MDVIIAnno diCristoMDVII. IndizioneX.GiulioII papa 5.MassimilianoI re de' Romani 15.Trattenevasipapa Giulioin Bologna, ma non assai contento al vedere non ben per anche assodato il dominio suo in quella città, perchè i Bentivogli si fermavano nello Stato di Milano. Ne fece doglianze colre Lodovico, il quale si alterò non solo per questo, ma ancora perchè esso papa non avea restituiti i suoi benefizii al protonotario, figlio di Giovanni Bentivoglio, ancorchè la facoltà di dimorar nel Milanese ai Bentivogli, e la restituzione suddetta fossero state dianzi accordate dal medesimo papa. Crebbe lo sdegno di Giulio dacchè intese risoluto il re di procedere coll'armi contra di Genova; laonde, senza più attendere il concerto fatto col re di abboccarsi seco, allorchè egli fosse venuto in Italia, nel dì 22 di febbraio si partì da Bologna, e s'inviò alla volta di Roma. Pria nondimeno di abbandonar quella città, ordinòche si rifacesse alla porta di Galiera una fortezza, col pretesto consueto della sicurezza della città, ma infatti per tenere in briglia quel popolo: due azioni che rincrebbero non poco, la prima agli amici de' Bentivogli, e l'altra ad ognun di que' cittadini. Arrivò il papa a Roma nel dì 27 di marzo, dove tutto si applicò ai maneggi d'una forte lega contro i Veneziani, per ricuperar le città da loro occupate in Romagna. E perciocchè i Bentivogli nell'aprile seguente fecero un tentativo per rientrare in Bologna; e veniva lor fatto, seIppolito cardinal di Estenon si opponeva: nel dì primo di maggio fu diroccato il palazzo di essi Bentivogli in Stra' San Donato, che era de' più belli d'Italia di que' tempi. Crebbe nell'anno presente il tumulto di Genova[Agostino Giustiniani. Senarega. Guicciardini.]. Perchè fu forzato quel sedizioso popolo dai Franzesi a ritirarsi dall'assedio di Monaco, senza più rispettare la maestà e padronanza del re Lodovico, creò doge Paolo da Novi, tintore di seta, uomo della feccia della plebe, e venne ad un'aperta e total ribellione: tutto pazzamente fatto, perchè niun v'era che lor facesse sperar soccorso per sostenere un sì ardito disegno. Per quanto ilcardinal del Finale, cioè Carlo del Carretto, gli esortasse ad implorare il perdono, di cui si faceva egli mallevadore, crebbe la loro ostinazion sempre più. Il re Lodovico, che a sue spese avea imparato qual differenza vi sia tra il fare in persona la guerra e il commetterla ai capitani, passato in Italia, si fermò ad Asti; e, dacchè ebbe fatto venir per mare molti legni armati, si mosse verso il fine d'aprile coll'esercito di terra per passare il Giogo. Poca resistenza potè fare alla di lui possanza lo sforzo dei popolari di Genova, di modo che inviarono ad offerirgli l'ingresso nella città; ed egli, nel dì 28 di esso mese, colla spada nuda in mano, senza volere che si parlasse di patti, vi entrò. Contuttociò non pensò ilbuon re ad imitare i tiranni, ma sì bene a seguir l'esempio de' saggi ed amorevoli principi, che mai non si dimenticano d'esser padri, ancorchè i sudditi si scordino d'essere figli. Mise buona guardia alle porte della città, affinchè gli Svizzeri e venturieri non vi entrassero e mettessero tutto a sacco. Trovati gli anziani inginocchiati e dimandanti misericordia, rimise la spada nel fodero, contentandosi poi di mettere al popolo una taglia di trecento mila scudi, da pagarsi in 14 mesi, con rimetterne da lì a poco cento mila. Ordinò la fabbrica di una fortezza al Capo del Faro, e, dopo aver fatta giustizia di alcuni, e data nuova forma a quel governo, nel dì 14 di maggio se ne tornò in Lombardia, dove licenziò l'esercito per quetare i sospetti insorti in varii potentati. Bramava egli di ripassare in Francia, ma perchè udì vicina la partenza diFerdinando il Cattolicoda Napoli, che desiderava di seco abboccarsi in Savona, si fermò ad aspettarlo.Dalle lettere de' suoi ministri d'Aragona e dalle istanze diGiovannasua figlia regina di Castiglia, veniva esso re Cattolico sollecitato a tornarsene in Ispagna, per ripigliare il governo anche della stessa Castiglia; perciocchè Giovanna dopo la morte del marito arciduca, tanto dolore provò di tal perdita che s'infermò in lei non meno il corpo che la mente. E intanto i due suoi figliuoli,Carloche fu poi imperadore, eFerdinando, per la loro età non erano peranche atti al comando. Dopo aver dunque il re Ferdinando lasciate molte buone provvisioni in Napoli e pel regno, e mutati tutti gli uffiziali messi nelle fortezze da Consalvo, nel dì 4 di giugno sciolse le vele verso ponente colla regina sua consorte, e senza volersi abboccare col papa, che si era portato ad Ostia per questo, continuò il suo viaggio. Obbligato da venti contrarii prese porto in Genova, e poscia nel dì 28 di giugno arrivò a Savona, accolto con gran pompa efinezze dal re Cristianissimo, ma con aver prima esatte buone sicurezze per la sua persona. Furono per quattro giorni in istretti e segreti ragionamenti, dimenticate le precedenti nemicizie, siccome conveniva a principi d'animo grande[Giovio. Guicciardino. Mariana, De Reb. Hispan.]. Avea Ferdinando, colle maggiori dimostrazioni di benevolenza e promesse di vantaggi, menato seco da Napoli anche il gran capitanoConsalvo. Non si saziò il re Lodovico di mirare ed onorare un personaggio che con tante pruove d'accortezza e valore avea tolto a lui un regno; impetrò ancora da Ferdinando che questo grand'uomo cenasse alla medesima tavola, dove erano assisi essi due re e la regina. Sì graziosa finezza del re franzese verso di Consalvo ad altro non servì che ad accrescere le gelosie nella testa spagnuola del re Cattolico. In fatti, siccome avvertirono il Giovio e il Guicciardino, quello fu l'ultimo giorno della gloria di Consalvo; imperocchè, giunto in Ispagna, non potè mai ottenere il grado di gran mastro de' cavalieri di San Iago, per cui gli aveva il re impegnata la parola. Insorsero anche altri dissapori e contrattempi, per cagion dei quali mai più di lui si servì il re nè in affari politici, nè in militari. Mancò di vita Consalvo nel dì 2 di dicembre nel 1515; nè lasciò il re a lui morto di far quegli onori che in vita gli avea negato, con ordinare che dappertutto gli fossero celebrati sontuosi funerali: ricompensa ben meschina ad uomo di tanto merito. Stette poi poco a tenergli dietro lo stesso Ferdinando, siccome dirassi al suo luogo e tempo.
Trattenevasipapa Giulioin Bologna, ma non assai contento al vedere non ben per anche assodato il dominio suo in quella città, perchè i Bentivogli si fermavano nello Stato di Milano. Ne fece doglianze colre Lodovico, il quale si alterò non solo per questo, ma ancora perchè esso papa non avea restituiti i suoi benefizii al protonotario, figlio di Giovanni Bentivoglio, ancorchè la facoltà di dimorar nel Milanese ai Bentivogli, e la restituzione suddetta fossero state dianzi accordate dal medesimo papa. Crebbe lo sdegno di Giulio dacchè intese risoluto il re di procedere coll'armi contra di Genova; laonde, senza più attendere il concerto fatto col re di abboccarsi seco, allorchè egli fosse venuto in Italia, nel dì 22 di febbraio si partì da Bologna, e s'inviò alla volta di Roma. Pria nondimeno di abbandonar quella città, ordinòche si rifacesse alla porta di Galiera una fortezza, col pretesto consueto della sicurezza della città, ma infatti per tenere in briglia quel popolo: due azioni che rincrebbero non poco, la prima agli amici de' Bentivogli, e l'altra ad ognun di que' cittadini. Arrivò il papa a Roma nel dì 27 di marzo, dove tutto si applicò ai maneggi d'una forte lega contro i Veneziani, per ricuperar le città da loro occupate in Romagna. E perciocchè i Bentivogli nell'aprile seguente fecero un tentativo per rientrare in Bologna; e veniva lor fatto, seIppolito cardinal di Estenon si opponeva: nel dì primo di maggio fu diroccato il palazzo di essi Bentivogli in Stra' San Donato, che era de' più belli d'Italia di que' tempi. Crebbe nell'anno presente il tumulto di Genova[Agostino Giustiniani. Senarega. Guicciardini.]. Perchè fu forzato quel sedizioso popolo dai Franzesi a ritirarsi dall'assedio di Monaco, senza più rispettare la maestà e padronanza del re Lodovico, creò doge Paolo da Novi, tintore di seta, uomo della feccia della plebe, e venne ad un'aperta e total ribellione: tutto pazzamente fatto, perchè niun v'era che lor facesse sperar soccorso per sostenere un sì ardito disegno. Per quanto ilcardinal del Finale, cioè Carlo del Carretto, gli esortasse ad implorare il perdono, di cui si faceva egli mallevadore, crebbe la loro ostinazion sempre più. Il re Lodovico, che a sue spese avea imparato qual differenza vi sia tra il fare in persona la guerra e il commetterla ai capitani, passato in Italia, si fermò ad Asti; e, dacchè ebbe fatto venir per mare molti legni armati, si mosse verso il fine d'aprile coll'esercito di terra per passare il Giogo. Poca resistenza potè fare alla di lui possanza lo sforzo dei popolari di Genova, di modo che inviarono ad offerirgli l'ingresso nella città; ed egli, nel dì 28 di esso mese, colla spada nuda in mano, senza volere che si parlasse di patti, vi entrò. Contuttociò non pensò ilbuon re ad imitare i tiranni, ma sì bene a seguir l'esempio de' saggi ed amorevoli principi, che mai non si dimenticano d'esser padri, ancorchè i sudditi si scordino d'essere figli. Mise buona guardia alle porte della città, affinchè gli Svizzeri e venturieri non vi entrassero e mettessero tutto a sacco. Trovati gli anziani inginocchiati e dimandanti misericordia, rimise la spada nel fodero, contentandosi poi di mettere al popolo una taglia di trecento mila scudi, da pagarsi in 14 mesi, con rimetterne da lì a poco cento mila. Ordinò la fabbrica di una fortezza al Capo del Faro, e, dopo aver fatta giustizia di alcuni, e data nuova forma a quel governo, nel dì 14 di maggio se ne tornò in Lombardia, dove licenziò l'esercito per quetare i sospetti insorti in varii potentati. Bramava egli di ripassare in Francia, ma perchè udì vicina la partenza diFerdinando il Cattolicoda Napoli, che desiderava di seco abboccarsi in Savona, si fermò ad aspettarlo.
Dalle lettere de' suoi ministri d'Aragona e dalle istanze diGiovannasua figlia regina di Castiglia, veniva esso re Cattolico sollecitato a tornarsene in Ispagna, per ripigliare il governo anche della stessa Castiglia; perciocchè Giovanna dopo la morte del marito arciduca, tanto dolore provò di tal perdita che s'infermò in lei non meno il corpo che la mente. E intanto i due suoi figliuoli,Carloche fu poi imperadore, eFerdinando, per la loro età non erano peranche atti al comando. Dopo aver dunque il re Ferdinando lasciate molte buone provvisioni in Napoli e pel regno, e mutati tutti gli uffiziali messi nelle fortezze da Consalvo, nel dì 4 di giugno sciolse le vele verso ponente colla regina sua consorte, e senza volersi abboccare col papa, che si era portato ad Ostia per questo, continuò il suo viaggio. Obbligato da venti contrarii prese porto in Genova, e poscia nel dì 28 di giugno arrivò a Savona, accolto con gran pompa efinezze dal re Cristianissimo, ma con aver prima esatte buone sicurezze per la sua persona. Furono per quattro giorni in istretti e segreti ragionamenti, dimenticate le precedenti nemicizie, siccome conveniva a principi d'animo grande[Giovio. Guicciardino. Mariana, De Reb. Hispan.]. Avea Ferdinando, colle maggiori dimostrazioni di benevolenza e promesse di vantaggi, menato seco da Napoli anche il gran capitanoConsalvo. Non si saziò il re Lodovico di mirare ed onorare un personaggio che con tante pruove d'accortezza e valore avea tolto a lui un regno; impetrò ancora da Ferdinando che questo grand'uomo cenasse alla medesima tavola, dove erano assisi essi due re e la regina. Sì graziosa finezza del re franzese verso di Consalvo ad altro non servì che ad accrescere le gelosie nella testa spagnuola del re Cattolico. In fatti, siccome avvertirono il Giovio e il Guicciardino, quello fu l'ultimo giorno della gloria di Consalvo; imperocchè, giunto in Ispagna, non potè mai ottenere il grado di gran mastro de' cavalieri di San Iago, per cui gli aveva il re impegnata la parola. Insorsero anche altri dissapori e contrattempi, per cagion dei quali mai più di lui si servì il re nè in affari politici, nè in militari. Mancò di vita Consalvo nel dì 2 di dicembre nel 1515; nè lasciò il re a lui morto di far quegli onori che in vita gli avea negato, con ordinare che dappertutto gli fossero celebrati sontuosi funerali: ricompensa ben meschina ad uomo di tanto merito. Stette poi poco a tenergli dietro lo stesso Ferdinando, siccome dirassi al suo luogo e tempo.