MDCXAnno diCristoMDCX. IndizioneVIII.Paolo Vpapa 6.Rodolfo IIimperadore 35.Quasi niuno avvenimento degno di memoria ci somministra l'anno presente, fuorchè il sommamente tragico della Francia. Era ilre Arrigo IVintento in questi tempi a raunare una potente armata. Credevasi che le sue mire fossero per sostenere i principi protestanti contro i cattolici nella gran disputa che bolliva allora per la successione del ducato di Cleves, ancorchè ilpontefice Paoloper mezzo del suo nunzio facesse il possibile per farlo smontare da questa risoluzione non lodevole in un monarca cattolico. Tenevano altri ch'egli sotto quell'ombra meditasse unicamente di muovere guerra allo Stato di Milano, e che a questo fine fosse come fatta una lega conCarlo Emmanuele ducadi Savoia. I motivi del suo disgusto colla corte di Madrid erano nati dall'essersi negli anni addietro ritirato in Fiandra, e poscia a Milano,Arrigo di Condè, primo principe della casa reale dopo la linea regnante. E vogliono che non propriamente nascesse tanta amarezza in cuore del re a ragion della fuga di esso principe, ma perchè questi avesse sottratto alle voglie di quel monarca sua moglie di rara avvenenza, cioè Enrichetta Carlotta figlia del gran contestabile di Memoransì, per la quale esso re vivea spasimato. Non si può negare: Arrigo IV, principe sì celebre pel suo valor guerriero, per l'animo suo sommamente perspicace e generoso, e per altre sue impareggiabili qualità, per le quali si comperò l'universal amore dei suoi popoli, altrettanto famoso si rendè per l'intemperanza sua negli amori donneschi, talmente che il più accreditato autore della di lui vita confessa che si sarebbe potuto formar dieci o dodici romanzi delle sue debolezze in questa passione: tanto era egli perduto verso il sesso femmineo. Gran cosa! Tengo ioper arte fallacissima, anzi fallita l'astrologia: pure scrivono che più di uno predisse in quest'anno la di lui morte violenta, allegando spezialmente le Centurie di Gian Rodolfo Camerario, stampate in Francoforte l'anno 1607, nelle quali secondo l'oroscopo veniva chiaramente predetta essa morte d'Arrigo IV nell'anno cinquantanove, mesi nove e giorni ventuno di sua vita, siccome dicono che appunto avvenne. Ma probabilmente si ingannano, perchè solamente correva in quest'anno il cinquantesimo settimo di sua età. Potrebbe anche dubitarsi di qualche impostura, cioè di una finta antidata. Tralascio altre predizioni, fabbricate forse dopo la morte di lui, e fatte passare per cose anteriori per dar credito alla mercatanzia. La verità si è, che meditando egli di uscire in campagna, e volendo lasciare laregina Mariade Medici sua moglie reggente del regno con piena autorità, durante l'assenza sua, la fece coronare in San Dionigi nel dì 15 di maggio con gran pompa e solennità: dopo di che si restituì a Parigi per vedere il superbo apparato che ivi si facea pel ricevimento ossia per l'ingresso di lei in quella gran città. Nel dì seguente 14 di maggio, quattro ore dopo il pranzo, uscito egli in carrozza con alcuni duchi e marescialli, gli convenne fermarsi in una strada stretta per l'incontro d'alcune carrette: nel qual tempo Francesco Ravagliac, uomo fanatico, che da gran tempo meditava di ucciderlo, se gli presentò improvvisamente alla carrozza, e con due coltellate verso il cuore il privò all'istante di vita. Avrebbe questo scellerato, con gittare il coltello e mischiarsi nella folla, probabilmente potuto salvarsi; ma egli come glorioso di tanta iniquità, tenendo in mano l'insanguinato ferro, fu conosciuto e preso. Non si potè con tutti i tormenti ricavar da lui che alcuno fosse Stato promotore o complice dell'orrido fatto, sostenendo di aver creduto di fare con questo esecrabil parricidio un'opera piacente a Dio in benedella cristianità; onde venne poi condannato ad una tormentosissima morte. Non si può dire quanto fosse compianto da' suoi popoli il funestissimo e non meritato fine d'un re sì glorioso, sì amato, a cui poscia fu dato il titolo di Grande. Nel dì seguente venne proclamato re Lodovico XIII suo figlio primogenito, che non avea per anche compiuti i nove anni e la reggenza del regno restò appoggiata alla regina Maria sua madre. Fu poi solennemente coronato il novello re nell'ottobre seguente, e il principe di Condè pacificamente se ne tornò a Parigi.Essendosi oramai scoperti tutti i precedenti imbrogli del duca di Savoia col fu re Arrigo, e svanitane per la di lui morte ogni esecuzione, grande amarezza contra di lui concepì la corte di Madrid; e perciocchè il conte di Fuentes governator di Milano aveva ammassata una poderosa armata, gran timore fu in Italia di guerra in Piemonte. L'intrepido duca anch'egli dal suo canto fece quell'apparato che potè di milizie, ed ottenne dalla regina reggente che il maresciallo Lesdiguieres con un corpo di combattenti venisse in Delfinato, per accorrere alla sua difesa, occorrendo il bisogno. Ma si dissiparono poi questi nuvoli, non solo perchè il papa, i Veneziani e gli altri principi d'Italia si studiarono alle corti di Spagna e Francia d'impedire ogni rottura, ma ancora perchè cessò di vivere esso conte di Fuentes, personaggio di sommo credito nell'arte della guerra, e più desideroso d'essa che della pace. Abbiamo dal Doglioni, essere stato sì esorbitante lo squagliamento delle nevi nelle montagne, fra le quali è situato il nobile marchesato di Ceva in Piemonte, che, inondata tutta quella valle, vi restarono annegate più di quattro mila persone con innumerabil quantità di pecore e di altri bestiami, e che rovinarono quattro ben forti rocche e trentadue borghi con tutte le lor case. Aggiunse il medesimo storico che l'Arno(vorrà dire il Tanaro)anch'esso scorrendo per mezzo la città di Ceva, tantocrebbe nel dì 13 di gennaio, che menò via un ponte sopra esso fondato già con dodici archi di pietre quadre, e con fortissime catene congiunto, con cento venti edificii fabbricati sopra esso(il che par cosa da non credere),che da mezza notte spiantandosi fu la morte di tutti quegli abitanti. Il seguente giorno più crescendo l'inondazione, la parte più bassa della città rimase tutta abbattuta; e si fe' conto che vi perirono più di mille e cinquecento persone senza le robe e case. Conoscendo il ponteficePaolodi quanto decoro, e molto più di quanta utilità per la religione cattolica potrebbe essere lo studio delle lingue ebraica, greca, latina ed arabica, nel dì 28 di settembre dell'anno presente pubblicò una bolla, con ordinare che in ogni studio di religiosi regolari, sì mendicanti che non mendicanti, vi fosse un maestro delle tre prime lingue, e negli studii maggiori quello ancora dell'arabica. Lodevolissimo e nobil pensiero, e comandamento degno di un zelante pontefice, il quale meritava e tuttavia merita maggior esecuzione, massimamente in Italia, dove certo non mancarono ingegni alti a tutte le belle arti.
Quasi niuno avvenimento degno di memoria ci somministra l'anno presente, fuorchè il sommamente tragico della Francia. Era ilre Arrigo IVintento in questi tempi a raunare una potente armata. Credevasi che le sue mire fossero per sostenere i principi protestanti contro i cattolici nella gran disputa che bolliva allora per la successione del ducato di Cleves, ancorchè ilpontefice Paoloper mezzo del suo nunzio facesse il possibile per farlo smontare da questa risoluzione non lodevole in un monarca cattolico. Tenevano altri ch'egli sotto quell'ombra meditasse unicamente di muovere guerra allo Stato di Milano, e che a questo fine fosse come fatta una lega conCarlo Emmanuele ducadi Savoia. I motivi del suo disgusto colla corte di Madrid erano nati dall'essersi negli anni addietro ritirato in Fiandra, e poscia a Milano,Arrigo di Condè, primo principe della casa reale dopo la linea regnante. E vogliono che non propriamente nascesse tanta amarezza in cuore del re a ragion della fuga di esso principe, ma perchè questi avesse sottratto alle voglie di quel monarca sua moglie di rara avvenenza, cioè Enrichetta Carlotta figlia del gran contestabile di Memoransì, per la quale esso re vivea spasimato. Non si può negare: Arrigo IV, principe sì celebre pel suo valor guerriero, per l'animo suo sommamente perspicace e generoso, e per altre sue impareggiabili qualità, per le quali si comperò l'universal amore dei suoi popoli, altrettanto famoso si rendè per l'intemperanza sua negli amori donneschi, talmente che il più accreditato autore della di lui vita confessa che si sarebbe potuto formar dieci o dodici romanzi delle sue debolezze in questa passione: tanto era egli perduto verso il sesso femmineo. Gran cosa! Tengo ioper arte fallacissima, anzi fallita l'astrologia: pure scrivono che più di uno predisse in quest'anno la di lui morte violenta, allegando spezialmente le Centurie di Gian Rodolfo Camerario, stampate in Francoforte l'anno 1607, nelle quali secondo l'oroscopo veniva chiaramente predetta essa morte d'Arrigo IV nell'anno cinquantanove, mesi nove e giorni ventuno di sua vita, siccome dicono che appunto avvenne. Ma probabilmente si ingannano, perchè solamente correva in quest'anno il cinquantesimo settimo di sua età. Potrebbe anche dubitarsi di qualche impostura, cioè di una finta antidata. Tralascio altre predizioni, fabbricate forse dopo la morte di lui, e fatte passare per cose anteriori per dar credito alla mercatanzia. La verità si è, che meditando egli di uscire in campagna, e volendo lasciare laregina Mariade Medici sua moglie reggente del regno con piena autorità, durante l'assenza sua, la fece coronare in San Dionigi nel dì 15 di maggio con gran pompa e solennità: dopo di che si restituì a Parigi per vedere il superbo apparato che ivi si facea pel ricevimento ossia per l'ingresso di lei in quella gran città. Nel dì seguente 14 di maggio, quattro ore dopo il pranzo, uscito egli in carrozza con alcuni duchi e marescialli, gli convenne fermarsi in una strada stretta per l'incontro d'alcune carrette: nel qual tempo Francesco Ravagliac, uomo fanatico, che da gran tempo meditava di ucciderlo, se gli presentò improvvisamente alla carrozza, e con due coltellate verso il cuore il privò all'istante di vita. Avrebbe questo scellerato, con gittare il coltello e mischiarsi nella folla, probabilmente potuto salvarsi; ma egli come glorioso di tanta iniquità, tenendo in mano l'insanguinato ferro, fu conosciuto e preso. Non si potè con tutti i tormenti ricavar da lui che alcuno fosse Stato promotore o complice dell'orrido fatto, sostenendo di aver creduto di fare con questo esecrabil parricidio un'opera piacente a Dio in benedella cristianità; onde venne poi condannato ad una tormentosissima morte. Non si può dire quanto fosse compianto da' suoi popoli il funestissimo e non meritato fine d'un re sì glorioso, sì amato, a cui poscia fu dato il titolo di Grande. Nel dì seguente venne proclamato re Lodovico XIII suo figlio primogenito, che non avea per anche compiuti i nove anni e la reggenza del regno restò appoggiata alla regina Maria sua madre. Fu poi solennemente coronato il novello re nell'ottobre seguente, e il principe di Condè pacificamente se ne tornò a Parigi.
Essendosi oramai scoperti tutti i precedenti imbrogli del duca di Savoia col fu re Arrigo, e svanitane per la di lui morte ogni esecuzione, grande amarezza contra di lui concepì la corte di Madrid; e perciocchè il conte di Fuentes governator di Milano aveva ammassata una poderosa armata, gran timore fu in Italia di guerra in Piemonte. L'intrepido duca anch'egli dal suo canto fece quell'apparato che potè di milizie, ed ottenne dalla regina reggente che il maresciallo Lesdiguieres con un corpo di combattenti venisse in Delfinato, per accorrere alla sua difesa, occorrendo il bisogno. Ma si dissiparono poi questi nuvoli, non solo perchè il papa, i Veneziani e gli altri principi d'Italia si studiarono alle corti di Spagna e Francia d'impedire ogni rottura, ma ancora perchè cessò di vivere esso conte di Fuentes, personaggio di sommo credito nell'arte della guerra, e più desideroso d'essa che della pace. Abbiamo dal Doglioni, essere stato sì esorbitante lo squagliamento delle nevi nelle montagne, fra le quali è situato il nobile marchesato di Ceva in Piemonte, che, inondata tutta quella valle, vi restarono annegate più di quattro mila persone con innumerabil quantità di pecore e di altri bestiami, e che rovinarono quattro ben forti rocche e trentadue borghi con tutte le lor case. Aggiunse il medesimo storico che l'Arno(vorrà dire il Tanaro)anch'esso scorrendo per mezzo la città di Ceva, tantocrebbe nel dì 13 di gennaio, che menò via un ponte sopra esso fondato già con dodici archi di pietre quadre, e con fortissime catene congiunto, con cento venti edificii fabbricati sopra esso(il che par cosa da non credere),che da mezza notte spiantandosi fu la morte di tutti quegli abitanti. Il seguente giorno più crescendo l'inondazione, la parte più bassa della città rimase tutta abbattuta; e si fe' conto che vi perirono più di mille e cinquecento persone senza le robe e case. Conoscendo il ponteficePaolodi quanto decoro, e molto più di quanta utilità per la religione cattolica potrebbe essere lo studio delle lingue ebraica, greca, latina ed arabica, nel dì 28 di settembre dell'anno presente pubblicò una bolla, con ordinare che in ogni studio di religiosi regolari, sì mendicanti che non mendicanti, vi fosse un maestro delle tre prime lingue, e negli studii maggiori quello ancora dell'arabica. Lodevolissimo e nobil pensiero, e comandamento degno di un zelante pontefice, il quale meritava e tuttavia merita maggior esecuzione, massimamente in Italia, dove certo non mancarono ingegni alti a tutte le belle arti.