MDLXV

MDLXVAnno diCristoMDLXV. IndizioneVIII.Pio IVpapa 7.Massimiliano IIimperad. 2.Avvenimento sopra modo strano parve l'essersi nel gennaio di quest'anno scoperta una congiura contra del ponteficePio IV, il quale mansueto e clemente, non odio, ma amore cercava pur di riscuotere da ognuno; nè certamente alcun danno o dispiacere avea recato a chi meditò di torre a lui la vita. Fu essa cospirazione tramata da Benedetto Accolti, figlio del fucardinale Accolti, ed in essa concorsero il conte Antonio Canossa,Taddeo Manfredi, il cavalier Pelliccioni, Prospero Pittorio ed altri, tutti gente di mala vita, e gente fanatica, come dai fatti apparve. Fu creduto che l'Accolti, coll'essere stato a Ginevra, avesse ivi bevuto non solamente il veleno dell'empie opinioni, ma eziandio le fantastiche immaginazioni ch'egli ebbe forza d'imprimere ne' complici suoi. Cioè, diceva egli, che ucciso il presente papa, ne avea da venire un altro divino, santo ed angelico, il quale sarebbe monarca di tutto il mondo. E buon per costoro, perchè bel premio aveano da riportare di sì orrido fatto. Al conte Antonio dovea toccare il dominio di Pavia; quel di Cremona al Manfredi; al Pelliccioni quello della città dell'Aquila; e così altre signorie agli altri. Per conoscere meglio l'illusione e leggierezza delle lor teste, basterà sapere che si prepararono al misfatto colla confession de' lor peccati, tacendo nulla di meno l'empio sacrilegio ed omicidio che disegnavano di commettere. Fissato il giorno, si presentò una mattina ai piedi del pontefice l'Accolti col pugnale preparato all'impresa; ma sorpreso da timore, nulla ne fece. Nata perciò lite fra i congiurati, il Pelliccioni, per salvar la vita, andò a rivelare il già fatto concerto. Tutti furono presi; e per quanto coi tormenti e colle lusinghe si procurasse di trar loro di bocca chi gli avesse sedotti ed incitati a sì esecranda azione, nulla si potè ricavarne, se non che l'Accolti sosteneva di aver di ciò parlato cogli angeli, i quali certamente non doveano essere di quei del paradiso. Furono costoro pubblicamente tormentati per la città, e poi tolti dal mondo. L'Accolti, sempre ridendo fra i tormenti, assai dimostrò che si trattava di gente che avea leso il cervello, e forse meritava più la carità d'esser tenuta incatenata in uno spedale, che il rigore di un capestro. Per assicurarsi non di meno il papa da altri simili insulti, destinò al palazzo papale la guardia di cento archibusieri. Confermò parimentel'ordine da lui fatto nel 1562, che non dovessero godere franchigia i palazzi dei cardinali, nè degli ambasciatori de' principi, affinchè non servissero di rifugio a' malviventi. Proibì poscia sotto varie pene ai nunzii pontifizii di procacciarsi lettere di raccomandazione dai principi, o di valersi di quelle che essi spontaneamente esibissero. Fece inoltre nel dì 11 di marzo la promozione di molti cardinali, la maggior parte persone di gran merito, e contossi fra esseUgo Boncompagnovescovo di Bologna, che fu poi Gregorio XIII.Gran terrore, massimamente all'Italia, diede in quest'anno il tuttavia vivente e feroce sultano dei Turchi Solimano. Si rodeva egli da molto tempo le dita per li continui insulti che faceano alle sue navi e terre i cavalieri gerosolimitani di San Giovanni, chiamati gli Ospitalarii; però venne alla determinazione di levar loro l'isola di Malta, da lui chiamata nido dei corsari cristiani. Stupendo fu il suo armamento, perchè giunse a ducentoquaranta vele, fra le quali si contarono centosessantotto galee con copiosa quantità di gente da sbarco e d'artiglierie. Simile armata di mare non avea mai fatta in addietro la potenza ottomana. General di terra fu Mustafà bassà; general di mare Pialy bassà unghero rinegato. Andò ancora, ma tardi, ad unirsi con loro il famoso corsaro Dragut Rais colle sue galeotte e soldati. Certificati intanto del barbarico disegnodon Garzia di Toledovicerè di Sicilia, e il generoso gran mastro di que' cavalieriGiovanni Valletta, aveano provveduta la città di Malta di tutto il bisognevole per sostenere un assedio. Nel dì 18 di maggio a vista di quell'isola comparve la formidabil flotta turchesca; ed allora tutti i combattenti cristiani con sommo coraggio e insieme allegria corsero ai posti lor destinati, contando per fortunata la loro vita, se la spendeano per difesa della fede e della patria. Erano intorno a sei mila i difensori, cioè cinquecentonovantacavalieri, quattro mila Maltesi, e mille e cinquecento soldati, e forse più, tra Italiani, Franzesi e Spagnuoli. Cominciarono i Turchi a battere con molti pezzi di grossa artiglieria il castello di Santo Ermo, posto nella lingua di terra che guarda i due porti dell'isola, e poi vennero a furiosi assalti, che costarono loro gran perdita di gente; e in uno d'essi colpito il corsaro Dragut rallegrò assaissimo i cristiani colla sua morte. Nel dì 21 di giugno restò presa la suddetta fortezza, e trucidato chiunque era sopravvivuto alla forte difesa. Si accinse dipoi Mustafà all'assedio della fortezza di San Michele; nel qual tempo, cioè a dì 12 di luglio, venne a rinforzarlo il bey d'Algeri con ventisette legni, sui quali erano più di mille uomini da guerra.All'incontro, spedito di Sicilia il mastro di campo Robles con quattro galee, passando arditamente quasi per mezzo i nemici, sbarcò nell'isola secento fanti, rinforzo che recò non lieve ristoro agli assediati. Frequenti e sanguinosissimi furono gli assalti dati a quella fortezza dai Turchi, e già le loro trincee erano arrivate sotto le mura, e si lavorava di mine; quando il Toledo vicerè di Sicilia, dopo tanta dilazione, determinò di portare all'afflitta città il promesso soccorso. E però con sessantadue galee giunto nel dì 7 di settembre alla parte di Malta vecchia, colà sbarcò nove mila soldati eletti, con vettovaglia per quaranta giorni, e poi se ne tornò in Sicilia a preparar altri aiuti. Mandò il bassà Mustafà sei mila de' suoi a riconoscere che gente era quella, e trovò persone che sapeano menar le mani, perchè uccisero forse mille e cinquecento di quegl'infedeli. La notte seguente imbarcati i Turchi, fecero vela alla volta di Lepanto, lasciando libera l'isola di Malta, ma conquassate tutte le sue fortezze. Perirono in quell'assedio, per quanto fu creduto, almen venti mila Turchi, parte per le battaglie, e parte per le infermità. De' cristiani quattro mila se ne contarono estinti ne' combattimenti,fra i quali, chi dice ducentoquaranta, e chi trecento cavalieri, che intrepidi sempre in tutte le fazioni, combattendo come leoni, lasciarono gran fama del loro valore. Nè minore fu quella del vecchio gran mastro Valletta, non avendo egli in sì terribil congiuntura perdonato a fatiche e pericolo alcuno. Lasciò egli dipoi immortale maggiormente il suo nome per avere aggiunta alla vecchia città la città Valletta, e tanta copia di fortificazioni, che Malta può oggidì sembrare inespugnabile, o, per dir meglio, può appellarsi la città più forte dell'universo. Guai all'Italia, s'essa cadea allora nelle griffe turchesche; però quanto fu il terrore d'ognuno per quell'assedio, altrettanto giubilo si provò nella sua liberazione. Nè già mancòpapa Pio IVdi somministrar soccorso di gente e danaro per sì urgente bisogno della cristianità. Tuttavia don Garzia di Toledo, per aver cotanto differito il soccorso, ebbe dei miramur dal re Cattolico, e col tempo perdè il governo della Sicilia.Fin l'anno precedente era stato conchiuso il matrimonio dell'arciduchessaBarbara d'Austria, figlia diFerdinando I imperadore, conAlfonso II ducadi Ferrara, e dell'arciduchessaGiovannadi lei sorella minore condon Francesco de Mediciprincipe di Firenze. Ma convenne differirne dipoi l'esecuzione per la morte del suddetto Augusto. Nel dì 21 di luglio del presente anno il duca di Ferrara con grandioso accompagnamento s'inviò verso la Germania, per visitare in Ispruch la principessa a lui destinata in moglie. Di là passò a Vienna per assistere al funerale del defunto Cesare, e ricevette singolari finezze dal novelloimperador Massimiliano II, e dai due arciduchi di lui fratelli. Tornato poscia in Italia, si diede a fare i preparamenti più magnifici per le nozze suddette; e nel dì 20 di novembre inviò a Trento ilcardinale Luigi d'Estesuo fratello accompagnato dalcardinal di Correggioe da una comitiva nobilissima, a sposare l'arciduchessain suo nome. Insorsero ivi dispute di precedenza, per esservi giunto prima in persona il principe di Firenze, con pretendere perciò che seguisse lo sposalizio suo avanti a quello del duca di Ferrara. Ma rappresentando il cardinal Luigi la preminenza dell'età nella principessa Barbara, e del grado nel duca Alfonso, stante l'essere questi sovrano, e il Medici soggetto al padre duca, s'incagliò forte lo affare; e contuttochè il santocardinale Carlo Borromeo, spedito colà dal papa con titolo di legato per onorar quelle nozze, si adoperasse non poco per ismorzare la contesa, niun d'essi volle ritrocedere. Troncò dipoi Massimiliano Augusto il gruppo con ordinare che lo sposalizio delle due arciduchesse si facesse negli Stati dei mariti loro destinati. Il che fu poscia puntualmente eseguito. Insigni feste furono fatte in Ferrara nel dì 5 di dicembre, in cui l'arciduchessa Barbara fece la sua solenne entrata, e parimente ne' susseguenti giorni, essendosi specialmente nel dì 11 del detto mese data esecuzione ad un torneo, intitolatoil tempio d'amore, che riempiè di maraviglia e diletto per la novità e magnificenza dell'anfiteatro, delle macchine e delle comparse, l'incredibil copia degli spettatori, accorsi colà anche da lontane parti. Fra gli altri merita d'essere mentovatoGuglielmo ducadi Mantova conLeonora d'Austriasua moglie, sorella della nuova duchessa di Ferrara. Era allora essa città di Ferrara riguardata qual maestra di queste arti cavalleresche. Passò a Firenze anche l'arciduchessa Giovanna, e quivi ancora con solennissime feste di maschere, conviti, balli, giuochi di cavalli, caccie di fiere selvatiche, ed apparati di statue e pitture, furono magnificamente celebrate le sue nozze.Abbiam fatta menzione del piissimo cardinal Carlo Borromeo, legato allora della santa Sede per tutta l'Italia. Ardeva egli di voglia di portarsi a Milano per visitar la sua chiesa, con disegno ancora di tener ivi il primo suo concilioprovinciale; e cotanto tempestò lo zio pontefice, a cui troppo rincresceva lo stare senza di lui, che ottenne licenza di inviarsi colà nel dì primo di settembre. Vi andò, accolto con incredibil allegrezza e divozione dal popolo milanese; celebrò il concilio suddetto, con alloggiare alle sue spese i vescovi suffraganei; poscia si portò, siccome dicemmo, a Trento. Accompagnata sino a Ferrara la duchessa Barbara, continuò poi il cammino colla principessa di Toscana sino a Fiorenzuola, dove ricevette un corriere colla nuova di grave malattia sopraggiunta al pontefice; e però prese le poste verso Roma. Parve che in quest'anno il papa si dipartisse dalle massime plausibili di governo osservate da lui in addietro, e massimamente durante il concilio di Trento, di cui mostrava apprensione. Cioè si diede a far danaro; al qual fine impose alquanti nuovi aggravii allo Stato ecclesiastico: maniera comoda per ricavarne, ma eziandio per eccitar lamenti e riscuotere maledizioni. Fece anche rivedere i processi già cominciati contro di alcuni nobili, per imputazion di varii delitti; e questi furono il conte Gian-Francesco da Bagno e il conte Nicola Orsino da Pitigliano, a' quali diede gran travaglio; e fu creduto che si riscattassero colla moneta. Mosse in oltre lite al duca di Ferrara, pretendendo ch'egli avesse fatto più sale che non conveniva, con pregiudizio della camera apostolica: tutte cose odiose, benchè vestite col manto della giustizia. E non è già che questa avidità di pecunia gli entrasse in cuore per ingrassare od innalzare i parenti. Ebbe egli da soccorrere Malta con gente e danari; ebbe da inviar somma di contante all'imperadore per la guerra mossa dal Transilvano e dal Turco. Avea anche preso piacere alle fabbriche, all'abbellimento di Roma, a risarcir le fortezze e i porti dello Stato della Chiesa. Terminò egli in quest'anno la fortificazion del Borgo di Roma, di cui sopra parlammo, e che abbracciava il Vaticano e castello SantoAngelo, ed ampliò il recinto di Roma da quella parte, ordinando che si chiamasseCittà Piaad esempio dipapa Leone IVche fabbricò la Leonina. Chiamasi oggidì Borgo Pio. Cominciò da' fondamenti il palazzo de' conservatori in Campidoglio, e rifece il pontifizio in esso sito. Ad uso pubblico rimise la via Aurelia, e fece del bene all'altra, che guida a Campagna di Roma. In benefizio ancora delle lettere istituì una nobile stamperia con varietà di caratteri anche di lingue orientali, e ne diede la cura a Paolo Manuzio letterato di molto credito, chiamato per questo a Roma.Tali azioni, ed altre ch'io tralascio, servirono certamente ad illustrar la memoria di questo pontefice. Ma se per farle a lui fosse convenuto aggravare i suoi popoli, si può dubitare se sia vera gloria quella dei principi che senza necessità se la procacciano colle lagrime de' sudditi. La verità nondimeno si è, che la gravezza di quattrocento mila scudi d'oro da lui imposta nell'anno presente fu in soccorso dell'imperadore gravemente minacciato da' Turchi. Appena arrivato a Roma il cardinal Borromeo, ed informato dai medici della disperata vita del pontefice, egli stesso fu quello che destramente andò da avvertirlo che s'avvicinava il suo passaggio a miglior vita, e gli assistè sino all'ultimo respiro con altri due insigni cardinaliSirlettoePaleotto. Morì papaPio IVnel dì 9 di dicembre, come s'ha dall'iscrizione posta al suo sepolcro; ma perchè mancò di notte, altri fa succeduta la morte sua nel dì 10 d'esso mese. Non mancarono difetti a questo pontefice (e chi n'è mai senza?), ma un nulla furono in paragon delle molte sue virtù; e sempre sarà in benedizione la memoria sua pel glorioso compimento da lui dato al concilio di Trento; per avere riformati i tribunali tutti di Roma; mantenuta la pace e l'abbondanza nei suoi Stati; e promosse alla sacra porpora persone di gran merito e di rara letteratura; e infine per essersi guardato daogni eccesso nell'amore de' suoi, ed avere a beneficio ed ornamento di Roma fatte tante belle fabbriche. Era egli dotato di sì felice memoria, che all'improvviso recitava squarci degli antichi poeti, storici e giurisconsulti. Furono in quest'anno tumulti nel Monferrato, essendosi rivoltato il popolo di Casale contra diGuglielmo ducadi Mantova lor signore. Ma il governator di Milano, a cui non piacevano questi semi di guerra, fu loro addosso coll'armi, e gli obbligò a chiedere perdono. Durò bensì la ribellione dei Corsi, quantunque contra d'essi fosse spedito da Genova Stefano Doria con nuove genti. Ricevette egli una buona percossa da que' ribelli, che anche costrinsero Corte colla sua rocca a rendersi, ma egli dipoi la ricuperò. Nel dì 18 di novembre di quest'anno si videro pomposamente celebrate in Brusselles le nozze diAlessandro Farnese, figlio diOttavio duca di Parma, condonna Mariafiglia diOdoardo, fratello diGiovanni redi Portogallo, la quale da Lisbona fu magnificamente condotta in Fiandra, dove dimorava allora esso principe colladuchessa Margheritasua madre governatrice dei Paesi Bassi. Tornei, giostre ed altri suntuosi divertimenti non mancarono in quella congiuntura, tuttochè pregni di mali umori si trovassero in questi tempi i popoli di quelle contrade, siccome accenneremo all'anno seguente.

Avvenimento sopra modo strano parve l'essersi nel gennaio di quest'anno scoperta una congiura contra del ponteficePio IV, il quale mansueto e clemente, non odio, ma amore cercava pur di riscuotere da ognuno; nè certamente alcun danno o dispiacere avea recato a chi meditò di torre a lui la vita. Fu essa cospirazione tramata da Benedetto Accolti, figlio del fucardinale Accolti, ed in essa concorsero il conte Antonio Canossa,Taddeo Manfredi, il cavalier Pelliccioni, Prospero Pittorio ed altri, tutti gente di mala vita, e gente fanatica, come dai fatti apparve. Fu creduto che l'Accolti, coll'essere stato a Ginevra, avesse ivi bevuto non solamente il veleno dell'empie opinioni, ma eziandio le fantastiche immaginazioni ch'egli ebbe forza d'imprimere ne' complici suoi. Cioè, diceva egli, che ucciso il presente papa, ne avea da venire un altro divino, santo ed angelico, il quale sarebbe monarca di tutto il mondo. E buon per costoro, perchè bel premio aveano da riportare di sì orrido fatto. Al conte Antonio dovea toccare il dominio di Pavia; quel di Cremona al Manfredi; al Pelliccioni quello della città dell'Aquila; e così altre signorie agli altri. Per conoscere meglio l'illusione e leggierezza delle lor teste, basterà sapere che si prepararono al misfatto colla confession de' lor peccati, tacendo nulla di meno l'empio sacrilegio ed omicidio che disegnavano di commettere. Fissato il giorno, si presentò una mattina ai piedi del pontefice l'Accolti col pugnale preparato all'impresa; ma sorpreso da timore, nulla ne fece. Nata perciò lite fra i congiurati, il Pelliccioni, per salvar la vita, andò a rivelare il già fatto concerto. Tutti furono presi; e per quanto coi tormenti e colle lusinghe si procurasse di trar loro di bocca chi gli avesse sedotti ed incitati a sì esecranda azione, nulla si potè ricavarne, se non che l'Accolti sosteneva di aver di ciò parlato cogli angeli, i quali certamente non doveano essere di quei del paradiso. Furono costoro pubblicamente tormentati per la città, e poi tolti dal mondo. L'Accolti, sempre ridendo fra i tormenti, assai dimostrò che si trattava di gente che avea leso il cervello, e forse meritava più la carità d'esser tenuta incatenata in uno spedale, che il rigore di un capestro. Per assicurarsi non di meno il papa da altri simili insulti, destinò al palazzo papale la guardia di cento archibusieri. Confermò parimentel'ordine da lui fatto nel 1562, che non dovessero godere franchigia i palazzi dei cardinali, nè degli ambasciatori de' principi, affinchè non servissero di rifugio a' malviventi. Proibì poscia sotto varie pene ai nunzii pontifizii di procacciarsi lettere di raccomandazione dai principi, o di valersi di quelle che essi spontaneamente esibissero. Fece inoltre nel dì 11 di marzo la promozione di molti cardinali, la maggior parte persone di gran merito, e contossi fra esseUgo Boncompagnovescovo di Bologna, che fu poi Gregorio XIII.

Gran terrore, massimamente all'Italia, diede in quest'anno il tuttavia vivente e feroce sultano dei Turchi Solimano. Si rodeva egli da molto tempo le dita per li continui insulti che faceano alle sue navi e terre i cavalieri gerosolimitani di San Giovanni, chiamati gli Ospitalarii; però venne alla determinazione di levar loro l'isola di Malta, da lui chiamata nido dei corsari cristiani. Stupendo fu il suo armamento, perchè giunse a ducentoquaranta vele, fra le quali si contarono centosessantotto galee con copiosa quantità di gente da sbarco e d'artiglierie. Simile armata di mare non avea mai fatta in addietro la potenza ottomana. General di terra fu Mustafà bassà; general di mare Pialy bassà unghero rinegato. Andò ancora, ma tardi, ad unirsi con loro il famoso corsaro Dragut Rais colle sue galeotte e soldati. Certificati intanto del barbarico disegnodon Garzia di Toledovicerè di Sicilia, e il generoso gran mastro di que' cavalieriGiovanni Valletta, aveano provveduta la città di Malta di tutto il bisognevole per sostenere un assedio. Nel dì 18 di maggio a vista di quell'isola comparve la formidabil flotta turchesca; ed allora tutti i combattenti cristiani con sommo coraggio e insieme allegria corsero ai posti lor destinati, contando per fortunata la loro vita, se la spendeano per difesa della fede e della patria. Erano intorno a sei mila i difensori, cioè cinquecentonovantacavalieri, quattro mila Maltesi, e mille e cinquecento soldati, e forse più, tra Italiani, Franzesi e Spagnuoli. Cominciarono i Turchi a battere con molti pezzi di grossa artiglieria il castello di Santo Ermo, posto nella lingua di terra che guarda i due porti dell'isola, e poi vennero a furiosi assalti, che costarono loro gran perdita di gente; e in uno d'essi colpito il corsaro Dragut rallegrò assaissimo i cristiani colla sua morte. Nel dì 21 di giugno restò presa la suddetta fortezza, e trucidato chiunque era sopravvivuto alla forte difesa. Si accinse dipoi Mustafà all'assedio della fortezza di San Michele; nel qual tempo, cioè a dì 12 di luglio, venne a rinforzarlo il bey d'Algeri con ventisette legni, sui quali erano più di mille uomini da guerra.

All'incontro, spedito di Sicilia il mastro di campo Robles con quattro galee, passando arditamente quasi per mezzo i nemici, sbarcò nell'isola secento fanti, rinforzo che recò non lieve ristoro agli assediati. Frequenti e sanguinosissimi furono gli assalti dati a quella fortezza dai Turchi, e già le loro trincee erano arrivate sotto le mura, e si lavorava di mine; quando il Toledo vicerè di Sicilia, dopo tanta dilazione, determinò di portare all'afflitta città il promesso soccorso. E però con sessantadue galee giunto nel dì 7 di settembre alla parte di Malta vecchia, colà sbarcò nove mila soldati eletti, con vettovaglia per quaranta giorni, e poi se ne tornò in Sicilia a preparar altri aiuti. Mandò il bassà Mustafà sei mila de' suoi a riconoscere che gente era quella, e trovò persone che sapeano menar le mani, perchè uccisero forse mille e cinquecento di quegl'infedeli. La notte seguente imbarcati i Turchi, fecero vela alla volta di Lepanto, lasciando libera l'isola di Malta, ma conquassate tutte le sue fortezze. Perirono in quell'assedio, per quanto fu creduto, almen venti mila Turchi, parte per le battaglie, e parte per le infermità. De' cristiani quattro mila se ne contarono estinti ne' combattimenti,fra i quali, chi dice ducentoquaranta, e chi trecento cavalieri, che intrepidi sempre in tutte le fazioni, combattendo come leoni, lasciarono gran fama del loro valore. Nè minore fu quella del vecchio gran mastro Valletta, non avendo egli in sì terribil congiuntura perdonato a fatiche e pericolo alcuno. Lasciò egli dipoi immortale maggiormente il suo nome per avere aggiunta alla vecchia città la città Valletta, e tanta copia di fortificazioni, che Malta può oggidì sembrare inespugnabile, o, per dir meglio, può appellarsi la città più forte dell'universo. Guai all'Italia, s'essa cadea allora nelle griffe turchesche; però quanto fu il terrore d'ognuno per quell'assedio, altrettanto giubilo si provò nella sua liberazione. Nè già mancòpapa Pio IVdi somministrar soccorso di gente e danaro per sì urgente bisogno della cristianità. Tuttavia don Garzia di Toledo, per aver cotanto differito il soccorso, ebbe dei miramur dal re Cattolico, e col tempo perdè il governo della Sicilia.

Fin l'anno precedente era stato conchiuso il matrimonio dell'arciduchessaBarbara d'Austria, figlia diFerdinando I imperadore, conAlfonso II ducadi Ferrara, e dell'arciduchessaGiovannadi lei sorella minore condon Francesco de Mediciprincipe di Firenze. Ma convenne differirne dipoi l'esecuzione per la morte del suddetto Augusto. Nel dì 21 di luglio del presente anno il duca di Ferrara con grandioso accompagnamento s'inviò verso la Germania, per visitare in Ispruch la principessa a lui destinata in moglie. Di là passò a Vienna per assistere al funerale del defunto Cesare, e ricevette singolari finezze dal novelloimperador Massimiliano II, e dai due arciduchi di lui fratelli. Tornato poscia in Italia, si diede a fare i preparamenti più magnifici per le nozze suddette; e nel dì 20 di novembre inviò a Trento ilcardinale Luigi d'Estesuo fratello accompagnato dalcardinal di Correggioe da una comitiva nobilissima, a sposare l'arciduchessain suo nome. Insorsero ivi dispute di precedenza, per esservi giunto prima in persona il principe di Firenze, con pretendere perciò che seguisse lo sposalizio suo avanti a quello del duca di Ferrara. Ma rappresentando il cardinal Luigi la preminenza dell'età nella principessa Barbara, e del grado nel duca Alfonso, stante l'essere questi sovrano, e il Medici soggetto al padre duca, s'incagliò forte lo affare; e contuttochè il santocardinale Carlo Borromeo, spedito colà dal papa con titolo di legato per onorar quelle nozze, si adoperasse non poco per ismorzare la contesa, niun d'essi volle ritrocedere. Troncò dipoi Massimiliano Augusto il gruppo con ordinare che lo sposalizio delle due arciduchesse si facesse negli Stati dei mariti loro destinati. Il che fu poscia puntualmente eseguito. Insigni feste furono fatte in Ferrara nel dì 5 di dicembre, in cui l'arciduchessa Barbara fece la sua solenne entrata, e parimente ne' susseguenti giorni, essendosi specialmente nel dì 11 del detto mese data esecuzione ad un torneo, intitolatoil tempio d'amore, che riempiè di maraviglia e diletto per la novità e magnificenza dell'anfiteatro, delle macchine e delle comparse, l'incredibil copia degli spettatori, accorsi colà anche da lontane parti. Fra gli altri merita d'essere mentovatoGuglielmo ducadi Mantova conLeonora d'Austriasua moglie, sorella della nuova duchessa di Ferrara. Era allora essa città di Ferrara riguardata qual maestra di queste arti cavalleresche. Passò a Firenze anche l'arciduchessa Giovanna, e quivi ancora con solennissime feste di maschere, conviti, balli, giuochi di cavalli, caccie di fiere selvatiche, ed apparati di statue e pitture, furono magnificamente celebrate le sue nozze.

Abbiam fatta menzione del piissimo cardinal Carlo Borromeo, legato allora della santa Sede per tutta l'Italia. Ardeva egli di voglia di portarsi a Milano per visitar la sua chiesa, con disegno ancora di tener ivi il primo suo concilioprovinciale; e cotanto tempestò lo zio pontefice, a cui troppo rincresceva lo stare senza di lui, che ottenne licenza di inviarsi colà nel dì primo di settembre. Vi andò, accolto con incredibil allegrezza e divozione dal popolo milanese; celebrò il concilio suddetto, con alloggiare alle sue spese i vescovi suffraganei; poscia si portò, siccome dicemmo, a Trento. Accompagnata sino a Ferrara la duchessa Barbara, continuò poi il cammino colla principessa di Toscana sino a Fiorenzuola, dove ricevette un corriere colla nuova di grave malattia sopraggiunta al pontefice; e però prese le poste verso Roma. Parve che in quest'anno il papa si dipartisse dalle massime plausibili di governo osservate da lui in addietro, e massimamente durante il concilio di Trento, di cui mostrava apprensione. Cioè si diede a far danaro; al qual fine impose alquanti nuovi aggravii allo Stato ecclesiastico: maniera comoda per ricavarne, ma eziandio per eccitar lamenti e riscuotere maledizioni. Fece anche rivedere i processi già cominciati contro di alcuni nobili, per imputazion di varii delitti; e questi furono il conte Gian-Francesco da Bagno e il conte Nicola Orsino da Pitigliano, a' quali diede gran travaglio; e fu creduto che si riscattassero colla moneta. Mosse in oltre lite al duca di Ferrara, pretendendo ch'egli avesse fatto più sale che non conveniva, con pregiudizio della camera apostolica: tutte cose odiose, benchè vestite col manto della giustizia. E non è già che questa avidità di pecunia gli entrasse in cuore per ingrassare od innalzare i parenti. Ebbe egli da soccorrere Malta con gente e danari; ebbe da inviar somma di contante all'imperadore per la guerra mossa dal Transilvano e dal Turco. Avea anche preso piacere alle fabbriche, all'abbellimento di Roma, a risarcir le fortezze e i porti dello Stato della Chiesa. Terminò egli in quest'anno la fortificazion del Borgo di Roma, di cui sopra parlammo, e che abbracciava il Vaticano e castello SantoAngelo, ed ampliò il recinto di Roma da quella parte, ordinando che si chiamasseCittà Piaad esempio dipapa Leone IVche fabbricò la Leonina. Chiamasi oggidì Borgo Pio. Cominciò da' fondamenti il palazzo de' conservatori in Campidoglio, e rifece il pontifizio in esso sito. Ad uso pubblico rimise la via Aurelia, e fece del bene all'altra, che guida a Campagna di Roma. In benefizio ancora delle lettere istituì una nobile stamperia con varietà di caratteri anche di lingue orientali, e ne diede la cura a Paolo Manuzio letterato di molto credito, chiamato per questo a Roma.

Tali azioni, ed altre ch'io tralascio, servirono certamente ad illustrar la memoria di questo pontefice. Ma se per farle a lui fosse convenuto aggravare i suoi popoli, si può dubitare se sia vera gloria quella dei principi che senza necessità se la procacciano colle lagrime de' sudditi. La verità nondimeno si è, che la gravezza di quattrocento mila scudi d'oro da lui imposta nell'anno presente fu in soccorso dell'imperadore gravemente minacciato da' Turchi. Appena arrivato a Roma il cardinal Borromeo, ed informato dai medici della disperata vita del pontefice, egli stesso fu quello che destramente andò da avvertirlo che s'avvicinava il suo passaggio a miglior vita, e gli assistè sino all'ultimo respiro con altri due insigni cardinaliSirlettoePaleotto. Morì papaPio IVnel dì 9 di dicembre, come s'ha dall'iscrizione posta al suo sepolcro; ma perchè mancò di notte, altri fa succeduta la morte sua nel dì 10 d'esso mese. Non mancarono difetti a questo pontefice (e chi n'è mai senza?), ma un nulla furono in paragon delle molte sue virtù; e sempre sarà in benedizione la memoria sua pel glorioso compimento da lui dato al concilio di Trento; per avere riformati i tribunali tutti di Roma; mantenuta la pace e l'abbondanza nei suoi Stati; e promosse alla sacra porpora persone di gran merito e di rara letteratura; e infine per essersi guardato daogni eccesso nell'amore de' suoi, ed avere a beneficio ed ornamento di Roma fatte tante belle fabbriche. Era egli dotato di sì felice memoria, che all'improvviso recitava squarci degli antichi poeti, storici e giurisconsulti. Furono in quest'anno tumulti nel Monferrato, essendosi rivoltato il popolo di Casale contra diGuglielmo ducadi Mantova lor signore. Ma il governator di Milano, a cui non piacevano questi semi di guerra, fu loro addosso coll'armi, e gli obbligò a chiedere perdono. Durò bensì la ribellione dei Corsi, quantunque contra d'essi fosse spedito da Genova Stefano Doria con nuove genti. Ricevette egli una buona percossa da que' ribelli, che anche costrinsero Corte colla sua rocca a rendersi, ma egli dipoi la ricuperò. Nel dì 18 di novembre di quest'anno si videro pomposamente celebrate in Brusselles le nozze diAlessandro Farnese, figlio diOttavio duca di Parma, condonna Mariafiglia diOdoardo, fratello diGiovanni redi Portogallo, la quale da Lisbona fu magnificamente condotta in Fiandra, dove dimorava allora esso principe colladuchessa Margheritasua madre governatrice dei Paesi Bassi. Tornei, giostre ed altri suntuosi divertimenti non mancarono in quella congiuntura, tuttochè pregni di mali umori si trovassero in questi tempi i popoli di quelle contrade, siccome accenneremo all'anno seguente.


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