MDXX

MDXXAnno diCristoMDXX. Indiz.VIII.Leone Xpapa 8.Carlo Vimperadore 2.Trovavasi ne' suoi regni di SpagnaCarlo V, allorchè seguì l'elezione di lui in re de' Romani, ossia imperadore. Essendosi egli preparato per venire a prendere la corona germanica, passò in questo anno per mare con flotta magnifica alla volta di Fiandra, e prima diede una scorsa in Inghilterra per abboccarsi colre Arrigo VIII, con cui acconciò i suoi interessi, e di là poi sbarcò ne' Paesi Passi, dove incredibil fu il concorso de' principi, degli ambasciatori e della nobiltà, per complimentarlo. Venuto l'ottobre, si trasferì ad Aquisgrana, dove con somma magnificenza ricevè la prima corona dell'imperio nel dì 24 d'esso mese. Di non lieve negligenza accusar si può Pietro Messia, che nella vita di questo gloriosissimo augusto il vuol coronato nel dì 24 di febbraio, giorno di san Mattia, siccome ancora chiciò mette al dì 15 di giugno. Intanto sempre più insolentiva Martino Lutero in Germania. Dal far guerra agli abusi della corte di Roma, era egli passato a farla ancora contro la Chiesa cattolica, riprovando ora uno, ora altro degli antichissimi suoi dogmi. Perciòpapa Leone Xnon potè più ritenersi dal procedere contro un sì fiero laceratore della vigna del Signore. Pubblicò egli nel dì 16 di giugno una bolla, in cui condennati molti degli errori d'esso Lutero, fulminò le censure contra di lui e di tutti i suoi aderenti, il numero de' quali era già divenuto formidabile in Germania con iscoprirsi tale ancheFederigo duca di Sassonia. Ma questo incendio, a smorzar il quale non furono sul principio adoperati valevoli mezzi, tal piede avea preso, che non solo non cessò con tutti i fulmini del Vaticano, e con tutte le prediche degli zelanti cattolici, ma si andò sempre più rinforzando, trovandolo utile i principi, per occupar gl'immensi beni degli ecclesiastici; gustoso gli stessi ecclesiastici, perchè dispensati dalla continenza; e soave i secolari, perchè sgravati da varii digiuni e da altri salutevoli istituti della Chiesa cattolica. Ma intorno a questa lagrimevol tragedia può il lettore consigliarsi colla storia ecclesiastica. Allorchè maggiormente paventava la Cristianità per li terribili apparati di guerra che faceva Selimo tiranno dell'Oriente, e mentre già si provavano ne' confini della Croazia e Dalmazia furiose scorrerie di Turchi, con credersi anche imminente l'assedio di Rodi, posseduto dai cavalieri, detti oggidì di Malta: allo improvviso vennero ordini da Costantinopoli, che si sciogliesse quel grande armamento per mare, e che le milizie tornassero alle lor case. La cagion di ciò fu che a quel feroce sultano una pericolosa ulcera nelle reni cominciò a far guerra, per cui calò a lui la voglia di muoverla contro i cristiani. Venuto poi l'autunno, cotanto crebbe il suo malore, che restò colla morte di lui libero il mondo dal timore di sì sanguinario regnante, glorioso bensìfra i suoi per tante vittorie e conquiste, ma infame per la crudeltà usata contro gli stessi suoi parenti e fratelli, e fin contra del proprio padre. Succedette nell'imperio turchesco Solimano suo figlio, gran flagello anch'esso, siccome vedremo, dei popoli cristiani. Per questa mutazion di cose in Levante respirò Roma e l'Italia tutta.Altro avvenimento degno di qualche memoria, accaduto in Italia nel presente pacifico anno, non ci somministra l'istoria, fuorchè quanto avvenne aGian-Paolo Baglioneche avea fatta in addietro sì gran figura fra gl'Italiani come condottier d'armi, e come signore o tiranno di Perugia sua patria. Dall'Anonimo Padovano scrittore contemporaneo, ci vien dipinto come tiranno non solo di quella città, ma di tutti i luoghi circonvicini, uomo empio, senza fede, e, per dir tutto in una parola, mostro di natura orrendissimo. Se di tutto egli fosse reo, nol saprei dire. Cessata la guerra, era egli ritornato alla patria. Pazientò un pezzopapa Leonequesto mal arnese, ma, stimolato da tanti ricorsi di que' popoli, determinò finalmente di mettervi rimedio. Scrive il Guicciardini, che per avere Gian-Paolo cacciato da Perugia Gentile della medesima famiglia, fu citato a Roma; che in sua vece mandò Malatesta suo figlio; ma che persistendo il papa, ed assicurandolo gli amici da ogni pericolo, perchè parlatone ad esso pontefice, con parole di astuzia aveva egli fatto lor credere che niun danno gli avverrebbe: se ne andò il Baglione a Roma, dove, dopo essere stato imprigionato, e processato gli fu mozzato il capo. L'anonimo Padovano pretende che Leone non confidando di poter avere in mano questo tiranno, e parendogli che si potesse in tal caso rompere la fede, con un breve tutto dolcezza il chiamò alla corte, fingendo di voler trattare con lui d'importante affare. Mandò Gian-Paolo a Roma il figlio per iscusarsi, stante una malattia che gli era sopraggiunta. Il papa, dopo di aver fatto di grandi carezze algiovane, il rimandò dicendo: essere necessaria la persona del padre a cagion della materia da trattarsi, che non si potea confidare a lettere o persone. Aggiugne esso Anonimo che il pontefice gli mandò anche un salvo condotto, affidato dal quale, e dalle esortazioni del figlio, comparve Gian-Paolo a Roma, dove baciò il piede al papa, e si trovò molto accarezzato. Ma che ito nel seguente giorno a palazzo, fu ritenuto prigione dalconte Annibale Rangone, capitano della guardia pontificia. Dopo di che processato e tormentato, confessò un'infinità di enormi delitti, per li quali non una, ma mille morti meritava; laonde fu una notte decapitato in Castello Sant'Angelo. Fuggirono la moglie e i figli col loro meglio a Padova, perchè Gian-Paolo era condottier d'armi al servigio della repubblica veneta, e con quella sponda si credea di poter commettere quante iniquità volea. Con ciò Perugia fu pienamente rimessa all'ubbidienza del papa.Racconta eziandio esso Anonimo Padovano, avere in quest'anno papa Leone all'improvviso inviatoGiovanni de Medici, giovane ferocissimo e vago di guerra, con mille cavalli e quattro mila fanti a Fermo contra diLodovico Freduccitiranno di quella città, ed uomo di gran valore. Ne uscì costui con ducento cavalli, pensando di fuggire; ma raggiunto dal Medici, fece bensì una maravigliosa difesa, ma finalmente lasciò nel combattimento la vita con più di cento de' suoi seguaci. Fermo immantinente ritornò alle mani del pontefice. La caduta del Freducci, da cui dipendeano altri tirannetti che occupavano città o castelli in quelle vicinanze, cagion fu ch'essi parte fuggissero, parte corressero a Roma ad implorar la clemenza pontifizia, dove la maggior parte furono carcerati: con che tutta la Marca restò purgata da que' mali umori. Nè già lasciava papa Leone il pensiero di spogliar, se potea, di Ferrara ilduca Alfonso, giacchè gli parea poco il detener tuttavia le imperiali città di Modenae Reggio contro le autentiche promesse di restituirle ad esso duca. Vincere Ferrara coll'armi non era cosa facile. Determinò dunque di adoperare un mezzo non degno de' principi secolari, e molto meno di chi più dovrebbe ricordarsi d'essere Vicario di Cristo, che di essere principe. Intavolò dunque un trattato di far assassinare il duca, del che parlano non i soli storici ferraresi, ma il Guicciardini stesso, insigne storico, che era allora governatore dì Modena e Reggio pel medesimo papa, ed innocentemente si trovò mischiato in questo nero tradimento. Chi maneggiò il trattato, fuUberto Gambara, protonotario apostolico, persona che arrivò poi a guadagnare il cappel rosso. Se l'intese egli con Rodolfo Hello Tedesco, capitano della guardia d'esso duca, a cui fu promesso molto, e mandata per caparra la somma di due mila ducati d'oro. Già era concertato il tempo e luogo di uccidere il duca; dato ordine al Guicciardini, e agli uffiziali di Bologna di presentarsi in un determinato giorno ad una porta di Ferrara. Ma il Tedesco, uomo d'onore, rivelò sul principio, e continuamente di poi, al duca Alfonso tutta l'orditura del tradimento. Si sentì più d'una volta tentato esso duca di lasciarlo proseguir sino al fine; ma se ne astenne per non aver poi nemico dichiarato il papa, e però gli bastò di far troncare la pratica, e di fermar poscia autentico processo di questo infame attentato, colla deposizione di alcuni complici, e colle lettere originali del Gambara per valersene, quando occorresse il bisogno.

Trovavasi ne' suoi regni di SpagnaCarlo V, allorchè seguì l'elezione di lui in re de' Romani, ossia imperadore. Essendosi egli preparato per venire a prendere la corona germanica, passò in questo anno per mare con flotta magnifica alla volta di Fiandra, e prima diede una scorsa in Inghilterra per abboccarsi colre Arrigo VIII, con cui acconciò i suoi interessi, e di là poi sbarcò ne' Paesi Passi, dove incredibil fu il concorso de' principi, degli ambasciatori e della nobiltà, per complimentarlo. Venuto l'ottobre, si trasferì ad Aquisgrana, dove con somma magnificenza ricevè la prima corona dell'imperio nel dì 24 d'esso mese. Di non lieve negligenza accusar si può Pietro Messia, che nella vita di questo gloriosissimo augusto il vuol coronato nel dì 24 di febbraio, giorno di san Mattia, siccome ancora chiciò mette al dì 15 di giugno. Intanto sempre più insolentiva Martino Lutero in Germania. Dal far guerra agli abusi della corte di Roma, era egli passato a farla ancora contro la Chiesa cattolica, riprovando ora uno, ora altro degli antichissimi suoi dogmi. Perciòpapa Leone Xnon potè più ritenersi dal procedere contro un sì fiero laceratore della vigna del Signore. Pubblicò egli nel dì 16 di giugno una bolla, in cui condennati molti degli errori d'esso Lutero, fulminò le censure contra di lui e di tutti i suoi aderenti, il numero de' quali era già divenuto formidabile in Germania con iscoprirsi tale ancheFederigo duca di Sassonia. Ma questo incendio, a smorzar il quale non furono sul principio adoperati valevoli mezzi, tal piede avea preso, che non solo non cessò con tutti i fulmini del Vaticano, e con tutte le prediche degli zelanti cattolici, ma si andò sempre più rinforzando, trovandolo utile i principi, per occupar gl'immensi beni degli ecclesiastici; gustoso gli stessi ecclesiastici, perchè dispensati dalla continenza; e soave i secolari, perchè sgravati da varii digiuni e da altri salutevoli istituti della Chiesa cattolica. Ma intorno a questa lagrimevol tragedia può il lettore consigliarsi colla storia ecclesiastica. Allorchè maggiormente paventava la Cristianità per li terribili apparati di guerra che faceva Selimo tiranno dell'Oriente, e mentre già si provavano ne' confini della Croazia e Dalmazia furiose scorrerie di Turchi, con credersi anche imminente l'assedio di Rodi, posseduto dai cavalieri, detti oggidì di Malta: allo improvviso vennero ordini da Costantinopoli, che si sciogliesse quel grande armamento per mare, e che le milizie tornassero alle lor case. La cagion di ciò fu che a quel feroce sultano una pericolosa ulcera nelle reni cominciò a far guerra, per cui calò a lui la voglia di muoverla contro i cristiani. Venuto poi l'autunno, cotanto crebbe il suo malore, che restò colla morte di lui libero il mondo dal timore di sì sanguinario regnante, glorioso bensìfra i suoi per tante vittorie e conquiste, ma infame per la crudeltà usata contro gli stessi suoi parenti e fratelli, e fin contra del proprio padre. Succedette nell'imperio turchesco Solimano suo figlio, gran flagello anch'esso, siccome vedremo, dei popoli cristiani. Per questa mutazion di cose in Levante respirò Roma e l'Italia tutta.

Altro avvenimento degno di qualche memoria, accaduto in Italia nel presente pacifico anno, non ci somministra l'istoria, fuorchè quanto avvenne aGian-Paolo Baglioneche avea fatta in addietro sì gran figura fra gl'Italiani come condottier d'armi, e come signore o tiranno di Perugia sua patria. Dall'Anonimo Padovano scrittore contemporaneo, ci vien dipinto come tiranno non solo di quella città, ma di tutti i luoghi circonvicini, uomo empio, senza fede, e, per dir tutto in una parola, mostro di natura orrendissimo. Se di tutto egli fosse reo, nol saprei dire. Cessata la guerra, era egli ritornato alla patria. Pazientò un pezzopapa Leonequesto mal arnese, ma, stimolato da tanti ricorsi di que' popoli, determinò finalmente di mettervi rimedio. Scrive il Guicciardini, che per avere Gian-Paolo cacciato da Perugia Gentile della medesima famiglia, fu citato a Roma; che in sua vece mandò Malatesta suo figlio; ma che persistendo il papa, ed assicurandolo gli amici da ogni pericolo, perchè parlatone ad esso pontefice, con parole di astuzia aveva egli fatto lor credere che niun danno gli avverrebbe: se ne andò il Baglione a Roma, dove, dopo essere stato imprigionato, e processato gli fu mozzato il capo. L'anonimo Padovano pretende che Leone non confidando di poter avere in mano questo tiranno, e parendogli che si potesse in tal caso rompere la fede, con un breve tutto dolcezza il chiamò alla corte, fingendo di voler trattare con lui d'importante affare. Mandò Gian-Paolo a Roma il figlio per iscusarsi, stante una malattia che gli era sopraggiunta. Il papa, dopo di aver fatto di grandi carezze algiovane, il rimandò dicendo: essere necessaria la persona del padre a cagion della materia da trattarsi, che non si potea confidare a lettere o persone. Aggiugne esso Anonimo che il pontefice gli mandò anche un salvo condotto, affidato dal quale, e dalle esortazioni del figlio, comparve Gian-Paolo a Roma, dove baciò il piede al papa, e si trovò molto accarezzato. Ma che ito nel seguente giorno a palazzo, fu ritenuto prigione dalconte Annibale Rangone, capitano della guardia pontificia. Dopo di che processato e tormentato, confessò un'infinità di enormi delitti, per li quali non una, ma mille morti meritava; laonde fu una notte decapitato in Castello Sant'Angelo. Fuggirono la moglie e i figli col loro meglio a Padova, perchè Gian-Paolo era condottier d'armi al servigio della repubblica veneta, e con quella sponda si credea di poter commettere quante iniquità volea. Con ciò Perugia fu pienamente rimessa all'ubbidienza del papa.

Racconta eziandio esso Anonimo Padovano, avere in quest'anno papa Leone all'improvviso inviatoGiovanni de Medici, giovane ferocissimo e vago di guerra, con mille cavalli e quattro mila fanti a Fermo contra diLodovico Freduccitiranno di quella città, ed uomo di gran valore. Ne uscì costui con ducento cavalli, pensando di fuggire; ma raggiunto dal Medici, fece bensì una maravigliosa difesa, ma finalmente lasciò nel combattimento la vita con più di cento de' suoi seguaci. Fermo immantinente ritornò alle mani del pontefice. La caduta del Freducci, da cui dipendeano altri tirannetti che occupavano città o castelli in quelle vicinanze, cagion fu ch'essi parte fuggissero, parte corressero a Roma ad implorar la clemenza pontifizia, dove la maggior parte furono carcerati: con che tutta la Marca restò purgata da que' mali umori. Nè già lasciava papa Leone il pensiero di spogliar, se potea, di Ferrara ilduca Alfonso, giacchè gli parea poco il detener tuttavia le imperiali città di Modenae Reggio contro le autentiche promesse di restituirle ad esso duca. Vincere Ferrara coll'armi non era cosa facile. Determinò dunque di adoperare un mezzo non degno de' principi secolari, e molto meno di chi più dovrebbe ricordarsi d'essere Vicario di Cristo, che di essere principe. Intavolò dunque un trattato di far assassinare il duca, del che parlano non i soli storici ferraresi, ma il Guicciardini stesso, insigne storico, che era allora governatore dì Modena e Reggio pel medesimo papa, ed innocentemente si trovò mischiato in questo nero tradimento. Chi maneggiò il trattato, fuUberto Gambara, protonotario apostolico, persona che arrivò poi a guadagnare il cappel rosso. Se l'intese egli con Rodolfo Hello Tedesco, capitano della guardia d'esso duca, a cui fu promesso molto, e mandata per caparra la somma di due mila ducati d'oro. Già era concertato il tempo e luogo di uccidere il duca; dato ordine al Guicciardini, e agli uffiziali di Bologna di presentarsi in un determinato giorno ad una porta di Ferrara. Ma il Tedesco, uomo d'onore, rivelò sul principio, e continuamente di poi, al duca Alfonso tutta l'orditura del tradimento. Si sentì più d'una volta tentato esso duca di lasciarlo proseguir sino al fine; ma se ne astenne per non aver poi nemico dichiarato il papa, e però gli bastò di far troncare la pratica, e di fermar poscia autentico processo di questo infame attentato, colla deposizione di alcuni complici, e colle lettere originali del Gambara per valersene, quando occorresse il bisogno.


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