MDCXXVIAnno diCristoMDCXXVI. IndizioneIX.Urbano VIIIpapa 4.Ferdinando IIimperadore 8.Si aspettava ognuno che più fiera che mai si riaccendesse la guerra nell'anno presente in Italia, dacchè si vide inviato a Parigi ilprincipe di Piemontedal ducaCarlo Emmanuelesuo padre a far istanza per un più potente armamento; e molto più dacchè si seppe che allo stesso principeera stato conferito il titolo di generale dell'armi della Francia in Italia, senza dover dipendere dal contestabile, o da altri pedanti nelle imprese militari. A maggiormente poi accrescere nel mese di marzo questo timore servì l'arrivo in Lombardia diTorquato Contiduca di Guadagnolo, figlio del duca di Poli, con sei mila fanti e secento cavalli stipendiati dal papa, con ordine di accoppiarsi con gli Spagnuoli alla ricuperazion della Valtellina, e a tornare in pristino il deposito di quella provincia. Del che pervenuto l'avviso in Francia, furono spediti danari ed ordini al marchese di Coeuvres, per far leva di nuove genti. Ma eccoti all'improvviso contro l'espettazion d'ognuno saltar fuori la pace tra la Francia e la Spagna, i cui articoli nel dì 5 oppure 6 di marzo furono segnati in Monsone, terra d'Aragona, dal conte duca, cioè dall'Olivares, e dal conte di Fargis ambasciatore di Francia, ma pubblicati molto più tardi. Non si può spiegare quanti artifizii e mascherate si facessero giocare in questo negoziato. Più d'una volta fece vista la corte di Parigi di disapprovare il concordato dal suo ministro in Ispagna, e di voler richiamare e gastigare lui stesso; e pure gustò infine l'operato da lui. V'erano delle segrete ruote che movevano ilRichelieua voler quella pace, perchè abbondavano in Francia i malcontenti ed invidiosi del soverchio suo dominio; nè molto si stette a vederne lo scoppio. Era giunto il papa ad inviare in Ispagna con titolo di legato lo stesso suo nipotecardinale Francesco, voglioso di far una nuova comparsa anche in quella corte, per tenere al sacro fonte una nuova figlia del re Cattolico, e per trattar ivi della pace d'Italia, sperando miglior fortuna ivi di quella che avea provato in Parigi. Arrivato che egli fu in Catalogna, e volendosi mischiare nel trattato, gli diedero ad intendere già terminato il negozio (che nondimeno era tuttavia pendente), e finsero dipoi sottoscritti i capitoli nel dì suddetto di marzo. Nulla in Parigise ne comunicò al principe di Piemonte e al ministro veneto, se non dopo il fatto con pascere intanto ambedue di pensieri ed apparati di guerra. I principali articoli di questa concordia furono: Che in perpetuo non sarebbe altro esercizio che quello della religion cattolica romana nella Valtellina, contado di Bormio e Chiavenna. Che fosse salva in que' luoghi la sovranità dei Grigioni, con pagar loro la provincia un annuo tributo, ma con facoltà ai Valtellini di eleggere liberamente i lor governatori e magistrati tutti cattolici; la quale elezione fosse obbligata la repubblica dei Grigioni di ratificare. Che tutti i forti di essa provincia sarebbono rimessi in mano del papa, e poi demoliti e rasati. Fu riserbato ad arbitri e all'autorità delle due corone di comporre le differenze civili rimaste fra i lor collegati.Gran rumore, gran battaglia di sentimenti cagionò questa improvvisa pace. I più, ed anche in Francia, ne sparlavano a bocca aperta, come se si fosse fatto il funerale alla riputazione della corona franzese con questo accomodamento, e quasichè troppo in esso avesse guadagnato la Spagna. Perciocchè, senza parlar del punto della religione, voluto e lodato dai cattolici tutti, dicevano essi che veniva la Valtellina a restare in sostanza, se non in apparenza, indipendente dalla giurisdizion dei Grigioni, e tutta divota per i ricevuti vantaggi e per la necessità del commercio a' vicini Spagnuoli. Oltre a ciò, rimanevano traditi e sacrificati gl'interessi di tutti i collegati della Francia, e troppo sconciamente pregiudicato alle convenienze d'ognuno. Infatti rimasero stranamente alterati gli animi de' Grigioni, de' Veneziani, e specialmente del duca di Savoia, ed ognuno di essi proruppe in molte doglianze. Tuttavia per prudenza e per necessità convenne loro accomodarsi alle determinazioni di chi le poteva far eseguire. Il pontefice, i Genovesi e gli altri principi d'Italia con occhi diversi riguardarono questo accordo. Se ne compiacquerogli ultimi, non già per l'onore e per li vantaggi della Spagna, ma perchè tornava la calma in Italia. Maggior piacere ne provarono i Genovesi, che collegatisi in questo boiler di cose col re Cattolico, restavano sotto la di lui protezione, e liberati dalle nuove minaccie del duca di Savoia. Finalmente assaissimo ne esultò il pontefice, perchè, quantunque penasse a digerire il non essere stati ammessi i suoi ministri al trattato, pure, al mirare così ben assicurato il punto importante della religione, e provveduto al suo decoro colla restituzion dei forti della Valtellina, di più non gli restava da desiderare. Forse anche l'armamento da lui fatto non provenne da intenzione alcuna di guerra, ma bensì da segretissimi avvisi, come avea da finir questa faccenda; laonde spedì egli prontamente quelle truppe, affinchè fossero pronte a riceverne la consegna. Finalmente, considerando il midollo d'essa pace, non vi si potè trovar lesa la giustizia, perchè si restituì ai Grigioni l'alto lor dominio nella Valtellina, con rimediar solamente all'usurpazione da lor fatta contro i precedenti usi e patti sulla religione e libertà di que' popoli. Si attese intanto all'esecuzion del trattato. Gran difficoltà e dilazioni oppose il marchese di Coeuvres alla consegna delle fortezze; ma sul principio dell'anno seguente n'entrò in possesso Torquato Conti a nome del pontefice, e tutto fece demolire. In Francia coll'assenso dello ambasciatore spagnuolo fu dipoi tassata la pensione o tributo, che si dovea pagare ogni anno dalla Valtellina ai Grigioni, in venticinque mila scudi. Più scabroso riuscì il comporre le differenze del duca di Savoia co' Genovesi, e convenne portar l'affare alla corte di Spagna. Pretendeva il duca per preliminare la restituzione dei luoghi, di una galea e dei cannoni a lui presi. A questo in fine condiscesero i Genovesi, ma ben saldo tennero l'acquisto del marchesato di Zuccherello, e viva tuttavia durò la discordia fra loro.Restò sì amareggiato esso ducaCarlo Emmanuelecontro la corte di Francia, e massimamente contro il cardinale primo ministro, che, per isfogare il conceputo implacabile suo odio, non lasciò indietro arte veruna. Era cervello atto ad imbrogliar tutta l'Europa. Però non fu difficile il figurarsi che egli per mezzo dell'abbate Scaglia suo accortissimo ministro avesse preso a fomentare i malcontenti di Francia, esibendo loro aiuti; e certo egli accolse chi di essi a lui ricorreva. Erasi in effetto manipolata una grave congiura contra del favoritoRichelieu, al cui dispotismo non si sapeano accomodare i grandi, e vi ebbe parte lo stessoGastone ducad'Orleans fratello del re. Ma più volte la testa sagacissima del Richelieu solo seppe far abortire tutti i loro disegni. Se veramente il duca avesse mano in que' viluppi, non ho io cannocchiale che mel faccia discernere. Fallito questo colpo, fu creduto che egli si volgesse aCarlo I redella Gran Bretagna, per attizzarlo contro i Franzesi, e che movesse trattati segreti cogli Ugonotti e col duca di Lorena, acciocchè tanto essi dal canto loro, che egli dal suo, in un medesimo tempo attaccassero un fiero incendio in Francia. Quel che è certo, quantunque sapesse irritata forte contra di lui per le passate cose la corte di Spagna, pure ebbe maniera di introdurre colà un negoziato per riconciliarsi, offerendosi pronto ad abbracciare il partito del re Cattolico: al che trovò delle disposizioni nel conte duca. Concepì in questi medesimi giorni esso duca di Savoia l'idea d'intitolarsi re di Cipri: al che non gli mancavano buoni fondamenti, ma con trovare la repubblica di Venezia armata d'opposte pretensioni e ragioni. Si può ben credere che di somigliante disputa non si mettesse gran pensiero la Porta Ottamana, la quale placidamente in danno della Cristianità seguita anche oggidì a godersi quel regno, nè sembra inclinata a rilasciarlo ad alcuno dei pretendenti. Il dì 29 di ottobre l'ultimo fu della vita diFerdinando Gonzaga ducadi Mantova; e perchè non lasciò prole alcuna legittima, a lui succedette nel ducatoVincenzosuo fratello, uomo perduto ne' piaceri, e che perciò andava fabbricando delle mine pregiudiziali al suo vivere, come infatti staremo poco a vedere.Di sopra accennammo non avereFrancesco Maria della Rovereduca d'Urbino procreato se non un figlio, cioèFederigo Ubaldo, giovane dissoluto, prodigo e di vita sregolata, senza che nè i comandi del padre, nè i consigli della gente savia e pia il potessero tenere in freno. Sul più bello dei suoi solazzi e delle sue allegrezze, per essere stato pochi giorni prima proclamato duca, fu questi una mattina trovato morto in letto senza precedente alcuna infermità. Questo avvenne nell'anno 1623. Chi ne disse una cagione, e chi un'altra. Con gran costanza il duca Francesco Maria ricevette l'avviso dal vescovo di Pesaro, città, dove succedette la repentina morte del figlio, e saviamente represse gli empiti e violenti affetti della natura. Siccome di sopra dicemmo, la corte di Roma, che stava attentissima a tutti i moti di quella d'Urbino, sapendo ch'erano, per la vecchiaia del duca quasi ottuagenario, seccate le speranze d'alcuna successione, cominciò per tempo a disporsi per raccogliere quel riguardevole Stato, che andava a decadere in lei. Ma perciocchèClaudia de Medicimoglie del defunto Federigo Ubaldo era restata gravida, e partorì poscia una fanciulla, alla quale fu posto il nome diVittoria, i Veneziani, il gran duca e gli altri principi d'Italia avrebbono desiderato che per mezzo di questa principessa fosse ivi continuato quel principato, affinchè non si slargassero tanto le fimbrie della Chiesa. Ma essa ne era incapace secondo le investiture; oltredichè le tante bolle dei papi contrarie all'infeudare Stati cospicui non lasciarono luogo a cotal progetto. Oltre a ciò, per quanto fosse proposto alpontefice Urbano VIIIdi far cadere questo pezzod'Italia in uno dei suoi nipoti, e gli Spagnuoli stessi si gloriassero di essere promotori di un tal consiglio, pure il papa si difese sempre da somiglianti sirene. Fu dunque con sollecitudine spedito da esso papa ad Urbino il novelloarcivescovo Santorio, che cominciò ad ingerirsi in faccende di Stato, e a volerla fare da soprintendente: del che si riputò molto offeso il vecchio duca; e perciò sdegnato inviò la nipote Vittoria ad allevarsi nella corte di Toscana; e tanto più perchè bramava di darla poi in moglie al giovinettogran duca Ferdinando II. Rinforzò egli anche di guernigioni toscane le sue principali piazze. Ma di ciò ingelosito il papa, quasichè si tramasse di far passare quel ducato nella casa de Medici, inviò anche egli truppe ai confini della Toscana e d'Urbino. Cessati poi quei primi rumori, si mise mano alla quintessenza della destrezza ed eloquenza romana, per indurre il duca a rinunziare con donazioneinter vivosil suo ducato alla Chiesa, affine di risparmiar le dissensioni ed ogni pericolo di guerra, che potesse suscitarsi dall'invidia e malizia altrui. Era il ducaFrancesco Mariaprincipe di grande intelligenza, prudente, amico de' letterati (pregio, di cui si gloriarono anche l'avolo e il padre suo), benigno, affabile, e in lui concorreva la gloria primaria dei veri principi, perchè padre dei suoi popoli, non di nome, ma di fatti, ed amato egualmente in ricompensa dagli stessi popoli. La sola considerazione d'esentar da ogni vessazione e rischio i cari sudditi suoi, quella fu che prevalse in suo cuore: laonde si ridusse nell'anno presente a rinunziar quegli Stati al sommo pontefice, con patto espresso, tra gli altri, che non si potessero mettere in avvenire nuovi aggravii a quei popoli, e riserbando a sè molte rendite, e il far grazie anche da lì innanzi. Ritirossi pertanto a Castel Durante, terra che da Urbano VIII fu poi dichiarata città col nome d'Urbania; e in questo mentre venne il cardinaleBerlingieri Gessiaprendere a nome del papa il possesso di quel ducato, che abbraccia le città di Urbino, Pesaro, Gubbio, Sinigaglia, Fossombrone, San Leo, Cagli e la suddetta Urbania, con trecento terre e castella situate in paese delizioso ed ameno, benchè montuoso: accrescimento ben riguardevole alla signoria della Chiesa romana. Cento mila scudi furono tosto sborsati dal cardinale al duca per le artiglierie, armi e munizioni delle fortezze. Dopo questo eroico atto, sopravvisse il duca sino all'anno 1656; nè gli mancarono occasioni di pentirsi più volte della presa risoluzione, a cagion degli amari bocconi che gli fecero inghiottire i ministri della camera apostolica. Anzi (convien pur dirlo) aveva egli spedita persona a Roma col mandato della rinunzia, che se ne pentì, e spedì tosto ordine che nulla se ne facesse; ma il mandatario, a cui premeva di guadagnarsi la grazia del sole nascente, occultò l'ordine, e fece prontamente la rinunzia, ch'ebbe il suo effetto.
Si aspettava ognuno che più fiera che mai si riaccendesse la guerra nell'anno presente in Italia, dacchè si vide inviato a Parigi ilprincipe di Piemontedal ducaCarlo Emmanuelesuo padre a far istanza per un più potente armamento; e molto più dacchè si seppe che allo stesso principeera stato conferito il titolo di generale dell'armi della Francia in Italia, senza dover dipendere dal contestabile, o da altri pedanti nelle imprese militari. A maggiormente poi accrescere nel mese di marzo questo timore servì l'arrivo in Lombardia diTorquato Contiduca di Guadagnolo, figlio del duca di Poli, con sei mila fanti e secento cavalli stipendiati dal papa, con ordine di accoppiarsi con gli Spagnuoli alla ricuperazion della Valtellina, e a tornare in pristino il deposito di quella provincia. Del che pervenuto l'avviso in Francia, furono spediti danari ed ordini al marchese di Coeuvres, per far leva di nuove genti. Ma eccoti all'improvviso contro l'espettazion d'ognuno saltar fuori la pace tra la Francia e la Spagna, i cui articoli nel dì 5 oppure 6 di marzo furono segnati in Monsone, terra d'Aragona, dal conte duca, cioè dall'Olivares, e dal conte di Fargis ambasciatore di Francia, ma pubblicati molto più tardi. Non si può spiegare quanti artifizii e mascherate si facessero giocare in questo negoziato. Più d'una volta fece vista la corte di Parigi di disapprovare il concordato dal suo ministro in Ispagna, e di voler richiamare e gastigare lui stesso; e pure gustò infine l'operato da lui. V'erano delle segrete ruote che movevano ilRichelieua voler quella pace, perchè abbondavano in Francia i malcontenti ed invidiosi del soverchio suo dominio; nè molto si stette a vederne lo scoppio. Era giunto il papa ad inviare in Ispagna con titolo di legato lo stesso suo nipotecardinale Francesco, voglioso di far una nuova comparsa anche in quella corte, per tenere al sacro fonte una nuova figlia del re Cattolico, e per trattar ivi della pace d'Italia, sperando miglior fortuna ivi di quella che avea provato in Parigi. Arrivato che egli fu in Catalogna, e volendosi mischiare nel trattato, gli diedero ad intendere già terminato il negozio (che nondimeno era tuttavia pendente), e finsero dipoi sottoscritti i capitoli nel dì suddetto di marzo. Nulla in Parigise ne comunicò al principe di Piemonte e al ministro veneto, se non dopo il fatto con pascere intanto ambedue di pensieri ed apparati di guerra. I principali articoli di questa concordia furono: Che in perpetuo non sarebbe altro esercizio che quello della religion cattolica romana nella Valtellina, contado di Bormio e Chiavenna. Che fosse salva in que' luoghi la sovranità dei Grigioni, con pagar loro la provincia un annuo tributo, ma con facoltà ai Valtellini di eleggere liberamente i lor governatori e magistrati tutti cattolici; la quale elezione fosse obbligata la repubblica dei Grigioni di ratificare. Che tutti i forti di essa provincia sarebbono rimessi in mano del papa, e poi demoliti e rasati. Fu riserbato ad arbitri e all'autorità delle due corone di comporre le differenze civili rimaste fra i lor collegati.
Gran rumore, gran battaglia di sentimenti cagionò questa improvvisa pace. I più, ed anche in Francia, ne sparlavano a bocca aperta, come se si fosse fatto il funerale alla riputazione della corona franzese con questo accomodamento, e quasichè troppo in esso avesse guadagnato la Spagna. Perciocchè, senza parlar del punto della religione, voluto e lodato dai cattolici tutti, dicevano essi che veniva la Valtellina a restare in sostanza, se non in apparenza, indipendente dalla giurisdizion dei Grigioni, e tutta divota per i ricevuti vantaggi e per la necessità del commercio a' vicini Spagnuoli. Oltre a ciò, rimanevano traditi e sacrificati gl'interessi di tutti i collegati della Francia, e troppo sconciamente pregiudicato alle convenienze d'ognuno. Infatti rimasero stranamente alterati gli animi de' Grigioni, de' Veneziani, e specialmente del duca di Savoia, ed ognuno di essi proruppe in molte doglianze. Tuttavia per prudenza e per necessità convenne loro accomodarsi alle determinazioni di chi le poteva far eseguire. Il pontefice, i Genovesi e gli altri principi d'Italia con occhi diversi riguardarono questo accordo. Se ne compiacquerogli ultimi, non già per l'onore e per li vantaggi della Spagna, ma perchè tornava la calma in Italia. Maggior piacere ne provarono i Genovesi, che collegatisi in questo boiler di cose col re Cattolico, restavano sotto la di lui protezione, e liberati dalle nuove minaccie del duca di Savoia. Finalmente assaissimo ne esultò il pontefice, perchè, quantunque penasse a digerire il non essere stati ammessi i suoi ministri al trattato, pure, al mirare così ben assicurato il punto importante della religione, e provveduto al suo decoro colla restituzion dei forti della Valtellina, di più non gli restava da desiderare. Forse anche l'armamento da lui fatto non provenne da intenzione alcuna di guerra, ma bensì da segretissimi avvisi, come avea da finir questa faccenda; laonde spedì egli prontamente quelle truppe, affinchè fossero pronte a riceverne la consegna. Finalmente, considerando il midollo d'essa pace, non vi si potè trovar lesa la giustizia, perchè si restituì ai Grigioni l'alto lor dominio nella Valtellina, con rimediar solamente all'usurpazione da lor fatta contro i precedenti usi e patti sulla religione e libertà di que' popoli. Si attese intanto all'esecuzion del trattato. Gran difficoltà e dilazioni oppose il marchese di Coeuvres alla consegna delle fortezze; ma sul principio dell'anno seguente n'entrò in possesso Torquato Conti a nome del pontefice, e tutto fece demolire. In Francia coll'assenso dello ambasciatore spagnuolo fu dipoi tassata la pensione o tributo, che si dovea pagare ogni anno dalla Valtellina ai Grigioni, in venticinque mila scudi. Più scabroso riuscì il comporre le differenze del duca di Savoia co' Genovesi, e convenne portar l'affare alla corte di Spagna. Pretendeva il duca per preliminare la restituzione dei luoghi, di una galea e dei cannoni a lui presi. A questo in fine condiscesero i Genovesi, ma ben saldo tennero l'acquisto del marchesato di Zuccherello, e viva tuttavia durò la discordia fra loro.Restò sì amareggiato esso ducaCarlo Emmanuelecontro la corte di Francia, e massimamente contro il cardinale primo ministro, che, per isfogare il conceputo implacabile suo odio, non lasciò indietro arte veruna. Era cervello atto ad imbrogliar tutta l'Europa. Però non fu difficile il figurarsi che egli per mezzo dell'abbate Scaglia suo accortissimo ministro avesse preso a fomentare i malcontenti di Francia, esibendo loro aiuti; e certo egli accolse chi di essi a lui ricorreva. Erasi in effetto manipolata una grave congiura contra del favoritoRichelieu, al cui dispotismo non si sapeano accomodare i grandi, e vi ebbe parte lo stessoGastone ducad'Orleans fratello del re. Ma più volte la testa sagacissima del Richelieu solo seppe far abortire tutti i loro disegni. Se veramente il duca avesse mano in que' viluppi, non ho io cannocchiale che mel faccia discernere. Fallito questo colpo, fu creduto che egli si volgesse aCarlo I redella Gran Bretagna, per attizzarlo contro i Franzesi, e che movesse trattati segreti cogli Ugonotti e col duca di Lorena, acciocchè tanto essi dal canto loro, che egli dal suo, in un medesimo tempo attaccassero un fiero incendio in Francia. Quel che è certo, quantunque sapesse irritata forte contra di lui per le passate cose la corte di Spagna, pure ebbe maniera di introdurre colà un negoziato per riconciliarsi, offerendosi pronto ad abbracciare il partito del re Cattolico: al che trovò delle disposizioni nel conte duca. Concepì in questi medesimi giorni esso duca di Savoia l'idea d'intitolarsi re di Cipri: al che non gli mancavano buoni fondamenti, ma con trovare la repubblica di Venezia armata d'opposte pretensioni e ragioni. Si può ben credere che di somigliante disputa non si mettesse gran pensiero la Porta Ottamana, la quale placidamente in danno della Cristianità seguita anche oggidì a godersi quel regno, nè sembra inclinata a rilasciarlo ad alcuno dei pretendenti. Il dì 29 di ottobre l'ultimo fu della vita diFerdinando Gonzaga ducadi Mantova; e perchè non lasciò prole alcuna legittima, a lui succedette nel ducatoVincenzosuo fratello, uomo perduto ne' piaceri, e che perciò andava fabbricando delle mine pregiudiziali al suo vivere, come infatti staremo poco a vedere.
Di sopra accennammo non avereFrancesco Maria della Rovereduca d'Urbino procreato se non un figlio, cioèFederigo Ubaldo, giovane dissoluto, prodigo e di vita sregolata, senza che nè i comandi del padre, nè i consigli della gente savia e pia il potessero tenere in freno. Sul più bello dei suoi solazzi e delle sue allegrezze, per essere stato pochi giorni prima proclamato duca, fu questi una mattina trovato morto in letto senza precedente alcuna infermità. Questo avvenne nell'anno 1623. Chi ne disse una cagione, e chi un'altra. Con gran costanza il duca Francesco Maria ricevette l'avviso dal vescovo di Pesaro, città, dove succedette la repentina morte del figlio, e saviamente represse gli empiti e violenti affetti della natura. Siccome di sopra dicemmo, la corte di Roma, che stava attentissima a tutti i moti di quella d'Urbino, sapendo ch'erano, per la vecchiaia del duca quasi ottuagenario, seccate le speranze d'alcuna successione, cominciò per tempo a disporsi per raccogliere quel riguardevole Stato, che andava a decadere in lei. Ma perciocchèClaudia de Medicimoglie del defunto Federigo Ubaldo era restata gravida, e partorì poscia una fanciulla, alla quale fu posto il nome diVittoria, i Veneziani, il gran duca e gli altri principi d'Italia avrebbono desiderato che per mezzo di questa principessa fosse ivi continuato quel principato, affinchè non si slargassero tanto le fimbrie della Chiesa. Ma essa ne era incapace secondo le investiture; oltredichè le tante bolle dei papi contrarie all'infeudare Stati cospicui non lasciarono luogo a cotal progetto. Oltre a ciò, per quanto fosse proposto alpontefice Urbano VIIIdi far cadere questo pezzod'Italia in uno dei suoi nipoti, e gli Spagnuoli stessi si gloriassero di essere promotori di un tal consiglio, pure il papa si difese sempre da somiglianti sirene. Fu dunque con sollecitudine spedito da esso papa ad Urbino il novelloarcivescovo Santorio, che cominciò ad ingerirsi in faccende di Stato, e a volerla fare da soprintendente: del che si riputò molto offeso il vecchio duca; e perciò sdegnato inviò la nipote Vittoria ad allevarsi nella corte di Toscana; e tanto più perchè bramava di darla poi in moglie al giovinettogran duca Ferdinando II. Rinforzò egli anche di guernigioni toscane le sue principali piazze. Ma di ciò ingelosito il papa, quasichè si tramasse di far passare quel ducato nella casa de Medici, inviò anche egli truppe ai confini della Toscana e d'Urbino. Cessati poi quei primi rumori, si mise mano alla quintessenza della destrezza ed eloquenza romana, per indurre il duca a rinunziare con donazioneinter vivosil suo ducato alla Chiesa, affine di risparmiar le dissensioni ed ogni pericolo di guerra, che potesse suscitarsi dall'invidia e malizia altrui. Era il ducaFrancesco Mariaprincipe di grande intelligenza, prudente, amico de' letterati (pregio, di cui si gloriarono anche l'avolo e il padre suo), benigno, affabile, e in lui concorreva la gloria primaria dei veri principi, perchè padre dei suoi popoli, non di nome, ma di fatti, ed amato egualmente in ricompensa dagli stessi popoli. La sola considerazione d'esentar da ogni vessazione e rischio i cari sudditi suoi, quella fu che prevalse in suo cuore: laonde si ridusse nell'anno presente a rinunziar quegli Stati al sommo pontefice, con patto espresso, tra gli altri, che non si potessero mettere in avvenire nuovi aggravii a quei popoli, e riserbando a sè molte rendite, e il far grazie anche da lì innanzi. Ritirossi pertanto a Castel Durante, terra che da Urbano VIII fu poi dichiarata città col nome d'Urbania; e in questo mentre venne il cardinaleBerlingieri Gessiaprendere a nome del papa il possesso di quel ducato, che abbraccia le città di Urbino, Pesaro, Gubbio, Sinigaglia, Fossombrone, San Leo, Cagli e la suddetta Urbania, con trecento terre e castella situate in paese delizioso ed ameno, benchè montuoso: accrescimento ben riguardevole alla signoria della Chiesa romana. Cento mila scudi furono tosto sborsati dal cardinale al duca per le artiglierie, armi e munizioni delle fortezze. Dopo questo eroico atto, sopravvisse il duca sino all'anno 1656; nè gli mancarono occasioni di pentirsi più volte della presa risoluzione, a cagion degli amari bocconi che gli fecero inghiottire i ministri della camera apostolica. Anzi (convien pur dirlo) aveva egli spedita persona a Roma col mandato della rinunzia, che se ne pentì, e spedì tosto ordine che nulla se ne facesse; ma il mandatario, a cui premeva di guadagnarsi la grazia del sole nascente, occultò l'ordine, e fece prontamente la rinunzia, ch'ebbe il suo effetto.