MDCXVIAnno diCristoMDCXVI. IndizioneXIV.Paolo Vpapa 12.Mattiasimperadore 5.Non sapeano darsi pace i ministri di Spagna, e massimamente ilToledogovernator di Milano, che il duca di SavoiaCarlo Emmanueleandasse tuttavia colla testa sì alta, non avendo egli, per quanteinsinuazioni gli fossero state fatte da amici e nemici, voluto mai indursi ad umiliazioni improprie al suo grado, ma esatte da chi metteva in confronto di questo principe la troppo eccedente grandezza dei monarchi di Spagna. Faceva istanze il duca che il governatore eseguisse la pace d'Asti, e, all'incontro, il governatore richiedeva che il duca disarmasse: al che questi ripugnava per sospetto di rimanere esposto alle vendette spagnuole. Pertanto lungamente s'andarono barattando parole, progetti e ripieghi; e quando qualche proposizione piaceva all'uno, incontrava tosto la disgrazia di dispiacere all'altro. Fu inviato dalpontefice Paoloa Milano e in Piemonte con titolo di nunzio straordinarioAlessandro Lodovisioarcivescovo di Bologna, che fu poi fatto cardinale nel dì 19 di settembre del presente anno; e giunse ad essere papa, siccome diremo, col nome diGregorio XV. Non lasciò indietro diligenza veruna questo prelato per effettuar la mente pia del pontefice; ma vi perdè anch'egli l'olio e la fatica. Andavano perciò crescendo le diffidenze e le disposizioni a nuova rottura, quando il duca per qualche lettera intercetta, o per altra via, venne a scoprire una trama ordita dalduca di Nemours, ramo della casa di Savoia, trapiantato in Francia, ma nemico d'essa, che adunati in essa Francia tre o quattro mila soldati, e passando d'intelligenza col governator di Milano, meditava di sorprendere la Savoia, e di unirsi poscia cogli Spagnuoli. Fu molto sollecito il duca a far prendere dalprincipe Vittorio Amedeosuo primogenito i passi di Aunicy e Rumigli; con che fece abortire tutti i disegni del suddetto duca di Nemours, contra di cui si dichiararono ancora molti principi della Francia. Veggendosi egli adunque alla vigilia di una nuova guerra, ordinò che si fortificasse Asti e Vercelli, e che si fabbricasse un ponte sul Po a Crescentino, e un altro alla Sesia, quasichè egli meditasse di voler essere il primo alleostilità. Sul principio di settembre mosse il governator di Milano l'armata sua consistente in venti mila fanti e tre mila cavalli, e gittò anch'egli un ponte sulla Sesia. Ma eccoti comparire in campo anche il duca di Savoia con otto mila fanti la maggior parte Franzesi, ed altrettanti e forse più fra Savoiardi, Piemontesi, Svizzeri e Vallesi. In essa armata si contavano quasi due mila cavalli, ch'erano il maggior suo nerbo, e valevano assai più dei tre mila di Milano. Divolgava dappertutto il duca di avere venticinque mila fanti e due mila cinquecento cavalli, per accrescere la riputazion delle sue forze; e fu egli il primo a spignere in Monferrato le sue genti, con occupar Villanova, Murano ed altri luoghi. Tentò anche di rompere il ponte degli Spagnuoli sulla Sesia: il che non gli riuscì.Nel dì 14 di settembre passò l'esercito ispano la Sesia, ed incamminossi verso la Motta e Villanuova, dove s'era trincierato il duca, con disegno di dar battaglia. Ma fu prevenuto dal duca, il quale con una imboscata all'improvviso si scagliò contro la vanguardia spagnuola al passaggio di un fosso, e cominciò a menar le mani. Duro fu il conflitto; ma accorso tutto il campo del governatore, il duca fu astretto a ritirarsi colla peggio, avendo perduto più di quattrocento fanti e di sessanta cavalli, oltre ai feriti. Pareano indirizzate le mire del Toledo sopra Crescentino; il duca, ancorchè il passaggio gli fosse quasi precluso, pure arditamente portatosi colà, fece passar la voglia ai nemici di tentar quella terra. Seguirono poscia altre fazioni, avendo il duca occupati varii luoghi nel Monferrato, e all'incontro il governatore di Milano Santià e San Germano; per la quale ultima piazza, troppo vilmente renduta, fu d'ordine del duca tagliato il capo a chi ne avea il governo. Intanto l'autunno cominciava colle pioggie a difficoltar il campeggiare; e perciocchè il governatore desiderava pure di segnalarsi con qualche fatto, accadde che il duca mossel'armata sua per andare a postarsi alla Badia di Lucedio: laonde fu spedita parte della cavalleria spagnuola con fanti in groppa ad assalire la di lui retroguardia. A poco a poco si andarono impegnando le parti ad un fiero conflitto, sostenuto valorosamente dai ducheschi, finchè sopraggiunsero le schiere tedesche, le quali per fianco assalirono con tal vigore i reggimenti franzesi del duca, che li misero in fuga; nè con tutte le esortazioni e preghiere di esso duca si poterono ritenere i fuggitivi. Andò dunque in rotta e si disperse l'esercito duchesco, con lieve strage nondimeno, essendo restati sul campo poco più di quattrocento uomini, circa mille feriti e ducento prigionieri, colla perdita di undici insegne di fanteria e tre di cavalleria: laddove dalla parte degli Spagnuoli solamente vi perirono cento soldati, ed altrettanti furono i feriti. Dopo di che l'armi del governatore occuparono varii luoghi e spezialmente Gattinara, di modo che venne Vercelli a restar come bloccato. Intanto dalla parte del mare il signor di Broglio avea mossa guerra a Nizza; in Savoia tuttavia si vivea con sospetti del duca di Nemours; molti Franzesi dell'armata duchesca chiedevano congedo, e quel che più afflisse il duca, fu l'essere stato imprigionato in Parigi ilprincipe di Condè, principal suo sostegno e speranza nei presenti travagli.Trovavasi perciò il duca Carlo Emmanuele sbattuto dalla fortuna da tutte le parti; e pure l'eroico suo animo giammai non s'invilì in tante disgrazie e pericoli. Ricorse allora all'accortezza sua, per guadagnar tempo, alcardinal Lodovisioe al signor di Bethunes ambasciatore di Francia, facendoli muovere di nuovo proposizioni di pace con don Pietro di Toledo, il quale volentieri vi prestò l'orecchio, parte perchè stanco dei disagi della guerra, e parte perchè tutto gonfio credeva di avere talmente abbassato il duca, che più non potesse alzare il capo. In questo mentre non solamente respirò Carlo Emmanuele, ma cominciarono anchea prendere miglior piega gli affari suoi in Savoia e Nizza, per essere seguito un accordo col duca di Nemours. Oltre a ciò, il re di Francia gli promise di non abbandonarlo; e i Veneziani, coi quali egli avea fatta dianzi lega, gl'inviarono buone somme di denaro, e promesse di settantadue mila ducati il mese, durante la guerra, in guisa tale, ch'egli andò da lì innanzi inventando nuovi sotterfugi per non accordare giammai alcuna delle condizioni poco onorevoli per lui, proposte dal governatore. Parlò poscia con tuono più alto, dacchè intese che l'esercito spagnuolo notabilmente ogni dì più scemava per le malattie e per le diserzioni, stante il non correre le paghe. Si ridusse poi a tale il Toledo, che gli convenne ritirar le sue truppe dal Piemonte, con lasciar solamente ben presidiato San Germano, e con saccheggiare e incendiare Santià. Venuto intanto il duca a scoprire che il principe di Masserano era in trattato col governator di Milano di prendere presidio spagnuolo, sotto le feste di Natale gli spedì addosso il principe di Piemonte suo figlio con cinque mila fanti e mille cavalli, che forzò quella terra a rendersi. Tali furono nel presente anno gli avvenimenti del Piemonte.Quanto alla guerra de' Veneziani cogli Austriaci, continuò questa senza fatti meritevoli, che io mi fermi a raccontarli. Solamente accennerò che ad essi Veneti riuscì nel dì 19 di marzo d'impossessarsi della fortezza di Mascheniza, e poi di Sorisa, nido d'Uscocchi. All'incontro, venne fatto agli Austriaci di occupar la Pontieba de' Veneziani, dove fecero buona preda. Ma non tardò il provveditor Foscarini col conte Francesco Martinengo a ricuperar quel luogo, e poscia ad occupar anche la Pontieba Austriaca, posta di là dal fiume, con tutte le mercatanzie e robe di molto valore che ivi si trovarono. Restò anche preso dai Veneziani Caporetto, luogo d'importanza, con istrage di alcune centinaia d'Austriaci, e ben fortificato dipoi.Don Giovannide Medicipassò in questo anno al servigio dei Veneziani con titolo di governator generale. Nè si dee omettere che, andando in corso nell'anno presente la squadra delle galee di Napoli nel Mediterraneo, s'incontrò nella flotta de' Turchi, e venne furiosamente alle mani. Dicono che si contarono affondate sei galee di que' Barbari, e sedici altre danneggiate oltre modo dalle artiglierie de' cristiani, e che vi rimasero estinti più di due mila Musulmani. Probabilmente la fama avrà ingrandita questa vittoria, non sapendosi che i cristiani andassero a contare gli estinti dell'armata nemica. Parimente dalle galee del gran duca, correndo il mese di maggio, furono prese due turchesche, con guadagno di più di cento mila scudi, e liberazione di quattrocento trenta schiavi cristiani, in luogo dei quali furono posti al remo ducento quaranta Turchi. Medesimamente vennero in potere delle galee di Malta sette legni turcheschi colla morte o prigionia di cinquecento giannizzeri, che vi erano sopra.
Non sapeano darsi pace i ministri di Spagna, e massimamente ilToledogovernator di Milano, che il duca di SavoiaCarlo Emmanueleandasse tuttavia colla testa sì alta, non avendo egli, per quanteinsinuazioni gli fossero state fatte da amici e nemici, voluto mai indursi ad umiliazioni improprie al suo grado, ma esatte da chi metteva in confronto di questo principe la troppo eccedente grandezza dei monarchi di Spagna. Faceva istanze il duca che il governatore eseguisse la pace d'Asti, e, all'incontro, il governatore richiedeva che il duca disarmasse: al che questi ripugnava per sospetto di rimanere esposto alle vendette spagnuole. Pertanto lungamente s'andarono barattando parole, progetti e ripieghi; e quando qualche proposizione piaceva all'uno, incontrava tosto la disgrazia di dispiacere all'altro. Fu inviato dalpontefice Paoloa Milano e in Piemonte con titolo di nunzio straordinarioAlessandro Lodovisioarcivescovo di Bologna, che fu poi fatto cardinale nel dì 19 di settembre del presente anno; e giunse ad essere papa, siccome diremo, col nome diGregorio XV. Non lasciò indietro diligenza veruna questo prelato per effettuar la mente pia del pontefice; ma vi perdè anch'egli l'olio e la fatica. Andavano perciò crescendo le diffidenze e le disposizioni a nuova rottura, quando il duca per qualche lettera intercetta, o per altra via, venne a scoprire una trama ordita dalduca di Nemours, ramo della casa di Savoia, trapiantato in Francia, ma nemico d'essa, che adunati in essa Francia tre o quattro mila soldati, e passando d'intelligenza col governator di Milano, meditava di sorprendere la Savoia, e di unirsi poscia cogli Spagnuoli. Fu molto sollecito il duca a far prendere dalprincipe Vittorio Amedeosuo primogenito i passi di Aunicy e Rumigli; con che fece abortire tutti i disegni del suddetto duca di Nemours, contra di cui si dichiararono ancora molti principi della Francia. Veggendosi egli adunque alla vigilia di una nuova guerra, ordinò che si fortificasse Asti e Vercelli, e che si fabbricasse un ponte sul Po a Crescentino, e un altro alla Sesia, quasichè egli meditasse di voler essere il primo alleostilità. Sul principio di settembre mosse il governator di Milano l'armata sua consistente in venti mila fanti e tre mila cavalli, e gittò anch'egli un ponte sulla Sesia. Ma eccoti comparire in campo anche il duca di Savoia con otto mila fanti la maggior parte Franzesi, ed altrettanti e forse più fra Savoiardi, Piemontesi, Svizzeri e Vallesi. In essa armata si contavano quasi due mila cavalli, ch'erano il maggior suo nerbo, e valevano assai più dei tre mila di Milano. Divolgava dappertutto il duca di avere venticinque mila fanti e due mila cinquecento cavalli, per accrescere la riputazion delle sue forze; e fu egli il primo a spignere in Monferrato le sue genti, con occupar Villanova, Murano ed altri luoghi. Tentò anche di rompere il ponte degli Spagnuoli sulla Sesia: il che non gli riuscì.
Nel dì 14 di settembre passò l'esercito ispano la Sesia, ed incamminossi verso la Motta e Villanuova, dove s'era trincierato il duca, con disegno di dar battaglia. Ma fu prevenuto dal duca, il quale con una imboscata all'improvviso si scagliò contro la vanguardia spagnuola al passaggio di un fosso, e cominciò a menar le mani. Duro fu il conflitto; ma accorso tutto il campo del governatore, il duca fu astretto a ritirarsi colla peggio, avendo perduto più di quattrocento fanti e di sessanta cavalli, oltre ai feriti. Pareano indirizzate le mire del Toledo sopra Crescentino; il duca, ancorchè il passaggio gli fosse quasi precluso, pure arditamente portatosi colà, fece passar la voglia ai nemici di tentar quella terra. Seguirono poscia altre fazioni, avendo il duca occupati varii luoghi nel Monferrato, e all'incontro il governatore di Milano Santià e San Germano; per la quale ultima piazza, troppo vilmente renduta, fu d'ordine del duca tagliato il capo a chi ne avea il governo. Intanto l'autunno cominciava colle pioggie a difficoltar il campeggiare; e perciocchè il governatore desiderava pure di segnalarsi con qualche fatto, accadde che il duca mossel'armata sua per andare a postarsi alla Badia di Lucedio: laonde fu spedita parte della cavalleria spagnuola con fanti in groppa ad assalire la di lui retroguardia. A poco a poco si andarono impegnando le parti ad un fiero conflitto, sostenuto valorosamente dai ducheschi, finchè sopraggiunsero le schiere tedesche, le quali per fianco assalirono con tal vigore i reggimenti franzesi del duca, che li misero in fuga; nè con tutte le esortazioni e preghiere di esso duca si poterono ritenere i fuggitivi. Andò dunque in rotta e si disperse l'esercito duchesco, con lieve strage nondimeno, essendo restati sul campo poco più di quattrocento uomini, circa mille feriti e ducento prigionieri, colla perdita di undici insegne di fanteria e tre di cavalleria: laddove dalla parte degli Spagnuoli solamente vi perirono cento soldati, ed altrettanti furono i feriti. Dopo di che l'armi del governatore occuparono varii luoghi e spezialmente Gattinara, di modo che venne Vercelli a restar come bloccato. Intanto dalla parte del mare il signor di Broglio avea mossa guerra a Nizza; in Savoia tuttavia si vivea con sospetti del duca di Nemours; molti Franzesi dell'armata duchesca chiedevano congedo, e quel che più afflisse il duca, fu l'essere stato imprigionato in Parigi ilprincipe di Condè, principal suo sostegno e speranza nei presenti travagli.
Trovavasi perciò il duca Carlo Emmanuele sbattuto dalla fortuna da tutte le parti; e pure l'eroico suo animo giammai non s'invilì in tante disgrazie e pericoli. Ricorse allora all'accortezza sua, per guadagnar tempo, alcardinal Lodovisioe al signor di Bethunes ambasciatore di Francia, facendoli muovere di nuovo proposizioni di pace con don Pietro di Toledo, il quale volentieri vi prestò l'orecchio, parte perchè stanco dei disagi della guerra, e parte perchè tutto gonfio credeva di avere talmente abbassato il duca, che più non potesse alzare il capo. In questo mentre non solamente respirò Carlo Emmanuele, ma cominciarono anchea prendere miglior piega gli affari suoi in Savoia e Nizza, per essere seguito un accordo col duca di Nemours. Oltre a ciò, il re di Francia gli promise di non abbandonarlo; e i Veneziani, coi quali egli avea fatta dianzi lega, gl'inviarono buone somme di denaro, e promesse di settantadue mila ducati il mese, durante la guerra, in guisa tale, ch'egli andò da lì innanzi inventando nuovi sotterfugi per non accordare giammai alcuna delle condizioni poco onorevoli per lui, proposte dal governatore. Parlò poscia con tuono più alto, dacchè intese che l'esercito spagnuolo notabilmente ogni dì più scemava per le malattie e per le diserzioni, stante il non correre le paghe. Si ridusse poi a tale il Toledo, che gli convenne ritirar le sue truppe dal Piemonte, con lasciar solamente ben presidiato San Germano, e con saccheggiare e incendiare Santià. Venuto intanto il duca a scoprire che il principe di Masserano era in trattato col governator di Milano di prendere presidio spagnuolo, sotto le feste di Natale gli spedì addosso il principe di Piemonte suo figlio con cinque mila fanti e mille cavalli, che forzò quella terra a rendersi. Tali furono nel presente anno gli avvenimenti del Piemonte.
Quanto alla guerra de' Veneziani cogli Austriaci, continuò questa senza fatti meritevoli, che io mi fermi a raccontarli. Solamente accennerò che ad essi Veneti riuscì nel dì 19 di marzo d'impossessarsi della fortezza di Mascheniza, e poi di Sorisa, nido d'Uscocchi. All'incontro, venne fatto agli Austriaci di occupar la Pontieba de' Veneziani, dove fecero buona preda. Ma non tardò il provveditor Foscarini col conte Francesco Martinengo a ricuperar quel luogo, e poscia ad occupar anche la Pontieba Austriaca, posta di là dal fiume, con tutte le mercatanzie e robe di molto valore che ivi si trovarono. Restò anche preso dai Veneziani Caporetto, luogo d'importanza, con istrage di alcune centinaia d'Austriaci, e ben fortificato dipoi.Don Giovannide Medicipassò in questo anno al servigio dei Veneziani con titolo di governator generale. Nè si dee omettere che, andando in corso nell'anno presente la squadra delle galee di Napoli nel Mediterraneo, s'incontrò nella flotta de' Turchi, e venne furiosamente alle mani. Dicono che si contarono affondate sei galee di que' Barbari, e sedici altre danneggiate oltre modo dalle artiglierie de' cristiani, e che vi rimasero estinti più di due mila Musulmani. Probabilmente la fama avrà ingrandita questa vittoria, non sapendosi che i cristiani andassero a contare gli estinti dell'armata nemica. Parimente dalle galee del gran duca, correndo il mese di maggio, furono prese due turchesche, con guadagno di più di cento mila scudi, e liberazione di quattrocento trenta schiavi cristiani, in luogo dei quali furono posti al remo ducento quaranta Turchi. Medesimamente vennero in potere delle galee di Malta sette legni turcheschi colla morte o prigionia di cinquecento giannizzeri, che vi erano sopra.