MDCVIIAnno diCristoMDCVII. IndizioneV.Paolo Vpapa 3.Rodolfo IIimperadore 32.Sul principio di quest'anno non altro si mirava in Italia che disposizioni del papa di prorompere in una più aperta rottura colla repubblica di Venezia, giacchè questa si mostrava bensì sempre costante nell'ossequio della fede e Chiesa cattolica, ma inflessibile ne' suoi decreti, e sprezzante delle censure adoperate dal romano pontefice. Fece dunquepapa Paolomassa grande d'armati, con dichiararne generale Francesco Borghese suo fratello, e Mario Farnese suo luogotenente. Spedìa Genova per arrolare quattro mila Corsi, e agli Svizzeri per avere tre mila fanti di quella nazione. Accrebbe i presidii e le fortificazioni di Ferrara e delle città marittime. In somma avreste detto che Roma pensava daddovero a far delle prodezze. E tanto più corse voce, perchèFilippo III redi Spagna promise d'entrare in questo ballo per sostenere l'autorità pontificia, e andarono anche ordini di far gente alconte di Fuentesgovernator di Milano, ministro, che nulla più sospirava che il lucroso mestiere di comandare a un'armata. Ma non dormivano i Veneziani; perchè, oltre all'armamento da lor fatto in Italia, mossero Francesco conte di Vaudemonte figlio del duca di Lorena, lor generale, a far leva di molte migliaia di soldati alemanni. Altrettanto tentarono coi Grigioni lor collegati e cogli Svizzeri, avendo colà inviate a questo fine grosse rimesse di danaro. Allestirono medesimamente gran copia di navi in mare, nel Po e nel lago di Garda, facendo intanto sapere a tutti i principi d'essere pronti a sacrificar ogni cosa per nulla cedere in questa controversia, persuasi che la ragione e la giustizia fosse dal canto loro. Ma non pertanto non si lasciava di trattar di pace, gareggiando in questo nobil uffizio per ottener la gloria del primato i re di Francia e di Spagna, e i duchi di Savoia e di Firenze. MaArrigo IV reCristianissimo, che andava innanzi agli altri nell'amore verso il senato veneto, quegli fu che più ardentemente si maneggiò per questo affare. Spedì egli in ItaliaFrancesco cardinale di Gioiosa, che verso la metà di febbraio comparve a Venezia. Trattò il cardinale lungamente con quel senato, e, ben capita la lor mente, si mosse dipoi alla volta di Roma, dove pervenne nel dì 22 di marzo, e cominciò a far gustare il bene della concordia e i mali grandi della discordia, rappresentando che se gli Spagnuoli, i quali non cessavano di contrariar la buona intenzione del re Cristianissimo, fossero venuti all'armi, non avrebbe potuto il suore dispensarsi dall'opporsi ai loro disegni. Che il re d'Inghilterra prometteva aiuti a Venezia, ed avrebbe dichiarata la guerra alla Spagna. Che non erano più questi i secoli barbarici, ed essersi coi tempi mutate anche le massime, e sminuite di troppo le forze della camera apostolica. Ora il papa, che finalmente s'era accorto qual poco capitale si potesse far dei sussidii del re Cattolico, già titubante per timore di tirarsi addosso delle disgustose brighe, e conosceva di non poter reggere solo a sì grave impegno; concertate col Gioiosa le maniere di salvare il suo decoro, gli diede facoltà, con istruzione sottoscritta di suo pugno, di conchiudere l'accordo e di levar via l'interdetto.Allegro il cardinale con prendere le poste arrivò di nuovo a Venezia nel dì 9 di aprile, ed espose nel giorno seguente le commessioni sue e le condizioni della concordia. A questa si trovò un grande intoppo, perchè una delle maggiori premure del pontefice era che i gesuiti fossero, come prima, rimessi nei primieri loro collegii in Venezia e nelle altre città della repubblica: al che il senato si scoprì sommamente renitente per varii motivi. Fece quanto potè il Gioiosa per superar questa loro avversione, e vi si adoperò anche don Francesco di Castro ambasciatore del re Cattolico, ma senza che alcuno potesse vincere quella pugna. Non per questo cessò di farsi l'accordo. Pertanto nella mattina del dì 21 di aprile furono consegnati all'ambasciatore di Francia l'abbate di Nervesa e il canonico Vicentino, già prigioni, dal segretario della repubblica, protestante di darli al re Cristianissimo in segno della lor gratitudine ed ossequio senza pregiudizio della autorità della repubblica. Questi poi vennero dati dal Gioiosa al commessario del papa, mandato a tale effetto. Eseguito questo preliminare, entrò il cardinale nel collegio, dove era il doge e i savii, e quivi a porte chiuse fu rivocato l'interdetto colle censure, e similmente rivocato dal senato ogni atto fatto in contrario.Furono anche rimessi in grazia, a riserva de' gesuiti, gli altri religiosi, e decretata la spedizion di un ambasciatore al pontefice, per rendergli grazie, e per confermare alla santità sua la filial riverenza della repubblica. Come passasse nel chiuso collegio la riconciliazione suddetta, non trovo chi me ne possa accertare. Si dee tenere per certo, che a Roma fu scritto, come il senato avea ricevuta l'assoluzione dalle censure; ma i Veneziani l'hanno sempre negato. Resta nondimeno una particolarità indubitata: cioè che quella repubblica continuò dipoi, e tuttavia continua, a mantenere i suoi decreti intorno ai beni stabili lasciati agli ecclesiastici, e alla fondazione di nuove chiese, siccome anche l'autorità sua consueta di giudicare gli ecclesiastici delinquenti. Fu data speranza al pontefice che quel senato rallenterebbe fra qualche tempo il suo rigore contro i religiosi della compagnia di Gesù; ma non seguì il ritorno loro in Venezia se non l'anno 1657, siccome diremo.Troppo oramai rincresceva all'arciduca Albertoil peso della guerra colle Provincie Unite; anzi non ne poteva di più, perchè trovava come seccate le fontane dell'oro di Spagna, senza le quali a lui era impossibile di sostentarsi: laddove gli Olandesi sempre più venivano rinvigoriti dal loro commercio per mare, che ogni giorno andava crescendo, sino a mettere flotte in mare, le quali non temevano delle spagnuole, siccome in questo anno ancora avvenne, avendo nel dì 24 d'aprile verso il promontorio di San Vincenzo essi Olandesi data una rotta all'armata navale di Spagna, colla morte di circa due mila persone dalla parte dei vinti e colla perdita di alquante galee. Il perchè l'arciduca, ottenutane la permissione dalla corte di Madrid, fece muovere parola di pace colle Provincie suddette. Non negarono orecchio a qualche pratica di accomodamento gli Olandesi, con richiedere nondimeno per preliminare che il re di Spagna e l'arciducali riconoscessero per popoli liberi. Si trovarono delle speciose ragioni per accordar questo punto colle parole, attribuendosi poi i monarchi il privilegio di poterle interpretare in varii sensi, allorchè si presentano più favorevoli occasioni. Quindi si pensò a trattar daddovero di sì importante negozio: al qual fine seguì una sospension d'armi per otto mesi. Ma perchè le ratificazioni e i mandati che venivano di Spagna, come troppo generali o intriganti, non soddisfaceano agli Olandesi, e il conte Maurizio sopra gli altri faceva di mano e di piedi per interrompere ogni pratica d'accordo, per timore che una pace desse troppo gran tracollo alla propria autorità: nulla si conchiuse di più nell'anno presente. Si provarono in questi tempi le galee diFerdinando gran ducadi Toscana di sorprendere con una improvvisata la città di Famagosta in Cipri, per l'avviso da buona parte venuto della smilza guarnigione che vi tenevano i Turchi. Ma giunte colà, vi trovarono maggior presidio di quel che credevano: del che, siccome già accennammo, furono incolpati i Giudei, quasichè avessero preventivamente avvisati di quella spedizione i Musulmani. Si trovarono le scale preparate non assai lunghe pel bisogno, e la porta destinata riempiuta di terra nel di dentro. Però furono rigettati i cristiani con perdita di cento di essi, e gli altri durarono fatica a rimbarcarsi. Se ne tornarono essi ben confusi alle lor case, con prendere solamente per viaggio tre fuste turchesche. Fu cagione nondimeno il lor tentativo che dei poveri Greci abitanti in Famagosta molti furono presi, e per lievi indizii che avessero avuta intelligenza coi Toscani, condannati a cruda morte. Fece gran rumore nell'anno presente tanto in Italia che fuori d'essa l'avvenimento di fra Paolo servita, famoso teologo della repubblica di Venezia, dopo aver egli sostenuto le di lei ragioni nella lite con Roma. Per quanto si ha da Vittorio Siri nelle memorie recondite, fu egli onoratamente avvertitodalcardinal Bellarminodi stare in guardia, perchè si macchinava contro la sua vita. Per questo, d'ordine dello Stato, andò egli per qualche tempo armato di giacco sotto la tonaca. Stanco di quel peso, lo depose. Assalito un giorno da appostati sicarii, fu steso come morto a terra con ventitrè pugnalate o ferite, salvandosi poi coloro in una peota ben armata, che il nunzio tenea da parecchi giorni preparata. Guarì poi fra Paolo, e il Siri scrive, essere stato innocente di quel fatto il papa, e che ne fu comunemente incolpato ilcardinal Borghesesuo nipote.
Sul principio di quest'anno non altro si mirava in Italia che disposizioni del papa di prorompere in una più aperta rottura colla repubblica di Venezia, giacchè questa si mostrava bensì sempre costante nell'ossequio della fede e Chiesa cattolica, ma inflessibile ne' suoi decreti, e sprezzante delle censure adoperate dal romano pontefice. Fece dunquepapa Paolomassa grande d'armati, con dichiararne generale Francesco Borghese suo fratello, e Mario Farnese suo luogotenente. Spedìa Genova per arrolare quattro mila Corsi, e agli Svizzeri per avere tre mila fanti di quella nazione. Accrebbe i presidii e le fortificazioni di Ferrara e delle città marittime. In somma avreste detto che Roma pensava daddovero a far delle prodezze. E tanto più corse voce, perchèFilippo III redi Spagna promise d'entrare in questo ballo per sostenere l'autorità pontificia, e andarono anche ordini di far gente alconte di Fuentesgovernator di Milano, ministro, che nulla più sospirava che il lucroso mestiere di comandare a un'armata. Ma non dormivano i Veneziani; perchè, oltre all'armamento da lor fatto in Italia, mossero Francesco conte di Vaudemonte figlio del duca di Lorena, lor generale, a far leva di molte migliaia di soldati alemanni. Altrettanto tentarono coi Grigioni lor collegati e cogli Svizzeri, avendo colà inviate a questo fine grosse rimesse di danaro. Allestirono medesimamente gran copia di navi in mare, nel Po e nel lago di Garda, facendo intanto sapere a tutti i principi d'essere pronti a sacrificar ogni cosa per nulla cedere in questa controversia, persuasi che la ragione e la giustizia fosse dal canto loro. Ma non pertanto non si lasciava di trattar di pace, gareggiando in questo nobil uffizio per ottener la gloria del primato i re di Francia e di Spagna, e i duchi di Savoia e di Firenze. MaArrigo IV reCristianissimo, che andava innanzi agli altri nell'amore verso il senato veneto, quegli fu che più ardentemente si maneggiò per questo affare. Spedì egli in ItaliaFrancesco cardinale di Gioiosa, che verso la metà di febbraio comparve a Venezia. Trattò il cardinale lungamente con quel senato, e, ben capita la lor mente, si mosse dipoi alla volta di Roma, dove pervenne nel dì 22 di marzo, e cominciò a far gustare il bene della concordia e i mali grandi della discordia, rappresentando che se gli Spagnuoli, i quali non cessavano di contrariar la buona intenzione del re Cristianissimo, fossero venuti all'armi, non avrebbe potuto il suore dispensarsi dall'opporsi ai loro disegni. Che il re d'Inghilterra prometteva aiuti a Venezia, ed avrebbe dichiarata la guerra alla Spagna. Che non erano più questi i secoli barbarici, ed essersi coi tempi mutate anche le massime, e sminuite di troppo le forze della camera apostolica. Ora il papa, che finalmente s'era accorto qual poco capitale si potesse far dei sussidii del re Cattolico, già titubante per timore di tirarsi addosso delle disgustose brighe, e conosceva di non poter reggere solo a sì grave impegno; concertate col Gioiosa le maniere di salvare il suo decoro, gli diede facoltà, con istruzione sottoscritta di suo pugno, di conchiudere l'accordo e di levar via l'interdetto.
Allegro il cardinale con prendere le poste arrivò di nuovo a Venezia nel dì 9 di aprile, ed espose nel giorno seguente le commessioni sue e le condizioni della concordia. A questa si trovò un grande intoppo, perchè una delle maggiori premure del pontefice era che i gesuiti fossero, come prima, rimessi nei primieri loro collegii in Venezia e nelle altre città della repubblica: al che il senato si scoprì sommamente renitente per varii motivi. Fece quanto potè il Gioiosa per superar questa loro avversione, e vi si adoperò anche don Francesco di Castro ambasciatore del re Cattolico, ma senza che alcuno potesse vincere quella pugna. Non per questo cessò di farsi l'accordo. Pertanto nella mattina del dì 21 di aprile furono consegnati all'ambasciatore di Francia l'abbate di Nervesa e il canonico Vicentino, già prigioni, dal segretario della repubblica, protestante di darli al re Cristianissimo in segno della lor gratitudine ed ossequio senza pregiudizio della autorità della repubblica. Questi poi vennero dati dal Gioiosa al commessario del papa, mandato a tale effetto. Eseguito questo preliminare, entrò il cardinale nel collegio, dove era il doge e i savii, e quivi a porte chiuse fu rivocato l'interdetto colle censure, e similmente rivocato dal senato ogni atto fatto in contrario.Furono anche rimessi in grazia, a riserva de' gesuiti, gli altri religiosi, e decretata la spedizion di un ambasciatore al pontefice, per rendergli grazie, e per confermare alla santità sua la filial riverenza della repubblica. Come passasse nel chiuso collegio la riconciliazione suddetta, non trovo chi me ne possa accertare. Si dee tenere per certo, che a Roma fu scritto, come il senato avea ricevuta l'assoluzione dalle censure; ma i Veneziani l'hanno sempre negato. Resta nondimeno una particolarità indubitata: cioè che quella repubblica continuò dipoi, e tuttavia continua, a mantenere i suoi decreti intorno ai beni stabili lasciati agli ecclesiastici, e alla fondazione di nuove chiese, siccome anche l'autorità sua consueta di giudicare gli ecclesiastici delinquenti. Fu data speranza al pontefice che quel senato rallenterebbe fra qualche tempo il suo rigore contro i religiosi della compagnia di Gesù; ma non seguì il ritorno loro in Venezia se non l'anno 1657, siccome diremo.
Troppo oramai rincresceva all'arciduca Albertoil peso della guerra colle Provincie Unite; anzi non ne poteva di più, perchè trovava come seccate le fontane dell'oro di Spagna, senza le quali a lui era impossibile di sostentarsi: laddove gli Olandesi sempre più venivano rinvigoriti dal loro commercio per mare, che ogni giorno andava crescendo, sino a mettere flotte in mare, le quali non temevano delle spagnuole, siccome in questo anno ancora avvenne, avendo nel dì 24 d'aprile verso il promontorio di San Vincenzo essi Olandesi data una rotta all'armata navale di Spagna, colla morte di circa due mila persone dalla parte dei vinti e colla perdita di alquante galee. Il perchè l'arciduca, ottenutane la permissione dalla corte di Madrid, fece muovere parola di pace colle Provincie suddette. Non negarono orecchio a qualche pratica di accomodamento gli Olandesi, con richiedere nondimeno per preliminare che il re di Spagna e l'arciducali riconoscessero per popoli liberi. Si trovarono delle speciose ragioni per accordar questo punto colle parole, attribuendosi poi i monarchi il privilegio di poterle interpretare in varii sensi, allorchè si presentano più favorevoli occasioni. Quindi si pensò a trattar daddovero di sì importante negozio: al qual fine seguì una sospension d'armi per otto mesi. Ma perchè le ratificazioni e i mandati che venivano di Spagna, come troppo generali o intriganti, non soddisfaceano agli Olandesi, e il conte Maurizio sopra gli altri faceva di mano e di piedi per interrompere ogni pratica d'accordo, per timore che una pace desse troppo gran tracollo alla propria autorità: nulla si conchiuse di più nell'anno presente. Si provarono in questi tempi le galee diFerdinando gran ducadi Toscana di sorprendere con una improvvisata la città di Famagosta in Cipri, per l'avviso da buona parte venuto della smilza guarnigione che vi tenevano i Turchi. Ma giunte colà, vi trovarono maggior presidio di quel che credevano: del che, siccome già accennammo, furono incolpati i Giudei, quasichè avessero preventivamente avvisati di quella spedizione i Musulmani. Si trovarono le scale preparate non assai lunghe pel bisogno, e la porta destinata riempiuta di terra nel di dentro. Però furono rigettati i cristiani con perdita di cento di essi, e gli altri durarono fatica a rimbarcarsi. Se ne tornarono essi ben confusi alle lor case, con prendere solamente per viaggio tre fuste turchesche. Fu cagione nondimeno il lor tentativo che dei poveri Greci abitanti in Famagosta molti furono presi, e per lievi indizii che avessero avuta intelligenza coi Toscani, condannati a cruda morte. Fece gran rumore nell'anno presente tanto in Italia che fuori d'essa l'avvenimento di fra Paolo servita, famoso teologo della repubblica di Venezia, dopo aver egli sostenuto le di lei ragioni nella lite con Roma. Per quanto si ha da Vittorio Siri nelle memorie recondite, fu egli onoratamente avvertitodalcardinal Bellarminodi stare in guardia, perchè si macchinava contro la sua vita. Per questo, d'ordine dello Stato, andò egli per qualche tempo armato di giacco sotto la tonaca. Stanco di quel peso, lo depose. Assalito un giorno da appostati sicarii, fu steso come morto a terra con ventitrè pugnalate o ferite, salvandosi poi coloro in una peota ben armata, che il nunzio tenea da parecchi giorni preparata. Guarì poi fra Paolo, e il Siri scrive, essere stato innocente di quel fatto il papa, e che ne fu comunemente incolpato ilcardinal Borghesesuo nipote.