MDXCIV

MDXCIVAnno diCristoMDXCIV. IndizioneVII.Clemente VIIIpapa 3.Rodolfo IIimperadore 19.Gran materia di discorsi somministrò in quest'anno a' politici la renitenza ed inflessibilità dipapa Clementead accettare in seno della Chiesa il convertitore Arrigo IV. Per quante ragioni sapesse addurre il duca di Nevers, non gli fu possibile smuovere punto l'animo di esso pontefice, cioè di chi non voleva consiglio se non da sè stesso; anzi fu come forzato a partirsi di Roma: il che seguì egli con protestare che di tutti i disordini che potessero da lì innanzi avvenire in Francia, si rifonderebbe la colpa sopra sì duro pontefice. Parea bene avere Clemente dei giusti motivi di procrastinare in questo negozio, sì per conservare laautorità della santa Sede, ch'egli chiamava lesa dai prelati di Francia, coll'aver eglino senza di lui assoluto il re Arrigo; sì ancora per non lasciar esposti alla vendetta di esso re que' principi e popoli della lega, la resistenza de' quali avea forzato Arrigo a meglio pensare all'elezion della religione; e finalmente per assicurarsi che sincera e non dolosa fosse la conversione d'esso re. Ma non si sapeva intendere nè in Roma, nè altrove, perchè un pontefice, obbligato ad essere padre comune, e clemente più di fatti che di nome, non ammettesse temperamenti e trattati di salvar la sua dignità, di conciliar la lega col re, e di ben assicurarsi del cuore d'Arrigo. Da ciò arguivano poi che non solo interesse della religione, ma altri ingredienti di umana politica intorbidassero la sospirata union della Francia. E che sarebbe poi succeduto se i prelati di Francia, che in addietro aveano proposto di creare un patriarca, irritati maggiormente ora dalle di lui durezze, avessero eseguito un sì fatto progetto? Il bello fu che al dispetto degli sforzi del cardinal legato in Francia, e delle declamazioni de frati, cominciò a poco a poco a sciogliersi la lega santa in quel regno. Imperciocchè sul principio di questo anno la città di Meaux riconobbe per suo legittimo re Arrigo. Il popolo di Parigi anch'egli nel dì 12 di gennaio fece delle novità, privando il duca d'Umena del titolo di luogotenente del regno, con ordinargli ancora di licenziare i presidiarii spagnuoli. Le città di Aix in Provenza, Lione, Orleans ed altre vennero all'ubbidienza del re. Nè credendosi necessaria in Reims la coronazione sua, fu questa fatta nel dì 27 di febbraio in Sciartres con gran solennità. Il che fatto, nel dì 22 di marzo, concertato prima segretamente l'affare col signore di Brissac, il re Arrigo pacificamente entrò nella città di Parigi, e però ne partirono senza offesa gli Spagnuoli e Fiamminghi. E perchè il cardinal Sega legato, benchè rispettato dal re, anzi invitato con tutto onore,più che mai si mostrò alieno dal re, in esecuzione, delle istruzioni di Roma, fu accompagnato a Montargis daJacopo di Perronainsigne vescovo e letterato, che poi conseguì il cappello cardinalizio. L'esempio di Parigi si trasse poi dietro molte altre città, e il duca di Guisa si riconciliò col re. Coll'armi ancora furono sottomesse la Ciapella piazza forte e Noione. Se questi felici progressi di Arrigo piacessero al papa e al re Cattolico, non occorre ch'io lo dica.Ora avvenne un caso in Parigi per cui gran rumore e diceria insorse. Trovavasi quel re nella sua camera nel dì 27 di dicembre, colà appena arrivato da San Germano, quando uno scellerato giovane parigino d'anni diciotto, per nome Giovanni Castello, cacciandosi per la folla de' cortigiani, e a lui appressatosi, gli tirò una coltellata, chi dice verso la gola, chi verso il ventre; ma essendosi accidentalmente chinato il re, il colpo altro non fece che tagliargli un labbro e cavargli un dente. Preso costui, confessò di aver commesso il delitto, credendo di acquistar merito presso Dio, avendo massimamente inteso ch'era lecito il levar la vita ad un tiranno. Perchè disse di avere studiato sotto i padri gesuiti, e furono dipoi trovati in camera del padre Giovanni Guignardo sacerdote della compagnia alcuni scritti contra del re, composti allorchè era nel suo maggior bollore la lega: ciò bastò perchè uscisse un editto, promosso da chi, per altri precedenti motivi, mirava di mal occhio i gesuiti, in cui fu ordinato ch'essi tutti sotto varie pene uscissero del regno: sentenza creduta ingiusta dai saggi, perchè a cagion del delitto di un solo, o di alcuni pochi, si veniva a punire tutta una grande università, benemerita per varii titoli della religione e del pubblico. Ancorchè prosperassero cotanto gli affari del re Arrigo, pureFilippo re di Spagnanon ritirava le sue milizie dalla Francia, e continuava la guerra in Bretagna per mezzo del duca di Mercurio, e nel Delfinatoe Provenza coll'armi del duca di Savoia e dello Stato di Milano. Fece esso duca l'assedio di Bricheràs; e quantunque Lesdiguieres avesse fatto il possibile per ben fortificare quella terra e la sua rocca, e costasse l'impresa più di un sanguinoso assalto, pure se ne impadronì. Riacquistò ancora il forte di San Benedetto, ed ebbe il contento di veder tornare alla sua divozione tre delle valli abitate dagli eretici Valdesi, cioè Luserna, Angrogna e Perusa. In Fiandra, al cui governo entrò in quest'anno l'arciduca Ernesto, non succederono fatti di gran conseguenza, se non che Groninga assediata dal conte Maurizio di Nassau fu obbligata a rendersi. Seguì eziandio in quelle parti un pertinace ammutinamento de' soldati italiani, e poi degli Spagnuoli, per mancanza delle paghe; cosa tante altre volle accaduta, e sempre con discredito della monarchia di Spagna, la qual pure tante ricchezze continuamente ritraeva dalle Indie Orientali ed Occidentali, giacchè il re allora comandava anche al regno di Portogallo. In Ungheria sì e nella Croazia furono molti fatti d'armi fra gli eserciti dell'imperadore e de' Turchi. Acquistarono i cristiani Novigrado ed altri luoghi, ma che non compensarono la perdita dell'importante fortezza di Giavarino, che dopo un ostinato assedio fatto dai Musulmani fu loro ceduto da quel comandante, senza aspettare il vicino soccorso. Provò in questo anno ancora la povera Italia gl'insulti della crudeltà turchesca. Sul principio di settembre comparve verso Reggio di Calabria il bassà Sinan, ossia Assane Cicala, rinegato appunto Calabrese, ed ammiraglio turchesco, con una flotta di ben cento legni; e sbarcata la gente sua, perchè il popolo col loro meglio s'era ritirato entro terra, per rabbia di non aver colpita la preda, se ne vendicò col fuoco, incendiando quella tante volte incendiata o rovinata città, e tagliando quanto v'era di fruttifero in que' contorni. Altrettanto poi fecero a varii villaggie terre murate di quella riviera, con danno di centinaia di migliaia di scudi per quegl'infelici abitanti. Nel dì 5 di agosto in Mantova cessò di vivereLeonora d'Austriafiglia diFerdinando imperadore, e già moglie diGuglielmo duca di Mantova, principessa di singolar bontà di costumi, e d'una vita sì religiosa, che era, per così dire, adorata da quel popolo.

Gran materia di discorsi somministrò in quest'anno a' politici la renitenza ed inflessibilità dipapa Clementead accettare in seno della Chiesa il convertitore Arrigo IV. Per quante ragioni sapesse addurre il duca di Nevers, non gli fu possibile smuovere punto l'animo di esso pontefice, cioè di chi non voleva consiglio se non da sè stesso; anzi fu come forzato a partirsi di Roma: il che seguì egli con protestare che di tutti i disordini che potessero da lì innanzi avvenire in Francia, si rifonderebbe la colpa sopra sì duro pontefice. Parea bene avere Clemente dei giusti motivi di procrastinare in questo negozio, sì per conservare laautorità della santa Sede, ch'egli chiamava lesa dai prelati di Francia, coll'aver eglino senza di lui assoluto il re Arrigo; sì ancora per non lasciar esposti alla vendetta di esso re que' principi e popoli della lega, la resistenza de' quali avea forzato Arrigo a meglio pensare all'elezion della religione; e finalmente per assicurarsi che sincera e non dolosa fosse la conversione d'esso re. Ma non si sapeva intendere nè in Roma, nè altrove, perchè un pontefice, obbligato ad essere padre comune, e clemente più di fatti che di nome, non ammettesse temperamenti e trattati di salvar la sua dignità, di conciliar la lega col re, e di ben assicurarsi del cuore d'Arrigo. Da ciò arguivano poi che non solo interesse della religione, ma altri ingredienti di umana politica intorbidassero la sospirata union della Francia. E che sarebbe poi succeduto se i prelati di Francia, che in addietro aveano proposto di creare un patriarca, irritati maggiormente ora dalle di lui durezze, avessero eseguito un sì fatto progetto? Il bello fu che al dispetto degli sforzi del cardinal legato in Francia, e delle declamazioni de frati, cominciò a poco a poco a sciogliersi la lega santa in quel regno. Imperciocchè sul principio di questo anno la città di Meaux riconobbe per suo legittimo re Arrigo. Il popolo di Parigi anch'egli nel dì 12 di gennaio fece delle novità, privando il duca d'Umena del titolo di luogotenente del regno, con ordinargli ancora di licenziare i presidiarii spagnuoli. Le città di Aix in Provenza, Lione, Orleans ed altre vennero all'ubbidienza del re. Nè credendosi necessaria in Reims la coronazione sua, fu questa fatta nel dì 27 di febbraio in Sciartres con gran solennità. Il che fatto, nel dì 22 di marzo, concertato prima segretamente l'affare col signore di Brissac, il re Arrigo pacificamente entrò nella città di Parigi, e però ne partirono senza offesa gli Spagnuoli e Fiamminghi. E perchè il cardinal Sega legato, benchè rispettato dal re, anzi invitato con tutto onore,più che mai si mostrò alieno dal re, in esecuzione, delle istruzioni di Roma, fu accompagnato a Montargis daJacopo di Perronainsigne vescovo e letterato, che poi conseguì il cappello cardinalizio. L'esempio di Parigi si trasse poi dietro molte altre città, e il duca di Guisa si riconciliò col re. Coll'armi ancora furono sottomesse la Ciapella piazza forte e Noione. Se questi felici progressi di Arrigo piacessero al papa e al re Cattolico, non occorre ch'io lo dica.

Ora avvenne un caso in Parigi per cui gran rumore e diceria insorse. Trovavasi quel re nella sua camera nel dì 27 di dicembre, colà appena arrivato da San Germano, quando uno scellerato giovane parigino d'anni diciotto, per nome Giovanni Castello, cacciandosi per la folla de' cortigiani, e a lui appressatosi, gli tirò una coltellata, chi dice verso la gola, chi verso il ventre; ma essendosi accidentalmente chinato il re, il colpo altro non fece che tagliargli un labbro e cavargli un dente. Preso costui, confessò di aver commesso il delitto, credendo di acquistar merito presso Dio, avendo massimamente inteso ch'era lecito il levar la vita ad un tiranno. Perchè disse di avere studiato sotto i padri gesuiti, e furono dipoi trovati in camera del padre Giovanni Guignardo sacerdote della compagnia alcuni scritti contra del re, composti allorchè era nel suo maggior bollore la lega: ciò bastò perchè uscisse un editto, promosso da chi, per altri precedenti motivi, mirava di mal occhio i gesuiti, in cui fu ordinato ch'essi tutti sotto varie pene uscissero del regno: sentenza creduta ingiusta dai saggi, perchè a cagion del delitto di un solo, o di alcuni pochi, si veniva a punire tutta una grande università, benemerita per varii titoli della religione e del pubblico. Ancorchè prosperassero cotanto gli affari del re Arrigo, pureFilippo re di Spagnanon ritirava le sue milizie dalla Francia, e continuava la guerra in Bretagna per mezzo del duca di Mercurio, e nel Delfinatoe Provenza coll'armi del duca di Savoia e dello Stato di Milano. Fece esso duca l'assedio di Bricheràs; e quantunque Lesdiguieres avesse fatto il possibile per ben fortificare quella terra e la sua rocca, e costasse l'impresa più di un sanguinoso assalto, pure se ne impadronì. Riacquistò ancora il forte di San Benedetto, ed ebbe il contento di veder tornare alla sua divozione tre delle valli abitate dagli eretici Valdesi, cioè Luserna, Angrogna e Perusa. In Fiandra, al cui governo entrò in quest'anno l'arciduca Ernesto, non succederono fatti di gran conseguenza, se non che Groninga assediata dal conte Maurizio di Nassau fu obbligata a rendersi. Seguì eziandio in quelle parti un pertinace ammutinamento de' soldati italiani, e poi degli Spagnuoli, per mancanza delle paghe; cosa tante altre volle accaduta, e sempre con discredito della monarchia di Spagna, la qual pure tante ricchezze continuamente ritraeva dalle Indie Orientali ed Occidentali, giacchè il re allora comandava anche al regno di Portogallo. In Ungheria sì e nella Croazia furono molti fatti d'armi fra gli eserciti dell'imperadore e de' Turchi. Acquistarono i cristiani Novigrado ed altri luoghi, ma che non compensarono la perdita dell'importante fortezza di Giavarino, che dopo un ostinato assedio fatto dai Musulmani fu loro ceduto da quel comandante, senza aspettare il vicino soccorso. Provò in questo anno ancora la povera Italia gl'insulti della crudeltà turchesca. Sul principio di settembre comparve verso Reggio di Calabria il bassà Sinan, ossia Assane Cicala, rinegato appunto Calabrese, ed ammiraglio turchesco, con una flotta di ben cento legni; e sbarcata la gente sua, perchè il popolo col loro meglio s'era ritirato entro terra, per rabbia di non aver colpita la preda, se ne vendicò col fuoco, incendiando quella tante volte incendiata o rovinata città, e tagliando quanto v'era di fruttifero in que' contorni. Altrettanto poi fecero a varii villaggie terre murate di quella riviera, con danno di centinaia di migliaia di scudi per quegl'infelici abitanti. Nel dì 5 di agosto in Mantova cessò di vivereLeonora d'Austriafiglia diFerdinando imperadore, e già moglie diGuglielmo duca di Mantova, principessa di singolar bontà di costumi, e d'una vita sì religiosa, che era, per così dire, adorata da quel popolo.


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