MDCXIII

MDCXIIIAnno diCristoMDCXIII. IndizioneXI.Paolo Vpapa 9.Mattiasimperadore 2.Intorbidossi in quest'anno la pace d'Italia per le dissensioni insorte fra i duchi di Savoia e di Mantova, delle quali spezialmente incomincia a trattare in questi tempi Pietro Giovanni Capriata, oltre a Vittorio Siri, al Guichenone ed altri storici. Non restò, siccome di sopra accennammo, del defuntoFrancesco ducadi Mantova se non una picciola figlia per nomeMaria, di cui prese tutela ilcardinal Ferdinando Gonzaga. Apparenze vi erano, che laduchessa Margheritafiglia diCarlo Emmanuele ducadi Savoia, e vedova d'esso duca Francesco, fosse gravida: il che teneva in sospeso la determinazione del cardinal Ferdinando intorno al deporre la porpora, volendo egli prima vedere, se per avventura ne nascesse un maschio. Intanto il duca di Savoia, principe che in sagacità di mente, in isperienza di affari, tanto di gabinetto che di guerra, non avea pari, e a cui parea sempre troppo ristretto il patrimonio di tanti Stati ch'egli godea di qua e di là dai monti, giudicò questa essere occasion favorevole per islargar que' confini. Cominciò dunque a pretendere che la vedova duchessa Margherita sua figlia tornasse a Torino, e seco conducesse la figlia Maria. Pretese inoltre che ad essa Maria sua nipote, siccome erede unica di Francesco duca di Mantova suo padre, dovesse appartenere il Monferrato, per esser quello un feudo, in cui succedono le femmine, e che appunto era passato per via di femmine nella casa Paleologa, e poscia nella Gonzaga. Ito a Mantova ilprincipe di PiemonteVittorio Amedeo, entrò in negoziati col cardinale, il quale cominciò a barcheggiare, ricusando soprattutto di lasciar partire la cognata e la nipote; la prima, perchè gli fu proposto di sposarla, e faceva il papa difficoltà a concedere la dispensa; l'altra, perchè sosteneva di esserne a lui dovuta la tutela; ed infatti ottenne dal tribunal cesareo l'approvazione di questo suo diritto. Per conto poi del Monferrato, pretendeva egli escluse le femmine da quel feudo, qualora esistevano agnati, cioè maschi della famiglia; ed allora esisteva esso cardinale con Vincenzo, amendue fratelli dell'estinto duca Francesco, chiamati alla successione d'esso Monferrato. Svanita poi l'apparenza della gravidanza della duchessa Margherita, acconsentì il cardinale che essa ne andasse, ma con ritener presso di sè sotto buona guardia la figlia. In tali discordie s'interposedon Francesco Mendozza, marchese dell'Inojosa e governator di Milano; e perchè insisteva il duca di voler la nipote, fu progettato di metterla colla madre in deposito pressodon Cesare ducadi Modena, per essere l'infanta Isabellanuora d'esso don Cesare, sorella della medesima duchessa Margherita. Sulle prime accettò il cardinale questo partito, e l'avrebbe forse eseguito, se non si fosse trovata ripugnanza nel duca di Modena ad entrare in sì fatto impegno, temendo egli di disgustare in fine alcuno de' pretendenti. Tanto nondimeno operò il governator di Milano, che l'indusse a condiscendere; ma il cardinale diede indietro, nè volle più consegnar la picciola principessa.Allora fu che il duca di Savoia sdegnato risvegliò le antiche pretensioni della sua casa sopra il Monferrato, intorno alle quali, siccome già vedemmo, non avea voluto decidere l'imperador Carlo V; e si venne ad una battaglia di penne, che sarebbe terminata in tuoni e lampi che non fanno paura. Ma il duca di Savoia determinò di accoppiarvi anche i fulmini preparandosi a far guerra di fatto. Giàavea delle truppe veterane in piedi, e cominciò ad arrolarne molte di più, sperando di conquistare agevolmente il bel paese del Monferrato, dove, a riserva di Casale e della sua fortezza, pochi altri luoghi poteano far lunga resistenza. Era il cardinal Ferdinando, che già aveva assunto il titolo di duca, personaggio di poca disinvoltura, e piuttosto spensierato che altro ne' grandi affari. Trovavasi senza milizie, e neppur pensava daddovero a raunarne, e a premunire i luoghi forti del Monferrato. Tuttavia lo spinsero i suoi ministri a ricorrere per patrocinio ed aiuto ai re di Francia e di Spagna, e a tutti i potentati d'Italia. Fu creduto, che la Spagna fosse impegnata pel duca di Savoia; ma i fatti non corrisposero poscia a questa voce. Il papa, che, per attestato del Siri, facea sue delizie il riposo, per sua natural timidità alienissimo dai rumori, ma che, secondo il parere dei più saggi, si ricordava d'essere padre comune, non si volle mischiare se non con amichevoli uffizii in questi imbrogli. I soli Veneziani e ilgran duca Cosimoin Italia si dichiararono favorevoli al Gonzaga, affinchè gli Spagnuoli non si servissero di questa occorrenza per islargare le ali. Anche il re di Francia, ossia la regina reggente, commossa spezialmente dalla parentela coi Gonzaghi, prese la loro protezione, e fece fare intimazioni e minaccie al duca di Savoia. Ma il duca, principe di grande animo, nulla sbigottito per questo, nel dì 20, o 22 di aprile col principe di Piemonte e col principe Tommaso suoi figli mosse le armi sue contro il Monferrato. In poco tempo s'impadronì di Trino, e nel dì 25 la città d'Alba dal conte Guido di San Giorgio fu non solamente presa, ma anche saccheggiata, e il vescovo stesso maltrattato e fatto prigione. Così Diano e la terra di Moncalvo ed altri luoghi (fuorchè Casale, Pontestura, la rocca di esso Moncalvo, e Nizza della Paglia) vennero in potere del duca.Per tali novità i Veneziani somministraronodanaro al cardinale duca, acciocchè facesse una leva di tre mila Tedeschi. Egli ne ordinò un'altra di tre mila Svizzeri, e di assai più Italiani. Il gran duca destinò d'inviargli altro maggior soccorso. Trovossi dipoi che neppure il re di Spagna proteggeva il duca di Savoia, anzi l'Inoiosa governator di Milano, oltre all'aver passati premurosi uffizii per fargli deporre l'armi, e restituire i luoghi presi, o almeno depositarli in mano del papa o di altro potentato, uscì in campagna, e fece ritirare l'armata piemontese dall'assedio di Nizza della Paglia. Uscirono intanto manifesti per l'una e per l'altra parte. Il castello ossia rocca di Moncalvo si arrendè al duca, il quale non lasciava di sempre più tirare al suo soldo Borgognoni e Svizzeri, e continuava la guerra con varii successi, ch'io tralascio. Ma essendo accorso di Francia molto tempo primaCarlo Gonzaga ducadi Nevers in soccorso del cardinale duca suo cugino, cominciarono a comparire in Italia molte schiere di Franzesi e dalla regina reggente di Francia si ammanniva anche un'armata per inviarla a' danni del duca di Savoia. Oltre a ciò, il gran duca di Toscana mise in viaggio alla volta di Mantova non già tredici mila fanti e cinquecento cavalli, come ha il Capriata, ma bensì quattro mila fanti e secento cavalli, come con buone memorie ho io scritto altrove. E quantunque il duca di Modena per le istanze del governator di Milano armasse i confini della Garfagnana, per impedire il passo a questa gente, pure, serrando gli occhi, lasciò loro libero il varco per altra parte. Mandò ancora l'Augusto Mattiasil principe di Castiglione per intimare al duca di Savoia la restituzion delle terre occupate; e il governator di Milano, che volea la gloria di acconciar tutti questi rumori coll'autorità del re Cattolico suo sovrano, accrebbe non poco l'armata sua, acciocchè il duca si arrendesse. Ed egli infine si arrendè; e benchè nell'interno suo si rodesse per la rabbia, pure mostrò tuttal'ilarità in condiscendere all'accordo per la riverenza da lui professata al papa, a Cesare e al re di Spagna, che così desideravano. Adunque nel dì 18 di giugno promise di consegnar le terre prese nel Monferrato ai ministri cesarei e spagnuoli, che poi le restituirono al duca di Mantova, restando poi da ventilare le controversie civili in amichevol giudizio. Poco poi mancò che non andasse in fascio la fatta concordia, perchè il cardinal Ferdinando mise fuori un terribil bando contra del conte Guido di San Giorgio, e pretese il risarcimento di tanti saccheggi, incendii e danni patiti dai suoi sudditi del Monferrato; e se non era la corte di Spagna che s'interponesse, e il facesse desistere da tali pretensioni, il duca di Savoia, che con tutte le istanze de' Franzesi e Spagnuoli mai non avea voluto disarmare, era in procinto di ricominciar la guerra. S'aggiunse la pretensione del governator di Milano di avere in sua mano la principessa Maria, sperandone un dì qualche vantaggio, se fosse mancata la linea Gonzaga regnante allora in Mantova: nel qual caso credeano spettante ad essa principessa il Monferrato. Ma il cardinale duca stette saldissimo in negarla, e dalla corte di Francia e dei Veneziani fu sostenuto in sì fatto impegno. E intanto il duca di Savoia restò anche egli sommamente amareggiato della prepotenza degli Spagnuoli.Altra guerra, benchè di minore importanza, avvenne in quest'anno fra Cesare d'Este duca di Modena e la repubblica di Lucca. Durava il sangue grosso fra i Lucchesi e i popoli della Garfagnana, sudditi di Modena di là dall'Apennino, per cagion della passata guerra del 1602. Insorsero nel giugno fra particolari persone delle offese ai contini, e queste servirono di pretesto a quella repubblica per assalir di nuovo nel mese seguente con alcune migliaia d'armati la Garfagnana. Perchè non si aspettavano i Garfagnini una tale superchieria, facile fu ai Lucchesi d'impossessarsi delle terre diCascio, Monte Altissimo, Monte Rotondo e Marigliana. Occupato ancora Monte Perpoli, vi fabbricarono tosto un forte, e commisero saccheggi e violenze indicibili. Fecero quella resistenza che poterono i valorosi Garfagnini a sì impetuoso torrente, finchè ilduca Cesareirritato da sì inquieti vicini, spedì colà ilprincipe Alfonsosuo primogenito colprincipe Luigialtro suo figlio, generale de' Veneziani, e con alquante migliaia di fanti e cavalli, comandati dal marchese Ippolito Bentivoglio suo generale, e ben provveduti di artiglierie e munizioni. Allora fu che cambiò aspetto la guerra, e i Lucchesi d'assalitori divennero assaliti con danno gravissimo delle lor terre. Si passano qui sotto silenzio varie azioni sanguinose succedute in quelle parti, per dir solamente che il Bentivoglio imprese l'assedio di Castiglione, terra e fortezza de' Lucchesi, che cominciò a provare il furor delle artiglierie, ma sostenuta con vigore da mille e ducento soldati che v'erano di presidio. Tentarono invano i Lucchesi di darle soccorso, e intanto sempre più continuarono gli approcci, e fu formata la breccia. Già si disponevano le milizie ducali a dare un generale assalto, quando colà sopraggiunse il conte Baldassare Biglia per parte del governator di Milano. Imperciocchè, veggendo i Lucchesi mal incamminati i loro affari, ricorsero alla solita áncora della protezion di Spagna, e mossero l'Inoiosa ad inviare esso Biglia a Modena per ismorzar quell'incendio. Perchè il duca stava saldo in pretendere il rifacimento dei danni inferiti dagli ingiusti aggressori, e le spese dell'armamento da lui fatto, nulla si conchiuse; laonde il Biglia, per timore che intanto Castiglione fosse preso, colà si portò, e con pretesti di far rendere quella fortezza, ottenuta licenza di entrarvi, allorchè vide pronti all'assalto i ducheschi, fece esporre le bandiere di Spagna sulle mura, e intimare agli assedianti ch'egli teneva quella piazza a nome del re Cattolico. Tale era in questi tempi la riverenza epaura della potenza spagnuola, che cessarono le offese, con essersi poi stabilito che i Lucchesi, al paese dei quali anche dopo le interrotte offese di Castiglione fu recata una desolazione, fossero i primi a disarmare: dopo di che anche il duca richiamò in Lombardia le sue milizie. Ma dai politici fu biasimato non poco questo principe, per essersi lasciata levar di mano la vittoria al solo sventolare di un pezzo di tela, giudicando eglino che conveniva prendere la piazza, e poi col pegno in mano trattare d'aggiustamento. Ma forse con più ragione fu dovuta questa censura al suo generale, che dovea prevedere l'arte del Biglia e tirarsi il cappello sugli occhi.Nè solamente dalle dissensioni dei principi patì in quest'anno l'Italia dei gravi travagli; ne risentì anche forse dei più perniciosi dalle battaglie dell'aria e del mare. Nel dì 11 di novembre si svegliò una sì atroce tempesta nel Mediterraneo che fu creduto non essersene mai provata una simile a memoria de' viventi d'allora. Porto non vi fu, cominciando dalla Provenza sino alle ultime parti del regno di Napoli, in cui non si affondassero quasi tutti i legni che ivi s'erano ricoverati, con danno infinito di mercatanti, e sommo terrore d'ognuno. In Genova spezialmente fu sì spaventoso lo eccidio di galee e navi, che quasi supera la credenza. Penetrò la spietata furia degli stessi venti nella Lombardia, dove rovinò tetti, abbattè case, sradicò alberi, e fece altri funestissimi e non mai veduti danni. Riuscì in quest'anno ad otto galee di Sicilia ben armate sotto il comando di Ottavio d'Aragona di sorprenderne dodici turchesche nel porto di Scio. Cinque di queste si sottrassero colla fuga, colle altre seguì un fiero combattimento, in cui prevalsero i cristiani, restando prese quelle sette galee con istrage di quegli infedeli, prigionia di cinquecento di essi, e liberazione di circa mille schiavi battezzati. Montò ben alto il bottino ivi fatto, perchè quelle galee portavanoa Costantinopoli tutti i tributi raccolti dalla Morea. Andarono in corso anche le galee delgran duca Cosimonell'anno presente contro i Turchi nell'Asia Minore, e, prese molte terre, le misero a sacco.

Intorbidossi in quest'anno la pace d'Italia per le dissensioni insorte fra i duchi di Savoia e di Mantova, delle quali spezialmente incomincia a trattare in questi tempi Pietro Giovanni Capriata, oltre a Vittorio Siri, al Guichenone ed altri storici. Non restò, siccome di sopra accennammo, del defuntoFrancesco ducadi Mantova se non una picciola figlia per nomeMaria, di cui prese tutela ilcardinal Ferdinando Gonzaga. Apparenze vi erano, che laduchessa Margheritafiglia diCarlo Emmanuele ducadi Savoia, e vedova d'esso duca Francesco, fosse gravida: il che teneva in sospeso la determinazione del cardinal Ferdinando intorno al deporre la porpora, volendo egli prima vedere, se per avventura ne nascesse un maschio. Intanto il duca di Savoia, principe che in sagacità di mente, in isperienza di affari, tanto di gabinetto che di guerra, non avea pari, e a cui parea sempre troppo ristretto il patrimonio di tanti Stati ch'egli godea di qua e di là dai monti, giudicò questa essere occasion favorevole per islargar que' confini. Cominciò dunque a pretendere che la vedova duchessa Margherita sua figlia tornasse a Torino, e seco conducesse la figlia Maria. Pretese inoltre che ad essa Maria sua nipote, siccome erede unica di Francesco duca di Mantova suo padre, dovesse appartenere il Monferrato, per esser quello un feudo, in cui succedono le femmine, e che appunto era passato per via di femmine nella casa Paleologa, e poscia nella Gonzaga. Ito a Mantova ilprincipe di PiemonteVittorio Amedeo, entrò in negoziati col cardinale, il quale cominciò a barcheggiare, ricusando soprattutto di lasciar partire la cognata e la nipote; la prima, perchè gli fu proposto di sposarla, e faceva il papa difficoltà a concedere la dispensa; l'altra, perchè sosteneva di esserne a lui dovuta la tutela; ed infatti ottenne dal tribunal cesareo l'approvazione di questo suo diritto. Per conto poi del Monferrato, pretendeva egli escluse le femmine da quel feudo, qualora esistevano agnati, cioè maschi della famiglia; ed allora esisteva esso cardinale con Vincenzo, amendue fratelli dell'estinto duca Francesco, chiamati alla successione d'esso Monferrato. Svanita poi l'apparenza della gravidanza della duchessa Margherita, acconsentì il cardinale che essa ne andasse, ma con ritener presso di sè sotto buona guardia la figlia. In tali discordie s'interposedon Francesco Mendozza, marchese dell'Inojosa e governator di Milano; e perchè insisteva il duca di voler la nipote, fu progettato di metterla colla madre in deposito pressodon Cesare ducadi Modena, per essere l'infanta Isabellanuora d'esso don Cesare, sorella della medesima duchessa Margherita. Sulle prime accettò il cardinale questo partito, e l'avrebbe forse eseguito, se non si fosse trovata ripugnanza nel duca di Modena ad entrare in sì fatto impegno, temendo egli di disgustare in fine alcuno de' pretendenti. Tanto nondimeno operò il governator di Milano, che l'indusse a condiscendere; ma il cardinale diede indietro, nè volle più consegnar la picciola principessa.

Allora fu che il duca di Savoia sdegnato risvegliò le antiche pretensioni della sua casa sopra il Monferrato, intorno alle quali, siccome già vedemmo, non avea voluto decidere l'imperador Carlo V; e si venne ad una battaglia di penne, che sarebbe terminata in tuoni e lampi che non fanno paura. Ma il duca di Savoia determinò di accoppiarvi anche i fulmini preparandosi a far guerra di fatto. Giàavea delle truppe veterane in piedi, e cominciò ad arrolarne molte di più, sperando di conquistare agevolmente il bel paese del Monferrato, dove, a riserva di Casale e della sua fortezza, pochi altri luoghi poteano far lunga resistenza. Era il cardinal Ferdinando, che già aveva assunto il titolo di duca, personaggio di poca disinvoltura, e piuttosto spensierato che altro ne' grandi affari. Trovavasi senza milizie, e neppur pensava daddovero a raunarne, e a premunire i luoghi forti del Monferrato. Tuttavia lo spinsero i suoi ministri a ricorrere per patrocinio ed aiuto ai re di Francia e di Spagna, e a tutti i potentati d'Italia. Fu creduto, che la Spagna fosse impegnata pel duca di Savoia; ma i fatti non corrisposero poscia a questa voce. Il papa, che, per attestato del Siri, facea sue delizie il riposo, per sua natural timidità alienissimo dai rumori, ma che, secondo il parere dei più saggi, si ricordava d'essere padre comune, non si volle mischiare se non con amichevoli uffizii in questi imbrogli. I soli Veneziani e ilgran duca Cosimoin Italia si dichiararono favorevoli al Gonzaga, affinchè gli Spagnuoli non si servissero di questa occorrenza per islargare le ali. Anche il re di Francia, ossia la regina reggente, commossa spezialmente dalla parentela coi Gonzaghi, prese la loro protezione, e fece fare intimazioni e minaccie al duca di Savoia. Ma il duca, principe di grande animo, nulla sbigottito per questo, nel dì 20, o 22 di aprile col principe di Piemonte e col principe Tommaso suoi figli mosse le armi sue contro il Monferrato. In poco tempo s'impadronì di Trino, e nel dì 25 la città d'Alba dal conte Guido di San Giorgio fu non solamente presa, ma anche saccheggiata, e il vescovo stesso maltrattato e fatto prigione. Così Diano e la terra di Moncalvo ed altri luoghi (fuorchè Casale, Pontestura, la rocca di esso Moncalvo, e Nizza della Paglia) vennero in potere del duca.

Per tali novità i Veneziani somministraronodanaro al cardinale duca, acciocchè facesse una leva di tre mila Tedeschi. Egli ne ordinò un'altra di tre mila Svizzeri, e di assai più Italiani. Il gran duca destinò d'inviargli altro maggior soccorso. Trovossi dipoi che neppure il re di Spagna proteggeva il duca di Savoia, anzi l'Inoiosa governator di Milano, oltre all'aver passati premurosi uffizii per fargli deporre l'armi, e restituire i luoghi presi, o almeno depositarli in mano del papa o di altro potentato, uscì in campagna, e fece ritirare l'armata piemontese dall'assedio di Nizza della Paglia. Uscirono intanto manifesti per l'una e per l'altra parte. Il castello ossia rocca di Moncalvo si arrendè al duca, il quale non lasciava di sempre più tirare al suo soldo Borgognoni e Svizzeri, e continuava la guerra con varii successi, ch'io tralascio. Ma essendo accorso di Francia molto tempo primaCarlo Gonzaga ducadi Nevers in soccorso del cardinale duca suo cugino, cominciarono a comparire in Italia molte schiere di Franzesi e dalla regina reggente di Francia si ammanniva anche un'armata per inviarla a' danni del duca di Savoia. Oltre a ciò, il gran duca di Toscana mise in viaggio alla volta di Mantova non già tredici mila fanti e cinquecento cavalli, come ha il Capriata, ma bensì quattro mila fanti e secento cavalli, come con buone memorie ho io scritto altrove. E quantunque il duca di Modena per le istanze del governator di Milano armasse i confini della Garfagnana, per impedire il passo a questa gente, pure, serrando gli occhi, lasciò loro libero il varco per altra parte. Mandò ancora l'Augusto Mattiasil principe di Castiglione per intimare al duca di Savoia la restituzion delle terre occupate; e il governator di Milano, che volea la gloria di acconciar tutti questi rumori coll'autorità del re Cattolico suo sovrano, accrebbe non poco l'armata sua, acciocchè il duca si arrendesse. Ed egli infine si arrendè; e benchè nell'interno suo si rodesse per la rabbia, pure mostrò tuttal'ilarità in condiscendere all'accordo per la riverenza da lui professata al papa, a Cesare e al re di Spagna, che così desideravano. Adunque nel dì 18 di giugno promise di consegnar le terre prese nel Monferrato ai ministri cesarei e spagnuoli, che poi le restituirono al duca di Mantova, restando poi da ventilare le controversie civili in amichevol giudizio. Poco poi mancò che non andasse in fascio la fatta concordia, perchè il cardinal Ferdinando mise fuori un terribil bando contra del conte Guido di San Giorgio, e pretese il risarcimento di tanti saccheggi, incendii e danni patiti dai suoi sudditi del Monferrato; e se non era la corte di Spagna che s'interponesse, e il facesse desistere da tali pretensioni, il duca di Savoia, che con tutte le istanze de' Franzesi e Spagnuoli mai non avea voluto disarmare, era in procinto di ricominciar la guerra. S'aggiunse la pretensione del governator di Milano di avere in sua mano la principessa Maria, sperandone un dì qualche vantaggio, se fosse mancata la linea Gonzaga regnante allora in Mantova: nel qual caso credeano spettante ad essa principessa il Monferrato. Ma il cardinale duca stette saldissimo in negarla, e dalla corte di Francia e dei Veneziani fu sostenuto in sì fatto impegno. E intanto il duca di Savoia restò anche egli sommamente amareggiato della prepotenza degli Spagnuoli.

Altra guerra, benchè di minore importanza, avvenne in quest'anno fra Cesare d'Este duca di Modena e la repubblica di Lucca. Durava il sangue grosso fra i Lucchesi e i popoli della Garfagnana, sudditi di Modena di là dall'Apennino, per cagion della passata guerra del 1602. Insorsero nel giugno fra particolari persone delle offese ai contini, e queste servirono di pretesto a quella repubblica per assalir di nuovo nel mese seguente con alcune migliaia d'armati la Garfagnana. Perchè non si aspettavano i Garfagnini una tale superchieria, facile fu ai Lucchesi d'impossessarsi delle terre diCascio, Monte Altissimo, Monte Rotondo e Marigliana. Occupato ancora Monte Perpoli, vi fabbricarono tosto un forte, e commisero saccheggi e violenze indicibili. Fecero quella resistenza che poterono i valorosi Garfagnini a sì impetuoso torrente, finchè ilduca Cesareirritato da sì inquieti vicini, spedì colà ilprincipe Alfonsosuo primogenito colprincipe Luigialtro suo figlio, generale de' Veneziani, e con alquante migliaia di fanti e cavalli, comandati dal marchese Ippolito Bentivoglio suo generale, e ben provveduti di artiglierie e munizioni. Allora fu che cambiò aspetto la guerra, e i Lucchesi d'assalitori divennero assaliti con danno gravissimo delle lor terre. Si passano qui sotto silenzio varie azioni sanguinose succedute in quelle parti, per dir solamente che il Bentivoglio imprese l'assedio di Castiglione, terra e fortezza de' Lucchesi, che cominciò a provare il furor delle artiglierie, ma sostenuta con vigore da mille e ducento soldati che v'erano di presidio. Tentarono invano i Lucchesi di darle soccorso, e intanto sempre più continuarono gli approcci, e fu formata la breccia. Già si disponevano le milizie ducali a dare un generale assalto, quando colà sopraggiunse il conte Baldassare Biglia per parte del governator di Milano. Imperciocchè, veggendo i Lucchesi mal incamminati i loro affari, ricorsero alla solita áncora della protezion di Spagna, e mossero l'Inoiosa ad inviare esso Biglia a Modena per ismorzar quell'incendio. Perchè il duca stava saldo in pretendere il rifacimento dei danni inferiti dagli ingiusti aggressori, e le spese dell'armamento da lui fatto, nulla si conchiuse; laonde il Biglia, per timore che intanto Castiglione fosse preso, colà si portò, e con pretesti di far rendere quella fortezza, ottenuta licenza di entrarvi, allorchè vide pronti all'assalto i ducheschi, fece esporre le bandiere di Spagna sulle mura, e intimare agli assedianti ch'egli teneva quella piazza a nome del re Cattolico. Tale era in questi tempi la riverenza epaura della potenza spagnuola, che cessarono le offese, con essersi poi stabilito che i Lucchesi, al paese dei quali anche dopo le interrotte offese di Castiglione fu recata una desolazione, fossero i primi a disarmare: dopo di che anche il duca richiamò in Lombardia le sue milizie. Ma dai politici fu biasimato non poco questo principe, per essersi lasciata levar di mano la vittoria al solo sventolare di un pezzo di tela, giudicando eglino che conveniva prendere la piazza, e poi col pegno in mano trattare d'aggiustamento. Ma forse con più ragione fu dovuta questa censura al suo generale, che dovea prevedere l'arte del Biglia e tirarsi il cappello sugli occhi.

Nè solamente dalle dissensioni dei principi patì in quest'anno l'Italia dei gravi travagli; ne risentì anche forse dei più perniciosi dalle battaglie dell'aria e del mare. Nel dì 11 di novembre si svegliò una sì atroce tempesta nel Mediterraneo che fu creduto non essersene mai provata una simile a memoria de' viventi d'allora. Porto non vi fu, cominciando dalla Provenza sino alle ultime parti del regno di Napoli, in cui non si affondassero quasi tutti i legni che ivi s'erano ricoverati, con danno infinito di mercatanti, e sommo terrore d'ognuno. In Genova spezialmente fu sì spaventoso lo eccidio di galee e navi, che quasi supera la credenza. Penetrò la spietata furia degli stessi venti nella Lombardia, dove rovinò tetti, abbattè case, sradicò alberi, e fece altri funestissimi e non mai veduti danni. Riuscì in quest'anno ad otto galee di Sicilia ben armate sotto il comando di Ottavio d'Aragona di sorprenderne dodici turchesche nel porto di Scio. Cinque di queste si sottrassero colla fuga, colle altre seguì un fiero combattimento, in cui prevalsero i cristiani, restando prese quelle sette galee con istrage di quegli infedeli, prigionia di cinquecento di essi, e liberazione di circa mille schiavi battezzati. Montò ben alto il bottino ivi fatto, perchè quelle galee portavanoa Costantinopoli tutti i tributi raccolti dalla Morea. Andarono in corso anche le galee delgran duca Cosimonell'anno presente contro i Turchi nell'Asia Minore, e, prese molte terre, le misero a sacco.


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