MDCXLIAnno diCristoMDCXLI. IndizioneIX.Urbano VIIIpapa 19.Ferdinando IIIimperadore 5.Per tutto il verno furono tenuti in piedi negoziati e progetti per tirare al partito della Francia e alla concordia colla duchessa reggente i principi di Savoia. Più renitente delprincipe Tommasosi trovò ilcardinal Maurizio, che s'era afforzato in Nizza e Villafranca. Andava innanzi e indietro l'industriosoMazzarino, ma in fine restò questa volta delusa la sua grande arte in maneggiar negozii. Il principe Tommaso addusse per iscusa di non poter continuare nel già segreto accordo, per essergli vietato di ritirar di Spagna la moglie coi figli; e intanto insieme col cardinal suo fratellostabilì un nuovo onorevol trattato colla corte di Spagna. Uscirono manifesti di madama Reale e de' principi cognati, tendenti ognuno alla propria giustificazione. Si venne dunque a nuova rottura, e i Franzesi nel dì 6 di marzo s'impadronirono di Moncalvo, e poscia passarono nel dì 12 d'aprile ad assediare Ivrea. Colà ancora giunse, tornato di Francia, ilconte di Arcourtcon alcune nuove brigate di combattenti; ed, appena fatta la breccia, nel dì 23 d'esso aprile volle venire all'assalto, non con altra orazione animando i soldati, che con dir loro:Miei figli, salvate le mura al re: tutto il resto è per voi. Ma fallirono i conti, e fu forzato a ritirarsi colla perdita di trecento uomini: sì bravamente si difesero gli assediati. Era intanto uscito in campagna il principe Tommaso coll'armata spagnuola, e per fare una diversione andò sotto Chivasso, sperando di mettervi dentro il piede con una scalata. Gli costò il tentativo circa quattrocento soldati. Ciò non ostante ne formò l'assedio, e fu questo cagione che l'Arcourt si levasse di sotto Ivrea. Andarono dipoi le due nemiche armate badaluccando un pezzo; se non che i marchesi Villa e di Pianezza furono spediti all'assedio di Ceva, sostenuta con vigore da quel presidio, ma in fine obbligata alla resa: anche il Mondovì venne alla loro ubbidienza. Passarono poscia i Marchesi col campo sotto Cuneo, città, che per la sua situazione avea fatto abortire tanti assedii in addietro, e molti altri ancora rendè vani nei tempi susseguenti. Pure per mancanza di munizioni da guerra, dopo cinquantatrè giorni di ostinata difesa, nel dì 16 di settembre se ne impossessarono con insigne gloria dell'Arcourt e del marchese Villa. Ridussero poscia alla loro ubbidienza anche Demont e Revel; quando all'incontro il principe Tommaso altra utile impresa far non potè che quella di ricuperar Moncalvo. Passò il resto dell'anno in negoziati, per trovar maniera di stabilir qualche concordia fra madama Reale ei principi suoi cognati, i quali per la perdita di Cuneo e di tanti altri luoghi, ormai conoscevano quanto poco lor giovasse l'aderenza agli spagnuoli. Almarchese di Leganes, che per le istanze del principe Tommaso fu richiamato in Ispagna, fu sostituito nel governo di Milano ilconte di Siruela.Appartiene all'anno presente la scena del picciolo principato di Monaco, da gran tempo posseduto dalla casa Grimalda nella riviera di Genova. Fin dall'anno 1605 riuscì agli Spagnuoli di poter ivi mettere presidio mercè di alcuni vantaggi proposti a quella casa. Col tempo si trovò troppo malcontento di questi ospitiOnorato Grimaldiprincipe di quel luogo, perchè, non correndo le paghe, era costretto egli del suo a mantenere chi gli facea da padrone addosso. Intavolò dunque un segreto trattato per iscuotere quel giogo, e sottomettersi al creduto più dolce e vantaggioso dei Franzesi. Venne il tempo che s'era indebolita di molto la guarnigione spagnola; allora fu, che il principe, dopo aver data una lauta cena e buon vino a que' pochi uffiziali, li mandò a dormire; ed egli, chiamati a sè alcuni suoi sudditi, fatti prima carcerare sotto colore di varii delitti, propose loro la risoluzion fatta di liberarsi dagli Spagnuoli. Prese dunque l'armi da essi, e da tutti i suoi cortigiani, nella notte precedente al dì 18 di novembre, fecero prigione chiunque dei fanti non osò far resistenza; e, spedito immantenente l'avviso al governatore della Provenza, ricevè da lì a poco per mare soccorso di gente e di munizioni. Così entrò in Monaco presidio franzese, che tuttavia vi persiste, avendo quel principe ricevuto dal re Cristianissimo in ricompensa degli Stati, a lui tolti nel regno di Napoli, il ducato di Valenza nel Delfinato, con pensioni ed altri feudi in altre provincie di Francia. Ma mentre inclinavano gli affari turbatissimi del Piemonte verso la quiete, ecco, per la corrotta costituzione del mondo, in cui sì facilmente imperversa l'ambizionee l'interesse con altre maligne passioni de' regnanti, aprirsi il varco ad un'altra guerra. Colla lunga età ed imperio dipapa Urbano VIII, aveano avuto agio i Barberini suoi nipoti di accumular immense ricchezze e beni; e siccome all'opulenza suol tenere dietro il fasto e la superbia, ed anche l'ansietà di sempre più salire in alto, non mancavano certamente questi mantici nel cuore de' suoi fortunati nipoti, cioè de'cardinali FrancescoedAntonio, e didon Taddeoprincipe di Palestrina, poichè il terzocardinale Barberino, cioèAntonioseniore, conservò sempre i buoni alimenti della religione cappuccina, del qual ordine egli fu. Quanto più venivano calando le forze del corpo, e la vivacità dello spirito nel vecchio papa, tanto più andava crescendo l'autorità del cardinale Francesco da lui prediletto, che sotto nome del pontefice operava quanto a lui piaceva.Ora avenne, cheRanuccio, e poscia Odoardo suo figlio, duchi di Parma, per li loro precedenti impegni aveano contratto di molti debiti in Roma, e formato quivi un monte, con assegnare ai creditori il pagamento dei frutti sul ducato di Castro e Ronciglione, posto fra la Toscana e il Patrimonio di San Pietro, che era riconosciuto in feudo dalla Chiesa romana. Amoreggiavano i Barberini quello stato, e proposero di comperarlo, o di prendere per moglie una figlia del duca Odoardo, che lo portasse in dote. Ma, essendo venuto il medesimo duca a Roma nell'anno 1639, per cagion di esso monte, e per trattar della promozione alla porpora diFrancesco Mariasuo fratello, e per altri affari, fu dissuaso a lui quel parentado; il che produsse non poche amarezze fra lui e i Barberini, i quali gli attraversarono ogni negozio, contrastarono anche gli onori dovuti alla sua dignità. Crebbero poscia i disgusti, perchè fu vietata al duca la tratta dei grani di Castro, ch'era la maggior sua rendita; e, non potendosi perciò pagare i frutti del monte, si fecero saltare su i creditoricontra di lui in Roma, ed uscirono citazioni ed altri atti giudiziali. Andò in furore Odoardo Farnese, siccome principe di alte idee e risentito, prendendo tutti questi atti come affronti a lui fatti dai nipoti del papa, per voglia di spogliar lui, ed arricchire sè stessi di quegli Stati. E perciocchè egli era solito a misurare, non dalle forze, ma dall'animo suo le cose, spedì Delfino Angelieri con qualche presidio a Castro, che cominciò a far quivi delle fortificazioni. Fu ciò valutato in Roma come un principio di ribellione; e però poco stette ad uscire un monitorio coll'intimazion di tutte le pene spirituali e temporali, se in termine di trenta giorni non si demolivano le fortificazioni, e non si sbandava il presidio. Poscia si stimò ben impiegato il danaro della camera apostolica in fare con tutta fretta un armamento di sei mila fanti e cinquecento cavalli a Viterbo, e un bel preparamento di artiglierie ed attrezzi. Commossi da questo rumore e dalle doglianze del duca di Parma ilsenato veneto, ilvicerè di Napoli, i ministri delre Cristianissimo, diFerdinando II gran ducadi Toscana e diFrancesco I ducadi Modena, si diedero premurosamente a trattare di aggiustamento, e a proporre varii partiti, ma con avvedersi in fine, che quella corte ad altro non tendeva, che a tirare in lungo l'affare, tanto che spirassero i trenta giorni, ed anche quindici altri che per misericordia si ottennero.Passati in effetto questi termini, il marchese Luigi Mattei, mastro di campo generale del papa, si mosse da Viterbo colle milizie nel dì 27 di settembre, e con poca fatica s'impadronì della Rocca di Montalto, e finalmente nel dì 13 di ottobre anche di Castro, con restar dubbiosa la fede o il coraggio dell'Angelieri, che sì presto capitolò la resa. Questi soli erano i due luoghi forti di quel ducato; però tutto il resto venne in potere dei Papalini. Vie più allora si affaccendarono i principi suddetti per trovar temperamento,con istudiarsi ciascun d'essi di spegnere il nascente incendio. Ma i Barberini esultanti fra il plauso universal de' Romani per tale acquisto, ed animati maggiormente dal gran vantaggio del possesso ottenuto, non proponevano se non condizioni, da lor conosciute tali che non sarebbono accettate. Intanto si applicavano ad aumentar le loro soldatesche, e i presidii delle piazze, e spezialmente inviando gente ai confini del Bolognese e Ferrarese per ogni precauzione contro la repubblica veneta e contro il duca di Modena. E perciocchè dagli ecclesiastici, benchè destinati da Dio al regno spirituale, si fa non minor festa e tripudio per l'acquisto dei beni temporali, di quel che facciano i secolari, il pontefice, tutto giubilante per quello di Castro e di Ronciglione, volle con una promozion di cardinali coronar la sua gioia; e questa fu fatta nel dì 16 di dicembre dell'anno presente. Intorno a che non si ha a tacere che erano dianzi seguite delle commedie, perchè il pontefice oppure ilcardinal Francesco, uomo cupo e perplesso in tutti gli affari, non aveano voluto ammettere per loro particolari riflessi a questo onore il principeRinaldo d'Este, fratello del duca di Modena, promosso dall'imperadore, nè monsignorGiulio MazzarinoRomano, proposto dal re Cristianissimo, nè l'abateFrancesco PerettiRomano anch'esso, alle preghiere della Maestà Cattolica. Superati in fine tutti gli ostacoli, seguì la promozione di que' tre soggetti con dieci altri, non senza querele de' privati franzesi, che videro anteposto a tutti loro nella nomina del re il Mazzarino Romano. Ma il Richelieu, che avea per tante pruove conosciuto il mirabil talento di quest'uomo, e l'attaccamento alla sua persona, il portò di peso alla porpora, per valersi di lui a sostenere l'esorbitante sua autorità, che gli avea poco fa eccitati contro non solo gravi pericoli, ma guerre ancora. E però essendo mancato di vita fra Giuseppe cappuccino, stato in addietro il suo bracciodiritto, confidando nel Mazzarino, ebbe a dire a chi si condoleva con lui di questa perdita:La breccia è riparata.
Per tutto il verno furono tenuti in piedi negoziati e progetti per tirare al partito della Francia e alla concordia colla duchessa reggente i principi di Savoia. Più renitente delprincipe Tommasosi trovò ilcardinal Maurizio, che s'era afforzato in Nizza e Villafranca. Andava innanzi e indietro l'industriosoMazzarino, ma in fine restò questa volta delusa la sua grande arte in maneggiar negozii. Il principe Tommaso addusse per iscusa di non poter continuare nel già segreto accordo, per essergli vietato di ritirar di Spagna la moglie coi figli; e intanto insieme col cardinal suo fratellostabilì un nuovo onorevol trattato colla corte di Spagna. Uscirono manifesti di madama Reale e de' principi cognati, tendenti ognuno alla propria giustificazione. Si venne dunque a nuova rottura, e i Franzesi nel dì 6 di marzo s'impadronirono di Moncalvo, e poscia passarono nel dì 12 d'aprile ad assediare Ivrea. Colà ancora giunse, tornato di Francia, ilconte di Arcourtcon alcune nuove brigate di combattenti; ed, appena fatta la breccia, nel dì 23 d'esso aprile volle venire all'assalto, non con altra orazione animando i soldati, che con dir loro:Miei figli, salvate le mura al re: tutto il resto è per voi. Ma fallirono i conti, e fu forzato a ritirarsi colla perdita di trecento uomini: sì bravamente si difesero gli assediati. Era intanto uscito in campagna il principe Tommaso coll'armata spagnuola, e per fare una diversione andò sotto Chivasso, sperando di mettervi dentro il piede con una scalata. Gli costò il tentativo circa quattrocento soldati. Ciò non ostante ne formò l'assedio, e fu questo cagione che l'Arcourt si levasse di sotto Ivrea. Andarono dipoi le due nemiche armate badaluccando un pezzo; se non che i marchesi Villa e di Pianezza furono spediti all'assedio di Ceva, sostenuta con vigore da quel presidio, ma in fine obbligata alla resa: anche il Mondovì venne alla loro ubbidienza. Passarono poscia i Marchesi col campo sotto Cuneo, città, che per la sua situazione avea fatto abortire tanti assedii in addietro, e molti altri ancora rendè vani nei tempi susseguenti. Pure per mancanza di munizioni da guerra, dopo cinquantatrè giorni di ostinata difesa, nel dì 16 di settembre se ne impossessarono con insigne gloria dell'Arcourt e del marchese Villa. Ridussero poscia alla loro ubbidienza anche Demont e Revel; quando all'incontro il principe Tommaso altra utile impresa far non potè che quella di ricuperar Moncalvo. Passò il resto dell'anno in negoziati, per trovar maniera di stabilir qualche concordia fra madama Reale ei principi suoi cognati, i quali per la perdita di Cuneo e di tanti altri luoghi, ormai conoscevano quanto poco lor giovasse l'aderenza agli spagnuoli. Almarchese di Leganes, che per le istanze del principe Tommaso fu richiamato in Ispagna, fu sostituito nel governo di Milano ilconte di Siruela.
Appartiene all'anno presente la scena del picciolo principato di Monaco, da gran tempo posseduto dalla casa Grimalda nella riviera di Genova. Fin dall'anno 1605 riuscì agli Spagnuoli di poter ivi mettere presidio mercè di alcuni vantaggi proposti a quella casa. Col tempo si trovò troppo malcontento di questi ospitiOnorato Grimaldiprincipe di quel luogo, perchè, non correndo le paghe, era costretto egli del suo a mantenere chi gli facea da padrone addosso. Intavolò dunque un segreto trattato per iscuotere quel giogo, e sottomettersi al creduto più dolce e vantaggioso dei Franzesi. Venne il tempo che s'era indebolita di molto la guarnigione spagnola; allora fu, che il principe, dopo aver data una lauta cena e buon vino a que' pochi uffiziali, li mandò a dormire; ed egli, chiamati a sè alcuni suoi sudditi, fatti prima carcerare sotto colore di varii delitti, propose loro la risoluzion fatta di liberarsi dagli Spagnuoli. Prese dunque l'armi da essi, e da tutti i suoi cortigiani, nella notte precedente al dì 18 di novembre, fecero prigione chiunque dei fanti non osò far resistenza; e, spedito immantenente l'avviso al governatore della Provenza, ricevè da lì a poco per mare soccorso di gente e di munizioni. Così entrò in Monaco presidio franzese, che tuttavia vi persiste, avendo quel principe ricevuto dal re Cristianissimo in ricompensa degli Stati, a lui tolti nel regno di Napoli, il ducato di Valenza nel Delfinato, con pensioni ed altri feudi in altre provincie di Francia. Ma mentre inclinavano gli affari turbatissimi del Piemonte verso la quiete, ecco, per la corrotta costituzione del mondo, in cui sì facilmente imperversa l'ambizionee l'interesse con altre maligne passioni de' regnanti, aprirsi il varco ad un'altra guerra. Colla lunga età ed imperio dipapa Urbano VIII, aveano avuto agio i Barberini suoi nipoti di accumular immense ricchezze e beni; e siccome all'opulenza suol tenere dietro il fasto e la superbia, ed anche l'ansietà di sempre più salire in alto, non mancavano certamente questi mantici nel cuore de' suoi fortunati nipoti, cioè de'cardinali FrancescoedAntonio, e didon Taddeoprincipe di Palestrina, poichè il terzocardinale Barberino, cioèAntonioseniore, conservò sempre i buoni alimenti della religione cappuccina, del qual ordine egli fu. Quanto più venivano calando le forze del corpo, e la vivacità dello spirito nel vecchio papa, tanto più andava crescendo l'autorità del cardinale Francesco da lui prediletto, che sotto nome del pontefice operava quanto a lui piaceva.
Ora avenne, cheRanuccio, e poscia Odoardo suo figlio, duchi di Parma, per li loro precedenti impegni aveano contratto di molti debiti in Roma, e formato quivi un monte, con assegnare ai creditori il pagamento dei frutti sul ducato di Castro e Ronciglione, posto fra la Toscana e il Patrimonio di San Pietro, che era riconosciuto in feudo dalla Chiesa romana. Amoreggiavano i Barberini quello stato, e proposero di comperarlo, o di prendere per moglie una figlia del duca Odoardo, che lo portasse in dote. Ma, essendo venuto il medesimo duca a Roma nell'anno 1639, per cagion di esso monte, e per trattar della promozione alla porpora diFrancesco Mariasuo fratello, e per altri affari, fu dissuaso a lui quel parentado; il che produsse non poche amarezze fra lui e i Barberini, i quali gli attraversarono ogni negozio, contrastarono anche gli onori dovuti alla sua dignità. Crebbero poscia i disgusti, perchè fu vietata al duca la tratta dei grani di Castro, ch'era la maggior sua rendita; e, non potendosi perciò pagare i frutti del monte, si fecero saltare su i creditoricontra di lui in Roma, ed uscirono citazioni ed altri atti giudiziali. Andò in furore Odoardo Farnese, siccome principe di alte idee e risentito, prendendo tutti questi atti come affronti a lui fatti dai nipoti del papa, per voglia di spogliar lui, ed arricchire sè stessi di quegli Stati. E perciocchè egli era solito a misurare, non dalle forze, ma dall'animo suo le cose, spedì Delfino Angelieri con qualche presidio a Castro, che cominciò a far quivi delle fortificazioni. Fu ciò valutato in Roma come un principio di ribellione; e però poco stette ad uscire un monitorio coll'intimazion di tutte le pene spirituali e temporali, se in termine di trenta giorni non si demolivano le fortificazioni, e non si sbandava il presidio. Poscia si stimò ben impiegato il danaro della camera apostolica in fare con tutta fretta un armamento di sei mila fanti e cinquecento cavalli a Viterbo, e un bel preparamento di artiglierie ed attrezzi. Commossi da questo rumore e dalle doglianze del duca di Parma ilsenato veneto, ilvicerè di Napoli, i ministri delre Cristianissimo, diFerdinando II gran ducadi Toscana e diFrancesco I ducadi Modena, si diedero premurosamente a trattare di aggiustamento, e a proporre varii partiti, ma con avvedersi in fine, che quella corte ad altro non tendeva, che a tirare in lungo l'affare, tanto che spirassero i trenta giorni, ed anche quindici altri che per misericordia si ottennero.
Passati in effetto questi termini, il marchese Luigi Mattei, mastro di campo generale del papa, si mosse da Viterbo colle milizie nel dì 27 di settembre, e con poca fatica s'impadronì della Rocca di Montalto, e finalmente nel dì 13 di ottobre anche di Castro, con restar dubbiosa la fede o il coraggio dell'Angelieri, che sì presto capitolò la resa. Questi soli erano i due luoghi forti di quel ducato; però tutto il resto venne in potere dei Papalini. Vie più allora si affaccendarono i principi suddetti per trovar temperamento,con istudiarsi ciascun d'essi di spegnere il nascente incendio. Ma i Barberini esultanti fra il plauso universal de' Romani per tale acquisto, ed animati maggiormente dal gran vantaggio del possesso ottenuto, non proponevano se non condizioni, da lor conosciute tali che non sarebbono accettate. Intanto si applicavano ad aumentar le loro soldatesche, e i presidii delle piazze, e spezialmente inviando gente ai confini del Bolognese e Ferrarese per ogni precauzione contro la repubblica veneta e contro il duca di Modena. E perciocchè dagli ecclesiastici, benchè destinati da Dio al regno spirituale, si fa non minor festa e tripudio per l'acquisto dei beni temporali, di quel che facciano i secolari, il pontefice, tutto giubilante per quello di Castro e di Ronciglione, volle con una promozion di cardinali coronar la sua gioia; e questa fu fatta nel dì 16 di dicembre dell'anno presente. Intorno a che non si ha a tacere che erano dianzi seguite delle commedie, perchè il pontefice oppure ilcardinal Francesco, uomo cupo e perplesso in tutti gli affari, non aveano voluto ammettere per loro particolari riflessi a questo onore il principeRinaldo d'Este, fratello del duca di Modena, promosso dall'imperadore, nè monsignorGiulio MazzarinoRomano, proposto dal re Cristianissimo, nè l'abateFrancesco PerettiRomano anch'esso, alle preghiere della Maestà Cattolica. Superati in fine tutti gli ostacoli, seguì la promozione di que' tre soggetti con dieci altri, non senza querele de' privati franzesi, che videro anteposto a tutti loro nella nomina del re il Mazzarino Romano. Ma il Richelieu, che avea per tante pruove conosciuto il mirabil talento di quest'uomo, e l'attaccamento alla sua persona, il portò di peso alla porpora, per valersi di lui a sostenere l'esorbitante sua autorità, che gli avea poco fa eccitati contro non solo gravi pericoli, ma guerre ancora. E però essendo mancato di vita fra Giuseppe cappuccino, stato in addietro il suo bracciodiritto, confidando nel Mazzarino, ebbe a dire a chi si condoleva con lui di questa perdita:La breccia è riparata.