MDCXXI

MDCXXIAnno diCristoMDCXXI. IndizioneIV.Gregorio XVpapa 1.Ferdinando IIimperadore 3.Ebbe di grandi faccende in questo anno la morte. Primieramente il ponteficePaolo Vdopo quindici anni, otto mesi e tredici giorni di pontificato, e dopo uno stabile tenor di vita religiosa e limosiniera, fu chiamato da Dio ad un miglior paese. Dappoichè sui principii del governo suo ebbe conosciuto che la bravura non era più un mestier da papa, fu sempre amator della pace, impiegando i suoi pensieri nella conservazione ed aumento della religione cattolica, nella riforma del clero secolare e regolare, e nell'ornare sempre più di magnifiche fabbriche l'impareggiabil città di Roma. Soprattutto attese ad ampliare la basilica Vaticana, tempio perciò divenuto una delle maraviglie del mondo. Quanto egli operasse in questa impresa, esigerebbe non poche carte. Son da vedere intorno a ciò il vescovo Angelo Rocca, i padri Oldoino e Bonanni della compagnia di Gesù. Insigni memorie di magnificenza lasciò ancora nella basilica Liberiana, dove spezialmente si ammira la cappella Borghese. Accrebbe di varie fabbriche il palazzo del Quirinale. Dal territorio di Bracciano tirò con insigne acquedotto per lo spazio di quarantacinque miglia, abbondanti e perenni acque per sovvenire al bisogno della parte trasteverina della città. Tralascio altre sue nobili fatture, per le quali fu sommamente benemerito di Roma, delle quali si trova il catalogo e la descrizione nella di lui vita composta dal Padre Bzovio dell'ordine dei predicatori. La sola taccia che fu data al suo pontificato, si ridusse all'esorbitante profusione ne' nipoti, i quali e dentro e fuori di Roma fabbricarono palagi sì superbi, che gareggiavano con quei dei re. Il solo principe di Sulmona nipote suo giunse ad avere rendite annue di cento, e vi ha chi dice di ducentoe più mila scudi, oltre il danaro in cassa. Nè è da stupirsene. Ilcardinal Borghese, dianzi chiamato Scipione Caffarelli, figlio di una sorella del papa, e ministro dispotico della sacra corte, tutto quanto veniva a vacare, lo conferiva ai parenti suoi: del che pubbliche erano le doglianze. E però ebbe a dire Andrea Vettorelli di questo pontefice:Si una caruisset nota, largitione nempe in suos, Beatissimis comparandum fuisse omnes fatentur. Convengono tutti i più accreditati scrittori che la di lui morte avvenne nel dì 28 di gennaio dell'anno presente, e questo si raccoglie ancora dalla sua iscrizion sepolcrale, che difettosa poi si legge nell'edizion dell'Oldoino, dove il dì 28 per errore di stampa è divenuto il dì 22. Entrati nel concistoro i porporati, parve sul principio che ilcardinal Pietro Campori Modenese, portato dalla fazion Borghese, avesse a riportare indubitatamente il pallio; ma mutato all'improvviso parere, si rivolsero i voti alla persona delcardinale Alessandro Ludovisiodi patria Bolognese ed arcivescovo d'essa città, che nel dì 9 di febbraio restò eletto papa, e prese il nome diGregorio XV. Era egli personaggio di vita esemplarissima, perito nella scienza delle leggi ecclesiastiche e civili, esperto negli affari del mondo, di tal benignità e modestia ornato, che lo stesso popolo romano con uno straordinario plauso diede risalto maggiore alla di lui elezione, sperando di vedere rinato in lui l'altro glorioso pontefice bologneseGregorio XIII. S'era già introdotto che i papi, e massimamente se vecchi, quale appunto era esso Gregorio XV, eleggessero uno dei nipoti cardinale, a cui poscia si conferiva il titolo di primo ministro, e volgarmente veniva appellato ilcardinal padrone. Pertanto non tardò il novello pontefice, nel dì 15 di febbraio, a fregiar colla sacra porpora il nipoteLodovico Ludovisio, giovane di gran talento, che sollevò da lì innanzi il quasi settuagenario zio dalle fatiche e regolò gliaffari non men con lode che con arbitrio supremo.S'affollarono tosto addosso al nuovo papa i ministri di Francia, Spagna, Venezia e Savoia, per interessarlo vivamente nelle controversie della Valtellina; nè fu egli pigro a scrivere di proprio pugno lettera premurosa al re CattolicoFilippo III, esortandolo a tagliare il corso a quella pendenza, minacciante oramai un'asprissima guerra in Italia. Ma non andò molto che lo stesso monarca delle Spagne fu sottratto dalla morte nel dì ultimo di marzo ai pensieri ed imbrogli dei mondo, con lasciar dopo di sè una illustre memoria della sua scrupolosa pietà e buon volere, ma una molto infelice del suo governo. Imperciocchè o per poca abilità o per troppo amore alla quiete, avendo lasciato in balia dei favoriti, e massimamente diFrancesco duca di Lerma(che nel 1618 creato fu cardinale da Paolo V) tutto il reggimento, parve che null'altro conservasse per sè fuorchè il titolo di re. Perciò sotto di lui decaduta la monarchia spagnuola da quel colmo di riputazione ed autorità, in cui la lasciòFilippo IIsuo padre, andò poi maggiormente declinando per tutto il presente secolo. A lui succedetteFilippo IVsuo figlio primogenito, verso di cui nè pur era stata assai liberale di belle doti la natura. Oltre all'età di sedici anni, che il rendea poco atto all'amministrazion degli affari, più cuore mostrava egli ai divertimenti geniali che alle serie applicazioni; e però anche sotto di lui colla depression de' precedenti continuò la disordinata fortuna di altri favoriti; anzi questa si ridusse ad un solo, cioè adon Gasparo di Guzmano,conte di Olivares, il quale, avendo ottenuto il titolo di duca, si fece poi pomposamente nominare il conte duca, e riuscì un cattivo arnese di quella sì potente monarchia. Fece fine ai suoi giorni ancheCosimo II gran ducadi Toscana nel febbraio di quest'anno. Fu principe di elevato ingegno, liberale, benigno ed amatodai popoli, ma sì mal fornito di sanità, che quasi sempre fece alla lotta colle infermità; laonde, nulla gustando della sua grandezza, invidiava la condizione de' privati sani. I figli restati di lui furonoFerdinando IIproclamato gran duca,Gian Carlo, che fu poi cardinale,Leopoldo, fregiato anch'egli della porpora,MattiaseFrancesco, ed oltre a due altre femmine,Margheritamaritata inOdoardo ducadi Parma. Perchè il nuovo gran duca era tuttavia in età pupillare, presero la di lui tutela ilcardinal Carlosuo zio, e l'avola LoreneseCaterina, e la madre AustriacaMaria Margherita. Nè si dee tacere che nel dì 13 di luglio cessò parimente di vivere in FiandraAlberto arciduca, con vere lagrime compianto da quei popoli che un placido governo aveano provato sotto di lui. L'infanta Isabellasua moglie, da cui non avea tratta prole alcuna, tosto prese l'abito monastico, restando nulladimeno governatrice di nome di que' paesi. Ilmarchese Ambrosio Spinolagodeva ivi il comando dell'armi; e perciocchè, essendo terminata la tregua fra la Spagna e gli Olandesi, di nuovo si riaccese la guerra, quel prode generale passò in quest'anno ad assediare Giulliers; del che io nulla altro dirò, se nonchè dopo mirabili pruove del suo saper militare se ne impadronì, con aver precluso l'adito ad ogni soccorso del conte Maurizio di Nassau.Intanto ilduca di Feriagovernator di Milano, che sosteneva con vigore in Lombardia il credito della corona di Spagna, dall'un canto seguitava a fabbricar nuovi forti nella Valtellina, e dall'altro sempre facea giocar le proteste d'essere pronto a demolir tutto, e di atterrare infino quel di Fuentes, benchè piantato nella giurisdizione dello Stato di Milano. E denari ed artifizii seppe egli adoperar sì a proposito, che mise la disunion fra gli stessi Grigioni, e parte di essi ancora tirò nel febbraio ad una capitolazione o lega, che non fu poi accettata dagli altri; anzi gl'incitò a maggiorsollevazione, con restar vittima del loro furore non pochi Cattolici, e spogliate le chiese con altri assai gravi disordini, senzachè gli eretici la perdonassero a quel lor nazionali che si erano accordati col duca di Feria. Riuscì in questo mentre al Bassompiere, ambasciatore di Francia spedito a Madrid, d'indurre il nuovore Filippo IVe il consiglio di Madrid ad un accordo, per cui nel dì 25 d'aprile restò determinato che la Valtellina tornasse in poter dei Grigioni, ma colla conservazione della religion cattolica in quelle parti: al che eziandio condiscese il nunzio pontificio. Ma questo trattato venne da tante parti attraversato, che ne andò per terra l'esecuzione, soffiando tutti i litiganti contra di esso. Al duca di Feria non si può dire quanto dispiacesse il vedere in un fascio tutte le macchine sue per l'ingrandimento della potenza spagnuola. Ne erano assai disgustati anche i Veneziani, perchè veniva troncata con esso ogni lor pretensione della lega col Grigioni. E gli stessi Grigioni vi trovarono più di un motivo di rigettarlo. Il perchè, risoluti essi Grigioni di ricuperar colle proprie forze la Valtellina, furiosamente uscirono in campagna con più di dieci mila combattenti, ma disordinati e mal capitanati, che al primo rimbombo delle artiglierie spagnuole nella contea di Bormio, presi da terror panico, diedero alle gambe. Per questa invasione il duca di Feria dalle parti del Milanese, e l'arciduca Leopoldoda quelle del Tirolo mossero le lor armi. S'impadronì il primo di Chiavenna, e l'altro delle valli d'Engedina e di Parentz e d'altri siti, e poscia della stessa città di Coira, con rimetter ivi il vescovo che dianzi ne era Stato cacciato. Sicchè sempre più venne a peggiorar la fortuna dei Grigioni, provandone anche un incredibil dispiacere i Veneziani, che miravano crescere ogni dì più i lor pericoli per li felici progressi degli Austriaci. E pure, contuttochè sommamente abbisognassero del braccio del papa e dellaFrancia per liberar la Valtellina dalle unghie spagnuole, e tanto il ponteficeGregorio XVche il reLodovico XIIIsi prevalessero di questa congiuntura per indurli coi più caldi uffizii a ricevere in lor grazia i gesuiti; pure s'incontrò in quel senato un'insuperabile resistenza a tal petizione. Era tuttavia vivo il famoso fra Paolo Sarpi lor teologo, essendo egli mancato di vita solamente nell'anno seguente. Probabilmente non li dovette consigliare che fossero indulgenti in questo caso. Merita ilcardinal Roberto Bellarminodella compagnia di Gesù che si faccia qui menzione della morte sua, accaduta nel dì 17 di settembre dell'anno presente, con lasciare un celebratissimo ed immortal nome sì per li suoi libri pieni di singolar dottrina, che per le sue rarissime virtù morali e cristiane. Uomo in tutto mirabile, e che più onore compartì alla porpora, che la porpora a lui.

Ebbe di grandi faccende in questo anno la morte. Primieramente il ponteficePaolo Vdopo quindici anni, otto mesi e tredici giorni di pontificato, e dopo uno stabile tenor di vita religiosa e limosiniera, fu chiamato da Dio ad un miglior paese. Dappoichè sui principii del governo suo ebbe conosciuto che la bravura non era più un mestier da papa, fu sempre amator della pace, impiegando i suoi pensieri nella conservazione ed aumento della religione cattolica, nella riforma del clero secolare e regolare, e nell'ornare sempre più di magnifiche fabbriche l'impareggiabil città di Roma. Soprattutto attese ad ampliare la basilica Vaticana, tempio perciò divenuto una delle maraviglie del mondo. Quanto egli operasse in questa impresa, esigerebbe non poche carte. Son da vedere intorno a ciò il vescovo Angelo Rocca, i padri Oldoino e Bonanni della compagnia di Gesù. Insigni memorie di magnificenza lasciò ancora nella basilica Liberiana, dove spezialmente si ammira la cappella Borghese. Accrebbe di varie fabbriche il palazzo del Quirinale. Dal territorio di Bracciano tirò con insigne acquedotto per lo spazio di quarantacinque miglia, abbondanti e perenni acque per sovvenire al bisogno della parte trasteverina della città. Tralascio altre sue nobili fatture, per le quali fu sommamente benemerito di Roma, delle quali si trova il catalogo e la descrizione nella di lui vita composta dal Padre Bzovio dell'ordine dei predicatori. La sola taccia che fu data al suo pontificato, si ridusse all'esorbitante profusione ne' nipoti, i quali e dentro e fuori di Roma fabbricarono palagi sì superbi, che gareggiavano con quei dei re. Il solo principe di Sulmona nipote suo giunse ad avere rendite annue di cento, e vi ha chi dice di ducentoe più mila scudi, oltre il danaro in cassa. Nè è da stupirsene. Ilcardinal Borghese, dianzi chiamato Scipione Caffarelli, figlio di una sorella del papa, e ministro dispotico della sacra corte, tutto quanto veniva a vacare, lo conferiva ai parenti suoi: del che pubbliche erano le doglianze. E però ebbe a dire Andrea Vettorelli di questo pontefice:Si una caruisset nota, largitione nempe in suos, Beatissimis comparandum fuisse omnes fatentur. Convengono tutti i più accreditati scrittori che la di lui morte avvenne nel dì 28 di gennaio dell'anno presente, e questo si raccoglie ancora dalla sua iscrizion sepolcrale, che difettosa poi si legge nell'edizion dell'Oldoino, dove il dì 28 per errore di stampa è divenuto il dì 22. Entrati nel concistoro i porporati, parve sul principio che ilcardinal Pietro Campori Modenese, portato dalla fazion Borghese, avesse a riportare indubitatamente il pallio; ma mutato all'improvviso parere, si rivolsero i voti alla persona delcardinale Alessandro Ludovisiodi patria Bolognese ed arcivescovo d'essa città, che nel dì 9 di febbraio restò eletto papa, e prese il nome diGregorio XV. Era egli personaggio di vita esemplarissima, perito nella scienza delle leggi ecclesiastiche e civili, esperto negli affari del mondo, di tal benignità e modestia ornato, che lo stesso popolo romano con uno straordinario plauso diede risalto maggiore alla di lui elezione, sperando di vedere rinato in lui l'altro glorioso pontefice bologneseGregorio XIII. S'era già introdotto che i papi, e massimamente se vecchi, quale appunto era esso Gregorio XV, eleggessero uno dei nipoti cardinale, a cui poscia si conferiva il titolo di primo ministro, e volgarmente veniva appellato ilcardinal padrone. Pertanto non tardò il novello pontefice, nel dì 15 di febbraio, a fregiar colla sacra porpora il nipoteLodovico Ludovisio, giovane di gran talento, che sollevò da lì innanzi il quasi settuagenario zio dalle fatiche e regolò gliaffari non men con lode che con arbitrio supremo.

S'affollarono tosto addosso al nuovo papa i ministri di Francia, Spagna, Venezia e Savoia, per interessarlo vivamente nelle controversie della Valtellina; nè fu egli pigro a scrivere di proprio pugno lettera premurosa al re CattolicoFilippo III, esortandolo a tagliare il corso a quella pendenza, minacciante oramai un'asprissima guerra in Italia. Ma non andò molto che lo stesso monarca delle Spagne fu sottratto dalla morte nel dì ultimo di marzo ai pensieri ed imbrogli dei mondo, con lasciar dopo di sè una illustre memoria della sua scrupolosa pietà e buon volere, ma una molto infelice del suo governo. Imperciocchè o per poca abilità o per troppo amore alla quiete, avendo lasciato in balia dei favoriti, e massimamente diFrancesco duca di Lerma(che nel 1618 creato fu cardinale da Paolo V) tutto il reggimento, parve che null'altro conservasse per sè fuorchè il titolo di re. Perciò sotto di lui decaduta la monarchia spagnuola da quel colmo di riputazione ed autorità, in cui la lasciòFilippo IIsuo padre, andò poi maggiormente declinando per tutto il presente secolo. A lui succedetteFilippo IVsuo figlio primogenito, verso di cui nè pur era stata assai liberale di belle doti la natura. Oltre all'età di sedici anni, che il rendea poco atto all'amministrazion degli affari, più cuore mostrava egli ai divertimenti geniali che alle serie applicazioni; e però anche sotto di lui colla depression de' precedenti continuò la disordinata fortuna di altri favoriti; anzi questa si ridusse ad un solo, cioè adon Gasparo di Guzmano,conte di Olivares, il quale, avendo ottenuto il titolo di duca, si fece poi pomposamente nominare il conte duca, e riuscì un cattivo arnese di quella sì potente monarchia. Fece fine ai suoi giorni ancheCosimo II gran ducadi Toscana nel febbraio di quest'anno. Fu principe di elevato ingegno, liberale, benigno ed amatodai popoli, ma sì mal fornito di sanità, che quasi sempre fece alla lotta colle infermità; laonde, nulla gustando della sua grandezza, invidiava la condizione de' privati sani. I figli restati di lui furonoFerdinando IIproclamato gran duca,Gian Carlo, che fu poi cardinale,Leopoldo, fregiato anch'egli della porpora,MattiaseFrancesco, ed oltre a due altre femmine,Margheritamaritata inOdoardo ducadi Parma. Perchè il nuovo gran duca era tuttavia in età pupillare, presero la di lui tutela ilcardinal Carlosuo zio, e l'avola LoreneseCaterina, e la madre AustriacaMaria Margherita. Nè si dee tacere che nel dì 13 di luglio cessò parimente di vivere in FiandraAlberto arciduca, con vere lagrime compianto da quei popoli che un placido governo aveano provato sotto di lui. L'infanta Isabellasua moglie, da cui non avea tratta prole alcuna, tosto prese l'abito monastico, restando nulladimeno governatrice di nome di que' paesi. Ilmarchese Ambrosio Spinolagodeva ivi il comando dell'armi; e perciocchè, essendo terminata la tregua fra la Spagna e gli Olandesi, di nuovo si riaccese la guerra, quel prode generale passò in quest'anno ad assediare Giulliers; del che io nulla altro dirò, se nonchè dopo mirabili pruove del suo saper militare se ne impadronì, con aver precluso l'adito ad ogni soccorso del conte Maurizio di Nassau.

Intanto ilduca di Feriagovernator di Milano, che sosteneva con vigore in Lombardia il credito della corona di Spagna, dall'un canto seguitava a fabbricar nuovi forti nella Valtellina, e dall'altro sempre facea giocar le proteste d'essere pronto a demolir tutto, e di atterrare infino quel di Fuentes, benchè piantato nella giurisdizione dello Stato di Milano. E denari ed artifizii seppe egli adoperar sì a proposito, che mise la disunion fra gli stessi Grigioni, e parte di essi ancora tirò nel febbraio ad una capitolazione o lega, che non fu poi accettata dagli altri; anzi gl'incitò a maggiorsollevazione, con restar vittima del loro furore non pochi Cattolici, e spogliate le chiese con altri assai gravi disordini, senzachè gli eretici la perdonassero a quel lor nazionali che si erano accordati col duca di Feria. Riuscì in questo mentre al Bassompiere, ambasciatore di Francia spedito a Madrid, d'indurre il nuovore Filippo IVe il consiglio di Madrid ad un accordo, per cui nel dì 25 d'aprile restò determinato che la Valtellina tornasse in poter dei Grigioni, ma colla conservazione della religion cattolica in quelle parti: al che eziandio condiscese il nunzio pontificio. Ma questo trattato venne da tante parti attraversato, che ne andò per terra l'esecuzione, soffiando tutti i litiganti contra di esso. Al duca di Feria non si può dire quanto dispiacesse il vedere in un fascio tutte le macchine sue per l'ingrandimento della potenza spagnuola. Ne erano assai disgustati anche i Veneziani, perchè veniva troncata con esso ogni lor pretensione della lega col Grigioni. E gli stessi Grigioni vi trovarono più di un motivo di rigettarlo. Il perchè, risoluti essi Grigioni di ricuperar colle proprie forze la Valtellina, furiosamente uscirono in campagna con più di dieci mila combattenti, ma disordinati e mal capitanati, che al primo rimbombo delle artiglierie spagnuole nella contea di Bormio, presi da terror panico, diedero alle gambe. Per questa invasione il duca di Feria dalle parti del Milanese, e l'arciduca Leopoldoda quelle del Tirolo mossero le lor armi. S'impadronì il primo di Chiavenna, e l'altro delle valli d'Engedina e di Parentz e d'altri siti, e poscia della stessa città di Coira, con rimetter ivi il vescovo che dianzi ne era Stato cacciato. Sicchè sempre più venne a peggiorar la fortuna dei Grigioni, provandone anche un incredibil dispiacere i Veneziani, che miravano crescere ogni dì più i lor pericoli per li felici progressi degli Austriaci. E pure, contuttochè sommamente abbisognassero del braccio del papa e dellaFrancia per liberar la Valtellina dalle unghie spagnuole, e tanto il ponteficeGregorio XVche il reLodovico XIIIsi prevalessero di questa congiuntura per indurli coi più caldi uffizii a ricevere in lor grazia i gesuiti; pure s'incontrò in quel senato un'insuperabile resistenza a tal petizione. Era tuttavia vivo il famoso fra Paolo Sarpi lor teologo, essendo egli mancato di vita solamente nell'anno seguente. Probabilmente non li dovette consigliare che fossero indulgenti in questo caso. Merita ilcardinal Roberto Bellarminodella compagnia di Gesù che si faccia qui menzione della morte sua, accaduta nel dì 17 di settembre dell'anno presente, con lasciare un celebratissimo ed immortal nome sì per li suoi libri pieni di singolar dottrina, che per le sue rarissime virtù morali e cristiane. Uomo in tutto mirabile, e che più onore compartì alla porpora, che la porpora a lui.


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