MDLXIIIAnno diCristoMDLXIII. IndizioneVI.Pio IVpapa 5.Ferdinando Iimperadore 6.Gran dispute e dissensioni, sì di precedenza che di riforma, occorsero in quest'anno nel concilio di Trento, mosse in parte dall'oratore spagnuolo, dai Franzesi e dagl'imperiali, che tennero in qualche inazione que' padri. Colla pazienza nondimeno e colle buone maniere dei cardinali legati tutto si andò superando. Ma nel dì 2 di marzo restò conturbata tutta la sacra assemblea per la morte diErcole cardinal Gonzaga, a cui tenne dietro nel dì 17 dello stesso mese ilcardinal Girolamo Seripando. Erano amendue legatia lateredel papa, e personaggi per la pietà, per la dottrina e per la prudenza di un merito incomparabile. In luogo d'essi spedì il pontefice da Roma due altri insigni porporati, cioèGiovanni MoroneMilanese, che vedemmo sì maltrattato da papa Paolo IV, eBernardo NavageroVeneziano. Continuarono anche dipoi i contrasti dalla parte de' Franzesi e dell'imperadore. Pure col divino aiuto proseguì vigorosamente il concilio, e più che mai si stesero decreti riguardanti il dogma egualmente che la disciplina ecclesiastica. Per tanta dimora in Trento erano per la maggior parte stanchi i padri. Intervennero allora altri motivi, per li quali nel mese di novembre si cominciò a trattare di terminar quella gran funzione: al che si trovarono ripugnanti gli Spagnuoli. Ma, venuto avviso che sul fine di novembre era stato preso il sommo pontefice da un pericoloso accidente, per cui si dubitava di sua vita, tale scompiglio entrò per questo in quella sacra adunanza, che l'ambasciatore del re Cattolico si diede per vinto, e consentì che si proponesse il fine del concilio. Tornò il papa da lì a non molto a goder buona sanità. Ora, dopo avere il consesso dei padri smaltiti con indicibil diligenza varii punti di dogma e di riforma che restavanoa farsi, nella sessione ventesima quinta ebbe fine nel dì 4 di dicembre il sacrosanto concilio di Trento: concilio a cui intervennero i più dotti vescovi e teologi di tutti i regni cattolici, e che superò tutti gli altri precedenti per l'ampia esposizione della dottrina della vera Chiesa, e per la correzione e riforma di assaissimi punti spettanti alla disciplina ecclesiastica. Tanti abusi che da lì innanzi cessarono, tanta emendazione e mutazion di costumi nell'uno e nell'altro clero, e il presente bell'aspetto della Chiesa di Dio tanto ne' pastori di sublime grado che dell'ordine inferiore, troppo diverso da quello in cui si trovava essa Chiesa allorchè Dio permise la nascita di tante eresie nel Settentrione per gastigo nostro, e molto più per gastigo di chi si ribellò alla religione dei suoi maggiori: tutto questo lo dobbiamo riconoscere da quel benedetto concilio, che poi fu solennemente confermato dal romano pontefice, ed accettato, almeno per quello che appartiene ai dogmi, da tutta l'universalità dei cattolici. Misericordia di Dio fu ancora, che in tal congiuntura sedesse nella cattedra di San Pietro un pontefice di buona volontà, e che i grandi affari della santa Sede fossero principalmente appoggiati alla mente diritta, all'indefesso zelo e alla pietà singolare delcardinal Carlo Borromeo, primo ministro della sacra corte, che a gloria di Dio e a benefizio della repubblica cristiana trasse a fine quella memoranda impresa. Fu egli anche il primo a dar buon esempio agli altri, con severamente riformare la propria corte. Erano stati inviati ad esso concilio anche i protestanti. Niun d'essi vi volle intervenire, perchè avrebbero preteso di dare, e non già di ricevere la legge. Però prima di quest'anno, e molto più dappoi, si scatenarono con varii libri contra del concilio suddetto, vendicandosi in quella maniera che poterono degli anatemi contro di lor proferiti. Ma è da sperare nella clemenza di Dio che verrà un dì in cui si saneran queste piaghe. E certamentequesto ha da essere uno dei desiderii di chiunque, sia cattolico, sia di altra credenza, purchè professi la santa religione di Gesù Cristo, condannatrice degli scismi.In quest'anno ancora grave danno risentirono le marine dell'Italia dai corsari barbareschi, e specialmente quelle di Napoli. Dragut Rais, fuggito dall'assedio di Orano, comparve colà con tutte le sue forze, e gli riuscì di prendere sei legni cristiani che s'erano spiccati da quel porto col carico di molta gente e merci. Ad uno d'essi il disperato capitano Vincenzo di Pasquale Raguseo diede il fuoco, mandando in aria e in acqua tutte le robe e famiglie che quivi si trovavano. Dragut per tale risoluzione gli fece poi tagliare la testa. Era, dissi, stato ne' giorni addietro assediato fieramente Orano dai Mori, al soccorso della qual fortezza accorsero anche le galee di Napoli; e ben sapea Dragut che Napoli si trovava allora senza galee da difesa. Il perchè l'orgoglioso Barbaro giunse fin sotto Chiaia con isperanza di coglier ivi la marchesa del Vasto, la quale per buona fortuna non vi si trovò, e però solamente fece schiavi alquanti cristiani, che il vicerè da lì a poco riscattò. Alle coste eziandio della Puglia, dell'Abbruzzo e del Genovesato fecero questi masnadieri delle aspre visite. Grandi perciò erano i lamenti dei popoli; ma niun provvedeva, eccettochè i cavalieri di Malta, i quali sempre in corso recarono bensì non pochi danni alle terre de' Turchi, ma senza sollievo di quelle de' cristiani. Dalle civili guerre fu in quest'anno parimente lacerata la Francia, dove gli inquieti e perfidi ugonotti fecero assassinare ed uccidere il valorosoduca di Guisa, capo della parte dei cattolici. In Ispagna, giacchè ilre Filippo IInon poteva aver successione dalla nuova sua moglie, sorella del re di Francia, ed era per altra parte malissimo contento dell'unico suo figliodon Carlo, giovane di cervello torbido, egli desiderò cheMassimiliano II rede' Romani suo cugino inviassealla corte di Madrid i di lui due figliRidolfoedErnestoarciduchi, acciocchè apprendessero i costumi degli Spagnuoli, e per ogni bisogno potessero sostenere la casa d'Austria nella monarchia di Spagna. Passarono questi due principi verso il fine dell'anno per Milano, e andarono dipoi ad imbarcarsi a Nizza, con ricevere dappertutto distinti onori.Ad essa città di Milano tentò in questo anno il re Cattolico di fare un regalo, col volere introdurre colà l'inquisizione all'uso di Spagna. Contuttochè la maggior parte de' cardinali ripugnasse a tal novità, pure il papa, a cui premeva di non disgustare un sì potente re, si lasciò vincere, e condiscese a siffatta istanza. Esposta dalduca di Sessagovernatore ai Milanesi la volontà reale, gran commozione si svegliò nella nobiltà del pari che ne' popolari, assai informati dell'odiatissimo rigore dell'inquisizion di Spagna, e come sotto colore di punir le colpe di chi era miscredente nella fede, per altri delitti ancora, o veri o pretesi, si facevano segrete giustizie o vendette a piacimento del principe. Però tutti animosamente risposero d'essere buoni cattolici, e non trovarsi fra loro Ebrei finti cristiani, come in Ispagna; nè esservi motivo alcuno di mutar l'ordine già prescritto e discreto di quel tribunale in Italia, e che perciò non comporterebbono una sì esorbitante gravezza. Poco mancò che non si venisse ad una sollevazione, e non si rinovasse la scena succeduta negli anni addietro per questo medesimo tentativo in Napoli. Il saggio governatore, veggendo gli animi sì mal disposti, calmò con buone parole il lor movimento, e promise di scrivere in favore di essi al pontefice e al re. Così fece egli, nè più si parlò di questo affare. Per simili sospetti sorse ancora nell'anno seguente non lieve alterazione nel popolo di Napoli, troppo alieno dall'ammettere anche la sola ordinaria inquisizione che si pratica in tante città d'Italia per unico bene della religione. Erasi da qualche tempo costituitocapo di banditi nella Calabria un certo Marco da Cotrone; e concorrendo a costui la feccia di tutti i malviventi, arrivò la sua baldanza a prendere titolo di re, onde era comunemente appellato il re Marcone. Infestava egli tutte le strade, spogliava i passaggieri, metteva in contribuzione le ville, vendeva anche i poveri cristiani ai corsari barbareschi. Spedì il vicerè di Napoli contra di quegli assassini alcune compagnie di Spagnuoli che vi rimasero o morti o prigioni. Fu d'uopo di inviarvi dipoi circa due mila fanti e cavalli sotto il comando di Fabrizio Pignatelli marchese di Cerchiero, la cui industria seppe sparpagliare e poi ridurre a nulla quella ciurma di malandrini. Tornò in quest'anno dalla corte di Madrid a Firenzedon Francescoprimogenito delduca Cosimo. Irritato l'imperador Ferdinandodello sprezzo fin qui mostrato dai Genovesi della sua sentenza nella causa del Finale, pubblicò in quest'anno un duro decreto contra di quella repubblica, la quale perciò ricorse al re di Spagna per placarlo. Durarono poi le dissensioni de' Finalini, finchè nel 1571 ilduca d'Albuquerquegovernator di Milano, andò a mettere presidio spagnuolo nel Finale, terra che fu poi nell'anno 1598 venduta dalmarchese Andrea Sforza, ultimo di quella linea, alre Filippo II, il cui successoreFilippo IIInell'anno 1619 ne ottenne l'investitura dall'imperadore Mattias.
Gran dispute e dissensioni, sì di precedenza che di riforma, occorsero in quest'anno nel concilio di Trento, mosse in parte dall'oratore spagnuolo, dai Franzesi e dagl'imperiali, che tennero in qualche inazione que' padri. Colla pazienza nondimeno e colle buone maniere dei cardinali legati tutto si andò superando. Ma nel dì 2 di marzo restò conturbata tutta la sacra assemblea per la morte diErcole cardinal Gonzaga, a cui tenne dietro nel dì 17 dello stesso mese ilcardinal Girolamo Seripando. Erano amendue legatia lateredel papa, e personaggi per la pietà, per la dottrina e per la prudenza di un merito incomparabile. In luogo d'essi spedì il pontefice da Roma due altri insigni porporati, cioèGiovanni MoroneMilanese, che vedemmo sì maltrattato da papa Paolo IV, eBernardo NavageroVeneziano. Continuarono anche dipoi i contrasti dalla parte de' Franzesi e dell'imperadore. Pure col divino aiuto proseguì vigorosamente il concilio, e più che mai si stesero decreti riguardanti il dogma egualmente che la disciplina ecclesiastica. Per tanta dimora in Trento erano per la maggior parte stanchi i padri. Intervennero allora altri motivi, per li quali nel mese di novembre si cominciò a trattare di terminar quella gran funzione: al che si trovarono ripugnanti gli Spagnuoli. Ma, venuto avviso che sul fine di novembre era stato preso il sommo pontefice da un pericoloso accidente, per cui si dubitava di sua vita, tale scompiglio entrò per questo in quella sacra adunanza, che l'ambasciatore del re Cattolico si diede per vinto, e consentì che si proponesse il fine del concilio. Tornò il papa da lì a non molto a goder buona sanità. Ora, dopo avere il consesso dei padri smaltiti con indicibil diligenza varii punti di dogma e di riforma che restavanoa farsi, nella sessione ventesima quinta ebbe fine nel dì 4 di dicembre il sacrosanto concilio di Trento: concilio a cui intervennero i più dotti vescovi e teologi di tutti i regni cattolici, e che superò tutti gli altri precedenti per l'ampia esposizione della dottrina della vera Chiesa, e per la correzione e riforma di assaissimi punti spettanti alla disciplina ecclesiastica. Tanti abusi che da lì innanzi cessarono, tanta emendazione e mutazion di costumi nell'uno e nell'altro clero, e il presente bell'aspetto della Chiesa di Dio tanto ne' pastori di sublime grado che dell'ordine inferiore, troppo diverso da quello in cui si trovava essa Chiesa allorchè Dio permise la nascita di tante eresie nel Settentrione per gastigo nostro, e molto più per gastigo di chi si ribellò alla religione dei suoi maggiori: tutto questo lo dobbiamo riconoscere da quel benedetto concilio, che poi fu solennemente confermato dal romano pontefice, ed accettato, almeno per quello che appartiene ai dogmi, da tutta l'universalità dei cattolici. Misericordia di Dio fu ancora, che in tal congiuntura sedesse nella cattedra di San Pietro un pontefice di buona volontà, e che i grandi affari della santa Sede fossero principalmente appoggiati alla mente diritta, all'indefesso zelo e alla pietà singolare delcardinal Carlo Borromeo, primo ministro della sacra corte, che a gloria di Dio e a benefizio della repubblica cristiana trasse a fine quella memoranda impresa. Fu egli anche il primo a dar buon esempio agli altri, con severamente riformare la propria corte. Erano stati inviati ad esso concilio anche i protestanti. Niun d'essi vi volle intervenire, perchè avrebbero preteso di dare, e non già di ricevere la legge. Però prima di quest'anno, e molto più dappoi, si scatenarono con varii libri contra del concilio suddetto, vendicandosi in quella maniera che poterono degli anatemi contro di lor proferiti. Ma è da sperare nella clemenza di Dio che verrà un dì in cui si saneran queste piaghe. E certamentequesto ha da essere uno dei desiderii di chiunque, sia cattolico, sia di altra credenza, purchè professi la santa religione di Gesù Cristo, condannatrice degli scismi.
In quest'anno ancora grave danno risentirono le marine dell'Italia dai corsari barbareschi, e specialmente quelle di Napoli. Dragut Rais, fuggito dall'assedio di Orano, comparve colà con tutte le sue forze, e gli riuscì di prendere sei legni cristiani che s'erano spiccati da quel porto col carico di molta gente e merci. Ad uno d'essi il disperato capitano Vincenzo di Pasquale Raguseo diede il fuoco, mandando in aria e in acqua tutte le robe e famiglie che quivi si trovavano. Dragut per tale risoluzione gli fece poi tagliare la testa. Era, dissi, stato ne' giorni addietro assediato fieramente Orano dai Mori, al soccorso della qual fortezza accorsero anche le galee di Napoli; e ben sapea Dragut che Napoli si trovava allora senza galee da difesa. Il perchè l'orgoglioso Barbaro giunse fin sotto Chiaia con isperanza di coglier ivi la marchesa del Vasto, la quale per buona fortuna non vi si trovò, e però solamente fece schiavi alquanti cristiani, che il vicerè da lì a poco riscattò. Alle coste eziandio della Puglia, dell'Abbruzzo e del Genovesato fecero questi masnadieri delle aspre visite. Grandi perciò erano i lamenti dei popoli; ma niun provvedeva, eccettochè i cavalieri di Malta, i quali sempre in corso recarono bensì non pochi danni alle terre de' Turchi, ma senza sollievo di quelle de' cristiani. Dalle civili guerre fu in quest'anno parimente lacerata la Francia, dove gli inquieti e perfidi ugonotti fecero assassinare ed uccidere il valorosoduca di Guisa, capo della parte dei cattolici. In Ispagna, giacchè ilre Filippo IInon poteva aver successione dalla nuova sua moglie, sorella del re di Francia, ed era per altra parte malissimo contento dell'unico suo figliodon Carlo, giovane di cervello torbido, egli desiderò cheMassimiliano II rede' Romani suo cugino inviassealla corte di Madrid i di lui due figliRidolfoedErnestoarciduchi, acciocchè apprendessero i costumi degli Spagnuoli, e per ogni bisogno potessero sostenere la casa d'Austria nella monarchia di Spagna. Passarono questi due principi verso il fine dell'anno per Milano, e andarono dipoi ad imbarcarsi a Nizza, con ricevere dappertutto distinti onori.
Ad essa città di Milano tentò in questo anno il re Cattolico di fare un regalo, col volere introdurre colà l'inquisizione all'uso di Spagna. Contuttochè la maggior parte de' cardinali ripugnasse a tal novità, pure il papa, a cui premeva di non disgustare un sì potente re, si lasciò vincere, e condiscese a siffatta istanza. Esposta dalduca di Sessagovernatore ai Milanesi la volontà reale, gran commozione si svegliò nella nobiltà del pari che ne' popolari, assai informati dell'odiatissimo rigore dell'inquisizion di Spagna, e come sotto colore di punir le colpe di chi era miscredente nella fede, per altri delitti ancora, o veri o pretesi, si facevano segrete giustizie o vendette a piacimento del principe. Però tutti animosamente risposero d'essere buoni cattolici, e non trovarsi fra loro Ebrei finti cristiani, come in Ispagna; nè esservi motivo alcuno di mutar l'ordine già prescritto e discreto di quel tribunale in Italia, e che perciò non comporterebbono una sì esorbitante gravezza. Poco mancò che non si venisse ad una sollevazione, e non si rinovasse la scena succeduta negli anni addietro per questo medesimo tentativo in Napoli. Il saggio governatore, veggendo gli animi sì mal disposti, calmò con buone parole il lor movimento, e promise di scrivere in favore di essi al pontefice e al re. Così fece egli, nè più si parlò di questo affare. Per simili sospetti sorse ancora nell'anno seguente non lieve alterazione nel popolo di Napoli, troppo alieno dall'ammettere anche la sola ordinaria inquisizione che si pratica in tante città d'Italia per unico bene della religione. Erasi da qualche tempo costituitocapo di banditi nella Calabria un certo Marco da Cotrone; e concorrendo a costui la feccia di tutti i malviventi, arrivò la sua baldanza a prendere titolo di re, onde era comunemente appellato il re Marcone. Infestava egli tutte le strade, spogliava i passaggieri, metteva in contribuzione le ville, vendeva anche i poveri cristiani ai corsari barbareschi. Spedì il vicerè di Napoli contra di quegli assassini alcune compagnie di Spagnuoli che vi rimasero o morti o prigioni. Fu d'uopo di inviarvi dipoi circa due mila fanti e cavalli sotto il comando di Fabrizio Pignatelli marchese di Cerchiero, la cui industria seppe sparpagliare e poi ridurre a nulla quella ciurma di malandrini. Tornò in quest'anno dalla corte di Madrid a Firenzedon Francescoprimogenito delduca Cosimo. Irritato l'imperador Ferdinandodello sprezzo fin qui mostrato dai Genovesi della sua sentenza nella causa del Finale, pubblicò in quest'anno un duro decreto contra di quella repubblica, la quale perciò ricorse al re di Spagna per placarlo. Durarono poi le dissensioni de' Finalini, finchè nel 1571 ilduca d'Albuquerquegovernator di Milano, andò a mettere presidio spagnuolo nel Finale, terra che fu poi nell'anno 1598 venduta dalmarchese Andrea Sforza, ultimo di quella linea, alre Filippo II, il cui successoreFilippo IIInell'anno 1619 ne ottenne l'investitura dall'imperadore Mattias.