MDLXXAnno diCristoMDLXX. IndizioneXIII.Pio Vpapa 5.Massimiliano IIimperad. 7.Ancorchè si godesse in Italia la pace, anno fu questo di calamità non lievi, anno specialmente lagrimevole per la guerra mossa dai Turchi alla Cristianità. Era cominciata nel precedente una gravissima carestia, che continuò per gran parte di quest'anno, affliggendo, chi più chi meno, tutti i popoli dell'Italia. Massimamente in Venezia si provò questo flagello, laonde la saviezza di quei reggenti non ebbe altro ripiego che di metter mano ai magazzini dei grani riserbati pel bisogno delle armate, confidando in Dio di risarcir questo danno. Servì anche tal disavventura per far maggiormente risplendere in Roma e nello Stato ecclesiastico l'amor paterno dipapa Pio V, avendo egli procurato dei grani dalla Puglia, e fin di Francia, e fattili distribuire a minor prezzo ai popoli. In gloria sua si rivolse la grossa perdita che per tal cagione fece la camera pontificia. Ma ciò che maggiormente angustiò gli animi degl'Italiani, fu l'essersi ornai scoperta ed avverata l'intenzione de' Turchi contra di Cipri. Che bell'isola, che delizioso e fertile paese fosse anticamente Cipri, non ha bisogno d'impararlo da me chiunque ha qualche tintura di geografia. Finsero gli antichi esser ivi nata Venere, per significar le sue delizie. E finchè quell'isola, non immeritevole del nome di regno, ebbe i suoi re cristiani, si mantenne in gran credito; dacchè è caduta in mano de' Turchi, non pare più quella di prima: disgrazia comune a tanti altri una volta bellissimi paesi dell'Asia, per la trascuraggine ed avarizia di quei barbarici padroni. Eranocirca ottanta anni che la repubblica veneta signoreggiava in Cipri, e perchè durava la pace colla Porta ottomana, lieve presidio d'armati teneva alla difesa di quell'isola, fidandosi delle cernide che erano a mezza paga. Nel cuor d'essa isola si covavano ancora dei mali umori per l'odio professato dai lavoratori delle terre ai nobili, dai quali venivano trattati come schiavi: male inveterato, a cui, per quanto facesse la veneta saviezza, non potè mai trovare rimedio che lo risanasse. Costoro nulla più sospiravano che di mutar padrone colla solita lusinga di trovarne dei migliori, o, per dir meglio, dei meno aspri e meno indiscreti.Non furono pigri al sentore della minacciata irruzione dei Turchi i senatori veneti a far gente, ed allestir quante galee ed altri legni mai poterono. Nel qual tempo, cioè al dì 3 di maggio, festa della Croce, mancò di vita il dogePietro Loredano, e in luogo suo nel dì 9 oppure 11 d'esso mese fu sostituitoLuigi Mocenigo, personaggio di gran vaglia, quale appunto si richiedeva in tempo di tanti disastri. Con volontarie offerte di uomini, di danaro, di munizioni e legni, concorsero all'aiuto di essa repubblica tutte le città, e i nobili e benestanti del suo dominio. Minore non fu l'ardore e zelo di papa Pio in questo bisogno della cristianità. Colle più efficaci lettere si studiò di commuovere i principi cristiani, e fino il sofì di Persia; ma non gli riuscì, se non di trarre alla difesa dei Veneziani il re Cattolico. Per aggravare il men possibile i sudditi suoi, e far danaro, s'indusse il pontefice a vendere alquanti chericati di camera, da' quali ricavò ducento mila scudi, e giunse fino a spogliare ilcardinale Alessandrinosuo nipote del grado di camerlengo, per conferirlo al cardinal Cornaro, che sborsò per esso sessanta mila ducati d'oro. Con tali sussidii fece egli armare dodici o tredici galee, general delle quali fu costituitoMarcantonio Colonna. Dal re diSpagna vennero spedite quarantanove, oppure cinquantadue altre galee sotto il comando diGianandrea Doria. Ma soprattutto grandioso fu l'armamento della repubblica veneta, tuttochè allora più che mai si provassero i morsi della carestia; avendo ella messi insieme circa centosessanta legni da guerra, senza contar quelli da carico. Altri scrissero essere quell'armata veneta composta di cento trentasei galee sottili, undici galee grosse, fuste undici, navi, tra veneziane e forestiere, trenta, e galeoni quindici di Candia. Di sì grossa armata navale restò eletto capitan generaleGirolamo Zeno. Unironsi queste forze cristiane alla Suda in Candia, ma con provarsi anche allora che le leghe non son diverse dai leuti, difficili ad accordarsi, troppo facili a scordarsi. Niuno avea preveduto, o certamente non s'era provveduto, a chi dovesse toccar la preminenza, ed anche la principal direzione della flotta combinata, pretendendo quell'onorevol posto cadaun dei generali per varie loro ragioni. Si perdè gran tempo ad aspettar le istruzioni e risoluzioni delle corti; e intanto entrarono varie malattie epidemiche, oppur la vera pestilenza nelle galee veneziane, che sconcertò di troppo le misure prese. In una parola, tante armi dei cristiani a nulla avendo servito per la difesa di Cipri, si ridussero ai quartieri di verno, nè si potè contare alcuna riguardevole loro impresa.Non così avvenne alla potentissima flotta turchesca, la quale fu creduta da alcuni che ascendesse a trecento vele. Approdò con tante forze a Cipri il bassà Mustafà generale di terra di essi Turchi, ed insieme Pialy bassà generale di mare. Se più gente e più consiglio fosse stato in quell'isola, forse loro si potea impedire lo sbarco. Ma le cernide ricusarono di comparire alla difesa; i villani, maltrattati da quella nobiltà, accolsero a braccia aperte i Musulmani. Sbarcata la prima gente, tornò Pialy verso terra ferma, per condurre un nuovo convoglio.Voce comune fu che in più volte sessanta mila combattenti almeno, fra' quali circa sei mila cavalli ed altrettanti giannizzeri, smontassero in quell'isola. Impresero quei Barbari nel dì 25 di luglio l'assedio di Nicosia, città capitale del regno, ch'era stata convenevolmente fortificata e provveduta di viveri, ma mal fornita di presidio valevole a render vani gli sforzi dei Turchi, o almeno a difficoltarne i progressi, perchè consistente in soli mille e trecento fanti italiani pagati, e in quasi altri otto mila Ciprioti, parte nobili e parte plebei, quasi tutta gente inesperta alle azioni di guerra. Con tutto ciò in quindici assalti furono ributtati i Turchi, e durò quell'assedio sino al dì 9 di settembre; nel quale sì fieramente restò combattuta la città, che vi entrarono vittoriosi gl'infedeli. Orrido spettacolo allora si vide: più di quindici mila cristiani, fra' quali si contò gran numero di fanciulli minori di quattro anni, furono messi a fil di spada; il resto di que' cittadini condotti in una misera schiavitù, pochi essendosene salvati; ogni sfogo di libidine anche più nefanda ivi si esercitò; e perchè la città era ricchissima, gran preda fu fatta da quei cani. Dopo tale acquisto, vilmente si rendè Cerines, nè altro luogo dell'isola fece da lì innanzi resistenza, fuorchè Famagosta, città principale dopo Nicosia. Poco stette Mustafà a mettere il campo intorno ad essa, e ad accostarsele colle trincee; ma difendendosi valorosamente i cristiani, e venuto il tempo di menare in salvo l'armata navale per la vicinanza del verno, l'assedio si cangiò in blocco, e per questo anno Famagosta schivò il giogo turchesco.Nel dì 25 di febbraio dell'anno presente il pontefice pubblicò una terribil bolla controElisabetta reginad'Inghilterra, dichiarata scomunicata e privata di ogni diritto in quel regno, con ordinare agl'Inglesi di non prestarle ubbidienza. Dovette avere il santo padre giusti motivi di formar questa bolla, e di formarla dopo tanto tempo che Elisabetta era salitae sì ben assodata sul trono. Fu creduto che si maneggiasse in Inghilterra una secreta congiura di cattolici, che poi scoperta svanì colla morte del duca di Norfolch. Ma qual buon effetto potessero produrre siffatti fulmini consistenti in sole parole contra di un regno, dove sì gran piede avea presa l'eresia, professata non men da essa regina che dai più del popolo, forse allora non l'intesero i politici, e meno ora l'intendiamo noi, al sapere che dopo ciò andarono sempre più di male in peggio gli affari della religione cattolica in quel regno. Alle calamità dell'anno presente, cioè alla carestia, alla guerra, e alla pestilenza, che in varii luoghi si fecero sentire, si aggiunse anche il tremuoto. Cominciò questo in Ferrara nella notte seguente al dì 16 di novembre, e continuò poi con varie ora picciole ora grandi scosse pel resto dell'anno, e parte ancora del seguente. Rovinò per questo flagello parte del castello del duca, e molte chiese, monisteri e case; e fu obbligato il popolo a ridursi nelle piazze e campagne sotto capanne e tende, finchè a Dio piacque di restituir la quiete a quella terra. In essa città di Ferrara molto prima, cioè nel dì 19 di gennaio del presente anno, furono celebrate le nozze diLugrezia d'Este, sorella del ducaAlfonso, conFrancesco Maria della Rovere, figlio primogenito del duca d'Urbino. Passò ancora per Fiandra, incamminata a Madrid, l'arciduchessa Anna figlia dell'imperador Massimiliano II, maritata conFilippo II redi Spagna. Numerosa flotta la condusse in Ispagna, dove con somma magnificenza fu accolta, e succederono nobilissime feste accompagnate dalla universale allegria; tanto più grande, perchè già era terminata la guerra contro i Mori con grande onore didon Giovanni d'Austria, dal cui comando e valore si riconobbe la felice riuscita di quella per altro difficile impresa. Fu eziandio condotta in Francia, nel dì 26 di novembre di questo anno dall'elettore di Treveri l'altra minorearciduchessaIsabella, figlia del suddetto Augusto, maritata colre Carlo IX: matrimonio che durò poi pochi anni, e di cui non uscì che una principessa di corta vita anch'essa.
Ancorchè si godesse in Italia la pace, anno fu questo di calamità non lievi, anno specialmente lagrimevole per la guerra mossa dai Turchi alla Cristianità. Era cominciata nel precedente una gravissima carestia, che continuò per gran parte di quest'anno, affliggendo, chi più chi meno, tutti i popoli dell'Italia. Massimamente in Venezia si provò questo flagello, laonde la saviezza di quei reggenti non ebbe altro ripiego che di metter mano ai magazzini dei grani riserbati pel bisogno delle armate, confidando in Dio di risarcir questo danno. Servì anche tal disavventura per far maggiormente risplendere in Roma e nello Stato ecclesiastico l'amor paterno dipapa Pio V, avendo egli procurato dei grani dalla Puglia, e fin di Francia, e fattili distribuire a minor prezzo ai popoli. In gloria sua si rivolse la grossa perdita che per tal cagione fece la camera pontificia. Ma ciò che maggiormente angustiò gli animi degl'Italiani, fu l'essersi ornai scoperta ed avverata l'intenzione de' Turchi contra di Cipri. Che bell'isola, che delizioso e fertile paese fosse anticamente Cipri, non ha bisogno d'impararlo da me chiunque ha qualche tintura di geografia. Finsero gli antichi esser ivi nata Venere, per significar le sue delizie. E finchè quell'isola, non immeritevole del nome di regno, ebbe i suoi re cristiani, si mantenne in gran credito; dacchè è caduta in mano de' Turchi, non pare più quella di prima: disgrazia comune a tanti altri una volta bellissimi paesi dell'Asia, per la trascuraggine ed avarizia di quei barbarici padroni. Eranocirca ottanta anni che la repubblica veneta signoreggiava in Cipri, e perchè durava la pace colla Porta ottomana, lieve presidio d'armati teneva alla difesa di quell'isola, fidandosi delle cernide che erano a mezza paga. Nel cuor d'essa isola si covavano ancora dei mali umori per l'odio professato dai lavoratori delle terre ai nobili, dai quali venivano trattati come schiavi: male inveterato, a cui, per quanto facesse la veneta saviezza, non potè mai trovare rimedio che lo risanasse. Costoro nulla più sospiravano che di mutar padrone colla solita lusinga di trovarne dei migliori, o, per dir meglio, dei meno aspri e meno indiscreti.
Non furono pigri al sentore della minacciata irruzione dei Turchi i senatori veneti a far gente, ed allestir quante galee ed altri legni mai poterono. Nel qual tempo, cioè al dì 3 di maggio, festa della Croce, mancò di vita il dogePietro Loredano, e in luogo suo nel dì 9 oppure 11 d'esso mese fu sostituitoLuigi Mocenigo, personaggio di gran vaglia, quale appunto si richiedeva in tempo di tanti disastri. Con volontarie offerte di uomini, di danaro, di munizioni e legni, concorsero all'aiuto di essa repubblica tutte le città, e i nobili e benestanti del suo dominio. Minore non fu l'ardore e zelo di papa Pio in questo bisogno della cristianità. Colle più efficaci lettere si studiò di commuovere i principi cristiani, e fino il sofì di Persia; ma non gli riuscì, se non di trarre alla difesa dei Veneziani il re Cattolico. Per aggravare il men possibile i sudditi suoi, e far danaro, s'indusse il pontefice a vendere alquanti chericati di camera, da' quali ricavò ducento mila scudi, e giunse fino a spogliare ilcardinale Alessandrinosuo nipote del grado di camerlengo, per conferirlo al cardinal Cornaro, che sborsò per esso sessanta mila ducati d'oro. Con tali sussidii fece egli armare dodici o tredici galee, general delle quali fu costituitoMarcantonio Colonna. Dal re diSpagna vennero spedite quarantanove, oppure cinquantadue altre galee sotto il comando diGianandrea Doria. Ma soprattutto grandioso fu l'armamento della repubblica veneta, tuttochè allora più che mai si provassero i morsi della carestia; avendo ella messi insieme circa centosessanta legni da guerra, senza contar quelli da carico. Altri scrissero essere quell'armata veneta composta di cento trentasei galee sottili, undici galee grosse, fuste undici, navi, tra veneziane e forestiere, trenta, e galeoni quindici di Candia. Di sì grossa armata navale restò eletto capitan generaleGirolamo Zeno. Unironsi queste forze cristiane alla Suda in Candia, ma con provarsi anche allora che le leghe non son diverse dai leuti, difficili ad accordarsi, troppo facili a scordarsi. Niuno avea preveduto, o certamente non s'era provveduto, a chi dovesse toccar la preminenza, ed anche la principal direzione della flotta combinata, pretendendo quell'onorevol posto cadaun dei generali per varie loro ragioni. Si perdè gran tempo ad aspettar le istruzioni e risoluzioni delle corti; e intanto entrarono varie malattie epidemiche, oppur la vera pestilenza nelle galee veneziane, che sconcertò di troppo le misure prese. In una parola, tante armi dei cristiani a nulla avendo servito per la difesa di Cipri, si ridussero ai quartieri di verno, nè si potè contare alcuna riguardevole loro impresa.
Non così avvenne alla potentissima flotta turchesca, la quale fu creduta da alcuni che ascendesse a trecento vele. Approdò con tante forze a Cipri il bassà Mustafà generale di terra di essi Turchi, ed insieme Pialy bassà generale di mare. Se più gente e più consiglio fosse stato in quell'isola, forse loro si potea impedire lo sbarco. Ma le cernide ricusarono di comparire alla difesa; i villani, maltrattati da quella nobiltà, accolsero a braccia aperte i Musulmani. Sbarcata la prima gente, tornò Pialy verso terra ferma, per condurre un nuovo convoglio.Voce comune fu che in più volte sessanta mila combattenti almeno, fra' quali circa sei mila cavalli ed altrettanti giannizzeri, smontassero in quell'isola. Impresero quei Barbari nel dì 25 di luglio l'assedio di Nicosia, città capitale del regno, ch'era stata convenevolmente fortificata e provveduta di viveri, ma mal fornita di presidio valevole a render vani gli sforzi dei Turchi, o almeno a difficoltarne i progressi, perchè consistente in soli mille e trecento fanti italiani pagati, e in quasi altri otto mila Ciprioti, parte nobili e parte plebei, quasi tutta gente inesperta alle azioni di guerra. Con tutto ciò in quindici assalti furono ributtati i Turchi, e durò quell'assedio sino al dì 9 di settembre; nel quale sì fieramente restò combattuta la città, che vi entrarono vittoriosi gl'infedeli. Orrido spettacolo allora si vide: più di quindici mila cristiani, fra' quali si contò gran numero di fanciulli minori di quattro anni, furono messi a fil di spada; il resto di que' cittadini condotti in una misera schiavitù, pochi essendosene salvati; ogni sfogo di libidine anche più nefanda ivi si esercitò; e perchè la città era ricchissima, gran preda fu fatta da quei cani. Dopo tale acquisto, vilmente si rendè Cerines, nè altro luogo dell'isola fece da lì innanzi resistenza, fuorchè Famagosta, città principale dopo Nicosia. Poco stette Mustafà a mettere il campo intorno ad essa, e ad accostarsele colle trincee; ma difendendosi valorosamente i cristiani, e venuto il tempo di menare in salvo l'armata navale per la vicinanza del verno, l'assedio si cangiò in blocco, e per questo anno Famagosta schivò il giogo turchesco.
Nel dì 25 di febbraio dell'anno presente il pontefice pubblicò una terribil bolla controElisabetta reginad'Inghilterra, dichiarata scomunicata e privata di ogni diritto in quel regno, con ordinare agl'Inglesi di non prestarle ubbidienza. Dovette avere il santo padre giusti motivi di formar questa bolla, e di formarla dopo tanto tempo che Elisabetta era salitae sì ben assodata sul trono. Fu creduto che si maneggiasse in Inghilterra una secreta congiura di cattolici, che poi scoperta svanì colla morte del duca di Norfolch. Ma qual buon effetto potessero produrre siffatti fulmini consistenti in sole parole contra di un regno, dove sì gran piede avea presa l'eresia, professata non men da essa regina che dai più del popolo, forse allora non l'intesero i politici, e meno ora l'intendiamo noi, al sapere che dopo ciò andarono sempre più di male in peggio gli affari della religione cattolica in quel regno. Alle calamità dell'anno presente, cioè alla carestia, alla guerra, e alla pestilenza, che in varii luoghi si fecero sentire, si aggiunse anche il tremuoto. Cominciò questo in Ferrara nella notte seguente al dì 16 di novembre, e continuò poi con varie ora picciole ora grandi scosse pel resto dell'anno, e parte ancora del seguente. Rovinò per questo flagello parte del castello del duca, e molte chiese, monisteri e case; e fu obbligato il popolo a ridursi nelle piazze e campagne sotto capanne e tende, finchè a Dio piacque di restituir la quiete a quella terra. In essa città di Ferrara molto prima, cioè nel dì 19 di gennaio del presente anno, furono celebrate le nozze diLugrezia d'Este, sorella del ducaAlfonso, conFrancesco Maria della Rovere, figlio primogenito del duca d'Urbino. Passò ancora per Fiandra, incamminata a Madrid, l'arciduchessa Anna figlia dell'imperador Massimiliano II, maritata conFilippo II redi Spagna. Numerosa flotta la condusse in Ispagna, dove con somma magnificenza fu accolta, e succederono nobilissime feste accompagnate dalla universale allegria; tanto più grande, perchè già era terminata la guerra contro i Mori con grande onore didon Giovanni d'Austria, dal cui comando e valore si riconobbe la felice riuscita di quella per altro difficile impresa. Fu eziandio condotta in Francia, nel dì 26 di novembre di questo anno dall'elettore di Treveri l'altra minorearciduchessaIsabella, figlia del suddetto Augusto, maritata colre Carlo IX: matrimonio che durò poi pochi anni, e di cui non uscì che una principessa di corta vita anch'essa.