MDXIIIAnno diCristoMDXIII. IndizioneI.LeoneX papa 1.MassimilianoI re de' Romani 21.Fra tante sue sventure non avea per ancheLuigi XIIre di Francia dato congedo in suo cuore al desiderio e alla speranza di ricuperar lo Stato di Milano, perchè tuttavia si conservavano alla divozione di lui i castelli di Milano e di Cremona, e la Lanterna ossia il Finale di Genova. Vari negoziati perciò fece durante questo verno coi potentati nemici, o per pacificarli, o per rompere la lorounione. Nulla potè ottenere dall'Inghilterra, meno dal papa e da Massimiliano. Per quanti progetti facesse agli Svizzeri, costoro insuperbiti, mirando d'alto in basso gli stessi monarchi, non volendo abbandonare la vigna che loro molto bene fruttava, e credendo oramai di poter dar legge ad ognuno, saldi stettero in sostenere lo Sforza. Unicamente riuscì ad esso re di stabilire la tregua di un anno col re Cattolico, ma solamente per li confini dell'Alpi coll'Aragona. Per consiglio ancora diGian-Jacopo Trivulzio, si rivolse ai Veneziani, non essendogli ignoto quanto amareggiato giustamente fosse quel senato pel tradimento usatogli dalla lega e dal papa, e perchè Massimiliano nell'investitura data allo Sforza avea compreso anche Brescia, Bergamo e Crema. Infatti dopo molti dibattimenti nel dì 13 (altri dicono nel dì 24) di marzo dell'anno presente fu conclusa una lega difensiva ed offensiva fra esso re Lodovico e la repubblica veneta, con obbligarsi questa a mantenere mille e ducento lancie, ed otto mila fanti in aiuto del re; e che Bergamo, Brescia, Cremona e la Ghiaradadda dovessero tornare sotto la signoria di Venezia.Andrea Grittiprigione in Francia, riavuta la libertà, fu destinato a sottoscrivere questo accordo, per cui s'avea a vedere una scena nuova in Italia. Intanto le prosperità dell'anno precedente accendevano l'animo dipapa Giulioa disegni maggiori, coll'essersi messo in capo di regolare a talento suo l'Italia tutta, per non dire tutti i principi della cristianità. Già avea stesa una bolla terribile contra delre di Francia, privandolo del titolo di re, e concedendo quel regno a chiunque lo occupasse, con attizzar più che mai ilre d'Inghilterra Arrigocontra dell'altro. Avea segretamente comperata daMassimiliano Cesareper trenta mila ducati d'oro la città di Siena, affin di darla al nipoteduca d'Urbino. Sdegnato colcardinal de Medici, pensava ad alterar di nuovo lo Stato di Firenze; minacciava i Lucchesi, e volea mettere in Genova perdogeOttaviano Fregoso, con cacciarneGiano. E perciocchè egli frequentemente avea in bocca di voler liberare l'Italia dai Barbari, anzi gradiva il titolo di liberatore, come se già avesse terminata sì grande opera, per attestato del Giovio nella Vita di Alfonso duca di Ferrara, ilcardinal Grimanigli disse un dì che restava pur tuttavia sotto il giogo il regno di Napoli. Allora Giulio, crollando il bastone su cui s'appoggiava, e fremendo, con ira disse che in breve, se il cielo altro non disponeva, i Napoletani avrebbono un altro padrone. Ma il principale sfogo dello sdegno pontificio avea da essere nella primavera contra delduca di Ferrara, il quale, abbandonato da tutti, pensò in questo frattempo di prepararsi a morire glorioso, col fare ogni possibil difesa. Stabilì una tregua coi Veneziani, fortificò Ferrara, prese al suo soldoFederigo Gonzagasignor di Bozzolo con due mila fanti italiani, il capitan Calappini con altri due mila fanti tedeschi, i quali, quantunque il papa facesse comandar loro dall'imperadore, come a vassalli suoi, di ritornarsene, pur vollero osservar la fede data al duca.Era immerso in questi gran pensieri di mondo papaGiulio II, pensieri confacevoli tutti al feroce suo animo e genio guerriero, quando venne Dio a chiamarlo ai conti in tempo ch'egli forse non si aspettava. Dopo alcuni giorni di malattia, nei quali conservò sempre il giudizio consueto, e quella severità, a cui niuno del sacro collegio osò in addietro di contraddire, dopo aver divotamente ricevuti i sacramenti della Chiesa, nella notte del dì 20 di febbraio, venendo il giorno 21, spirò l'anima sua. Ho io chi scrive ch'egli sull'ultimo cadde in delirio, e andava gridando:Fuori d'Italia Franzesi: Fuori Alfonso d'Este. Ma ha maggior fondamento chi scrisse, esser egli stato esente dalla frenesia. Scrivono gli storici veneti che alla di lui morte cooperò la rabbia, per avere inteso il trattato di lega che si manipolava fra ilre di Francia e la loro repubblica, e per conoscere d'essere in odio a tutti i cardinali per li suoi marziali disegni. Ma queste verisimilmente non furono che immaginazioni. Quel che è certo, questo pontefice comparve agli occhi del mondo principe d'animo invitto, impetuoso, e pieno non men di smisurati disegni che di spirito di vendetta, e benemerito assai della Chiesa romana pel temporale. Qual poscia egli comparisse agli occhi di Dio, coll'aver suscitate tante guerre per la cristianità, invece di promuovere qual padre comune la pace, avendola tante volte avuta in sua mano, e coll'avere impiegate le sostanze della Chiesa, ed abusato anche della religione in tanti secolareschi impegni: a noi non tocca di deciderlo. Tuttavia l'autor franzese della Lega di Cambrai non lascia di riflettere che tanti disordini, cagionati da questo pur troppo bellicoso pontefice, troppo influirono a scemar la venerazione dovuta al sommo grado dei successori di san Pietro, e a far nascere il deplorabile scisma de' popoli settentrionali, siccome fra pochi anni avvenne. Che s'egli acquistò fama di grand'uomo, ciò fu, secondo il Guicciardino,presso coloro, i quali, essendo perduti i veri vocaboli delle cose, e confusa la distinzion del pesarle rettamente, giudicano che sia più uffizio de' pontefici l'aggiugnere coll'armi e col sangue de' cristiani imperio alla sedia apostolica, che l'affaticarsi coll'esempio buono della vita, e col correggere e medicare i costumi trascorsi per la salute di quelle anime, per le quali si magnificano che Cristo gli abbia costituiti in terra suoi vicarii. Per altro fu uno de' suoi pregi l'essersi astenuto dagli eccessi nell'amor del suo sangue, da cui non si guardarono altri papi di questi tempi, avendo egli solamente ottenuto dai cardinali sul fin della vita che Pesaro fosse dato in vicariato alduca d'Urbinosuo nipote. Alle forti istanze ancora dimadonna Felicesua figlia, moglie diGiovan-GiordanoOrsino,la quale desiderava il cappello cardinalizio per Guido da Montefalco suo fratello uterino, rispose apertamente che non era persona degna di quel grado. A questo pontefice ancora si dee il principio della nuova basilica vaticana, una delle maraviglie del mondo, con altre belle fabbriche entro e fuori di Roma. Secondo il Ciaconio, fu egli il primo dei papi che cominciò a portar barba lunga, per opinione che da questo selvatico e vano ornamento avesse a venir più riverenza a chi per tanti massicci titoli ne è sì degno. Ma che anche gli ecclesiastici e i papi portassero barba negli antichi tempi, è fuor di dubbio. La morte di questo pontefice non alterò punto la quiete di Roma. Solamente in Lombardia accadde qualche mutazione, perchè ilCardonavicerè di Napoli, tuttavia esistente in Milano, corse a Piacenza e Parma, costringendo que' popoli a rimettersi sotto il dominio del duca di Milano, come spettanti a quel ducato; e ilduca di Ferrararicuperò Cento, Lugo, Bagnacavallo e le altre sue terre di Romagna; ma non già la città di Reggio, perchè, ito colle sue genti colà, niun movimento si fece da que' cittadini in suo favore.Apertosi poi in Roma il conclave, in poco tempo, per opera specialmente de' cardinali giovani, fu eletto papaGiovanni cardinale, figliuolo del fu rinomato Lorenzo della celebre casade Medici, non senza maraviglia del popolo, che vide posto nella cattedra di san Pietro chi non avea se non trentasette anni: del che per tanti anni addietro non vi era esempio. Prese egli il nome diLeone X. Universalmente venne applaudita sì inaspettata elezione, perchè questo personaggio non avea macchie ne' precedenti suoi costumi; era di genio dolce, liberale e magnifico, letterato ed amante della letteratura. Infatti, non uscito per anche dal conclave, prese per segretarii delle sue letterePietro BemboeJacopo Sadoleto, scrittori di raro merito, e coltempo cardinali insigni. Perciò si figurò la gente in lui il rovescio del poc'anzi defunto papa Giulio II, cioè un pontefice che metterebbe le sue delizie nel godimento della pace, e farebbe godere ad ognuno un soave governo. Se in tutto l'indovinassero ce ne accorgeremo. Diede egli principio al suo reggimento colla mansuetudine e con rara magnificenza nel dì della sua coronazione, che fu il giorno 11 d'aprile, perchè fu essa eseguita con incredibil pompa, talmente che non v'era memoria di solennità simile a questa. Acconsentì che v'intervenisseAlfonso ducadi Ferrara, il quale in abito ducale portò il gonfalon della Chiesa. Vi furono eziandio iduchi d'Urbinoedi Camerino, ed un concorso innumerabile di nobiltà. Cento mila ducati d'oro (se n'erano trovati trecento mila in castello Sant'Angelo) costò quella funzione, che non riportò applauso dai saggi, i quali avrebbono desiderato che un romano pontefice, invece di profondere i tesori in pompe secolaresche, si fosse applicato alla correzion de' costumi della sacra sua corte: difetto che pur troppo produsse dei lagrimevoli sconcerti sotto questo medesimo papa. Nulla si fece di questo; anzi Roma divenne l'emporio dell'allegria, del lusso, de' solazzi e banchetti, più di quel che fosse mai stata; laonde sempre più crebbe la dissolutezza e licenza con grave danno della disciplina ecclesiastica. Si mostrò sui principii papa Leone neutrale ed irresoluto nei torbidi d'Italia, giacchè si udivano i preparamenti de' Franzesi per tornare in Italia, ed altrettanto farsi da' Veneziani collegati con essi, per ricuperare le città perdute: al qual fine crearono lor capitan generaleBartolomeo d'Alviano, capitano di singolare valore e sperienza, già per onorifica adozione decorato del cognome della casa Orsina. Era questi stato condotto prigione in Francia; e rilasciato ora in virtù della lega, seppe così ben giustificare o col vero o col falso la condotta sua nella battaglia di Ghiaradadda,rifondendone tutta la colpa sul Pitigliano, che tornò in grazia del senato veneto. Si prevalse il papa di questi romori per far paura aMassimiliano ducadi Milano, tanto che ottenne di ricavar dalle sue mani Parma e Piacenza. Il che fatto, non piacendo ad esso pontefice la venuta de' Franzesi, cominciò segretamente (per non disgustare il re di Francia) a muovere con danari gli Svizzeri al soccorso del duca di Milano.Già erano insorte varie commozioni per le città di quel ducato, perchè i popoli, dianzi cotanto infastiditi del dominio e pesante governo de' Franzesi, sperando miglior trattamento sotto lo Sforza, s'erano poi trovati non poco ingannati, stante l'eccesso delle taglie imposte per pagare e regalare gl'insaziabili Svizzeri, e per raunare un esercito in difesa dello Stato. Perciò prevaleva il desiderio di tornar sotto i non più odiati Franzesi, divenendo il minor male in confronto del maggiore una spezie di bene nelle bilance del mondo. Tanto più ancora se ne invogliarono i popoli, perchè sembrava loro lo Sforza principe di poca mente, e anche di minore spirito. Avvenne eziandio cheSagramoro Visconte, deputato all'assedio del castello di Milano, tuttavia occupato da essi Franzesi e languente, v'introdusse una notte gran quantità di farina, vino e grascia: dopo il qual tradimento se ne fuggì all'armata nemica, oppure in Francia, dove ricevette non poche finezze dal re Lodovico. Calarono finalmente i Franzesi da Susa in Lombardia con forte esercito, sotto il comando delsignor della Tremogliaassistito dal prode marescialloGian-Jacopo Trivulzio, e s'impadronirono senza opposizione di Asti e d'Alessandria. Le speranze di Massimiliano Sforza erano riposte negli Svizzeri, giacchè ilCardonavicerè di Napoli co' suoi Spagnuoli se ne stava sul Piacentino con ordini segreti delre Cattolicodi non mettere a rischio la sua picciola armata, e di ritirarsi, occorrendo, ad assicurare il regnodi Napoli. Grandi rumori e quasi guerra fu fra gli stessi Svizzeri, perchè parte di essi era stata guadagnata dalla pecunia franzese. Pure prevalendo il partito di chi ardentemente bramava la difesa dello Sforza nel ducato di Milano, cinque mila d'essi vennero ad unirsi con lui, e maggior numero anche se ne aspettava. Con questo rinforzo uscì il duca in campagna, e andò a postarsi su quel di Tortona, per opporsi a' Franzesi. Ma intanto il popolo di Milano, veggendo sguernita la città di milizie, e minacciante il castello, acclamò il nome de' Franzesi. Fu subito ristorato di nuove genti e di vettovaglie quell'importante castello. Dalla altra parte non perde tempo l'Alviano, generale de' Veneziani, e, prevalendosi del terrore già sparso per li popoli, uscì in campagna con mille e ducento lancie due mila e cinquecento cavalli leggeri ed otto mila fanti, gente tutta ben agguerrita e coraggiosa. Impadronitosi di Valeggio e di Peschiera, ancorchè intendesse fatti gagliardi movimenti in Brescia, e fosse chiamato colà; pure s'indrizzò a Cremona, dove bravamente entrò, con isvaligiarCesare Feramosca, che con trecento cavalli e cinquecento fanti del duca di Milano era ivi in guardia. Mentre rinforzava di vettovaglie il castello, che tuttavia restava in potere de' Franzesi, ma vicino a rendersi, spedìRenzo da Cericon parte di sue genti a Bergamo, dove era invitato da quel popolo. Furono ivi inalberate le bandiere di San Marco. Altrettanto fece, al comparire di Renzo, la città di Brescia, con ritirarsi gli Spagnuoli nel castello. L'esempio di Cremona servì a far rivoltare anche Lodi e Soncino.Quasi nel medesimo tempo spedite dal re di Francia nove galee sottili con altri legni alla volta di Genova, si trovarono secondate da molta gente delle riviere, e molto più daAntoniottoeGirolamofratelli Adorni, i quali mossero tumulto in quella città con tal vigore, cheGiano Fregosodurò fatica a salvar la vita collafuga. Tornò Genova in tal guisa, ma senza il castelletto, alla divozion de' Franzesi, e fu ivi costituito governatore pel re Cristianissimo il suddetto Antoniotto. Non potea con più prospero vento camminar la fortuna de' Franzesi, perchè nulla più restava che facesse lor contrasto, se non Novara e Como, tuttavia ubbidienti aMassimiliano Sforza. S'era appunto ridotto questo principe a Novara, dove già erano giunti cinque o sei mila Svizzeri, quando il Tremoglia e il Trivulzio giunsero sotto quella città, e si diedero tosto a bersagliarla con sedici pezzi d'artiglieria. l'Anonimo Padovano fa ascendere l'armata de' Franzesi a mille quattrocento lancie, a mille cavalli leggeri e a quattordici mila fanti. Gli scrittori franzesi, all'incontro, le danno solamente cinquecento uomini d'armi, o, vogliam dire, lancie, sei mila lanzicheneschi tedeschi e quattro mila fanti franzesi, non avendo voluto il Tremoglia aspettare altri rinforzi che erano in viaggio. Parea che gli Svizzeri sprezzassero l'arrivo del campo franzese, talmente che vollero che stesse aperta la porta di Novara: nel qual tempo tremava di paura Massimiliano Sforza, veggendosi ristretto in quella stessa città, dove suo padre era stato venduto da altri Svizzeri al medesimo Trivulzio, che era ivi all'assedio, temendo un simile brutto giuoco da quella nazion venale. E certo fu creduto che non mancassero secreti maneggi per questo; anzi il Tremoglia superbamente avea scritto al re che gli darebbe prigione ancor questo duca. Ma sentendo il Tremoglia che veniva il capitano ossia generalMottinocon altri sette mila Svizzeri verso Novara, si ritirò due miglia lungi da quella città a un luogo appellato la Riotta, e quivi malamente si accampò. Il Belcaire, copiato poi dallo scrittor franzese della Lega di Cambrai, forse persuaso che i suoi nazionali fossero invincibili, ed incapaci di commettere mai spropositi, rovescia il difetto di questo accampamento sulTrivulzio, quasi chenon avesse avuti la Francia tanti attestati della fedeltà e del sapere di questo insigne capitano italiano, e quasi che mancassero ingegneri ed uomini intendenti tra i Franzesi stessi che potessero scorgere il difetto di quell'accampamento, e non potesse farsi ubbidire il Tremoglia. Arrivò poi in Novara il Mottino colle sue genti; e, fatto consiglio, fu risoluto di andare ad assalire il campo franzese, senza aspettare il capitanoAltosasso, che dovea venire con altre schiere di Svizzeri ad unirsi con loro. Pertanto sul far del giorno sesto di giugno, usciti in numero di dieci mila, furono addosso ai Franzesi, che non si aspettavano siffatta visita, e si attaccò la terribil giornata. Fecero sulle prime le artiglierie franzesi de' notabili squarci nelle file nemiche; ma essendo riuscito agli Svizzeri di occupar que' medesimi bronzi, e di rivolgerli contra gli stessi Franzesi dopo un feroce combattimento di più ore, e dopo una grande vicendevole strage, toccò ai Franzesi di voltar le spalle. Secondo il solito de' fatti d'armi, che diversamente sono raccontati a misura delle diverse passioni, ancor questo si truova descritto con gran varietà. Scrive l'Anonimo Padovano che, a comun giudizio, vi perirono circa dieci mila persone fra tutte e due le parti, ma molto più de' Franzesi, e quasi tutti fanti. Lo storico Gradenigo mette morti cinque mila Svizzeri ed otto mila Franzesi, la cavalleria de' quali, o perchè non potè, o perchè non volle combattere, quasi tutta si salvò. Lasciarono i Franzesi in preda ai vincitori tutte le artiglierie e munizioni. Il peggio fu che senza poter essere ritenuti, non solamente si ritirarono in Piemonte, ma passarono anche di là da' monti: scena accaduta anche a' dì nostri. Qui avrei voluto l'eloquenza del Belcaire e dell'autore della Lega di Cambrai a scusare e giustificare sì grande scappata dei lor nazionali, quando aveano Alessandria, Asti, ed altre città da potervisi ricoverare. Ma i mentovati due scrittorihan dimenticato di stendere questa apologia.S'era dianzi inoltrato sino a Lodi loAlvianocoll'armata veneta, bramoso di unirsi co' Franzesi; ma perchè ilCardonacogli Spagnuoli si mosse a quella volta affin di vietargli il passo, quivi si fermò. Udita poi la rotta de' Franzesi, disfatto il ponte sull'Adda, abbandonata anche Cremona, si ritirò a Ghedi. Videsi poscia una strana peripezia, perchè, per così dire, in un momento si rivoltò tutto lo Stato di Milano contra de' Franzesi. In Milano quanti di loro si trovarono che non ebbero tempo di salvarsi nel castello, tutti furono messi a fil di spada. A trecento Guasconi, che erano in Pavia, toccò la medesima mala sorte. Tutte le altre città si rivoltarono, mandando a chiedere perdono aMassimiliano duca, con essere poi condannata ognuna a pagare quantità grande di danaro, cioè Milano ducento mila ducati d'oro, e le altre a proporzione: danaro che colò tutto per premio della vittoria in mano agli Svizzeri, i quali, inseguendo da lungi i fuggitivi Franzesi, maggiormente s'ingrassarono alle spese de' Monferrini e Piemontesi. Intanto il vicerè di Napoli, che era fin qui stato alla veletta, osservando qual esito avesse da avere la fortuna dei Franzesi, si avviò a Cremona, e fu ammesso in quella città. Diede ancora adOttaviano Fregosotre mila fanti e quattrocento cavalli, sotto il comando delmarchese di Pescara, per poter entrare in Genova, con patto che, entratovi, gli pagasse ottanta mila ducati d'oro. Se ne impadronì egli con esserne fuggitoAntoniotto Adorno, ed ivi fu creato doge, con aver poi quella repubblica sborsato sì grave regalo all'ingordo Cardona. Fu anche abbandonata Brescia daRenzo di Ceri, non avendo egli assai forze da difenderla; ma, nel volere ridursi a Crema, s'incontrò in parte dell'armata spagnuola che marciava alla volta di Brescia, e fu forzato in Soresina a lasciare in lor mano le artiglierie, per potersi speditamente salvare in essa Crema.Entrarono dunque di nuovo gli Spagnuoli in possesso della città di Brescia, di cui già tenevano il castello. Da lì a qualche tempo anche Bergamo tornò alla lor divozione, con pagare venti mila ducati di taglia. Era ridotto alla TombaBartolomeo d'Alvianocolle milizie venete, dove concorsero molti Veronesi, malcontenti del dominio tedesco, e l'animarono all'acquisto della lor patria, perchè non vi erano di presidio se non due mila fanti e cinquecento cavalli. Dopo aver egli inteso cheGian-Paolo Baglione, spedito a Lignago, se n'era impadronito, passò sotto Verona. Con incredibil prestezza piantò le batterie, e fece alquanto di breccia; venne anche all'assalto. Tal difesa nondimeno fecero, e tali precauzioni presero i pochi Tedeschi lasciati ivi di guarnigione, che l'Alviano, giacchè non si sentiva commozione alcuna di dentro, si ritirò nel Padovano, aspettando ciò che meditassero gli Spagnuoli, i quali, impadronitisi per forza di Peschiera, e giunti all'Adige, aveano ivi gittato un ponte. In questi tempi ancora pervenne a Verona ilvescovo Gurgense, primo mobile della corte di Massimiliano Cesare, con quattro mila fanti e secento cavalli borgognoni, tutta bella gente. Al quale avviso i Veneziani rinforzarono di molte soldatesche Trivigi sotto il comando del Baglione. L'Alviano restò in Padova, dove fece delle mirabili fortificazioni, coll'atterramento di molte case, con una vastissima spianata intorno alla città, e con ogni maggior provvisione per sostenere un assedio.Attesero in questo mentre gli Spagnuoli a ricuperar Lignago; indi passarono a Montagnana, e quivi tennero molti consigli. Era di parere il Cardona vicerè che s'imprendesse l'assedio di Trivigi, come più facile a riuscire; ma gli convenne cedere all'ostinata volontà del vescovo Gurgense, che pontò in preferir quello di Padova. Arrivarono in questi giorni al loro campo ducento uomini di armi, che, alle forti istanze di Cesare,mandòpapa Leone. Mal volontieri, dice il Guicciardino. Fu questo nondimeno un segno che il pontefice, ancorchè andasse tergiversando, inclinava alla aderenza dell'imperatoree delre di Spagna. l'Anonimo Padovano scrive che furono ducento lancie e due mila fanti spediti dal papa; e a lui, più che al Guicciardino, sembra in molte circostanze dovuta fede, perchè scrive d'essersi trovato presente in queste guerre d'Italia. Era composto l'esercito spagnuolo di mille lancie, cinquecento cavalli leggieri e sette mila fanti, co' quali si congiunsero quattro mila fanti tedeschi e cinquecento cavalli borgognoni condotti dal suddetto vescovo Gurgense: esercito poco sufficiente ad espugnar Padova, città di gran circuito, ben munita e difesa dall'Alviano, uomo senza paura. Riuscì infatti ridicolo il tentativo fatto contra di quella città, e dopo diciotto giorni fu obbligato il Cardona a ritirarsi a Vicenza, città in questi tempi come deserta, perchè continuamente esposta agl'insulti e al possesso di chiunque giugnea colà più forte. Nè già era più felice lo stato de' Bergamaschi. Dacchè gli Spagnuoli si furono impadroniti di quella città, i loro commissarii aveano riscossi quindici mila ducati d'oro da quegli afflitti cittadini.Renzo da Ceri, che, stando in Crema per li Veneziani, tenea spie in Bergamo, segretamente di notte con trecento cavalli e mille fanti marciò a quella volta; ed, entrato nel far del giorno in essa città, non solamente risparmiò a quei commissarii la fatica di portar via quel danaro, ma anche, uccisi e presi molti di quei Spagnuoli, s'impossessò della città; e, lasciato ivi il capitan Cagnolino Bergamasco, se ne tornò subito a Crema. Pochi giorni passarono che giunse in Brescia ilconte Antonio da Lodronecon due mila Tedeschi; e già si disponeva per passare a Bergamo. Cagion fu questo avviso che il Cagnolino si ritirasse in fretta colle sue genti a Crema, e Bergamo tornasse in potere degli Spagnuoli. Risoluto poscia ilconte di Lodrone d'acquistar Pontevico, posto di grande importanza sull'Oglio, colle artiglierie, e con un buon corpo di combattenti ito colà, dopo una gran rottura di muro, diede l'assalto alla terra. Fu questa mirabilmente difesa dal capitan Fattinnanzi, che v'era di guarnigione con quattrocento fanti, di modo che dopo gran sangue il conte fu astretto a convertire l'assedio in blocco. Passato un mese, per mancanza di vettovaglie, quel capitano rendè la terra, salvo l'avere e le persone. Avea Renzo da Ceri preso gusto alla preda. Dacchè seppe che gli Spagnuoli aveano riscosso dai miseri Bergamaschi altra gran somma di danaro per compensare i danni dianzi patiti, ma senza colpa dei cittadini, se ne tornò col solito suo corteggio a quella città; e, presi quanti Spagnuoli ivi trovò, dopo avervi lasciato di presidio ottocento fanti e ducento cavalli sotto il governo di Bartolomeo da Mosto, si ridusse di nuovo a Crema. Ciò inteso, il vicerèCardonacon lettere raccomandò la ricuperazion di Bergamo al duca di Milano, il quale si trovava allora cogli Svizzeri in Piemonte, saccheggiando tutto il paese, sotto pretesto d'impedire ai Franzesi il ritorno in Italia. Spedì il duca a quell'impresa con assai schiere ed artiglierieSilvio SavelloeCesare Feramosca, che cominciarono a battere la città. Ma ecco sul far del giorno giugnere quattrocento cavalli ed altrettanti fanti, inviati da Crema da Renzo da Ceri, che animosamente assalirono il campo milanese, nel qual tempo uscirono alla medesima danza gli altri ch'erano nella città. Fu sanguinosa la pugna; ma infine rimasero sconfitti i Veneziani colla perdita di quasi tutti i fanti. S'arrendè l'infelice città di Bergamo, e all'innocente popolo fu imposta dal Savello una taglia di dieci mila ducati d'oro.Dappoichè fu sciolto l'assedio di Padova, fecepapa Leonequante pratiche potè per istaccare i Veneziani dalla lega coi Franzesi; ma senza frutto: tanto erairritato quel senato contro la mala fede degli Spagnuoli. Però, essendosi il vicerèCardonaridotto con tutti i capitani in Verona, tenuto fu ivi consiglio, e risoluto d'infestare i Veneziani, per trarli colla forza ad acconciarsi con loro. Nel dì 17 di settembre s'avviò l'esercito collegato verso il Padovano, con bando che fosse lecito ad ognuno il mettere a ferro e fuoco tutto il paese da Monselice sino alle Acque salse. Fu eseguito il barbarico editto, e in tempo che i poveri popoli, non aspettando la seconda visita di questi cani, erano ritornati colle famiglie e bestiami alle lor case. Non contenti costoro, cristiani di nome, e Turchi ne' fatti, di far grandissimo bottino, imprigionavano, uccideano e bruciavano case e ville, dovunque arrivava il loro furore. Meno degli altri non operavano i soldati del papa. Fra le altre terre l'amena e fertile di Pieve di Sacco, dove si contavano tante belle case di nobili veneti, tutta fu consegnata alle fiamme. Lungo le Brente nuova e vecchia fecero lo stesso scempio, scorrendo sino a Lizzafusina, Mergara, Mestre ed altri luoghi marittimi, dai quali spararono anche di molte cannonate verso Venezia, con arrivar le palle fin quasi a quella nobilissima città: il che riempiè di terrore il popolo. L'Alviano, che in Padova rodeva il freno al mirar tante iniquità dei nemici, seppe con tal efficacia persuadere al senato veneto che si potea reprimere la baldanza di quegli assassini, e di tagliar loro il ritorno a casa, che data gli fu licenza di uscire in campagna coll'armata sua, benchè inferiore all'altra di forze. I movimenti di questo generale, e i passi stretti occupati da lui con far rompere le strade, cagion furono che i collegati risolvessero di retrocedere per non restar privi dei viveri. Ma alla Brenta e al Bachiglione ebbero a fronte l'Alviano, il quale in tal maniera li strinse, che non sapeano trovar alcun varco per ridursi in salvo. In tale stato di cose, se l'Alviano fosse stato un saggio e prudente capitano,avrebbe di troppo angustiato il nemico, e, senza azzardar battaglia, gli avrebbe dissipati o vinti colla fame. Ma egli non parlava d'altro che di venire alle mani; e quantunqueAndrea GrittieAndrea Loredanolegati della repubblica colla maggior parte de' capitani si opponessero, mostrando che non era da combattere con gente disperata; pure si ostinò nella sua risoluzione, e furibondo non rispose se non con villanie a chi gli contraddiceva. Non restava ai collegati altro scampo che la via di Valsugana per ritirarsi a Trento, ma questa si trovava piena di mille difficoltà. Sicchè il miglior partito era quello d'aprirsi il passo colla spada alla mano, se non che temeano che i Veneziani abborrissero questo giuoco. Ma il saggioProspero Colonna, ben conoscente del genio fervido e superbo dell'Alviano, promise di tirare il campo veneto ad un fatto d'armi.La mattina dunque del dì 7 d'ottobre,Ferdinando d'Avalosmarchese di Pescara, giovane valorosissimo, s'avviò contro de' Veneziani verso l'Olmo, ed unitosi col Colonnese nelle coerenze di Creazzo, circa tre miglia lungi da Vicenza, diede principio alla terribile zuffa. Si combattè con incredibile ardore da ambe le parti, ma infine restò sconfitto l'Alviano. Le particolarità di questo conflitto sono descritte in differente guisa dal Guicciardino, dal Giovio, dal Gradenigo e da altri. Fra morti e presi de' Veneti si contarono circa quattrocento uomini di arme e quattro mila fanti. L'Anonimo Padovano vi aggiugne più di ottocento cavalli leggeri, e fa maggiore la strage de' fanti. Restarono prigioniGian-Paolo Baglionegovernatore della veneta armata,Giulio Manfrone,Andrea Loredanolegato del campo, che fu poi barbaramente ucciso per gara nata fra i pretendenti di averlo prigione. Tutta l'artiglieria coi carriaggi venne in potere dei vincitori, i quali la stessa sera cenarono in Vicenza. Al vedere che il senato veneto non prese risoluzione alcuna contro dell'Alviano,può far credere fondato il sentimento di alcuni che scrivono esser egli stato spinto dal Loredano suddetto ad uscire alla battaglia. Il Loredano morto non potè più dir le sue ragioni. Perchè si avvicinava il verno, niun'altra impresa tentarono i collegati, se non che il Cardona seguitò da Vicenza ad infestar il Padovano, con lasciar tempo alla repubblica veneta, intrepida sempre in mezzo alle sue sventure, di far nuove provvisioni di guerra. Andato poscia a Roma ilvescovo Gurgense Matteo Langio, creato già cardinale, si ripigliarono i trattati di pace, e ne fu fatto compromesso inpapa Leone X; ma ancor questa volta andò in fascio l'affare per le differenti pretensioni di tante teste. Prima che terminasse l'anno presente, con tuttochè, a cagion d'esso trattato, fosse seguita sospension d'armi, fu preso dai Tedeschi Marano, castello quasi inespugnabile nel Friuli. Per ricuperarlo fu spedito colà dai Veneziani un picciolo esercito, ma che restò rotto con istrage di molti, e colla perdita delle artiglierie. In LombardiaProspero Colonna, divenuto generale dell'esercito del duca di Milano, andò a mettere l'assedio a Crema al dispetto del verno ben rigoroso. Dentro v'eraRenzo da Ceri, che fece delle maraviglie di valore, con rompere più volte i nemici, e far prigioni e prede; e condusse così ben l'impresa, che fu necessitato il Colonna a lasciar in pace quella terra nell'anno seguente. Durante esso verno occuparono i Tedeschi anche Sacile e Feltre e misero di nuovo a ferro e fuoco la misera patria del Friuli. Delle guerre fatte in questi tempi dal re d'Inghilterra e dagli Svizzeri contra al re di Francia, per le quali il re Lodovico non potè accudire all'Italia, e della guerra mossa dal re di Scozia contro gl'Inglesi, siccome avventure non pertinenti all'assunto mio, niuna menzione farò io, dovendo i lettori curiosi prenderne informazione da altre storie.
Fra tante sue sventure non avea per ancheLuigi XIIre di Francia dato congedo in suo cuore al desiderio e alla speranza di ricuperar lo Stato di Milano, perchè tuttavia si conservavano alla divozione di lui i castelli di Milano e di Cremona, e la Lanterna ossia il Finale di Genova. Vari negoziati perciò fece durante questo verno coi potentati nemici, o per pacificarli, o per rompere la lorounione. Nulla potè ottenere dall'Inghilterra, meno dal papa e da Massimiliano. Per quanti progetti facesse agli Svizzeri, costoro insuperbiti, mirando d'alto in basso gli stessi monarchi, non volendo abbandonare la vigna che loro molto bene fruttava, e credendo oramai di poter dar legge ad ognuno, saldi stettero in sostenere lo Sforza. Unicamente riuscì ad esso re di stabilire la tregua di un anno col re Cattolico, ma solamente per li confini dell'Alpi coll'Aragona. Per consiglio ancora diGian-Jacopo Trivulzio, si rivolse ai Veneziani, non essendogli ignoto quanto amareggiato giustamente fosse quel senato pel tradimento usatogli dalla lega e dal papa, e perchè Massimiliano nell'investitura data allo Sforza avea compreso anche Brescia, Bergamo e Crema. Infatti dopo molti dibattimenti nel dì 13 (altri dicono nel dì 24) di marzo dell'anno presente fu conclusa una lega difensiva ed offensiva fra esso re Lodovico e la repubblica veneta, con obbligarsi questa a mantenere mille e ducento lancie, ed otto mila fanti in aiuto del re; e che Bergamo, Brescia, Cremona e la Ghiaradadda dovessero tornare sotto la signoria di Venezia.Andrea Grittiprigione in Francia, riavuta la libertà, fu destinato a sottoscrivere questo accordo, per cui s'avea a vedere una scena nuova in Italia. Intanto le prosperità dell'anno precedente accendevano l'animo dipapa Giulioa disegni maggiori, coll'essersi messo in capo di regolare a talento suo l'Italia tutta, per non dire tutti i principi della cristianità. Già avea stesa una bolla terribile contra delre di Francia, privandolo del titolo di re, e concedendo quel regno a chiunque lo occupasse, con attizzar più che mai ilre d'Inghilterra Arrigocontra dell'altro. Avea segretamente comperata daMassimiliano Cesareper trenta mila ducati d'oro la città di Siena, affin di darla al nipoteduca d'Urbino. Sdegnato colcardinal de Medici, pensava ad alterar di nuovo lo Stato di Firenze; minacciava i Lucchesi, e volea mettere in Genova perdogeOttaviano Fregoso, con cacciarneGiano. E perciocchè egli frequentemente avea in bocca di voler liberare l'Italia dai Barbari, anzi gradiva il titolo di liberatore, come se già avesse terminata sì grande opera, per attestato del Giovio nella Vita di Alfonso duca di Ferrara, ilcardinal Grimanigli disse un dì che restava pur tuttavia sotto il giogo il regno di Napoli. Allora Giulio, crollando il bastone su cui s'appoggiava, e fremendo, con ira disse che in breve, se il cielo altro non disponeva, i Napoletani avrebbono un altro padrone. Ma il principale sfogo dello sdegno pontificio avea da essere nella primavera contra delduca di Ferrara, il quale, abbandonato da tutti, pensò in questo frattempo di prepararsi a morire glorioso, col fare ogni possibil difesa. Stabilì una tregua coi Veneziani, fortificò Ferrara, prese al suo soldoFederigo Gonzagasignor di Bozzolo con due mila fanti italiani, il capitan Calappini con altri due mila fanti tedeschi, i quali, quantunque il papa facesse comandar loro dall'imperadore, come a vassalli suoi, di ritornarsene, pur vollero osservar la fede data al duca.
Era immerso in questi gran pensieri di mondo papaGiulio II, pensieri confacevoli tutti al feroce suo animo e genio guerriero, quando venne Dio a chiamarlo ai conti in tempo ch'egli forse non si aspettava. Dopo alcuni giorni di malattia, nei quali conservò sempre il giudizio consueto, e quella severità, a cui niuno del sacro collegio osò in addietro di contraddire, dopo aver divotamente ricevuti i sacramenti della Chiesa, nella notte del dì 20 di febbraio, venendo il giorno 21, spirò l'anima sua. Ho io chi scrive ch'egli sull'ultimo cadde in delirio, e andava gridando:Fuori d'Italia Franzesi: Fuori Alfonso d'Este. Ma ha maggior fondamento chi scrisse, esser egli stato esente dalla frenesia. Scrivono gli storici veneti che alla di lui morte cooperò la rabbia, per avere inteso il trattato di lega che si manipolava fra ilre di Francia e la loro repubblica, e per conoscere d'essere in odio a tutti i cardinali per li suoi marziali disegni. Ma queste verisimilmente non furono che immaginazioni. Quel che è certo, questo pontefice comparve agli occhi del mondo principe d'animo invitto, impetuoso, e pieno non men di smisurati disegni che di spirito di vendetta, e benemerito assai della Chiesa romana pel temporale. Qual poscia egli comparisse agli occhi di Dio, coll'aver suscitate tante guerre per la cristianità, invece di promuovere qual padre comune la pace, avendola tante volte avuta in sua mano, e coll'avere impiegate le sostanze della Chiesa, ed abusato anche della religione in tanti secolareschi impegni: a noi non tocca di deciderlo. Tuttavia l'autor franzese della Lega di Cambrai non lascia di riflettere che tanti disordini, cagionati da questo pur troppo bellicoso pontefice, troppo influirono a scemar la venerazione dovuta al sommo grado dei successori di san Pietro, e a far nascere il deplorabile scisma de' popoli settentrionali, siccome fra pochi anni avvenne. Che s'egli acquistò fama di grand'uomo, ciò fu, secondo il Guicciardino,presso coloro, i quali, essendo perduti i veri vocaboli delle cose, e confusa la distinzion del pesarle rettamente, giudicano che sia più uffizio de' pontefici l'aggiugnere coll'armi e col sangue de' cristiani imperio alla sedia apostolica, che l'affaticarsi coll'esempio buono della vita, e col correggere e medicare i costumi trascorsi per la salute di quelle anime, per le quali si magnificano che Cristo gli abbia costituiti in terra suoi vicarii. Per altro fu uno de' suoi pregi l'essersi astenuto dagli eccessi nell'amor del suo sangue, da cui non si guardarono altri papi di questi tempi, avendo egli solamente ottenuto dai cardinali sul fin della vita che Pesaro fosse dato in vicariato alduca d'Urbinosuo nipote. Alle forti istanze ancora dimadonna Felicesua figlia, moglie diGiovan-GiordanoOrsino,la quale desiderava il cappello cardinalizio per Guido da Montefalco suo fratello uterino, rispose apertamente che non era persona degna di quel grado. A questo pontefice ancora si dee il principio della nuova basilica vaticana, una delle maraviglie del mondo, con altre belle fabbriche entro e fuori di Roma. Secondo il Ciaconio, fu egli il primo dei papi che cominciò a portar barba lunga, per opinione che da questo selvatico e vano ornamento avesse a venir più riverenza a chi per tanti massicci titoli ne è sì degno. Ma che anche gli ecclesiastici e i papi portassero barba negli antichi tempi, è fuor di dubbio. La morte di questo pontefice non alterò punto la quiete di Roma. Solamente in Lombardia accadde qualche mutazione, perchè ilCardonavicerè di Napoli, tuttavia esistente in Milano, corse a Piacenza e Parma, costringendo que' popoli a rimettersi sotto il dominio del duca di Milano, come spettanti a quel ducato; e ilduca di Ferrararicuperò Cento, Lugo, Bagnacavallo e le altre sue terre di Romagna; ma non già la città di Reggio, perchè, ito colle sue genti colà, niun movimento si fece da que' cittadini in suo favore.
Apertosi poi in Roma il conclave, in poco tempo, per opera specialmente de' cardinali giovani, fu eletto papaGiovanni cardinale, figliuolo del fu rinomato Lorenzo della celebre casade Medici, non senza maraviglia del popolo, che vide posto nella cattedra di san Pietro chi non avea se non trentasette anni: del che per tanti anni addietro non vi era esempio. Prese egli il nome diLeone X. Universalmente venne applaudita sì inaspettata elezione, perchè questo personaggio non avea macchie ne' precedenti suoi costumi; era di genio dolce, liberale e magnifico, letterato ed amante della letteratura. Infatti, non uscito per anche dal conclave, prese per segretarii delle sue letterePietro BemboeJacopo Sadoleto, scrittori di raro merito, e coltempo cardinali insigni. Perciò si figurò la gente in lui il rovescio del poc'anzi defunto papa Giulio II, cioè un pontefice che metterebbe le sue delizie nel godimento della pace, e farebbe godere ad ognuno un soave governo. Se in tutto l'indovinassero ce ne accorgeremo. Diede egli principio al suo reggimento colla mansuetudine e con rara magnificenza nel dì della sua coronazione, che fu il giorno 11 d'aprile, perchè fu essa eseguita con incredibil pompa, talmente che non v'era memoria di solennità simile a questa. Acconsentì che v'intervenisseAlfonso ducadi Ferrara, il quale in abito ducale portò il gonfalon della Chiesa. Vi furono eziandio iduchi d'Urbinoedi Camerino, ed un concorso innumerabile di nobiltà. Cento mila ducati d'oro (se n'erano trovati trecento mila in castello Sant'Angelo) costò quella funzione, che non riportò applauso dai saggi, i quali avrebbono desiderato che un romano pontefice, invece di profondere i tesori in pompe secolaresche, si fosse applicato alla correzion de' costumi della sacra sua corte: difetto che pur troppo produsse dei lagrimevoli sconcerti sotto questo medesimo papa. Nulla si fece di questo; anzi Roma divenne l'emporio dell'allegria, del lusso, de' solazzi e banchetti, più di quel che fosse mai stata; laonde sempre più crebbe la dissolutezza e licenza con grave danno della disciplina ecclesiastica. Si mostrò sui principii papa Leone neutrale ed irresoluto nei torbidi d'Italia, giacchè si udivano i preparamenti de' Franzesi per tornare in Italia, ed altrettanto farsi da' Veneziani collegati con essi, per ricuperare le città perdute: al qual fine crearono lor capitan generaleBartolomeo d'Alviano, capitano di singolare valore e sperienza, già per onorifica adozione decorato del cognome della casa Orsina. Era questi stato condotto prigione in Francia; e rilasciato ora in virtù della lega, seppe così ben giustificare o col vero o col falso la condotta sua nella battaglia di Ghiaradadda,rifondendone tutta la colpa sul Pitigliano, che tornò in grazia del senato veneto. Si prevalse il papa di questi romori per far paura aMassimiliano ducadi Milano, tanto che ottenne di ricavar dalle sue mani Parma e Piacenza. Il che fatto, non piacendo ad esso pontefice la venuta de' Franzesi, cominciò segretamente (per non disgustare il re di Francia) a muovere con danari gli Svizzeri al soccorso del duca di Milano.
Già erano insorte varie commozioni per le città di quel ducato, perchè i popoli, dianzi cotanto infastiditi del dominio e pesante governo de' Franzesi, sperando miglior trattamento sotto lo Sforza, s'erano poi trovati non poco ingannati, stante l'eccesso delle taglie imposte per pagare e regalare gl'insaziabili Svizzeri, e per raunare un esercito in difesa dello Stato. Perciò prevaleva il desiderio di tornar sotto i non più odiati Franzesi, divenendo il minor male in confronto del maggiore una spezie di bene nelle bilance del mondo. Tanto più ancora se ne invogliarono i popoli, perchè sembrava loro lo Sforza principe di poca mente, e anche di minore spirito. Avvenne eziandio cheSagramoro Visconte, deputato all'assedio del castello di Milano, tuttavia occupato da essi Franzesi e languente, v'introdusse una notte gran quantità di farina, vino e grascia: dopo il qual tradimento se ne fuggì all'armata nemica, oppure in Francia, dove ricevette non poche finezze dal re Lodovico. Calarono finalmente i Franzesi da Susa in Lombardia con forte esercito, sotto il comando delsignor della Tremogliaassistito dal prode marescialloGian-Jacopo Trivulzio, e s'impadronirono senza opposizione di Asti e d'Alessandria. Le speranze di Massimiliano Sforza erano riposte negli Svizzeri, giacchè ilCardonavicerè di Napoli co' suoi Spagnuoli se ne stava sul Piacentino con ordini segreti delre Cattolicodi non mettere a rischio la sua picciola armata, e di ritirarsi, occorrendo, ad assicurare il regnodi Napoli. Grandi rumori e quasi guerra fu fra gli stessi Svizzeri, perchè parte di essi era stata guadagnata dalla pecunia franzese. Pure prevalendo il partito di chi ardentemente bramava la difesa dello Sforza nel ducato di Milano, cinque mila d'essi vennero ad unirsi con lui, e maggior numero anche se ne aspettava. Con questo rinforzo uscì il duca in campagna, e andò a postarsi su quel di Tortona, per opporsi a' Franzesi. Ma intanto il popolo di Milano, veggendo sguernita la città di milizie, e minacciante il castello, acclamò il nome de' Franzesi. Fu subito ristorato di nuove genti e di vettovaglie quell'importante castello. Dalla altra parte non perde tempo l'Alviano, generale de' Veneziani, e, prevalendosi del terrore già sparso per li popoli, uscì in campagna con mille e ducento lancie due mila e cinquecento cavalli leggeri ed otto mila fanti, gente tutta ben agguerrita e coraggiosa. Impadronitosi di Valeggio e di Peschiera, ancorchè intendesse fatti gagliardi movimenti in Brescia, e fosse chiamato colà; pure s'indrizzò a Cremona, dove bravamente entrò, con isvaligiarCesare Feramosca, che con trecento cavalli e cinquecento fanti del duca di Milano era ivi in guardia. Mentre rinforzava di vettovaglie il castello, che tuttavia restava in potere de' Franzesi, ma vicino a rendersi, spedìRenzo da Cericon parte di sue genti a Bergamo, dove era invitato da quel popolo. Furono ivi inalberate le bandiere di San Marco. Altrettanto fece, al comparire di Renzo, la città di Brescia, con ritirarsi gli Spagnuoli nel castello. L'esempio di Cremona servì a far rivoltare anche Lodi e Soncino.
Quasi nel medesimo tempo spedite dal re di Francia nove galee sottili con altri legni alla volta di Genova, si trovarono secondate da molta gente delle riviere, e molto più daAntoniottoeGirolamofratelli Adorni, i quali mossero tumulto in quella città con tal vigore, cheGiano Fregosodurò fatica a salvar la vita collafuga. Tornò Genova in tal guisa, ma senza il castelletto, alla divozion de' Franzesi, e fu ivi costituito governatore pel re Cristianissimo il suddetto Antoniotto. Non potea con più prospero vento camminar la fortuna de' Franzesi, perchè nulla più restava che facesse lor contrasto, se non Novara e Como, tuttavia ubbidienti aMassimiliano Sforza. S'era appunto ridotto questo principe a Novara, dove già erano giunti cinque o sei mila Svizzeri, quando il Tremoglia e il Trivulzio giunsero sotto quella città, e si diedero tosto a bersagliarla con sedici pezzi d'artiglieria. l'Anonimo Padovano fa ascendere l'armata de' Franzesi a mille quattrocento lancie, a mille cavalli leggeri e a quattordici mila fanti. Gli scrittori franzesi, all'incontro, le danno solamente cinquecento uomini d'armi, o, vogliam dire, lancie, sei mila lanzicheneschi tedeschi e quattro mila fanti franzesi, non avendo voluto il Tremoglia aspettare altri rinforzi che erano in viaggio. Parea che gli Svizzeri sprezzassero l'arrivo del campo franzese, talmente che vollero che stesse aperta la porta di Novara: nel qual tempo tremava di paura Massimiliano Sforza, veggendosi ristretto in quella stessa città, dove suo padre era stato venduto da altri Svizzeri al medesimo Trivulzio, che era ivi all'assedio, temendo un simile brutto giuoco da quella nazion venale. E certo fu creduto che non mancassero secreti maneggi per questo; anzi il Tremoglia superbamente avea scritto al re che gli darebbe prigione ancor questo duca. Ma sentendo il Tremoglia che veniva il capitano ossia generalMottinocon altri sette mila Svizzeri verso Novara, si ritirò due miglia lungi da quella città a un luogo appellato la Riotta, e quivi malamente si accampò. Il Belcaire, copiato poi dallo scrittor franzese della Lega di Cambrai, forse persuaso che i suoi nazionali fossero invincibili, ed incapaci di commettere mai spropositi, rovescia il difetto di questo accampamento sulTrivulzio, quasi chenon avesse avuti la Francia tanti attestati della fedeltà e del sapere di questo insigne capitano italiano, e quasi che mancassero ingegneri ed uomini intendenti tra i Franzesi stessi che potessero scorgere il difetto di quell'accampamento, e non potesse farsi ubbidire il Tremoglia. Arrivò poi in Novara il Mottino colle sue genti; e, fatto consiglio, fu risoluto di andare ad assalire il campo franzese, senza aspettare il capitanoAltosasso, che dovea venire con altre schiere di Svizzeri ad unirsi con loro. Pertanto sul far del giorno sesto di giugno, usciti in numero di dieci mila, furono addosso ai Franzesi, che non si aspettavano siffatta visita, e si attaccò la terribil giornata. Fecero sulle prime le artiglierie franzesi de' notabili squarci nelle file nemiche; ma essendo riuscito agli Svizzeri di occupar que' medesimi bronzi, e di rivolgerli contra gli stessi Franzesi dopo un feroce combattimento di più ore, e dopo una grande vicendevole strage, toccò ai Franzesi di voltar le spalle. Secondo il solito de' fatti d'armi, che diversamente sono raccontati a misura delle diverse passioni, ancor questo si truova descritto con gran varietà. Scrive l'Anonimo Padovano che, a comun giudizio, vi perirono circa dieci mila persone fra tutte e due le parti, ma molto più de' Franzesi, e quasi tutti fanti. Lo storico Gradenigo mette morti cinque mila Svizzeri ed otto mila Franzesi, la cavalleria de' quali, o perchè non potè, o perchè non volle combattere, quasi tutta si salvò. Lasciarono i Franzesi in preda ai vincitori tutte le artiglierie e munizioni. Il peggio fu che senza poter essere ritenuti, non solamente si ritirarono in Piemonte, ma passarono anche di là da' monti: scena accaduta anche a' dì nostri. Qui avrei voluto l'eloquenza del Belcaire e dell'autore della Lega di Cambrai a scusare e giustificare sì grande scappata dei lor nazionali, quando aveano Alessandria, Asti, ed altre città da potervisi ricoverare. Ma i mentovati due scrittorihan dimenticato di stendere questa apologia.
S'era dianzi inoltrato sino a Lodi loAlvianocoll'armata veneta, bramoso di unirsi co' Franzesi; ma perchè ilCardonacogli Spagnuoli si mosse a quella volta affin di vietargli il passo, quivi si fermò. Udita poi la rotta de' Franzesi, disfatto il ponte sull'Adda, abbandonata anche Cremona, si ritirò a Ghedi. Videsi poscia una strana peripezia, perchè, per così dire, in un momento si rivoltò tutto lo Stato di Milano contra de' Franzesi. In Milano quanti di loro si trovarono che non ebbero tempo di salvarsi nel castello, tutti furono messi a fil di spada. A trecento Guasconi, che erano in Pavia, toccò la medesima mala sorte. Tutte le altre città si rivoltarono, mandando a chiedere perdono aMassimiliano duca, con essere poi condannata ognuna a pagare quantità grande di danaro, cioè Milano ducento mila ducati d'oro, e le altre a proporzione: danaro che colò tutto per premio della vittoria in mano agli Svizzeri, i quali, inseguendo da lungi i fuggitivi Franzesi, maggiormente s'ingrassarono alle spese de' Monferrini e Piemontesi. Intanto il vicerè di Napoli, che era fin qui stato alla veletta, osservando qual esito avesse da avere la fortuna dei Franzesi, si avviò a Cremona, e fu ammesso in quella città. Diede ancora adOttaviano Fregosotre mila fanti e quattrocento cavalli, sotto il comando delmarchese di Pescara, per poter entrare in Genova, con patto che, entratovi, gli pagasse ottanta mila ducati d'oro. Se ne impadronì egli con esserne fuggitoAntoniotto Adorno, ed ivi fu creato doge, con aver poi quella repubblica sborsato sì grave regalo all'ingordo Cardona. Fu anche abbandonata Brescia daRenzo di Ceri, non avendo egli assai forze da difenderla; ma, nel volere ridursi a Crema, s'incontrò in parte dell'armata spagnuola che marciava alla volta di Brescia, e fu forzato in Soresina a lasciare in lor mano le artiglierie, per potersi speditamente salvare in essa Crema.Entrarono dunque di nuovo gli Spagnuoli in possesso della città di Brescia, di cui già tenevano il castello. Da lì a qualche tempo anche Bergamo tornò alla lor divozione, con pagare venti mila ducati di taglia. Era ridotto alla TombaBartolomeo d'Alvianocolle milizie venete, dove concorsero molti Veronesi, malcontenti del dominio tedesco, e l'animarono all'acquisto della lor patria, perchè non vi erano di presidio se non due mila fanti e cinquecento cavalli. Dopo aver egli inteso cheGian-Paolo Baglione, spedito a Lignago, se n'era impadronito, passò sotto Verona. Con incredibil prestezza piantò le batterie, e fece alquanto di breccia; venne anche all'assalto. Tal difesa nondimeno fecero, e tali precauzioni presero i pochi Tedeschi lasciati ivi di guarnigione, che l'Alviano, giacchè non si sentiva commozione alcuna di dentro, si ritirò nel Padovano, aspettando ciò che meditassero gli Spagnuoli, i quali, impadronitisi per forza di Peschiera, e giunti all'Adige, aveano ivi gittato un ponte. In questi tempi ancora pervenne a Verona ilvescovo Gurgense, primo mobile della corte di Massimiliano Cesare, con quattro mila fanti e secento cavalli borgognoni, tutta bella gente. Al quale avviso i Veneziani rinforzarono di molte soldatesche Trivigi sotto il comando del Baglione. L'Alviano restò in Padova, dove fece delle mirabili fortificazioni, coll'atterramento di molte case, con una vastissima spianata intorno alla città, e con ogni maggior provvisione per sostenere un assedio.
Attesero in questo mentre gli Spagnuoli a ricuperar Lignago; indi passarono a Montagnana, e quivi tennero molti consigli. Era di parere il Cardona vicerè che s'imprendesse l'assedio di Trivigi, come più facile a riuscire; ma gli convenne cedere all'ostinata volontà del vescovo Gurgense, che pontò in preferir quello di Padova. Arrivarono in questi giorni al loro campo ducento uomini di armi, che, alle forti istanze di Cesare,mandòpapa Leone. Mal volontieri, dice il Guicciardino. Fu questo nondimeno un segno che il pontefice, ancorchè andasse tergiversando, inclinava alla aderenza dell'imperatoree delre di Spagna. l'Anonimo Padovano scrive che furono ducento lancie e due mila fanti spediti dal papa; e a lui, più che al Guicciardino, sembra in molte circostanze dovuta fede, perchè scrive d'essersi trovato presente in queste guerre d'Italia. Era composto l'esercito spagnuolo di mille lancie, cinquecento cavalli leggieri e sette mila fanti, co' quali si congiunsero quattro mila fanti tedeschi e cinquecento cavalli borgognoni condotti dal suddetto vescovo Gurgense: esercito poco sufficiente ad espugnar Padova, città di gran circuito, ben munita e difesa dall'Alviano, uomo senza paura. Riuscì infatti ridicolo il tentativo fatto contra di quella città, e dopo diciotto giorni fu obbligato il Cardona a ritirarsi a Vicenza, città in questi tempi come deserta, perchè continuamente esposta agl'insulti e al possesso di chiunque giugnea colà più forte. Nè già era più felice lo stato de' Bergamaschi. Dacchè gli Spagnuoli si furono impadroniti di quella città, i loro commissarii aveano riscossi quindici mila ducati d'oro da quegli afflitti cittadini.Renzo da Ceri, che, stando in Crema per li Veneziani, tenea spie in Bergamo, segretamente di notte con trecento cavalli e mille fanti marciò a quella volta; ed, entrato nel far del giorno in essa città, non solamente risparmiò a quei commissarii la fatica di portar via quel danaro, ma anche, uccisi e presi molti di quei Spagnuoli, s'impossessò della città; e, lasciato ivi il capitan Cagnolino Bergamasco, se ne tornò subito a Crema. Pochi giorni passarono che giunse in Brescia ilconte Antonio da Lodronecon due mila Tedeschi; e già si disponeva per passare a Bergamo. Cagion fu questo avviso che il Cagnolino si ritirasse in fretta colle sue genti a Crema, e Bergamo tornasse in potere degli Spagnuoli. Risoluto poscia ilconte di Lodrone d'acquistar Pontevico, posto di grande importanza sull'Oglio, colle artiglierie, e con un buon corpo di combattenti ito colà, dopo una gran rottura di muro, diede l'assalto alla terra. Fu questa mirabilmente difesa dal capitan Fattinnanzi, che v'era di guarnigione con quattrocento fanti, di modo che dopo gran sangue il conte fu astretto a convertire l'assedio in blocco. Passato un mese, per mancanza di vettovaglie, quel capitano rendè la terra, salvo l'avere e le persone. Avea Renzo da Ceri preso gusto alla preda. Dacchè seppe che gli Spagnuoli aveano riscosso dai miseri Bergamaschi altra gran somma di danaro per compensare i danni dianzi patiti, ma senza colpa dei cittadini, se ne tornò col solito suo corteggio a quella città; e, presi quanti Spagnuoli ivi trovò, dopo avervi lasciato di presidio ottocento fanti e ducento cavalli sotto il governo di Bartolomeo da Mosto, si ridusse di nuovo a Crema. Ciò inteso, il vicerèCardonacon lettere raccomandò la ricuperazion di Bergamo al duca di Milano, il quale si trovava allora cogli Svizzeri in Piemonte, saccheggiando tutto il paese, sotto pretesto d'impedire ai Franzesi il ritorno in Italia. Spedì il duca a quell'impresa con assai schiere ed artiglierieSilvio SavelloeCesare Feramosca, che cominciarono a battere la città. Ma ecco sul far del giorno giugnere quattrocento cavalli ed altrettanti fanti, inviati da Crema da Renzo da Ceri, che animosamente assalirono il campo milanese, nel qual tempo uscirono alla medesima danza gli altri ch'erano nella città. Fu sanguinosa la pugna; ma infine rimasero sconfitti i Veneziani colla perdita di quasi tutti i fanti. S'arrendè l'infelice città di Bergamo, e all'innocente popolo fu imposta dal Savello una taglia di dieci mila ducati d'oro.
Dappoichè fu sciolto l'assedio di Padova, fecepapa Leonequante pratiche potè per istaccare i Veneziani dalla lega coi Franzesi; ma senza frutto: tanto erairritato quel senato contro la mala fede degli Spagnuoli. Però, essendosi il vicerèCardonaridotto con tutti i capitani in Verona, tenuto fu ivi consiglio, e risoluto d'infestare i Veneziani, per trarli colla forza ad acconciarsi con loro. Nel dì 17 di settembre s'avviò l'esercito collegato verso il Padovano, con bando che fosse lecito ad ognuno il mettere a ferro e fuoco tutto il paese da Monselice sino alle Acque salse. Fu eseguito il barbarico editto, e in tempo che i poveri popoli, non aspettando la seconda visita di questi cani, erano ritornati colle famiglie e bestiami alle lor case. Non contenti costoro, cristiani di nome, e Turchi ne' fatti, di far grandissimo bottino, imprigionavano, uccideano e bruciavano case e ville, dovunque arrivava il loro furore. Meno degli altri non operavano i soldati del papa. Fra le altre terre l'amena e fertile di Pieve di Sacco, dove si contavano tante belle case di nobili veneti, tutta fu consegnata alle fiamme. Lungo le Brente nuova e vecchia fecero lo stesso scempio, scorrendo sino a Lizzafusina, Mergara, Mestre ed altri luoghi marittimi, dai quali spararono anche di molte cannonate verso Venezia, con arrivar le palle fin quasi a quella nobilissima città: il che riempiè di terrore il popolo. L'Alviano, che in Padova rodeva il freno al mirar tante iniquità dei nemici, seppe con tal efficacia persuadere al senato veneto che si potea reprimere la baldanza di quegli assassini, e di tagliar loro il ritorno a casa, che data gli fu licenza di uscire in campagna coll'armata sua, benchè inferiore all'altra di forze. I movimenti di questo generale, e i passi stretti occupati da lui con far rompere le strade, cagion furono che i collegati risolvessero di retrocedere per non restar privi dei viveri. Ma alla Brenta e al Bachiglione ebbero a fronte l'Alviano, il quale in tal maniera li strinse, che non sapeano trovar alcun varco per ridursi in salvo. In tale stato di cose, se l'Alviano fosse stato un saggio e prudente capitano,avrebbe di troppo angustiato il nemico, e, senza azzardar battaglia, gli avrebbe dissipati o vinti colla fame. Ma egli non parlava d'altro che di venire alle mani; e quantunqueAndrea GrittieAndrea Loredanolegati della repubblica colla maggior parte de' capitani si opponessero, mostrando che non era da combattere con gente disperata; pure si ostinò nella sua risoluzione, e furibondo non rispose se non con villanie a chi gli contraddiceva. Non restava ai collegati altro scampo che la via di Valsugana per ritirarsi a Trento, ma questa si trovava piena di mille difficoltà. Sicchè il miglior partito era quello d'aprirsi il passo colla spada alla mano, se non che temeano che i Veneziani abborrissero questo giuoco. Ma il saggioProspero Colonna, ben conoscente del genio fervido e superbo dell'Alviano, promise di tirare il campo veneto ad un fatto d'armi.
La mattina dunque del dì 7 d'ottobre,Ferdinando d'Avalosmarchese di Pescara, giovane valorosissimo, s'avviò contro de' Veneziani verso l'Olmo, ed unitosi col Colonnese nelle coerenze di Creazzo, circa tre miglia lungi da Vicenza, diede principio alla terribile zuffa. Si combattè con incredibile ardore da ambe le parti, ma infine restò sconfitto l'Alviano. Le particolarità di questo conflitto sono descritte in differente guisa dal Guicciardino, dal Giovio, dal Gradenigo e da altri. Fra morti e presi de' Veneti si contarono circa quattrocento uomini di arme e quattro mila fanti. L'Anonimo Padovano vi aggiugne più di ottocento cavalli leggeri, e fa maggiore la strage de' fanti. Restarono prigioniGian-Paolo Baglionegovernatore della veneta armata,Giulio Manfrone,Andrea Loredanolegato del campo, che fu poi barbaramente ucciso per gara nata fra i pretendenti di averlo prigione. Tutta l'artiglieria coi carriaggi venne in potere dei vincitori, i quali la stessa sera cenarono in Vicenza. Al vedere che il senato veneto non prese risoluzione alcuna contro dell'Alviano,può far credere fondato il sentimento di alcuni che scrivono esser egli stato spinto dal Loredano suddetto ad uscire alla battaglia. Il Loredano morto non potè più dir le sue ragioni. Perchè si avvicinava il verno, niun'altra impresa tentarono i collegati, se non che il Cardona seguitò da Vicenza ad infestar il Padovano, con lasciar tempo alla repubblica veneta, intrepida sempre in mezzo alle sue sventure, di far nuove provvisioni di guerra. Andato poscia a Roma ilvescovo Gurgense Matteo Langio, creato già cardinale, si ripigliarono i trattati di pace, e ne fu fatto compromesso inpapa Leone X; ma ancor questa volta andò in fascio l'affare per le differenti pretensioni di tante teste. Prima che terminasse l'anno presente, con tuttochè, a cagion d'esso trattato, fosse seguita sospension d'armi, fu preso dai Tedeschi Marano, castello quasi inespugnabile nel Friuli. Per ricuperarlo fu spedito colà dai Veneziani un picciolo esercito, ma che restò rotto con istrage di molti, e colla perdita delle artiglierie. In LombardiaProspero Colonna, divenuto generale dell'esercito del duca di Milano, andò a mettere l'assedio a Crema al dispetto del verno ben rigoroso. Dentro v'eraRenzo da Ceri, che fece delle maraviglie di valore, con rompere più volte i nemici, e far prigioni e prede; e condusse così ben l'impresa, che fu necessitato il Colonna a lasciar in pace quella terra nell'anno seguente. Durante esso verno occuparono i Tedeschi anche Sacile e Feltre e misero di nuovo a ferro e fuoco la misera patria del Friuli. Delle guerre fatte in questi tempi dal re d'Inghilterra e dagli Svizzeri contra al re di Francia, per le quali il re Lodovico non potè accudire all'Italia, e della guerra mossa dal re di Scozia contro gl'Inglesi, siccome avventure non pertinenti all'assunto mio, niuna menzione farò io, dovendo i lettori curiosi prenderne informazione da altre storie.