MDLX

MDLXAnno diCristoMDLX. IndizioneIII.Pio IVpapa 2.Ferdinando Iimperadore 3.Aveano abbastanza imparato i cardinali che pensioni portasse seco il collocare nella cattedra di San Pietro de' cervelli bizzarri e delle teste troppo calde; e però aveano cercato nell'ultimo conclave di dare alla Chiesa di Dio un pontefice di natura mansueta, e dotato d'una placida e benigna saviezza. Per tale fu riconosciuto il cardinal de Medici, divenutoPio IV, personaggio esperto degli affari del mondo, amante de' letterati e, di tutte le persone di merito, limosiniere e d'altri bei pregi ornato. Era egli di nazion Milanese, di famiglia onorata, ma non cospicua. I suoi studii e le sue virtù l'aveano condotto a poco a poco alle prime dignità, e a ciò contribuì ancora il gran credito in cui era salito suo fratello, cioèGian-Giacomo de Medicimarchese di Marignano, giunto ad essere, siccome abbiam veduto, uno de' più valorosi condottieri d'armi in Italia. Diede egli principioal lodevolissimo suo pontificato coll'annullare, col correggere o mitigare varii decreti ed atti del precedente inesorabile e rigido papa. Avea fin qui il ponteficePaolo IVostinatamente, e non senza scandalo, ricusato di riconoscere per imperadoreFerdinando IAustriaco, e di ricevere i suoi ministri in tale qualità. Fu sollecitoPio IVad ammettere il suo ambasciatore, e a ristabilire la buona armonia fra la santa Sede e l'Augusto monarca. Alle preghiere ancora de' cardinali perdonò al popolo romano il trascorso della passata sedizione, purchè si rifacessero i danni. Nel dì 31 di gennaio fece la promozione di tre cardinali, cioè diGian-Antonio Serbellonesuo parente, perchè di tal famiglia fu la madre sua; diGiovanni de Medicifiglio diCosimo duca di Firenze; e diCarlodella nobil casa de' contiBorromei, figlio del conte Giberto e di Margherita sua sorella, che giovinetto camminava già a gran passi alla santità. Per due continui anni avea penato nelle carceriGiovanni cardinal Morone, uno de' più insigni porporati d'allora, per sospetti d'eresia, ch'erano troppo alla moda in quei tempi, perchè il solo disapprovare alcun de' veri abusi dominanti allora nelle vie della pietà e della disciplina ecclesiastica, bastava per far sospettare una persona zoppicante ancora nella credenza dei dogmi, e per trarla alle prigioni, senza che poi si pensasse da lì innanzi a strigar le lor cause, non per colpa delcardinal Ghislierisupremo inquisitore, ma per difetto dipapa Paolo IV, che non sapea mai credere innocente chiunque capitava in quelle carceri. Restava dunque tuttavia acceso il processo formato contra del Morone; ed egli non volendo grazia, ma severa giustizia, fece istanza perchè fosse deciso nella causa sua. Ben ventilata questa dai più incorrotti cardinali (fra i quali lo stesso Ghislieri, che fu poi Pio V), emanò decreto, con dichiarare nullo, iniquo ed ingiusto il processo suddetto, e con assolvere pienamente come innocente il Morone.Pari giustizia fu fatta ad altri non processati sotto il defunto pontefice, e specialmente adEgidio Foscheraridell'ordine de' Predicatori, vescovo di Modena e teologo dottissimo di questi tempi, a cui del pari avea papa Paolo fatta patire la prigionia di due anni a cagion dell'amistà che passava fra il Morone e lui.Atteso il naturale del novello pontefice, inclinante sempre alla benignità e clemenza, niuno si sarebbe avvisato di vedere una severa giustizia da lui cominciata nel presente anno e terminata nel seguente. Brevemente in un fiato accennerò io questo fatto, per cui fu gran dire allora in tutta la Cristianità. Nel dì 7 di giugno fece papa Pio IV carcerare icardinali Carlo CaraffaedAlfonso Caraffa, il primo nipote e l'altro pronipote di Paolo IV. Similmente furono presiGiovanni Caraffa conte di Montorioappellato duca di Palliano, e nipote del suddetto papa, e il conte di Alife e Leonardo di Cardine, uccisori della moglie di esso duca. Furono fatti rigorosi processi contro di loro, tanto per quell'omicidio, quanto per altre iniquità, o vere o pretese, commesse dai due fratelli Caraffi nel tempo del loro nepotismo, con varii inganni che si diceano da lor fatti al pontefice zio, e gravissimi danni cagionati per la loro ambizione e prepotenza a Roma e a tutto lo Stato ecclesiastico. Furono deputati cardinali al processo dei due loro colleghi, e data al governatore di Roma l'incombenza di formar quello del conte di Montorio e de' suoi complici. Durò questa criminal procedura sino al dì 3 di marzo dell'anno seguente, in cui si venne concistoro; e quivi fu letto il processo intero contra delcardinale Carlo Caraffa: lettura che durò ott'ore. Per lui interposero tutti i cardinali le lor preghiere; ma senza poter impedire la sentenza di morte. Però nella notte seguente fu esso cardinale strangolato in prigione; e nello stesso tempo nelle carceri di Torredinona decapitato ilduca di Pallianocol conte diAlife e Leonardo di Cardine. Confessa il Panvinio d'aver inteso dalla bocca del medesimo Pio IV ch'egli si lasciò trarre a questa giustizia di malissima voglia, e che in tutta la vita sua non gli era avvenuta mai cosa tanto disgustosa e lugubre, quanto quel giudizio; con aggiugnere nondimeno d'aver egli creduto necessario che si desse ai parenti dei futuri pontefici esempio, affinchè non si abusassero della lor grazia ed autorità. Il giovane cardinaleAlfonso Caraffa, siccome innocente e dabbene, fu rimesso in libertà, e solamente condannato a pagare cento mila scudi per un preteso risarcimento alla camera apostolica; e tal pena fu anche dipoi mitigata. Ma in que' tempi la gente accorta ben s'avvide che non dal genio clemente di papa Pio era proceduta sì rigorosa giustizia contra dei Caraffeschi, ma sibbene dai segreti gagliardi impulsi della corte di Spagna, a cui per varii riguardi era molto tenuto lo stesso pontefice.Il cardinal Pallavicino, che meglio degli altri pescò in questa materia, fece conoscere a noi le arcane ruote di sì strepitoso avvenimento. La politica più fina del simulare e dissimulare fu osservata assai familiare inFilippo II redi Spagna. Gli stava sempre sul cuore quanto aveano operato i Caraffi contra di lui, e l'essersi eglino vantati di volergli torre il regno di Napoli. Con tutto ciò non lasciava di usar con loro delle grazie e finezze; e in questi medesimi tempi decretò al cardinale e al fratello delle ricompense pel perduto ducato di Palliano. Fu creduto da alcuni che sul principio il papa, credendo il re ben affezionato ai Caraffi, per quanto gliene diceva l'ambasciatore di Spagna, li favorisse anch'egli alla corte di Madrid; e che, all'incontro il re, tenendo i Caraffi per protetti dal papa, anch'egli s'inducesse a far loro delle grazie. Ma ossia che tale inganno cessasse, o che sempre in Ispagna si lavorasse di finzione; la verità si è che il re Cattolico segretamente maneggiòla rovina loro, e con forza spinse il pontefice ad eseguir quello che il mansueto animo d'esso papa non avrebbe mai fatto. Il bello poi fu che sottopapa Pio V, creatura diPaolo IV, per le istanze di Antonio marchese di Montebello e di Diomede Caraffi, l'uno fratello e l'altro figlio dell'estinto duca di Palliano, fu riveduta questa causa in Roma, e deciso che non meno il cardinal Carlo che esso duca di Palliano erano stati iniquamente ed ingiustamente condannati; e per prova di questo tagliata fu la testa ad Alessandro Pallentieri, stato fabbricator del processo contra d'essi Caraffeschi, alla memoria de' quali e de' loro eredi fu restituito l'onore e la buona fama. E così vanno le vicende e peripezie umane, regolate dalle diverse passioni degli uomini. Noi dobbiamo augurarci che sia esente da questi interni mantici chi si mette a giudicar della vita, della roba e dell'onore altrui; e che questi tali, ad imitazione di Dio, più inclinino alla clemenza che al rigore, se pure il bene della repubblica non esige altrimenti.Al ponteficePio IVnon restavano nipoti maschi legittimi di sua famiglia, perchè ilmarchese di Marignanosuo fratello niun d'essi avea lasciato; e sebben v'era un di lui figlio naturale, appellato Camillo, il papa parea che non se ne prendesse gran cura. Rivolse dunque il suo amore ai figli della sorella, cioè ai conti Borromei, illustri e potenti signori, che da gran tempo possedevano Arona, ed assaissime altre terre e castella sul lago Maggiore. Questi erano ilconte FederigoeCarlo, da lui promosso alla sacra porpora. Avvezzi i Romani a mirare quanto potesse il nepotismo ne' passati pontefici, e come fosse divenuto, massimamente in questi ultimi tempi, quasi il principale impiego de' successori di san Pietro l'innalzamento de' parenti a' gradi principeschi; si aspettavano una simile scena sotto Pio IV. Ma il buon pontefice, che intendeva meglio d'alcuni suoi predecessori l'importante uffizio dellasublime sua dignità, si comportò con molta moderazione nell'amore de' suoi, e nulla operò che fosse soggetto alla giusta censura dei saggi. Erasi molto prima trattato il matrimonio diVirginiafiglia delduca d'Urbinocol suddetto conte Federigo, e questo si eseguì, con celebrarsi suntuosissime nozze in Urbino e poscia in Roma: il che riuscì di giubilo universale del popolo. Maritò ancoraCamilla Borromeasorella di esso conte inCesare duca di Guastalla, ArianoeMolfetta, figlio del fu don Ferrante Gonzaga, e un'altra in Fabrizio Gesualdo figlio del conte di Conza; e con ciò si raddoppiarono le allegrezze in Roma. Specialmente fece il pontefice comparire il suo amore verso ilcardinale Carlo Borromeosuo nipote, a cui diede la carica di segretario di Stato, e la legazion di Romagna e Bologna. Ma questo nipote, ancorchè di soli ventitrè anni (tanta era la sua prudenza, tanta l'illibatezza de' suoi costumi) non serviva che alla vera gloria del pupa, perchè unicamente intento al bene della Chiesa e del pubblico, e manteneva una scelta famiglia di persone raccomandate dalla virtù e dalla letteratura; di maniera che col tempo fu chiamata la di lui casa un seminario di cardinali e vescovi egregi. Però al popolo romano, dopo essere stato in tanta malinconia e tremore sotto il tetro governo di Paolo IV, parea d'essere rinato, trovandosi tutto in feste sotto il dolce di Pio IV (a cui diceano che bene stava il nome di Angelo), e regolato da sì discreti e saggi ministri. Delle premure di questo buon pontefice per rimettere in piedi il da tanto tempo interrotto concilio di Trento, parleremo all'anno seguente.Compiè in quest'annoAlfonso II ducadi Ferrara il suo matrimonio condonna Lucrezia de Medicifiglia delduca Cosimo; e questa principessa con suntuoso accompagnamento di principi e nobili fece l'entrata sua in Ferrara nel dì 17 di febbraio. Ma da quella città nel giorno 2 di settembre fece partenza laduchessaReneafiglia diLodovico XII re di Franciae madre di esso duca Alfonso. E il motivo fu, perch'ella da gran tempo infetta dell'eresia di Calvino, per quanto si facesse e dicesse, non volle mai rimettersi sul buon cammino. Quale ella andò, tale anco morì: del che ho io sufficientemente parlato nelle Antichità Estensi. Era venuto di Fiandra nell'anno precedenteEmmanuel Filibertoduca di Savoia, a rallegrar sè stesso e i suoi sudditi colla visita degli Stati a lui restituiti da' Franzesi e Spagnuoli. Fu in questi tempi ch'egli istituì in Mondovì un'università per le scienze, dove chiamò de' più accreditati uomini dotti che s'avesse l'Italia. Trovavasi questo principe sul fine di maggio in Villafranca, quando Occhialì rinegato calabrese, e famoso corsaro d'Algeri, con una squadra di galeotte, dopo aver saccheggiata Tagia e bruciata Roccabruna del signor di Monaco, arrivò a Villafranca stessa, e mise le sue genti a terra. Spedì tosto il duca a Nizza per aver soccorso, e intanto animosamente uscito dalla terra co' suoi cortigiani con poco più di trecento archibugieri inesperti, raccolti in quel subitaneo bisogno, andò contra de' Barbari. Ma non sì tosto furono i suoi a fronte degli Algerini superiori di gente, che, atterriti dal loro aspetto, e dagli urli e gridi ne' quali proruppero, diedero a gambe. Si trovò il duca in pericolo della vita, o di restar prigione; anzi v'ha chi scrive ch'egli fu preso, ma che restò liberato da due suoi generosi gentiluomini, con perdervi essi la loro vita. Certo è che il duca si salvò nella terra, inseguito sino alle porte di essa da quegl'infedeli. Restarono uccisi circa quaranta de' suoi soldati ed alcuni gentiluomini di sua corte, ed altri fatti prigioni, per riscattare i quali gli convenne pagare dodici mila scudi. Il temerario corsaro, prima di renderli, pretese la grazia di poter inchinare laduchessafiglia diFrancesco I redi Francia. Bisognò accordargliela. Ma la duchessa, con comparire in sua vece la sua dama d'onore,ebbe la soddisfazione di punire in tal maniera la temerità di costui.Portossi in quest'anno a RomaCosimo duca di Firenzecolladuchessasua moglie, e fu magnificamente alloggiato nel palazzo pontifizio. Oltre agli altri suoi affari, pei quali, e non per sola divozione, imprese quel viaggio, ottenne dal sommo pontefice di poter fondare un ordine militare di cavalieri sotto il nome di Santo Stefano, da cui non sono esclusi i coniugati. Impetrò ancora chePaolo Giordano Orsinogenero suo fosse creato duca di Bracciano. Giunse al fine de' suoi giorni nel dì 25 di novembre in GenovaAndrea Doria, celebre per tante sue buone qualità e viaggi di mare. Poco gli mancava a compiere l'anno novantesimoquarto di sua età. Prese la buona gente per un presagio di questa perdita un turbine terribile di venti che alquanti giorni prima recò un'infinità di mali a quelle riviere, portando via i tetti, atterrando case e sradicando le più grosse quercie, con istrage di molte persone e bestiami. Troncò eziandio l'indiscreta morte nel dì 5 di dicembre il filo della vita al giovinetto re di FranciaFrancesco II, a cui succedetteCarlo IXsuo fratello, ma in età troppo tenera ed incapace di governo. Che diavolerie, che confusioni e guerre suscitasse da lì innanzi in quel regno la crescente eresia di Calvino e l'ambizion dei grandi, non appartiene all'assunto mio narrarlo. Accennerò bensì, che, avendo il famoso corsaro Dragut tolta, alcuni anni prima, ai cavalieri di Malta la città di Tripoli in Barberia, ed occupata anche l'isola delle Gerbe,Filippo II redi Spagna, mosso dalle preghiere del gran mastro, e dal desiderio di togliere a' Mori que' siti, siccome nidi ed asili della lor pirateria, fin l'anno precedente avea raunata una potente flotta con legni e soldati presi da Milano, Genova, Napoli e Sicilia. Ma questa da venti contrarii trattenuta, non potè se non nel febbraio di quest'anno far vela verso Barberia. Da molti autori si trova descrittaquell'impresa, ma impresa sommamente sfortunata o per la poco buona condotta de' capitani cristiani, o per la contrarietà della stagione, o per la perniciosa qualità di quel paese, mancante d'acqua buona e provveduto di cattiva. Presero i cristiani le Gerbe, ma cotanto andarono temporeggiando, che in soccorso de' Mori giunse la potente armata dei Turchi; al cui arrivo atterriti e scompigliati i cristiani, non attesero che a salvarsi. Vennero in potere de' Musulmani moltissime galee, migliaia di soldati rimasero morti nelle navi, annegati o schiavi, e il forte delle Gerbe fu forzato a rendersi: disavventure tutte che non poco afflissero specialmente chi avea formate delle grandi speranze su quell'armamento de' cristiani. Oltre a ciò avvenutisi i corsari algerini in tre galee del duca di Firenze, ne costrinsero due a rompersi in Corsica, con restar preda di quegl'infedeli.

Aveano abbastanza imparato i cardinali che pensioni portasse seco il collocare nella cattedra di San Pietro de' cervelli bizzarri e delle teste troppo calde; e però aveano cercato nell'ultimo conclave di dare alla Chiesa di Dio un pontefice di natura mansueta, e dotato d'una placida e benigna saviezza. Per tale fu riconosciuto il cardinal de Medici, divenutoPio IV, personaggio esperto degli affari del mondo, amante de' letterati e, di tutte le persone di merito, limosiniere e d'altri bei pregi ornato. Era egli di nazion Milanese, di famiglia onorata, ma non cospicua. I suoi studii e le sue virtù l'aveano condotto a poco a poco alle prime dignità, e a ciò contribuì ancora il gran credito in cui era salito suo fratello, cioèGian-Giacomo de Medicimarchese di Marignano, giunto ad essere, siccome abbiam veduto, uno de' più valorosi condottieri d'armi in Italia. Diede egli principioal lodevolissimo suo pontificato coll'annullare, col correggere o mitigare varii decreti ed atti del precedente inesorabile e rigido papa. Avea fin qui il ponteficePaolo IVostinatamente, e non senza scandalo, ricusato di riconoscere per imperadoreFerdinando IAustriaco, e di ricevere i suoi ministri in tale qualità. Fu sollecitoPio IVad ammettere il suo ambasciatore, e a ristabilire la buona armonia fra la santa Sede e l'Augusto monarca. Alle preghiere ancora de' cardinali perdonò al popolo romano il trascorso della passata sedizione, purchè si rifacessero i danni. Nel dì 31 di gennaio fece la promozione di tre cardinali, cioè diGian-Antonio Serbellonesuo parente, perchè di tal famiglia fu la madre sua; diGiovanni de Medicifiglio diCosimo duca di Firenze; e diCarlodella nobil casa de' contiBorromei, figlio del conte Giberto e di Margherita sua sorella, che giovinetto camminava già a gran passi alla santità. Per due continui anni avea penato nelle carceriGiovanni cardinal Morone, uno de' più insigni porporati d'allora, per sospetti d'eresia, ch'erano troppo alla moda in quei tempi, perchè il solo disapprovare alcun de' veri abusi dominanti allora nelle vie della pietà e della disciplina ecclesiastica, bastava per far sospettare una persona zoppicante ancora nella credenza dei dogmi, e per trarla alle prigioni, senza che poi si pensasse da lì innanzi a strigar le lor cause, non per colpa delcardinal Ghislierisupremo inquisitore, ma per difetto dipapa Paolo IV, che non sapea mai credere innocente chiunque capitava in quelle carceri. Restava dunque tuttavia acceso il processo formato contra del Morone; ed egli non volendo grazia, ma severa giustizia, fece istanza perchè fosse deciso nella causa sua. Ben ventilata questa dai più incorrotti cardinali (fra i quali lo stesso Ghislieri, che fu poi Pio V), emanò decreto, con dichiarare nullo, iniquo ed ingiusto il processo suddetto, e con assolvere pienamente come innocente il Morone.Pari giustizia fu fatta ad altri non processati sotto il defunto pontefice, e specialmente adEgidio Foscheraridell'ordine de' Predicatori, vescovo di Modena e teologo dottissimo di questi tempi, a cui del pari avea papa Paolo fatta patire la prigionia di due anni a cagion dell'amistà che passava fra il Morone e lui.

Atteso il naturale del novello pontefice, inclinante sempre alla benignità e clemenza, niuno si sarebbe avvisato di vedere una severa giustizia da lui cominciata nel presente anno e terminata nel seguente. Brevemente in un fiato accennerò io questo fatto, per cui fu gran dire allora in tutta la Cristianità. Nel dì 7 di giugno fece papa Pio IV carcerare icardinali Carlo CaraffaedAlfonso Caraffa, il primo nipote e l'altro pronipote di Paolo IV. Similmente furono presiGiovanni Caraffa conte di Montorioappellato duca di Palliano, e nipote del suddetto papa, e il conte di Alife e Leonardo di Cardine, uccisori della moglie di esso duca. Furono fatti rigorosi processi contro di loro, tanto per quell'omicidio, quanto per altre iniquità, o vere o pretese, commesse dai due fratelli Caraffi nel tempo del loro nepotismo, con varii inganni che si diceano da lor fatti al pontefice zio, e gravissimi danni cagionati per la loro ambizione e prepotenza a Roma e a tutto lo Stato ecclesiastico. Furono deputati cardinali al processo dei due loro colleghi, e data al governatore di Roma l'incombenza di formar quello del conte di Montorio e de' suoi complici. Durò questa criminal procedura sino al dì 3 di marzo dell'anno seguente, in cui si venne concistoro; e quivi fu letto il processo intero contra delcardinale Carlo Caraffa: lettura che durò ott'ore. Per lui interposero tutti i cardinali le lor preghiere; ma senza poter impedire la sentenza di morte. Però nella notte seguente fu esso cardinale strangolato in prigione; e nello stesso tempo nelle carceri di Torredinona decapitato ilduca di Pallianocol conte diAlife e Leonardo di Cardine. Confessa il Panvinio d'aver inteso dalla bocca del medesimo Pio IV ch'egli si lasciò trarre a questa giustizia di malissima voglia, e che in tutta la vita sua non gli era avvenuta mai cosa tanto disgustosa e lugubre, quanto quel giudizio; con aggiugnere nondimeno d'aver egli creduto necessario che si desse ai parenti dei futuri pontefici esempio, affinchè non si abusassero della lor grazia ed autorità. Il giovane cardinaleAlfonso Caraffa, siccome innocente e dabbene, fu rimesso in libertà, e solamente condannato a pagare cento mila scudi per un preteso risarcimento alla camera apostolica; e tal pena fu anche dipoi mitigata. Ma in que' tempi la gente accorta ben s'avvide che non dal genio clemente di papa Pio era proceduta sì rigorosa giustizia contra dei Caraffeschi, ma sibbene dai segreti gagliardi impulsi della corte di Spagna, a cui per varii riguardi era molto tenuto lo stesso pontefice.

Il cardinal Pallavicino, che meglio degli altri pescò in questa materia, fece conoscere a noi le arcane ruote di sì strepitoso avvenimento. La politica più fina del simulare e dissimulare fu osservata assai familiare inFilippo II redi Spagna. Gli stava sempre sul cuore quanto aveano operato i Caraffi contra di lui, e l'essersi eglino vantati di volergli torre il regno di Napoli. Con tutto ciò non lasciava di usar con loro delle grazie e finezze; e in questi medesimi tempi decretò al cardinale e al fratello delle ricompense pel perduto ducato di Palliano. Fu creduto da alcuni che sul principio il papa, credendo il re ben affezionato ai Caraffi, per quanto gliene diceva l'ambasciatore di Spagna, li favorisse anch'egli alla corte di Madrid; e che, all'incontro il re, tenendo i Caraffi per protetti dal papa, anch'egli s'inducesse a far loro delle grazie. Ma ossia che tale inganno cessasse, o che sempre in Ispagna si lavorasse di finzione; la verità si è che il re Cattolico segretamente maneggiòla rovina loro, e con forza spinse il pontefice ad eseguir quello che il mansueto animo d'esso papa non avrebbe mai fatto. Il bello poi fu che sottopapa Pio V, creatura diPaolo IV, per le istanze di Antonio marchese di Montebello e di Diomede Caraffi, l'uno fratello e l'altro figlio dell'estinto duca di Palliano, fu riveduta questa causa in Roma, e deciso che non meno il cardinal Carlo che esso duca di Palliano erano stati iniquamente ed ingiustamente condannati; e per prova di questo tagliata fu la testa ad Alessandro Pallentieri, stato fabbricator del processo contra d'essi Caraffeschi, alla memoria de' quali e de' loro eredi fu restituito l'onore e la buona fama. E così vanno le vicende e peripezie umane, regolate dalle diverse passioni degli uomini. Noi dobbiamo augurarci che sia esente da questi interni mantici chi si mette a giudicar della vita, della roba e dell'onore altrui; e che questi tali, ad imitazione di Dio, più inclinino alla clemenza che al rigore, se pure il bene della repubblica non esige altrimenti.

Al ponteficePio IVnon restavano nipoti maschi legittimi di sua famiglia, perchè ilmarchese di Marignanosuo fratello niun d'essi avea lasciato; e sebben v'era un di lui figlio naturale, appellato Camillo, il papa parea che non se ne prendesse gran cura. Rivolse dunque il suo amore ai figli della sorella, cioè ai conti Borromei, illustri e potenti signori, che da gran tempo possedevano Arona, ed assaissime altre terre e castella sul lago Maggiore. Questi erano ilconte FederigoeCarlo, da lui promosso alla sacra porpora. Avvezzi i Romani a mirare quanto potesse il nepotismo ne' passati pontefici, e come fosse divenuto, massimamente in questi ultimi tempi, quasi il principale impiego de' successori di san Pietro l'innalzamento de' parenti a' gradi principeschi; si aspettavano una simile scena sotto Pio IV. Ma il buon pontefice, che intendeva meglio d'alcuni suoi predecessori l'importante uffizio dellasublime sua dignità, si comportò con molta moderazione nell'amore de' suoi, e nulla operò che fosse soggetto alla giusta censura dei saggi. Erasi molto prima trattato il matrimonio diVirginiafiglia delduca d'Urbinocol suddetto conte Federigo, e questo si eseguì, con celebrarsi suntuosissime nozze in Urbino e poscia in Roma: il che riuscì di giubilo universale del popolo. Maritò ancoraCamilla Borromeasorella di esso conte inCesare duca di Guastalla, ArianoeMolfetta, figlio del fu don Ferrante Gonzaga, e un'altra in Fabrizio Gesualdo figlio del conte di Conza; e con ciò si raddoppiarono le allegrezze in Roma. Specialmente fece il pontefice comparire il suo amore verso ilcardinale Carlo Borromeosuo nipote, a cui diede la carica di segretario di Stato, e la legazion di Romagna e Bologna. Ma questo nipote, ancorchè di soli ventitrè anni (tanta era la sua prudenza, tanta l'illibatezza de' suoi costumi) non serviva che alla vera gloria del pupa, perchè unicamente intento al bene della Chiesa e del pubblico, e manteneva una scelta famiglia di persone raccomandate dalla virtù e dalla letteratura; di maniera che col tempo fu chiamata la di lui casa un seminario di cardinali e vescovi egregi. Però al popolo romano, dopo essere stato in tanta malinconia e tremore sotto il tetro governo di Paolo IV, parea d'essere rinato, trovandosi tutto in feste sotto il dolce di Pio IV (a cui diceano che bene stava il nome di Angelo), e regolato da sì discreti e saggi ministri. Delle premure di questo buon pontefice per rimettere in piedi il da tanto tempo interrotto concilio di Trento, parleremo all'anno seguente.

Compiè in quest'annoAlfonso II ducadi Ferrara il suo matrimonio condonna Lucrezia de Medicifiglia delduca Cosimo; e questa principessa con suntuoso accompagnamento di principi e nobili fece l'entrata sua in Ferrara nel dì 17 di febbraio. Ma da quella città nel giorno 2 di settembre fece partenza laduchessaReneafiglia diLodovico XII re di Franciae madre di esso duca Alfonso. E il motivo fu, perch'ella da gran tempo infetta dell'eresia di Calvino, per quanto si facesse e dicesse, non volle mai rimettersi sul buon cammino. Quale ella andò, tale anco morì: del che ho io sufficientemente parlato nelle Antichità Estensi. Era venuto di Fiandra nell'anno precedenteEmmanuel Filibertoduca di Savoia, a rallegrar sè stesso e i suoi sudditi colla visita degli Stati a lui restituiti da' Franzesi e Spagnuoli. Fu in questi tempi ch'egli istituì in Mondovì un'università per le scienze, dove chiamò de' più accreditati uomini dotti che s'avesse l'Italia. Trovavasi questo principe sul fine di maggio in Villafranca, quando Occhialì rinegato calabrese, e famoso corsaro d'Algeri, con una squadra di galeotte, dopo aver saccheggiata Tagia e bruciata Roccabruna del signor di Monaco, arrivò a Villafranca stessa, e mise le sue genti a terra. Spedì tosto il duca a Nizza per aver soccorso, e intanto animosamente uscito dalla terra co' suoi cortigiani con poco più di trecento archibugieri inesperti, raccolti in quel subitaneo bisogno, andò contra de' Barbari. Ma non sì tosto furono i suoi a fronte degli Algerini superiori di gente, che, atterriti dal loro aspetto, e dagli urli e gridi ne' quali proruppero, diedero a gambe. Si trovò il duca in pericolo della vita, o di restar prigione; anzi v'ha chi scrive ch'egli fu preso, ma che restò liberato da due suoi generosi gentiluomini, con perdervi essi la loro vita. Certo è che il duca si salvò nella terra, inseguito sino alle porte di essa da quegl'infedeli. Restarono uccisi circa quaranta de' suoi soldati ed alcuni gentiluomini di sua corte, ed altri fatti prigioni, per riscattare i quali gli convenne pagare dodici mila scudi. Il temerario corsaro, prima di renderli, pretese la grazia di poter inchinare laduchessafiglia diFrancesco I redi Francia. Bisognò accordargliela. Ma la duchessa, con comparire in sua vece la sua dama d'onore,ebbe la soddisfazione di punire in tal maniera la temerità di costui.

Portossi in quest'anno a RomaCosimo duca di Firenzecolladuchessasua moglie, e fu magnificamente alloggiato nel palazzo pontifizio. Oltre agli altri suoi affari, pei quali, e non per sola divozione, imprese quel viaggio, ottenne dal sommo pontefice di poter fondare un ordine militare di cavalieri sotto il nome di Santo Stefano, da cui non sono esclusi i coniugati. Impetrò ancora chePaolo Giordano Orsinogenero suo fosse creato duca di Bracciano. Giunse al fine de' suoi giorni nel dì 25 di novembre in GenovaAndrea Doria, celebre per tante sue buone qualità e viaggi di mare. Poco gli mancava a compiere l'anno novantesimoquarto di sua età. Prese la buona gente per un presagio di questa perdita un turbine terribile di venti che alquanti giorni prima recò un'infinità di mali a quelle riviere, portando via i tetti, atterrando case e sradicando le più grosse quercie, con istrage di molte persone e bestiami. Troncò eziandio l'indiscreta morte nel dì 5 di dicembre il filo della vita al giovinetto re di FranciaFrancesco II, a cui succedetteCarlo IXsuo fratello, ma in età troppo tenera ed incapace di governo. Che diavolerie, che confusioni e guerre suscitasse da lì innanzi in quel regno la crescente eresia di Calvino e l'ambizion dei grandi, non appartiene all'assunto mio narrarlo. Accennerò bensì, che, avendo il famoso corsaro Dragut tolta, alcuni anni prima, ai cavalieri di Malta la città di Tripoli in Barberia, ed occupata anche l'isola delle Gerbe,Filippo II redi Spagna, mosso dalle preghiere del gran mastro, e dal desiderio di togliere a' Mori que' siti, siccome nidi ed asili della lor pirateria, fin l'anno precedente avea raunata una potente flotta con legni e soldati presi da Milano, Genova, Napoli e Sicilia. Ma questa da venti contrarii trattenuta, non potè se non nel febbraio di quest'anno far vela verso Barberia. Da molti autori si trova descrittaquell'impresa, ma impresa sommamente sfortunata o per la poco buona condotta de' capitani cristiani, o per la contrarietà della stagione, o per la perniciosa qualità di quel paese, mancante d'acqua buona e provveduto di cattiva. Presero i cristiani le Gerbe, ma cotanto andarono temporeggiando, che in soccorso de' Mori giunse la potente armata dei Turchi; al cui arrivo atterriti e scompigliati i cristiani, non attesero che a salvarsi. Vennero in potere de' Musulmani moltissime galee, migliaia di soldati rimasero morti nelle navi, annegati o schiavi, e il forte delle Gerbe fu forzato a rendersi: disavventure tutte che non poco afflissero specialmente chi avea formate delle grandi speranze su quell'armamento de' cristiani. Oltre a ciò avvenutisi i corsari algerini in tre galee del duca di Firenze, ne costrinsero due a rompersi in Corsica, con restar preda di quegl'infedeli.


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