MDLXXXVIAnno diCristoMDLXXXVI. Indiz.XIV.Sisto Vpapa 2.Rodolfo IIimperadore 11.Una delle principali applicazioni dell'animoso ponteficeSisto Vfu nel precedente anno quella di schiantare la mala razza de' banditi e de' malviventi, che spezialmente passati dal regno di Napoli nello Stato ecclesiastico, ed attruppati infestavano non solamente le vie, ma le ville stesse, con rubamenti, stupri, incendii ed assassinii. Molte storielle si contavano allora delle lor crudeltà e furberie, e si spacciano anche oggidì per cose nuove dai cantambanchi. Pubblicò il papa una terribil bolla nel giorno primo di luglio d'esso anno contra di costoro e di chiunque desse loro favore o ricetto. Poscia mandò il cardinale Colonna in campagna di Roma, lo Spinola nel ducato di Spoleti, il Gesualdo nella Marca, il Salviati a Bologna e il Carcano in Romagna con titolo di legati, e con piena autorità e commissione di rigorosa giustizia, affinchè si rimettesse la pubblica quiete. Diedesi perciò allora principio alla caccia di coloro, proposti spezialmente premii a chi portasse le loro teste, e si continuò nell'anno presente: e quantunque molto si guadagnasse, perchè alcuni capi di gente sì malvagia uscirono dello Stato della Chiesa, e massimamente Curtieto e Marco Sciarra, due de' più rinomati assassini, ed altri furono uccisi in campagna, o presi e giustiziati; pure non si potè svellere talmente quella gramigna, che non ripullulasse di tanto in tanto, e molto più dopo la morte del papa. Fu nondimeno con tal rigore eseguita in alcuniluoghi la buona intenzione del pontefice, che si convertì in manifesta crudeltà, con essersi fatte pubblicamente morire madri, solamente per avere ricettati una sola notte in casa figli o altri stretti parenti, o per aver dato loro da mangiare. Ma quel che più di ogni altro caso fece strepito, fu la morte delconte Giovanni Pepoli, il quale, secondo l'attestato dello Spondano, del Cicarelli e di altri, per aver negato di consegnare alcuni banditi, ch'egli ricettava fuori dello Stato della Chiesa, fu fatto prendere in Bologna, e strangolare in prigione: il che non si può dire quanto terrore spargesse fra tutti i sudditi dello Stato ecclesiastico. Ma perciocchè potrebbe restar molto denigrata presso i posteri la memoria di questo nobil uomo, uno dei primarii, più ricchi e riguardevoli della città di Bologna, quasi ch'egli fosse stato uno scellerato fomentatore di sicarii e banditi, non avrà discaro il lettore d'intendere più precisamente lo stato della sua disavventura da Antonio Isnardi Ferrarese, contemporaneo, e non parziale. Così scrive egli nei suoi Annali manoscritti all'anno precedente:Circa il fine di agosto il papa fece strangolare il signor Giovanni de' Pepoli, ch'era prigione in Bologna, gentiluomo principale di quella città, e il primo del suo parentato, e padre dei poveri di essa città, che si figurava che desse ogni anno delle sue facoltà più di cinque mila scudi romani per elemosina. La cagione fu che sua santità lo imputò di aver fatto fuggire un capo di banditi ch'era prigione in un castello del detto signor Giovanni (cioè in Castiglione de' Gatti, feudo imperiale della nobil casa de' Pepoli), e gli era stato dimandato da sua santità, alla quale aveva risposto che il detto castello era giurisdizione dell'imperadore, e che senza licenza di sua maestà non lo daria. E mentre si maneggiava tal negozio, entrarono di notte genti nel detto castello, fecero prigione il commissario di quello, si fecero dar le chiavi della prigione, tolsero il prigione, e lo condusserovia insieme col detto commissario, sino che furono fuori dello Stato della Chiesa, che poi liberarono il commissario. Fu pianto da tutti que' cittadini, e particolarmente dai poveri. Lascerò io che i lettori senza di me facciano qui le loro riflessioni, volendo io passare a raccontar cose allegre, e sicuramente gloriose al pontefice Sisto.Dicemmo aver egli aver avuto un animo da re. Le sue grandi idee, e queste eseguite senza che mai lo spaventasse alcuna difficoltà, compruovano una tal verità. Aveano i suoi predecessori lasciato posare in terra lo smisurato Obelisco (guglia chiamato da' Romani) che antichissimamente Sesostri re d'Egitto dedicò al sole, che Caligola imperadore menò a Roma, ed alzò in onore di Augusto e Tiberio e che i Barbari (per quanto si credeva) gittarono poi per terra. O maniera di rialzarlo non si trovava, o la spesa atterriva, o nulla essi curavano questo mirabil pezzo della più remota antichità. Sisto il volle riporre nella piazza del Vaticano, ed ebbe in Domenico Fontana Comasco un insigne ingegnere, che nel presente anno con una maravigliosa macchina felicemente rialzò quella gran pietra. Applicossi ancora esso pontefice ad un acquedotto, che gareggiò coi più famosi degli antichi romani, lungo ben venti miglia, per cui trasse a Roma l'acqua ch'egli volle nominataFelicedal suo primiero nome della religion francescana. Terminò questa bella opera solamente nell'anno 1588. A comune benefizio ancora fece fabbricare una magnifica gualchiera per l'arte della lana presso la fontana dell'acqua Vergine, con promuovere anche in altre maniere il lanificio in quella città. Oltre a ciò, in capo alla piazza Giulia da un lato di ponte Sisto per ordine suo fu edificato un insigne spedale, capace di due mila poveri, con assegnargli una rendita annua di quindici mila scudi d'oro. Per maggior sicurezza dell'augusto tempio della beata Vergine di Loreto, e degliabitanti di quella terra, cingere fece di mura Loreto, e dichiarollo città, con dargli anche un proprio vescovo. Fu poi unita quella chiesa colle altre di Macerata e di Tolentino. Creò eziandio città, ed onorò del vescovato San Severino e Montalto sua patria. Inoltre pubblicò una bellissima prammatica e riforma delle vesti, delle doti, degli ornamenti, dei conviti, in una parola del lusso di Roma: medicina, di cui abbisognano, ma non sanno valersi anche i tempi nostri ed altre città. Dimorava con tutta quiete nei suoi Stati di AbruzzoMargherita d'Austria duchessa di Parma, con godere nondimeno per lo più della buon'aria della ricca e deliziosa città dell'Aquila, quando nel febbraio del presente anno venne la morte a privar di lei la terra; principessa che colla sua mirabil saviezza e pietà compensò i difetti della nascita, e lasciò dopo di sè una gloriosa memoria. Le tenne dietro nel viaggio della eternità a' dì 18 del susseguente settembre il ducaOttavio Farnesesuo consorte, che nei verdi anni si acquistò nome di valoroso capitano, e nei maturi di principe savissimo, giusto e pieno di clemenza. Al senno suo dovette la casa Farnese il vero suo stabilimento, e in somma sua gloria tornò l'aver egli prodottoAlessandro Farnesesuo primogenito, generale d'armate, che si potè uguagliare ai più celebri dell'antichità. Il conte Loschi ed altri, che riferirono la morte del duca Ottavio all'anno seguente o ad altri anni, mancarono di buone notizie.Restò dunque, colla morte del genitore, Alessandro Farnese duca di Parma e Piacenza, e di tale occasione si servì egli per chiedere congedo al re Cattolico, a fin di accudire al governo de' proprii Stati, e alla cura de' suoi piccioli figliuoli; ma nol potè ottenere. Le imprese di questo principe ne' Paesi Bassi e nell'elettorato di Colonia durante il presente anno ancora furono memorabili. Espugnò Grave e Venlò in Fiandra; ricuperò la città di Nuis occupata dai calvinisti, dove rimasetagliata a pezzi quella guarnigione, e la città saccheggiata, e dipoi quasi annientata da un fierissimo incendio, di cui non si seppe l'autore. Con tutto che la regina d'InghilterraElisabettaavesse presa la protezion de' Fiamminghi eretici, e spedito in lor soccorso il conte di Lincestre con buoni rinforzi e con titolo di governatore delle Provincie Unite; pure il Farnese frastornò col suo valore tutte le di lui misure; laonde fu egli richiamato in Inghilterra. Continuarono similmente in Francia le guerre tra i cattolici e gli ugonotti, comparendo sempre il re ben animato per li primi; ed egli in questo anno ancora pubblicò un grave editto contra de' secondi. E perciocchè i principi protestanti della Germania s'interessarono nella protezion d'essi eretici, e gli spedirono ambasciatori per questo, egli fece loro conoscere la costanza sua in sostener la religione de' suoi maggiori coll'onore della sua corona, e li rimandò mal soddisfatti.
Una delle principali applicazioni dell'animoso ponteficeSisto Vfu nel precedente anno quella di schiantare la mala razza de' banditi e de' malviventi, che spezialmente passati dal regno di Napoli nello Stato ecclesiastico, ed attruppati infestavano non solamente le vie, ma le ville stesse, con rubamenti, stupri, incendii ed assassinii. Molte storielle si contavano allora delle lor crudeltà e furberie, e si spacciano anche oggidì per cose nuove dai cantambanchi. Pubblicò il papa una terribil bolla nel giorno primo di luglio d'esso anno contra di costoro e di chiunque desse loro favore o ricetto. Poscia mandò il cardinale Colonna in campagna di Roma, lo Spinola nel ducato di Spoleti, il Gesualdo nella Marca, il Salviati a Bologna e il Carcano in Romagna con titolo di legati, e con piena autorità e commissione di rigorosa giustizia, affinchè si rimettesse la pubblica quiete. Diedesi perciò allora principio alla caccia di coloro, proposti spezialmente premii a chi portasse le loro teste, e si continuò nell'anno presente: e quantunque molto si guadagnasse, perchè alcuni capi di gente sì malvagia uscirono dello Stato della Chiesa, e massimamente Curtieto e Marco Sciarra, due de' più rinomati assassini, ed altri furono uccisi in campagna, o presi e giustiziati; pure non si potè svellere talmente quella gramigna, che non ripullulasse di tanto in tanto, e molto più dopo la morte del papa. Fu nondimeno con tal rigore eseguita in alcuniluoghi la buona intenzione del pontefice, che si convertì in manifesta crudeltà, con essersi fatte pubblicamente morire madri, solamente per avere ricettati una sola notte in casa figli o altri stretti parenti, o per aver dato loro da mangiare. Ma quel che più di ogni altro caso fece strepito, fu la morte delconte Giovanni Pepoli, il quale, secondo l'attestato dello Spondano, del Cicarelli e di altri, per aver negato di consegnare alcuni banditi, ch'egli ricettava fuori dello Stato della Chiesa, fu fatto prendere in Bologna, e strangolare in prigione: il che non si può dire quanto terrore spargesse fra tutti i sudditi dello Stato ecclesiastico. Ma perciocchè potrebbe restar molto denigrata presso i posteri la memoria di questo nobil uomo, uno dei primarii, più ricchi e riguardevoli della città di Bologna, quasi ch'egli fosse stato uno scellerato fomentatore di sicarii e banditi, non avrà discaro il lettore d'intendere più precisamente lo stato della sua disavventura da Antonio Isnardi Ferrarese, contemporaneo, e non parziale. Così scrive egli nei suoi Annali manoscritti all'anno precedente:Circa il fine di agosto il papa fece strangolare il signor Giovanni de' Pepoli, ch'era prigione in Bologna, gentiluomo principale di quella città, e il primo del suo parentato, e padre dei poveri di essa città, che si figurava che desse ogni anno delle sue facoltà più di cinque mila scudi romani per elemosina. La cagione fu che sua santità lo imputò di aver fatto fuggire un capo di banditi ch'era prigione in un castello del detto signor Giovanni (cioè in Castiglione de' Gatti, feudo imperiale della nobil casa de' Pepoli), e gli era stato dimandato da sua santità, alla quale aveva risposto che il detto castello era giurisdizione dell'imperadore, e che senza licenza di sua maestà non lo daria. E mentre si maneggiava tal negozio, entrarono di notte genti nel detto castello, fecero prigione il commissario di quello, si fecero dar le chiavi della prigione, tolsero il prigione, e lo condusserovia insieme col detto commissario, sino che furono fuori dello Stato della Chiesa, che poi liberarono il commissario. Fu pianto da tutti que' cittadini, e particolarmente dai poveri. Lascerò io che i lettori senza di me facciano qui le loro riflessioni, volendo io passare a raccontar cose allegre, e sicuramente gloriose al pontefice Sisto.
Dicemmo aver egli aver avuto un animo da re. Le sue grandi idee, e queste eseguite senza che mai lo spaventasse alcuna difficoltà, compruovano una tal verità. Aveano i suoi predecessori lasciato posare in terra lo smisurato Obelisco (guglia chiamato da' Romani) che antichissimamente Sesostri re d'Egitto dedicò al sole, che Caligola imperadore menò a Roma, ed alzò in onore di Augusto e Tiberio e che i Barbari (per quanto si credeva) gittarono poi per terra. O maniera di rialzarlo non si trovava, o la spesa atterriva, o nulla essi curavano questo mirabil pezzo della più remota antichità. Sisto il volle riporre nella piazza del Vaticano, ed ebbe in Domenico Fontana Comasco un insigne ingegnere, che nel presente anno con una maravigliosa macchina felicemente rialzò quella gran pietra. Applicossi ancora esso pontefice ad un acquedotto, che gareggiò coi più famosi degli antichi romani, lungo ben venti miglia, per cui trasse a Roma l'acqua ch'egli volle nominataFelicedal suo primiero nome della religion francescana. Terminò questa bella opera solamente nell'anno 1588. A comune benefizio ancora fece fabbricare una magnifica gualchiera per l'arte della lana presso la fontana dell'acqua Vergine, con promuovere anche in altre maniere il lanificio in quella città. Oltre a ciò, in capo alla piazza Giulia da un lato di ponte Sisto per ordine suo fu edificato un insigne spedale, capace di due mila poveri, con assegnargli una rendita annua di quindici mila scudi d'oro. Per maggior sicurezza dell'augusto tempio della beata Vergine di Loreto, e degliabitanti di quella terra, cingere fece di mura Loreto, e dichiarollo città, con dargli anche un proprio vescovo. Fu poi unita quella chiesa colle altre di Macerata e di Tolentino. Creò eziandio città, ed onorò del vescovato San Severino e Montalto sua patria. Inoltre pubblicò una bellissima prammatica e riforma delle vesti, delle doti, degli ornamenti, dei conviti, in una parola del lusso di Roma: medicina, di cui abbisognano, ma non sanno valersi anche i tempi nostri ed altre città. Dimorava con tutta quiete nei suoi Stati di AbruzzoMargherita d'Austria duchessa di Parma, con godere nondimeno per lo più della buon'aria della ricca e deliziosa città dell'Aquila, quando nel febbraio del presente anno venne la morte a privar di lei la terra; principessa che colla sua mirabil saviezza e pietà compensò i difetti della nascita, e lasciò dopo di sè una gloriosa memoria. Le tenne dietro nel viaggio della eternità a' dì 18 del susseguente settembre il ducaOttavio Farnesesuo consorte, che nei verdi anni si acquistò nome di valoroso capitano, e nei maturi di principe savissimo, giusto e pieno di clemenza. Al senno suo dovette la casa Farnese il vero suo stabilimento, e in somma sua gloria tornò l'aver egli prodottoAlessandro Farnesesuo primogenito, generale d'armate, che si potè uguagliare ai più celebri dell'antichità. Il conte Loschi ed altri, che riferirono la morte del duca Ottavio all'anno seguente o ad altri anni, mancarono di buone notizie.
Restò dunque, colla morte del genitore, Alessandro Farnese duca di Parma e Piacenza, e di tale occasione si servì egli per chiedere congedo al re Cattolico, a fin di accudire al governo de' proprii Stati, e alla cura de' suoi piccioli figliuoli; ma nol potè ottenere. Le imprese di questo principe ne' Paesi Bassi e nell'elettorato di Colonia durante il presente anno ancora furono memorabili. Espugnò Grave e Venlò in Fiandra; ricuperò la città di Nuis occupata dai calvinisti, dove rimasetagliata a pezzi quella guarnigione, e la città saccheggiata, e dipoi quasi annientata da un fierissimo incendio, di cui non si seppe l'autore. Con tutto che la regina d'InghilterraElisabettaavesse presa la protezion de' Fiamminghi eretici, e spedito in lor soccorso il conte di Lincestre con buoni rinforzi e con titolo di governatore delle Provincie Unite; pure il Farnese frastornò col suo valore tutte le di lui misure; laonde fu egli richiamato in Inghilterra. Continuarono similmente in Francia le guerre tra i cattolici e gli ugonotti, comparendo sempre il re ben animato per li primi; ed egli in questo anno ancora pubblicò un grave editto contra de' secondi. E perciocchè i principi protestanti della Germania s'interessarono nella protezion d'essi eretici, e gli spedirono ambasciatori per questo, egli fece loro conoscere la costanza sua in sostener la religione de' suoi maggiori coll'onore della sua corona, e li rimandò mal soddisfatti.