Scoppiò nell'anno presente la ribellion di Messina. Potea dirsi ben felice quella città per la copiosa popolazione e per l'abbondanza del commercio mercè del suo porto, il più sicuro di tutto il Mediterraneo; più felice ancora, perchè fra le città sottoposte alla monarchia di Spagna, niuna godea tanti privilegii ed esenzioni, come Messina, perchè avea ben governatore spagnuolo, ma ritenea forma di repubblica col suo senato, composto di nobili senatori e di alcuni ancora del popolo. Fu creduto che desse impulso alla sollevazione l'avere i regii ministri imposti nuovi tributi; perciocchè uso fu degli Spagnuoli, allorchè li pungeva la necessità delle guerre, di provvedere al bisogno presente, senza mettersi pensiero dell'avvenire col vendere i fondi del demanio e delle rendite regali nei regni di Napoli e Sicilia. Tornando poi nuove angustie per nuove guerre, altro ripiego non restava che d'inventar altre gabelle ed aggravii: del che si risentivano forte i popoli. Ma, per sentimento di altri, ebbe origine quell'incendio dall'avere i ministri spagnuoli introdotte e fomentate due fazioni nella città di Messina, o tentato di escludere dal governo i senatori. Nacquero perciò lamenti, satire e commozioni; e perchè furono castigati alcuni dei più insolenti, crebbe maggiormente l'alterazione del popolo, che spedì a Madrid le sue suppliche, affinchè il re provvedesse alla mala condotta de' suoi ministri, ma con riportarne solamente minaccie di gastighi e rigori. Perchè un dì del mese diagosto furono dal governator chiamati a palazzo tutti i senatori, sorse e prese fuoco una voce che si volesse levar loro la vita; e brutto indizio certamente fu l'essere state chiuse le porte del palazzo, appena vi furono essi entrati. Allora il popolo tutto corse all'armi, e trasse furiosamente al palazzo. Avvertito di questa sollevazione il governatoredon Diego Soria, fece aprir le porte, e lasciò tosto uscire i senatori illesi; ma questo non bastò a calmare l'ammutinata gente, che fieramente cominciò a cercare gli Spagnuoli, e gli obbligò a ritirarsi nelle quattro fortezze della città; ma senza insultare il governatore, che non volle abbandonare il palazzo, gridando essi intanto:Viva il re di Spagna. Informati pertanto di sì gran torbido ilmarchese di Baionavicerè di Sicilia, e ilmarchese d'Astorgavicerè di Napoli, non perderono tempo a spedir gente e navi alla volta di Messina, e far piazza d'armi a Melazzo, dando assai a conoscere che voleano colla forza soffocare quel fuoco.

Allora fu che i Messinesi ruppero ogni misura, s'impossessarono di varii posti e del palazzo, e cominciarono le ostilità spezialmente contro la fortezza di San Salvatore, posta alla bocca del porto. Cacciarono anche di città chiunque era tenuto per ben affetto agli Spagnuoli. Intanto al vicerè Baiona giunsero cinque galee di Malta, altrettante di Genova; e vennero da Napoli e dalle città di Sicilia rinforzi di gente, coi quali cominciò egli a strignere la città coll'occupazione di vari siti. Ma usciti i Messinesi, con tal fierezza trattavano gii Spagnuoli, che questi ad ogni lor comparsa battevano la ritirata. La proposizion fatta d'un perdon generale ebbe poca fortuna, perchè venendo accompagnata dall'armi, non istimò il popolo di potersene fidare, e massimamente sapendo di che tempra fosse il genio spagnuolo. Aveano già i Messinesi, assai conoscenti che le lor forze non avrebbono potuto reggere, spedito a Roma Antonio Caffaro a trattare colduca di Etrèambasciatore di Francia, con offerir la loro città al re Cristianissimo, ottenuta la quale, si facea credere assai facile la conquista di tutta l'isola. Volarono corrieri alre Luigi, che corse tosto al buon mercato, ed ordinò che il commendator di Valbella con sei vascelli da guerra portasse viveri e munizioni a Messina; che questo presentemente era il suo maggior bisogno. Arrivato che fu colà il Valbella, fu proclamato il re di Francia per suo padrone dal popolo, cantato ilTe Deum, inalberati dappertutto gli stendardi coi gigli, ed affrettata l'espugnazione di San Salvatore, che in fine fu costretto alla resa. Nuovo vicerè in questo mentre giunse in Sicilia ilmarchese di Villafranca, e colà arrivarono ancora molte milizie spedite da Milano e dalla Catalogna, colle quali si cominciò a maggiormente angustiar Messina, impedendo l'introduzione dei viveri; di maniera che non finì l'anno presente che si trovò ridotto quel popolo in pessimo stato, e gli Spagnuoli si teneano come in pugno di vederlo venir fra poco colla corda al collo a chiedere misericordia.

Nè mancarono a Roma i suoi sconcerti nell'anno presente. Intento ilcardinale Altieria rendere maggiormente fruttifera la dogana di Roma, trovò il gran segreto di mettere una nuova imposta di un tre per cento sopra qualsivoglia roba mercantile che s'introducesse nella città, obbligando a questo pagamento qualsivoglia persona, senza dichiarar punto di eccettuarne i cardinali e gli ambasciatori: dal che sarebbe provenuto un gran vantaggio alla camera, e, per quanto fu creduto, anche al cardinale stesso, dicendosi che i gabellieri gli aveano promesso venti mila doble, se levava le esenzioni ad essi ambasciatori. Furono anche in procinto di mettere la pena di scomunica contro i contravventori, se saggi teologi non l'avessero impedito. Pretendeva infatti il cardinale che quei pubblici rappresentanti si abusassero dell'esenzion fin qui loro accordata; e non avea il torto,perchè ordinario costume degli uomini è il far fruttare, per quanto si può, la propria bottega. Per questo editto, pubblicato nel dì 18 di giugno, e poi con dichiarazione più precisa nel dì 11 di settembre, dove tutti si vedeano sottoposti alla confiscazion delle robe, a pene pecuniarie ed anche corporali si alterarono forte non pochi porporati, ma specialmente protestarono offeso il lor carattere, e i pretesi lor diritti gli ambasciatori delle corone; perlochè unironsi insieme quei di Cesare, di Francia, di Spagna e di Venezia, chiedendone soddisfazione. Rispondeva l'Altieri che il papa era padrone in casa sua, e co' suoi domestici si burlava di loro, perchè le potenze si trovavano allora in troppi impegni di guerra. Mandarono tutti e quattro gli ambasciatori i lor gentiluomini a chiedere udienza al papa; e il maestro di camera rispose che sua santità per quattro giorni avvenire si trovava impedito, benchè poi lo stesso pontefice confessasse di non averlo saputo, e ne sgridasse,quando lo seppe, il mastro di camera. Inviarono i lor segretarii per avere udienza dal cardinale Altieri, ed egli fece serrar loro in faccia le porte del suo appartamento, tirar le catene a quelle del palazzo papale e rinforzar le guardie; locchè pretesero gli ambasciatori un maggiore strapazzo alla lor dignità. Intanto fu scritto ai nunzii, affinchè rappresentassero alle corti gli eccessi degli ambasciatori, pretendendo questi, all'incontro, che fossero calunnie, e di provarlo coi mandati da loro spediti, dei quali mai non poterono ottener nota. Continuò tutto il resto dell'anno con varie scene, raggiri ed artifizii, che si leggono nelle relazioni manuscritte di quei tempi. Il papa rimise l'affare in arbitri, ad una congregazione; e finì l'anno senza che gli ambasciatori spuntassero cosa alcuna. Il duca di Etrè quasi solo tenne saldo, perchè dal suo sovrano ricevè ordine di sostener con vigore tutto quanto o di ragione o di fatto aveano praticato i precedenti ministri.

FINE DEL VOLUME VI.

INDICEANNALI D'ITALIA FINO ALL'ANNO 1500MCCCCLXIVMCCCCLXVMCCCCLXVIMCCCCLXVIIMCCCCLXVIIIMCCCCLXIXMCCCCLXXMCCCCLXXIMCCCCLXXIIMCCCCLXXIIIMCCCCLXXIVMCCCCLXXVMCCCCLXXVIMCCCCLXXVIIMCCCCLXXVIIIMCCCCLXXIXMCCCCLXXXMCCCCLXXXIMCCCCLXXXIIMCCCCLXXXIIIMCCCCLXXXIVMCCCCLXXXVMCCCCLXXXVIMCCCCLXXXVIIMCCCCLXXXVIIIMCCCCLXXXIXMCCCCXCMCCCCXCIMCCCCXCIIMCCCCXCIIIMCCCCXCIVMCCCCXCVMCCCCXCVIMCCCCXCVIIMCCCCXCVIIIMCCCCXCIXMDCONCLUSIONE DELL'OPERAANNALI D'ITALIA FINO ALL'ANNO 1750PREFAZIONEMDIMDIIMDIIIMDIVMDVMDVIMDVIIMDVIIIMDIXMDXMDXIMDXIIMDXIIIMDXIVMDXVMDXVIMDXVIIMDXVIIIMDXIXMDXXMDXXIMDXXIIMDXXIIIMDXXIVMDXXVMDXXVIMDXXVIIMDXXVIIIMDXXIXMDXXXMDXXXIMDXXXIIMDXXXIIIMDXXXIVMDXXXVMDXXXVIMDXXXVIIMDXXXVIIIMDXXXIXMDXLIMDXLIIMDXLIIIMDXLIVMDXLVMDXLVIMDXLVIIMDXLVIIIMDXLIXMDLMDLIMDLIIMDLIIIMDLIVMDLVMDLVIMDLVIIMDLVIIIMDLIXMDLXMDLXIMDLXIIMDLXIIIMDLXIVMDLXVMDLXVIMDLXVIIMDLXVIIIMDLXIXMDLXXMDLXXIMDLXXIIMDLXXIIIMDLXXIVMDLXXVMDLXXVIMDLXXVIIMDLXXVIIIMDLXXIXMDLXXXMDLXXXIMDLXXXIIMDLXXXIIIMDLXXXIVMDLXXXVMDLXXXVIMDLXXXVIIMDLXXXVIIIMDLXXXIXMDXCMDXCIMDXCIIMDXCIIIMDXCIVMDXCVMDXCVIMDXCVIIMDXCVIIIMDXCIXMDCMDCIMDCIIMDCIIIMDCIVMDCVMDCVIMDCVIIMDCVIIIMDCIXMDCXMDCXIMDCXIIMDCXIIIMDCXIVMDCXVMDCXVIMDCXVIIMDCXVIIIMDCXIXMDCXXMDCXXIMDCXXIIMDCXXIIIMDCXXIVMDCXXVMDCXXVIMDCLXXVIIMDCXXVIIIMDCXXIXMDCXXXMDCXXXIMDCXXXIIMDCXXXIIIMDCXXXIVMDCXXXVMDCXXXVIMDCXXXVIIMDCXXXVIIIMDCXXXIXMDCXLMDCXLIMDCXLIIMDCXLIIIMDCXLIVMDCXLVMDCXLVIMDCXLVIIMDCXLVIIIMDCXLIXMDCLMDCLIMDCLIIMDCLIIIMDCLIVMDCLVMDCLVIMDCLVIIMDCLVIIIMDCLIXMDCLXMDCLXIMDCLXIIMDCLXIIIMDCLXIVMDCLXVMDCLXVIMDCLXVIIMDCLXVIIIMDCLXIXMDCLXXMDCLXXIMDCLXXIIMDCLXXIIIMDCLXXIV

ANNALI D'ITALIA FINO ALL'ANNO 1500

MCCCCLXIVMCCCCLXVMCCCCLXVIMCCCCLXVIIMCCCCLXVIIIMCCCCLXIXMCCCCLXXMCCCCLXXIMCCCCLXXIIMCCCCLXXIIIMCCCCLXXIVMCCCCLXXVMCCCCLXXVIMCCCCLXXVIIMCCCCLXXVIIIMCCCCLXXIXMCCCCLXXXMCCCCLXXXIMCCCCLXXXIIMCCCCLXXXIIIMCCCCLXXXIVMCCCCLXXXVMCCCCLXXXVIMCCCCLXXXVIIMCCCCLXXXVIIIMCCCCLXXXIXMCCCCXCMCCCCXCIMCCCCXCIIMCCCCXCIIIMCCCCXCIVMCCCCXCVMCCCCXCVIMCCCCXCVIIMCCCCXCVIIIMCCCCXCIXMD

CONCLUSIONE DELL'OPERAANNALI D'ITALIA FINO ALL'ANNO 1750PREFAZIONE

MDIMDIIMDIIIMDIVMDVMDVIMDVIIMDVIIIMDIXMDXMDXIMDXIIMDXIIIMDXIVMDXVMDXVIMDXVIIMDXVIIIMDXIXMDXXMDXXIMDXXIIMDXXIIIMDXXIVMDXXVMDXXVIMDXXVIIMDXXVIIIMDXXIXMDXXXMDXXXIMDXXXIIMDXXXIIIMDXXXIVMDXXXVMDXXXVIMDXXXVIIMDXXXVIIIMDXXXIXMDXLIMDXLIIMDXLIIIMDXLIVMDXLVMDXLVIMDXLVIIMDXLVIIIMDXLIXMDLMDLIMDLIIMDLIIIMDLIVMDLVMDLVIMDLVIIMDLVIIIMDLIXMDLXMDLXIMDLXIIMDLXIIIMDLXIVMDLXVMDLXVIMDLXVIIMDLXVIIIMDLXIXMDLXXMDLXXIMDLXXIIMDLXXIIIMDLXXIVMDLXXVMDLXXVIMDLXXVIIMDLXXVIIIMDLXXIXMDLXXXMDLXXXIMDLXXXIIMDLXXXIIIMDLXXXIVMDLXXXVMDLXXXVIMDLXXXVIIMDLXXXVIIIMDLXXXIXMDXCMDXCIMDXCIIMDXCIIIMDXCIVMDXCVMDXCVIMDXCVIIMDXCVIIIMDXCIXMDCMDCIMDCIIMDCIIIMDCIVMDCVMDCVIMDCVIIMDCVIIIMDCIXMDCXMDCXIMDCXIIMDCXIIIMDCXIVMDCXVMDCXVIMDCXVIIMDCXVIIIMDCXIXMDCXXMDCXXIMDCXXIIMDCXXIIIMDCXXIVMDCXXVMDCXXVIMDCLXXVIIMDCXXVIIIMDCXXIXMDCXXXMDCXXXIMDCXXXIIMDCXXXIIIMDCXXXIVMDCXXXVMDCXXXVIMDCXXXVIIMDCXXXVIIIMDCXXXIXMDCXLMDCXLIMDCXLIIMDCXLIIIMDCXLIVMDCXLVMDCXLVIMDCXLVIIMDCXLVIIIMDCXLIXMDCLMDCLIMDCLIIMDCLIIIMDCLIVMDCLVMDCLVIMDCLVIIMDCLVIIIMDCLIXMDCLXMDCLXIMDCLXIIMDCLXIIIMDCLXIVMDCLXVMDCLXVIMDCLXVIIMDCLXVIIIMDCLXIXMDCLXXMDCLXXIMDCLXXIIMDCLXXIIIMDCLXXIV

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.Per facilitare la consultazione è stato aggiunto un indice alla fine del testo.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Per facilitare la consultazione è stato aggiunto un indice alla fine del testo.


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