MDCXXXVII

MDCXXXVIIAnno diCristoMDCXXXVII. Indiz.V.Urbano VIIIpapa 15.Ferdinando IIIimperadore 1.Diede fine al suo vivere nel dì 44 di febbraio dell'anno presente l'imperadore Ferdinando IIin età di cinquantanove anni: principe che nella pietà e clemenza non ebbe pari, sommamente geloso e benemerito della religion cattolica, e fin prodigo verso i religiosi; non mai gonfio per le vittorie, che per un pezzo lo accompagnarono; non mai alterato per li sinistri avvenimenti che il seguitarono fino alla morte. La felicità delle sue armi nei primi anni del suo governo sì tirò dietro l'invidia di molti. La guerra da lui poscia intrapresa per Mantova gli concitò contro l'odio e la nemicizia di assai più gente, di maniera che si vide poi traballare la corona in capo; e se la battaglia di Lutzen nol liberava dal re sveco, restava all'ultimo crollo esposto il suo trono. Fra i suoi difetti si contò una virtù tendente all'eccesso, cioè la troppa bontà, per cui non si dispensavano i gastighia chi n'era degno, e si lasciava all'interesse privato la briglia, dal quale si negligentava o tradiva il pubblico: disgrazia continuata nelle due auguste case di Austria fin quasi agli ultimi tempi nostri. A lui succedetteFerdinando IIIsuo figlio, già re dei Romani, in età di ventotto anni, essendogli stata conferita da lì a non molto la dignità imperiale. Contuttochè le di lui imprese di guerra il facessero credere ad alcuni poco amator della pace, pure dai più saggi tenuto fu per diverso di genio l'animo suo. In Italia con poche azioni di rilievo proseguì la guerra tra i Franzesi e Spagnuoli. Primieramente nel mese di marzo mutarono faccia gli affari della Valtellina. S'era ivi annidato ilduca di Roano, e in suo potere teneva i forti di quelle parti, dando con ciò continua apprensione ai confini di Como, ed obbligando il governator di Milano a mantener ivi buona guardia. Cominciarono ad impazientarsene i Grigioni, allettati fin qui da esso duca colla speranza di ricuperar l'antico dominio di quella provincia; e finalmente, insospettiti che la Francia meditasse di fissar ivi le radici per sempre, fecero perciò dello strepito e vive doglianze con lui. Li quietò il Roano con una convenzione, per cui si sosteneva nella Valtellina l'esercizio della religione cattolica, e si restituiva ai Grigioni quello della giustizia. Perchè poi la corte di Francia non approvò alcuni capitoli, e non mandò danari per le paghe dovute ad essi Grigioni, costoro si volsero al governator di Milano e alla reggenza d'Inspruch, dove trovarono buon accordo, e si conchiuse di muovere unitamente l'armi per iscacciar di colà i Franzesi. Tra perchè il Roano era stato infermo, ed aveano le di lui promesse e lusinghe perduto il credito, non gli fu possibile di dissipar il temporale; di maniera che, assalito dai Grigioni, Spagnuoli ed Austriaci nello stesso tempo, si trovò obbligato a rendere le fortezze e a ritirarsi colle sue genti. Così tornarono i Valtellini cattolici a provare il disgustoso governo dei Grigionieretici, salva ivi sempre restando la religione cattolica. Stabilissi nondimeno che chiunque si tenesse aggravato dalle sentenze dei magistrati grigioni, potesse ricorrere a due persone, che sarebbono deputate l'una dal governator di Milano, l'altra dalle leghe d'essi Grigioni.Sbrigato da questo affare ilmarchese di Leganes, giacchè avea all'ordine diciotto mila fanti e quasi cinque mila cavalli a cagion dei rinforzi a lui giunti dalla Spagna e Germania e da Napoli, pensò ad altre imprese. Occupò egli nelle Langhe la terra e rocca di Ponzone, Nizza della Paglia nel Monferrato, ed Agliano nel territorio d'Asti. Ritornò intanto di Francia ilmaresciallo di Crequì, ed unite che ebbe le sue forze con quelle del duca di Savoia, uscì in campagna: con che terminarono i progressi dell'armi spagnuole. Anzi riuscì almarchese Villagenerale di Savoia nel dì 8 di settembre di mettere in isconfitta a Mombaldone quattro mila Spagnuoli condotti da don Martino di Aragona: il che recò gloria e piacere alduca Vittorio Amedeo. Ma poco durò l'allegrezza di questo principe, perchè, caduto infermo in Vercelli, nel dì 7 di ottobre con somma intrepidezza d'animo chiuse gli occhi alla presente vita in età di cinquanta anni, e lasciò una gran disputa ai temerarii giudizii del volgo, che il sospettò tolto dal mondo col veleno. Era egli col conte di Verrua suo più confidente ministro, e col marchese Guido Villa valoroso condottiere delle sue armi, stato accollo ad un convito dal Crequì nel dì 26 di settembre. Poco dopo furono tutti e tre assaliti da un malore, per cui il duca e il conte furono tratti al sepolcro; ma ne campò il marchese, perchè uomo di robusta complessione, restando sano dopo quattro soli giorni di malattia. Gran dissensione era sempre stata in addietro fra il duca e il Crequ', e in gran diffidenza si trovava il duca alla corte di Parigi. Tali circostanze fecero nascere e fomentarono le dicerie degli oziosi; ma, oltre all'essere in buon concetto i Franzesi dinon valersi di sì empii mezzi per far delle vendette, il corso della malattia del ducaVittorio Amedeoprocedè sempre con sintomi naturali; e sparato poi il suo cadavero, non vi si trovò indizio di alcun detestabile tradimento. Non vi ha scrittore che non esalti le rare doti e virtù di questo principe, in cui era passata col sangue non già l'affabilità e il tratto obbligante, ma bensì l'inarrivabile intelligenza e sagacità delduca Carlo Emmanuelesuo padre, temperata nondimeno da più moderati pensieri e desiderii, essendosi creduto effetto della singolar sua saviezza l'essersi attaccato ai Franzesi, perchè non potea di meno, ma con regolare in tal guisa le cose, che non ne restassero atterrati gli Spagnuoli, dei quali potea abbisognare contro le violenze dei medesimi Franzesi. Non è a me permesso di maggiormente stendermi nel di lui elogio. Riuscì l'inopportuna sua morte in mezzo a tanti turbini di guerra un colpo funestissimo alla reale sua casa e a tutti i sudditi suoi. Imperciocchè restarono di lui due figli maschi, cioèFrancesco Giacintonato nel settembre del 1632, eCarlo Emmanuelenato nel giugno del 1634, oltre a due principesse, cioèLuigia MariaeMargherita Violante. Erano tutti in età pupillare; ed essendo succeduto nel ducato il primo dei maschi, prese la tutela di tutta quella tenera prole la vedovaduchessa Cristina, sorella del regnante alloraLodovico XIIIre di Francia.Trovossi questa saggia principessa ben presto in un pericoloso labirinto, per avere nemici fieri gli Spagnuoli, amici poco fedeli i Franzesi. E ad accrescere le angustie sue da lì a poco scoppiarono le pretensioni dei fratelli del defunto duca, cioè delcardinale Maurizioe delprincipe Tommaso. Mossi amendue questi principi dalla politica spagnuola, e insieme dalla propria ambizione, intendevano di venire in Piemonte collo spezioso titolo di assistere alla duchessa in tempi sì turbolenti per l'indennità dei nipoti; e le cominciarono a persuadere che si guardasseda' Franzesi, ne' quali più potea l'interesse proprio che la regia parentela. Ma perciocchè ambedue seguitavano il partito austriaco, il cardinale in Roma e il principe Tommaso in Fiandra, si mostrò risoluta la duchessa di non volerli in Piemonte; e intanto si raccomandava alla corte di Francia, perchè si venisse ad un armistizio, affine di levarsi di dosso la guerra troppo minacciante i suoi Stati. Ma ilcardinale di Richelieu, che riguardava per molto utile alle sue idee la continuazion di questo incendio in Italia, altro non rispondeva che belle promesse e sparate della regal potente protezione per gl'interessi della duchessa e de' suoi figli. Per quanto poi fu detto, appena cessò di vivere il duca Vittorio Amedeo, che saltò in capo all'Emery, ambasciatore di Francia in Piemonte, di sorprendere non solamente Vercelli, ma anche la stessa duchessa co' principini, a titolo di assicurarsi della casa di Savoia e di quello Stato, sperando che cotale ingiuriosa violenza potesse essere non disapprovata, anzi gradita, dal ministero, di Francia. Ma scopertasi la mena (se pur non fu un mero sospetto o pretesto), il marchese Villa entrato di notte in Vercelli con delle truppe, e chiuse tenendo le porte, fece abortire ogni contrario attentato. Alla morte del duca di Savoia precedette di pochi giorni quella diCarlo Gonzagaduca di Mantova, che nel dì 25 settembre cessò di vivere in età di sessantun anni: principe che in Francia, dove era gran signore, ma suddito, avea mostrato sentimenti da sovrano; giunto poi alla sovranità di Mantova, non ebbe che genio e costumi da privato: scusabile nondimeno, per essere restato troppo esangue e desolato lo Stato suo a cagion delle passate tragedie. Restò dopo di lui un suo nipote erede del ducato, cioèCarlo II, nato dal principe ossiaduca di Rhetelsuo figlio, ma per l'età incapace del governo. La reggenza fu presa dalla principessa ossiaduchessa Maria, sua nuora e madre del duchino, che si diedecon molta forza a governar que' popoli. Niuna novità si fece per tal mutazione da' vicini Spagnuoli, e meno dagli imperiali, perchè non mancò alla duchessa la buona assistenza della repubblica veneta. In quest'anno ancora, adirati i Franzesi per vedere annidati nelle isole di Santo Onorato e di Santa Margherita gli Spagnuoli, e volendone far vendetta, uscirono in mare con una flotta sotto il comando del conte d'Arcourt; e fatto un improvviso sbarco in Sardegna, s'impadronirono d'Orestano; ma ne furono ben tosto cacciati dai Sardi. Quindi passarono alle suddette isole di Jeres, dove colla forza e colla espugnazione di varie fortezze finalmente costrinsero gli Spagnuoli a rimettere tutto nelle lor mani, con istupore d'ognuno per la difficoltà e insieme per la felicità di quell'impresa.

Diede fine al suo vivere nel dì 44 di febbraio dell'anno presente l'imperadore Ferdinando IIin età di cinquantanove anni: principe che nella pietà e clemenza non ebbe pari, sommamente geloso e benemerito della religion cattolica, e fin prodigo verso i religiosi; non mai gonfio per le vittorie, che per un pezzo lo accompagnarono; non mai alterato per li sinistri avvenimenti che il seguitarono fino alla morte. La felicità delle sue armi nei primi anni del suo governo sì tirò dietro l'invidia di molti. La guerra da lui poscia intrapresa per Mantova gli concitò contro l'odio e la nemicizia di assai più gente, di maniera che si vide poi traballare la corona in capo; e se la battaglia di Lutzen nol liberava dal re sveco, restava all'ultimo crollo esposto il suo trono. Fra i suoi difetti si contò una virtù tendente all'eccesso, cioè la troppa bontà, per cui non si dispensavano i gastighia chi n'era degno, e si lasciava all'interesse privato la briglia, dal quale si negligentava o tradiva il pubblico: disgrazia continuata nelle due auguste case di Austria fin quasi agli ultimi tempi nostri. A lui succedetteFerdinando IIIsuo figlio, già re dei Romani, in età di ventotto anni, essendogli stata conferita da lì a non molto la dignità imperiale. Contuttochè le di lui imprese di guerra il facessero credere ad alcuni poco amator della pace, pure dai più saggi tenuto fu per diverso di genio l'animo suo. In Italia con poche azioni di rilievo proseguì la guerra tra i Franzesi e Spagnuoli. Primieramente nel mese di marzo mutarono faccia gli affari della Valtellina. S'era ivi annidato ilduca di Roano, e in suo potere teneva i forti di quelle parti, dando con ciò continua apprensione ai confini di Como, ed obbligando il governator di Milano a mantener ivi buona guardia. Cominciarono ad impazientarsene i Grigioni, allettati fin qui da esso duca colla speranza di ricuperar l'antico dominio di quella provincia; e finalmente, insospettiti che la Francia meditasse di fissar ivi le radici per sempre, fecero perciò dello strepito e vive doglianze con lui. Li quietò il Roano con una convenzione, per cui si sosteneva nella Valtellina l'esercizio della religione cattolica, e si restituiva ai Grigioni quello della giustizia. Perchè poi la corte di Francia non approvò alcuni capitoli, e non mandò danari per le paghe dovute ad essi Grigioni, costoro si volsero al governator di Milano e alla reggenza d'Inspruch, dove trovarono buon accordo, e si conchiuse di muovere unitamente l'armi per iscacciar di colà i Franzesi. Tra perchè il Roano era stato infermo, ed aveano le di lui promesse e lusinghe perduto il credito, non gli fu possibile di dissipar il temporale; di maniera che, assalito dai Grigioni, Spagnuoli ed Austriaci nello stesso tempo, si trovò obbligato a rendere le fortezze e a ritirarsi colle sue genti. Così tornarono i Valtellini cattolici a provare il disgustoso governo dei Grigionieretici, salva ivi sempre restando la religione cattolica. Stabilissi nondimeno che chiunque si tenesse aggravato dalle sentenze dei magistrati grigioni, potesse ricorrere a due persone, che sarebbono deputate l'una dal governator di Milano, l'altra dalle leghe d'essi Grigioni.

Sbrigato da questo affare ilmarchese di Leganes, giacchè avea all'ordine diciotto mila fanti e quasi cinque mila cavalli a cagion dei rinforzi a lui giunti dalla Spagna e Germania e da Napoli, pensò ad altre imprese. Occupò egli nelle Langhe la terra e rocca di Ponzone, Nizza della Paglia nel Monferrato, ed Agliano nel territorio d'Asti. Ritornò intanto di Francia ilmaresciallo di Crequì, ed unite che ebbe le sue forze con quelle del duca di Savoia, uscì in campagna: con che terminarono i progressi dell'armi spagnuole. Anzi riuscì almarchese Villagenerale di Savoia nel dì 8 di settembre di mettere in isconfitta a Mombaldone quattro mila Spagnuoli condotti da don Martino di Aragona: il che recò gloria e piacere alduca Vittorio Amedeo. Ma poco durò l'allegrezza di questo principe, perchè, caduto infermo in Vercelli, nel dì 7 di ottobre con somma intrepidezza d'animo chiuse gli occhi alla presente vita in età di cinquanta anni, e lasciò una gran disputa ai temerarii giudizii del volgo, che il sospettò tolto dal mondo col veleno. Era egli col conte di Verrua suo più confidente ministro, e col marchese Guido Villa valoroso condottiere delle sue armi, stato accollo ad un convito dal Crequì nel dì 26 di settembre. Poco dopo furono tutti e tre assaliti da un malore, per cui il duca e il conte furono tratti al sepolcro; ma ne campò il marchese, perchè uomo di robusta complessione, restando sano dopo quattro soli giorni di malattia. Gran dissensione era sempre stata in addietro fra il duca e il Crequ', e in gran diffidenza si trovava il duca alla corte di Parigi. Tali circostanze fecero nascere e fomentarono le dicerie degli oziosi; ma, oltre all'essere in buon concetto i Franzesi dinon valersi di sì empii mezzi per far delle vendette, il corso della malattia del ducaVittorio Amedeoprocedè sempre con sintomi naturali; e sparato poi il suo cadavero, non vi si trovò indizio di alcun detestabile tradimento. Non vi ha scrittore che non esalti le rare doti e virtù di questo principe, in cui era passata col sangue non già l'affabilità e il tratto obbligante, ma bensì l'inarrivabile intelligenza e sagacità delduca Carlo Emmanuelesuo padre, temperata nondimeno da più moderati pensieri e desiderii, essendosi creduto effetto della singolar sua saviezza l'essersi attaccato ai Franzesi, perchè non potea di meno, ma con regolare in tal guisa le cose, che non ne restassero atterrati gli Spagnuoli, dei quali potea abbisognare contro le violenze dei medesimi Franzesi. Non è a me permesso di maggiormente stendermi nel di lui elogio. Riuscì l'inopportuna sua morte in mezzo a tanti turbini di guerra un colpo funestissimo alla reale sua casa e a tutti i sudditi suoi. Imperciocchè restarono di lui due figli maschi, cioèFrancesco Giacintonato nel settembre del 1632, eCarlo Emmanuelenato nel giugno del 1634, oltre a due principesse, cioèLuigia MariaeMargherita Violante. Erano tutti in età pupillare; ed essendo succeduto nel ducato il primo dei maschi, prese la tutela di tutta quella tenera prole la vedovaduchessa Cristina, sorella del regnante alloraLodovico XIIIre di Francia.

Trovossi questa saggia principessa ben presto in un pericoloso labirinto, per avere nemici fieri gli Spagnuoli, amici poco fedeli i Franzesi. E ad accrescere le angustie sue da lì a poco scoppiarono le pretensioni dei fratelli del defunto duca, cioè delcardinale Maurizioe delprincipe Tommaso. Mossi amendue questi principi dalla politica spagnuola, e insieme dalla propria ambizione, intendevano di venire in Piemonte collo spezioso titolo di assistere alla duchessa in tempi sì turbolenti per l'indennità dei nipoti; e le cominciarono a persuadere che si guardasseda' Franzesi, ne' quali più potea l'interesse proprio che la regia parentela. Ma perciocchè ambedue seguitavano il partito austriaco, il cardinale in Roma e il principe Tommaso in Fiandra, si mostrò risoluta la duchessa di non volerli in Piemonte; e intanto si raccomandava alla corte di Francia, perchè si venisse ad un armistizio, affine di levarsi di dosso la guerra troppo minacciante i suoi Stati. Ma ilcardinale di Richelieu, che riguardava per molto utile alle sue idee la continuazion di questo incendio in Italia, altro non rispondeva che belle promesse e sparate della regal potente protezione per gl'interessi della duchessa e de' suoi figli. Per quanto poi fu detto, appena cessò di vivere il duca Vittorio Amedeo, che saltò in capo all'Emery, ambasciatore di Francia in Piemonte, di sorprendere non solamente Vercelli, ma anche la stessa duchessa co' principini, a titolo di assicurarsi della casa di Savoia e di quello Stato, sperando che cotale ingiuriosa violenza potesse essere non disapprovata, anzi gradita, dal ministero, di Francia. Ma scopertasi la mena (se pur non fu un mero sospetto o pretesto), il marchese Villa entrato di notte in Vercelli con delle truppe, e chiuse tenendo le porte, fece abortire ogni contrario attentato. Alla morte del duca di Savoia precedette di pochi giorni quella diCarlo Gonzagaduca di Mantova, che nel dì 25 settembre cessò di vivere in età di sessantun anni: principe che in Francia, dove era gran signore, ma suddito, avea mostrato sentimenti da sovrano; giunto poi alla sovranità di Mantova, non ebbe che genio e costumi da privato: scusabile nondimeno, per essere restato troppo esangue e desolato lo Stato suo a cagion delle passate tragedie. Restò dopo di lui un suo nipote erede del ducato, cioèCarlo II, nato dal principe ossiaduca di Rhetelsuo figlio, ma per l'età incapace del governo. La reggenza fu presa dalla principessa ossiaduchessa Maria, sua nuora e madre del duchino, che si diedecon molta forza a governar que' popoli. Niuna novità si fece per tal mutazione da' vicini Spagnuoli, e meno dagli imperiali, perchè non mancò alla duchessa la buona assistenza della repubblica veneta. In quest'anno ancora, adirati i Franzesi per vedere annidati nelle isole di Santo Onorato e di Santa Margherita gli Spagnuoli, e volendone far vendetta, uscirono in mare con una flotta sotto il comando del conte d'Arcourt; e fatto un improvviso sbarco in Sardegna, s'impadronirono d'Orestano; ma ne furono ben tosto cacciati dai Sardi. Quindi passarono alle suddette isole di Jeres, dove colla forza e colla espugnazione di varie fortezze finalmente costrinsero gli Spagnuoli a rimettere tutto nelle lor mani, con istupore d'ognuno per la difficoltà e insieme per la felicità di quell'impresa.


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