MDXXIII

MDXXIIIAnno diCristoMDXXIII. IndizioneXI.Clemente VIIpapa 1.Carlo Vimperadore 5.Riuscì in quest'anno aFrancesco Maria Sforzaduca di Milano di ridurre in suo potere il fortissimo castello di quella città, avendo capitolato quel castellano, che se in termine d'un mese non veniva soccorso, lo renderebbe, perchè oramai penuriava troppo di vettovaglie e di gente. L'Anonimo Padovano scrive che la resa seguì nel dì 17 di maggio: il Guicciardini, che nel dì 14 di aprile. Si trovò che quella guarnigione era ridotta a soli quarantacinque uomini. Sicchè restò il solo castello di Cremona in man de' Franzesi, ed era ben provveduto. Pare che sia più verisimile l'asserzione del Guicciardini intorno alla resa del castello di Milano; perciocchè, quantunque non avesse il duca per anche ottenuto dall'Augusto Carlol'investitura di quel ducato, pure nel dì 24 di aprile con gran solennità e pari allegrezza del popolo ne prese il possesso in Milano. E qui non si vuol tacere un grave pericolo in cui incorse quel duca nel mese d'agosto. Era egli stato più dì a Monza per fuggire il caldo. Nel tornare ch'egli faceva a dì 25 d'esso mese a Milano, i ducento cavalli di sua guardia parte camminavano avanti, e parte gli teneano dietro molto lontani, acagion del gran polverio, ed egli con pochi marciava nel mezzo. Fra questi pochi era Bonifazio Visconte suo cameriere, che, conceputo un odio grande per la morte dianzi data a monsignorino Visconte, e perchè gli era tolta una prefettura in Val di Sesia, ne meditava vendetta; e fingendo di voler parlare al duca in segreto, con un pugnale gli tirò un colpo alla testa; ma, per cavalcare esso duca una muletta, e Bonifazio un alto e velocissimo cavallo turco, andò il colpo solamente a fare una leggier ferita nella spalla. Inseguito costui, mercè dell'ottimo cavallo, ebbe la fortuna di salvarsi in Piemonte, e poi in Francia. Questo accidente fece sospettar qualche congiura, e molti furono imprigionati in Milano, ed alcuni ancora impiccati. Guarì facilmente il duca. Non di meno fra Paolo carmelitano, scrittore di questi tempi nella sua Storia manuscritta racconta che il pugnale era avvelenato, perlochè ne fu difficile la guarigione, ed essergli restata da lì innanzi una debolezza di nervi. Sparsa e ingrandita la voce di questo fatto, le città di Valenza e d'Asti furono prese dai fuorusciti milanesi; spedito colàAntonio da Leva, ricuperò que' luoghi. Avea intanto l'imperador Carlo, dappoichè vide cacciati quasi affatto fuori di Lombardia i Franzesi, applicati i suoi pensieri a provvedere che non vi tornassero. Bramoso dunque di staccar da essi il valorosoduca di Ferrara Alfonso, e massimamente il senato veneto, da Vagliadolid spedì in ItaliaGirolamo Adornosuo consigliere, persona di rara abilità e destrezza, acciocchè ne trattasse.Venuto questo ministro cesareo a Ferrara, nel dì 29 di novembre dell'anno precedente, s'accordò col duca, obbligandosi l'imperadore di tenere quel principe sotto la sua protezione, di confermargli l'investitura imperiale de' suoi Stati, e di fargli restituire Modena e Reggio, con che egli pagasse alla maestà sua centocinquanta mila scudi d'oro. Non volle il duca prendere impegno alcuno contrade' Franzesi, perchè restavano tuttavia allora in man d'essi i castelli di Milano e di Cremona, e forse non s'erano loro tolte per anche le fortezze di Trezzo e di Lecco, e poi si udivano dei gran preparamenti delre Francescoper tornar in Italia. Andò poscia l'Adorno anche a Venezia, dove propose a quel senato una lega coll'imperadore. Grandi e lunghi furono i dibattimenti fra que' saggi senatori, perchè dall'un canto sembrava preponderare la potenza di chi era imperadore ed insieme re di Spagna, corroborata dal duca di Milano, che uguale interesse avea con esso Augusto. Ma dall'altra parte l'abbandonare il re di Francia già collegato parea cosa di poco onore; oltre di che, i sicuri avvisi dello armamento, che egli facea, teneano divisi e sospesi gli animi di ciascuno. Intanto, perchè venne a morte l'Adorno, restò intepidito quel negoziato. Ma da lì a un mese essendo stato spedito da Cesare a VeneziaMarino Caraccioloprotonotario apostolico, si ripigliò con più vigore. Venne poi a morte nel dì 7 di luglio, per attestato del Sansovino, il dogeAntonio Grimani, e in suo luogo restò elettoAndrea Gritti, personaggio che abbiam veduto dar tante prove di valore e prudenza nelle sì fiere contingenze di quella repubblica. È ben da stupire come una Cronica manuscritta di Venezia metta la di lui elezione nel dì 20 d'aprile, e fra Paolo carmelitano nel dì 20 di maggio. Nè lo stesso Sansovino sembra assai concorde a sè stesso, e discorda ancora da Pietro Giustiniani nell'assegnare il tempo del ducato del Grimani. Ora il Gritti, siccome persona di gran saviezza, mai non volle palesare il sentimento suo intorno alla lega proposta dal ministro cesareo, lasciandone tutta la risoluzione al senato. E questa finalmente fu conchiusa sul fine di luglio fra essiVeneziani,l'imperadore, Ferdinando arciducaeFrancesco ducadi Milano. Crebbe poi questa lega, perchèpapa Adriano VI, amantissimo per altro della pace d'Italia,dopo aver con lettere efficaci esortati tutti i principi a conservarla, per potere accudire all'impresa contra del Turco, veggendo pure ostinato il re di Francia a volerla di nuovo turbare, nel dì 3 di agosto entrò anch'egli in essa lega, siccome ire d'Inghilterrad'Ungheria, iFiorentini, SanesieGenovesi. E perchè si scopri cheFrancesco Soderinocardinale di Volterra, mostrandosi appassionato per la pace, e maneggiator d'essa, segretamente intanto tramava in Sicilia una congiura contra l'imperadore, e sollecitava il re Cristianissimo che colà inviasse la sua flotta, fu, per ordine del pontefice, inviato prigione in castello Sant'Angelo.Ma che? il buonpapa Adrianosul più bello fu da questi terreni imbrogli chiamato da Dio a miglior vita nel dì 14 di settembre, con poco dispiacere, se non anche con gaudio della corte di Roma, riguardante poco di buon occhio un pontefice non italiano, e trovandolo anzi uomo inesperto ne' grandi affari politici, ossia nelle finezze della mondana sapienza, la quale infine davanti a Dio ha un altro nome. Per altro, egli fu pontefice pieno d'ottima volontà, di sapere e probità non ordinaria; e s'egli fosse sopravvivuto, siccome aderiva a convocare un concilio generale della Chiesa per riformar gli abusi, così grande speranza c'era di poter rimediare al sempre più crescente scisma del Settentrione. La morte del papa, quanto dall'una parte scompigliò i disegni della lega suddetta, tanto dall'altra animòFrancesco redi Francia a proseguir con più calore i suoi preparamenti e disegni per calare in Italia. Era stato fin quiAlfonso ducadi Ferrara aspettando con pazienza la restituzion delle sue città di Modena e Reggio, promessa tante volte dapapa Leone X, e dallo stessoAdriano VI. Ma il possesso e dominio degli Stati terreni, quand'anche sia ingiusto, porta seco un tale incanto, che niun quasi mai sa indursi a spogliarsene, se non si adopera l'esorcismo dellaforza. Il perchè, veggendosi il duca cotanto deluso, non potè più stare alle mosse. Aveva dianzi l'imperadore tolta la terra di Carpi adAlberto Pio, gran cabalista di questi tempi, che, dopo aver tradito esso Augusto, era dietro a far lo stesso giuoco al papa, che gli avea affidata la custodia di Reggio e di Rubiera, come s'ha dal Guicciardini. Ora, innanzi che accadesse la morte del papa,Renzo da Ceriavea tolta essa terra di Carpi agl'imperiali, con inalberar ivi le bandiere di Francia. Dappoichè fu mancato di vita papa Adriano, si diede Renzo a far delle scorrerie fra Modena e Reggio. Tentò anche Rubiera, ma indarno. In questo tempo ilduca Alfonso, sperando d'essere sostenuto da esso Renzo, uscì colle sue genti in campagna. Nel dì 27 di settembre si presentò davanti a Modena, e ne fece la chiamata. Perchè dentro v'eraFrancesco Guicciardinigovernatore pel papa, e ilconte Guido Rangonecon forza valevole da poter sostenere la città, fu mandato in pace. Voltossi il duca a Reggio, dove nel dì 29 del mese suddetto, senza dover usare violenza, da quel popolo fu allegramente ricevuto; e poco stette a impadronirsi anche della cittadella e di tutto il contado. Venuto poi al forte castello di Rubiera sulla via Emilia ossia Claudia, colla artiglierie forzò la terra, ed appresso anche la rocca a rendersi. Avrebbe inoltre potuto ridurre alla sua ubbidienza Parma, ch'era senza presidio, e minacciata colle scorrerie da Renzo da Ceri; ma avendo i Parmigiani mandato a Rubiera per saper l'intenzione del duca Alfonso, e udito ch'egli altro non voleva se non ricuperare il suo, e non occupar quello che era della Chiesa, allora si animarono a difendere la lor città, e finì la loro paura.Erano in questi tempi nate controversie fra ilre FrancescoeCarlo duca di Borbonedella real casa di Francia, per le quali questo principe disgustato avea segretamente preso il partito diCarlo imperadore. E perciocchè il re, avendogià raunata una possente armata, meditava di portarsi in persona a riacquistare lo Stato di Milano, giacchè per pruova avea conosciuto che la presenza del principe influiva troppo al buon esito delle imprese, il Borbone con Cesare avea progettato di assalire nella lontananza del re la Borgogna maggiore; al qual fine s'andavano ammassando dodici mila Tedeschi. Traspirò questa mena, allorchè il re Cristianissimo fu giunto a Lione; e però il duca di Borbone, che quasi fu colto nella rete, ebbe la fortuna di salvarsi travestito in Germania, daddove poi il vedremo venire in Italia. Cagion fu la cospirazione suddetta che il re Francesco si astenne per ora dal passare i monti per timore d'altre segrete insidie; ma non per questo lasciò d'inviare in Lombardia per generaleGuglielmo Grosserio, per soprannome ilBonivet, ammiraglio allora di Francia, che per favore specialmente diLodovicamadre del re era salito ai primi onori e alla confidenza del re medesimo, ma che accoppiava coll'ignoranza del mestier della guerra una somma arroganza e superbia. Poderosa era l'armata ch'egli conduceva, perchè composta di otto mila Svizzeri, sei mila Tedeschi, tre mila Italiani, tre mila Guasconi, lancie mille e ottocento, arcieri due mila. Il Guicciardini parla di sei mila Svizzeri, sei mila fanti tedeschi, dodici mila franzesi, e tre mila italiani, oltre alle suddette lancie. Sul principio di settembre arrivò questo esercito a Susa. Aveano i Veneziani collegati con Cesare eletto per lor generaleFrancesco Maria ducad'Urbino, nè tardarono a spedirlo nel Bergamasco con cinquecento lancie, cinque mila fanti e cinquecento cavalli leggieri, acciocchè ad ogni cenno diProspero Colonnapassassero l'Adda. Parimente l'arciduca Ferdinandoinviò sei mila fanti a Milano. Trovavasi allora il Colonnese malconcio di sanità; contuttociò, dopo aver presidiata Pavia, e mandatoFederigo marchesedi Mantova alla guardia di Cremona, allorchè sentìavvicinarsi i Francesi, fattosi portare in lettiga, s'andò a postare al Ticino con pensiero di contrastarne loro il passaggio. Calati i Franzesi, poco stettero a impadronirsi di Asti, Alessandria e Novara. Trovato anche il fiume Ticino molto magro, cominciarono in più luoghi a passarlo: il che obbligò il Colonna a ritirarsi in fretta a Milano, nel cui popolo era entrata sì fatta costernazione, che, per sentimento dei saggi, se il Bonivet marciava a dirittura colà, senza fatica v'entrava. Ma per voler egli aspettare il resto di sue genti, si fermò tre giorni senza alcuna azione, dando tempo ai Cesariani e Milanesi di ben fornire di vettovaglie la città, di rifare i bastioni dei borghi, e di ricevere un soccorso di quattro mila fanti italiani: con che tornò il cuore in corpo a quel popolo, e, per l'avversione che ognuno nudriva contro i Francesi, si dispose ad una gagliarda difesa.Intanto l'armata franzese s'inoltrò a Binasco, e, facendo continue scorrerie fino alle porte di Milano, s'impossessò di Monza, dove fu posta molta cavalleria, affinchè per quella parte non passassero vettovaglie a Milano. Venne in questo tempo avviso all'ammiraglio Bonivet, avere il comandante franzese del castello di Cremona, siccome ridotto agli estremi per penuria di viveri, capitolato di renderlo, se in termine di quindici giorni non gli veniva soccorso; e che il marchese di Mantova si era portato a Lodi con due mila fanti e cinquecento cavalli, per vietare il passo ai Franzesi. Premendogli di conservar quella fortezza, spedì ilsignor di BaiardoeFederigo da Bozzolocon otto mila fanti, due mila cavalli e dieci pezzi d'artiglieria a Lodi. A questo avviso, fu ben diligente il marchese di Mantova a ritornarsene a Cremona. Entrarono i Franzesi in Lodi, ed ivi restato il Baiardo con mille fanti, Federigo, seco menando gran quantità di vini, farine e grascia, senza far paura alcuna, seguitò il viaggio a Cremona, e nel dì 20 di settembre introdussein quel castello i viveri, e, invece de' soldati la maggior parte malati, ve ne mise di sani. L'altro giorno se ne ritornò con tutto onore a Lodi. Questa azione del Bozzolo fece nascere speranza al Bonivet di acquistare la stessa città di Cremona; e però colà rimandò il suddetto Federigo con sei mila fanti e mille cavalli, a cui poscia si aggiunse Renzo da Ceri con tre mila fanti. Speravano questi capitani di penetrar nella città per via della fortezza, ma si disingannarono in più assalti, con loro gran danno dati ai trincieramenti e ripari fatti fra la città e il castello, e sostenuti con bravura da Niccolò Varolo. Sicchè si rivolsero a bombardar le mura della città alla porta di San Luca. Fatta larga breccia, mentre si accingevano a dar la battaglia, eccoti un'impetuosa pioggia che durò quattro giorni, con impedire il trasporto delle vettovaglie, e fu forza di prenderne dallo stesso castello. E perciocchè s'erano ingrossati i fiumi, Federigo da Bozzolo prese la risoluzione di ritirarsi, affinchè non gl'incontrasse di peggio; e tutto spelato, anzi rovinato, si ridusse a Lodi circa la metà di ottobre. Giacchè questo colpo era andato fallito, l'ammiraglio si accostò coll'esercito a Milano, confidando di poter ridurre a' suoi voleri quell'augusta città piena di popolo con impedire, o difficoltare il passo alle vettovaglie. Andava sempre più crescendo l'infermità diProspero Colonna, e però egli diede l'incombenza della difesa della città alsignor di Alarcone. Facea questi ogni dì uscire i suoi cavalli per servire di scorta a chi portava dei viveri, e ne venivano non pochi dalla Ghiaradadda e dai monti di Brianza. Ma ito sul fin d'ottobre ilsignor di San PaoloFranzese a Caravaggio, diede un orribil sacco a quella terra e per que' contorni, e per li suddetti monti saccheggiò o bruciò molte altre ville e castella: il che riempiè di terrore tutti quegli abitanti. All'incontro, spedito ilmarchese di Mantovacon ottocento cavalli e tre mila fanti venuti da Genova di qua da Po, ripreseAlessandria e molte castella: con che proibì a tutta quella contrada e al Piemonte che niuna vettovaglia portassero al campo franzese. Il perchè l'esercito franzese cominciò a far quaresima prima del tempo, e si trovava di mala voglia. Ma neppure avea occasion di cantare l'esercito cesareo di Milano, perchè scarseggiava di vitto, e più di paghe. Perciò il Colonna co' primarii, consapevoli della promessa fatta dall'imperadore di restituir Modena adAlfonso ducadi Ferrara collo sborso di gran somma di danaro; ed anche informati che questo principe, con tutte le istanze fatte dai Franzesi, non avea voluto assisterli nell'assedio di Cremona, inviarono oratori a lui per dargli Modena, purchè di presente sborsasse trenta mila ducati d'oro, e venti altri nel termine di due mesi. Era già fatto l'accordo; ma Francesco Guicciardini, governator di Modena per la Chiesa, tanto seppe fare, che distrusse tutti i disegni del Colonna e le speranze del duca. Intanto, non potendo più il Bonivet per le pioggie e per altre incomodità fermarsi sotto Milano, e massimamente perchè circa la metà di novembre gli era andato fallito un tradimento concertato con Morgante da Parma; ed essendo anche sopravvenute le nevi, intavolò un trattato di tregua cogli imperiali. Ma perchè questo non si conchiuse, levò finalmente, nel dì 27 di novembre, il campo, e, senza che Prospero Colonna volesse permettere l'inseguirli, si ridusse a Biagrasso e Rosate.Mentre per queste diaboliche guerre si trovava involto lo Stato di Milano in indicibili calamità, si rallegrò la Chiesa di Dio dopo due mesi di conclave, e dopo assaissime gare e discordie de' cardinali, per l'elezione diGiulio cardinale de Medici, effettuata nel dì 19 di novembre, il quale assunse il nome diClemente VII; personaggio di gran senno, e di non minore perizia nel governo degli Stati, e tale, che mirabili cose dalla di lui testa gravida di politica si promise il popoloromano. Quai mezzi adoperasse egli per salire a sì eminente dignità, può il lettore apprenderlo dal Guicciardini. L'Anonimo Padovano ci assicura che, terminate le solenni funzioni della coronazione, questo pontefice dichiarò di voler essere amator della pace, e pastore senza parzialità del Signore, e che accorderebbe insieme i principi cristiani, per formar poscia una crociata contro gl'infedeli. Certo è che un atto di gloriosa generosità diede principio al suo governo, avendo perdonato al cardinal Soderino, suo gran nemico negli anni addietro, e molto più nel conclave, a cui, liberato dalla prigione, intervenne. Parimente si osservò in lui abborrimento a far leghe, e ad entrare in impegni di guerra. Intanto l'assunzione sua fece quetar tutti i rumori insorti nello Stato ecclesiastico; e ilduca di Ferrara, dopo aver lasciati buoni presidii in Reggio e Rubiera, cessò d'inquietare la città di Modena. Inviò poscia esso duca i suoi oratori a Roma per rendere ubbidienza al novello pontefice, e per chiedere la restituzion d'essa Modena, tante volte promessa dai due precedenti papi. Clemente, per lo contrario, facea istanze che il duca restituisse Reggio e Rubiera. Varie sessioni furono perciò tenute, e andando l'affare in lungo, altro non si conchiuse infine, se non che vi fosse tregua fra loro per un anno da cominciarsi nel dì 15 di marzo dello anno seguente 1524; e che ognun possedesse quel che aveva, senza innovar cosa alcuna: il che fu poi puntualmente eseguito dal duca Alfonso, ma non così da papa Clemente. Andava in questo mentre sempre più peggiorando di saluteProspero Colonna; laonde Carlo imperadore pensò alla provvisione di un nuovo condottiere dell'armi sue in Lombardia, e insieme a rinforzare l'esercito suo per iscacciare i Franzesi. Ebbe ordinedon Carlo de Noisossiadella Noia, vicerè di Napoli, di venire a Milano, ed egli infatti arrivò a Bologna verso la metà di dicembre, menando seco non più di trecentocavalli e di mille fanti. Passato dipoi a Parma, giunse colà ancoraCarlo duca di Borbone, tutto voglioso di far del male al re di Francia, che gli avea occupato gli Stati e mobili suoi di sommo valore. Stettero ivi fermi per otto giorni, conferendo insieme di quel che s'avesse a fare. Avea il Borbone portato seco un brevetto di luogotenente generale di Cesare. Venne ad unirsi con loro anche ilmarchese di Pescara, che condusse altri mille fanti dal regno di Napoli. Andati di là a Pavia, e ricevuta una potente scorta, si ridussero poi tutti a Milano sul fine dell'anno; e trovato tuttavia vivente il Colonna, andarono a visitarlo. Ma egli nel dì penultimo di dicembre, per attestato del Guicciardini, oppure nell'ultimo, come ha l'Anonimo Padovano, diede fine al suo vivere, con sospetto, secondo il solito, di veleno, restando gran fama di lui, cioè d'un capitano di rara saviezza e valore, a cui simile un pezzo fa non avea veduto l'Italia, ma insieme la taccia di molta libidine, da cui probabilmente provenne il veleno che il trasse a morte. Solennissime esequie furono a lui fatte, e il corpo suo con quello di Marcantonio fu poi trasportato a Napoli.

Riuscì in quest'anno aFrancesco Maria Sforzaduca di Milano di ridurre in suo potere il fortissimo castello di quella città, avendo capitolato quel castellano, che se in termine d'un mese non veniva soccorso, lo renderebbe, perchè oramai penuriava troppo di vettovaglie e di gente. L'Anonimo Padovano scrive che la resa seguì nel dì 17 di maggio: il Guicciardini, che nel dì 14 di aprile. Si trovò che quella guarnigione era ridotta a soli quarantacinque uomini. Sicchè restò il solo castello di Cremona in man de' Franzesi, ed era ben provveduto. Pare che sia più verisimile l'asserzione del Guicciardini intorno alla resa del castello di Milano; perciocchè, quantunque non avesse il duca per anche ottenuto dall'Augusto Carlol'investitura di quel ducato, pure nel dì 24 di aprile con gran solennità e pari allegrezza del popolo ne prese il possesso in Milano. E qui non si vuol tacere un grave pericolo in cui incorse quel duca nel mese d'agosto. Era egli stato più dì a Monza per fuggire il caldo. Nel tornare ch'egli faceva a dì 25 d'esso mese a Milano, i ducento cavalli di sua guardia parte camminavano avanti, e parte gli teneano dietro molto lontani, acagion del gran polverio, ed egli con pochi marciava nel mezzo. Fra questi pochi era Bonifazio Visconte suo cameriere, che, conceputo un odio grande per la morte dianzi data a monsignorino Visconte, e perchè gli era tolta una prefettura in Val di Sesia, ne meditava vendetta; e fingendo di voler parlare al duca in segreto, con un pugnale gli tirò un colpo alla testa; ma, per cavalcare esso duca una muletta, e Bonifazio un alto e velocissimo cavallo turco, andò il colpo solamente a fare una leggier ferita nella spalla. Inseguito costui, mercè dell'ottimo cavallo, ebbe la fortuna di salvarsi in Piemonte, e poi in Francia. Questo accidente fece sospettar qualche congiura, e molti furono imprigionati in Milano, ed alcuni ancora impiccati. Guarì facilmente il duca. Non di meno fra Paolo carmelitano, scrittore di questi tempi nella sua Storia manuscritta racconta che il pugnale era avvelenato, perlochè ne fu difficile la guarigione, ed essergli restata da lì innanzi una debolezza di nervi. Sparsa e ingrandita la voce di questo fatto, le città di Valenza e d'Asti furono prese dai fuorusciti milanesi; spedito colàAntonio da Leva, ricuperò que' luoghi. Avea intanto l'imperador Carlo, dappoichè vide cacciati quasi affatto fuori di Lombardia i Franzesi, applicati i suoi pensieri a provvedere che non vi tornassero. Bramoso dunque di staccar da essi il valorosoduca di Ferrara Alfonso, e massimamente il senato veneto, da Vagliadolid spedì in ItaliaGirolamo Adornosuo consigliere, persona di rara abilità e destrezza, acciocchè ne trattasse.

Venuto questo ministro cesareo a Ferrara, nel dì 29 di novembre dell'anno precedente, s'accordò col duca, obbligandosi l'imperadore di tenere quel principe sotto la sua protezione, di confermargli l'investitura imperiale de' suoi Stati, e di fargli restituire Modena e Reggio, con che egli pagasse alla maestà sua centocinquanta mila scudi d'oro. Non volle il duca prendere impegno alcuno contrade' Franzesi, perchè restavano tuttavia allora in man d'essi i castelli di Milano e di Cremona, e forse non s'erano loro tolte per anche le fortezze di Trezzo e di Lecco, e poi si udivano dei gran preparamenti delre Francescoper tornar in Italia. Andò poscia l'Adorno anche a Venezia, dove propose a quel senato una lega coll'imperadore. Grandi e lunghi furono i dibattimenti fra que' saggi senatori, perchè dall'un canto sembrava preponderare la potenza di chi era imperadore ed insieme re di Spagna, corroborata dal duca di Milano, che uguale interesse avea con esso Augusto. Ma dall'altra parte l'abbandonare il re di Francia già collegato parea cosa di poco onore; oltre di che, i sicuri avvisi dello armamento, che egli facea, teneano divisi e sospesi gli animi di ciascuno. Intanto, perchè venne a morte l'Adorno, restò intepidito quel negoziato. Ma da lì a un mese essendo stato spedito da Cesare a VeneziaMarino Caraccioloprotonotario apostolico, si ripigliò con più vigore. Venne poi a morte nel dì 7 di luglio, per attestato del Sansovino, il dogeAntonio Grimani, e in suo luogo restò elettoAndrea Gritti, personaggio che abbiam veduto dar tante prove di valore e prudenza nelle sì fiere contingenze di quella repubblica. È ben da stupire come una Cronica manuscritta di Venezia metta la di lui elezione nel dì 20 d'aprile, e fra Paolo carmelitano nel dì 20 di maggio. Nè lo stesso Sansovino sembra assai concorde a sè stesso, e discorda ancora da Pietro Giustiniani nell'assegnare il tempo del ducato del Grimani. Ora il Gritti, siccome persona di gran saviezza, mai non volle palesare il sentimento suo intorno alla lega proposta dal ministro cesareo, lasciandone tutta la risoluzione al senato. E questa finalmente fu conchiusa sul fine di luglio fra essiVeneziani,l'imperadore, Ferdinando arciducaeFrancesco ducadi Milano. Crebbe poi questa lega, perchèpapa Adriano VI, amantissimo per altro della pace d'Italia,dopo aver con lettere efficaci esortati tutti i principi a conservarla, per potere accudire all'impresa contra del Turco, veggendo pure ostinato il re di Francia a volerla di nuovo turbare, nel dì 3 di agosto entrò anch'egli in essa lega, siccome ire d'Inghilterrad'Ungheria, iFiorentini, SanesieGenovesi. E perchè si scopri cheFrancesco Soderinocardinale di Volterra, mostrandosi appassionato per la pace, e maneggiator d'essa, segretamente intanto tramava in Sicilia una congiura contra l'imperadore, e sollecitava il re Cristianissimo che colà inviasse la sua flotta, fu, per ordine del pontefice, inviato prigione in castello Sant'Angelo.

Ma che? il buonpapa Adrianosul più bello fu da questi terreni imbrogli chiamato da Dio a miglior vita nel dì 14 di settembre, con poco dispiacere, se non anche con gaudio della corte di Roma, riguardante poco di buon occhio un pontefice non italiano, e trovandolo anzi uomo inesperto ne' grandi affari politici, ossia nelle finezze della mondana sapienza, la quale infine davanti a Dio ha un altro nome. Per altro, egli fu pontefice pieno d'ottima volontà, di sapere e probità non ordinaria; e s'egli fosse sopravvivuto, siccome aderiva a convocare un concilio generale della Chiesa per riformar gli abusi, così grande speranza c'era di poter rimediare al sempre più crescente scisma del Settentrione. La morte del papa, quanto dall'una parte scompigliò i disegni della lega suddetta, tanto dall'altra animòFrancesco redi Francia a proseguir con più calore i suoi preparamenti e disegni per calare in Italia. Era stato fin quiAlfonso ducadi Ferrara aspettando con pazienza la restituzion delle sue città di Modena e Reggio, promessa tante volte dapapa Leone X, e dallo stessoAdriano VI. Ma il possesso e dominio degli Stati terreni, quand'anche sia ingiusto, porta seco un tale incanto, che niun quasi mai sa indursi a spogliarsene, se non si adopera l'esorcismo dellaforza. Il perchè, veggendosi il duca cotanto deluso, non potè più stare alle mosse. Aveva dianzi l'imperadore tolta la terra di Carpi adAlberto Pio, gran cabalista di questi tempi, che, dopo aver tradito esso Augusto, era dietro a far lo stesso giuoco al papa, che gli avea affidata la custodia di Reggio e di Rubiera, come s'ha dal Guicciardini. Ora, innanzi che accadesse la morte del papa,Renzo da Ceriavea tolta essa terra di Carpi agl'imperiali, con inalberar ivi le bandiere di Francia. Dappoichè fu mancato di vita papa Adriano, si diede Renzo a far delle scorrerie fra Modena e Reggio. Tentò anche Rubiera, ma indarno. In questo tempo ilduca Alfonso, sperando d'essere sostenuto da esso Renzo, uscì colle sue genti in campagna. Nel dì 27 di settembre si presentò davanti a Modena, e ne fece la chiamata. Perchè dentro v'eraFrancesco Guicciardinigovernatore pel papa, e ilconte Guido Rangonecon forza valevole da poter sostenere la città, fu mandato in pace. Voltossi il duca a Reggio, dove nel dì 29 del mese suddetto, senza dover usare violenza, da quel popolo fu allegramente ricevuto; e poco stette a impadronirsi anche della cittadella e di tutto il contado. Venuto poi al forte castello di Rubiera sulla via Emilia ossia Claudia, colla artiglierie forzò la terra, ed appresso anche la rocca a rendersi. Avrebbe inoltre potuto ridurre alla sua ubbidienza Parma, ch'era senza presidio, e minacciata colle scorrerie da Renzo da Ceri; ma avendo i Parmigiani mandato a Rubiera per saper l'intenzione del duca Alfonso, e udito ch'egli altro non voleva se non ricuperare il suo, e non occupar quello che era della Chiesa, allora si animarono a difendere la lor città, e finì la loro paura.

Erano in questi tempi nate controversie fra ilre FrancescoeCarlo duca di Borbonedella real casa di Francia, per le quali questo principe disgustato avea segretamente preso il partito diCarlo imperadore. E perciocchè il re, avendogià raunata una possente armata, meditava di portarsi in persona a riacquistare lo Stato di Milano, giacchè per pruova avea conosciuto che la presenza del principe influiva troppo al buon esito delle imprese, il Borbone con Cesare avea progettato di assalire nella lontananza del re la Borgogna maggiore; al qual fine s'andavano ammassando dodici mila Tedeschi. Traspirò questa mena, allorchè il re Cristianissimo fu giunto a Lione; e però il duca di Borbone, che quasi fu colto nella rete, ebbe la fortuna di salvarsi travestito in Germania, daddove poi il vedremo venire in Italia. Cagion fu la cospirazione suddetta che il re Francesco si astenne per ora dal passare i monti per timore d'altre segrete insidie; ma non per questo lasciò d'inviare in Lombardia per generaleGuglielmo Grosserio, per soprannome ilBonivet, ammiraglio allora di Francia, che per favore specialmente diLodovicamadre del re era salito ai primi onori e alla confidenza del re medesimo, ma che accoppiava coll'ignoranza del mestier della guerra una somma arroganza e superbia. Poderosa era l'armata ch'egli conduceva, perchè composta di otto mila Svizzeri, sei mila Tedeschi, tre mila Italiani, tre mila Guasconi, lancie mille e ottocento, arcieri due mila. Il Guicciardini parla di sei mila Svizzeri, sei mila fanti tedeschi, dodici mila franzesi, e tre mila italiani, oltre alle suddette lancie. Sul principio di settembre arrivò questo esercito a Susa. Aveano i Veneziani collegati con Cesare eletto per lor generaleFrancesco Maria ducad'Urbino, nè tardarono a spedirlo nel Bergamasco con cinquecento lancie, cinque mila fanti e cinquecento cavalli leggieri, acciocchè ad ogni cenno diProspero Colonnapassassero l'Adda. Parimente l'arciduca Ferdinandoinviò sei mila fanti a Milano. Trovavasi allora il Colonnese malconcio di sanità; contuttociò, dopo aver presidiata Pavia, e mandatoFederigo marchesedi Mantova alla guardia di Cremona, allorchè sentìavvicinarsi i Francesi, fattosi portare in lettiga, s'andò a postare al Ticino con pensiero di contrastarne loro il passaggio. Calati i Franzesi, poco stettero a impadronirsi di Asti, Alessandria e Novara. Trovato anche il fiume Ticino molto magro, cominciarono in più luoghi a passarlo: il che obbligò il Colonna a ritirarsi in fretta a Milano, nel cui popolo era entrata sì fatta costernazione, che, per sentimento dei saggi, se il Bonivet marciava a dirittura colà, senza fatica v'entrava. Ma per voler egli aspettare il resto di sue genti, si fermò tre giorni senza alcuna azione, dando tempo ai Cesariani e Milanesi di ben fornire di vettovaglie la città, di rifare i bastioni dei borghi, e di ricevere un soccorso di quattro mila fanti italiani: con che tornò il cuore in corpo a quel popolo, e, per l'avversione che ognuno nudriva contro i Francesi, si dispose ad una gagliarda difesa.

Intanto l'armata franzese s'inoltrò a Binasco, e, facendo continue scorrerie fino alle porte di Milano, s'impossessò di Monza, dove fu posta molta cavalleria, affinchè per quella parte non passassero vettovaglie a Milano. Venne in questo tempo avviso all'ammiraglio Bonivet, avere il comandante franzese del castello di Cremona, siccome ridotto agli estremi per penuria di viveri, capitolato di renderlo, se in termine di quindici giorni non gli veniva soccorso; e che il marchese di Mantova si era portato a Lodi con due mila fanti e cinquecento cavalli, per vietare il passo ai Franzesi. Premendogli di conservar quella fortezza, spedì ilsignor di BaiardoeFederigo da Bozzolocon otto mila fanti, due mila cavalli e dieci pezzi d'artiglieria a Lodi. A questo avviso, fu ben diligente il marchese di Mantova a ritornarsene a Cremona. Entrarono i Franzesi in Lodi, ed ivi restato il Baiardo con mille fanti, Federigo, seco menando gran quantità di vini, farine e grascia, senza far paura alcuna, seguitò il viaggio a Cremona, e nel dì 20 di settembre introdussein quel castello i viveri, e, invece de' soldati la maggior parte malati, ve ne mise di sani. L'altro giorno se ne ritornò con tutto onore a Lodi. Questa azione del Bozzolo fece nascere speranza al Bonivet di acquistare la stessa città di Cremona; e però colà rimandò il suddetto Federigo con sei mila fanti e mille cavalli, a cui poscia si aggiunse Renzo da Ceri con tre mila fanti. Speravano questi capitani di penetrar nella città per via della fortezza, ma si disingannarono in più assalti, con loro gran danno dati ai trincieramenti e ripari fatti fra la città e il castello, e sostenuti con bravura da Niccolò Varolo. Sicchè si rivolsero a bombardar le mura della città alla porta di San Luca. Fatta larga breccia, mentre si accingevano a dar la battaglia, eccoti un'impetuosa pioggia che durò quattro giorni, con impedire il trasporto delle vettovaglie, e fu forza di prenderne dallo stesso castello. E perciocchè s'erano ingrossati i fiumi, Federigo da Bozzolo prese la risoluzione di ritirarsi, affinchè non gl'incontrasse di peggio; e tutto spelato, anzi rovinato, si ridusse a Lodi circa la metà di ottobre. Giacchè questo colpo era andato fallito, l'ammiraglio si accostò coll'esercito a Milano, confidando di poter ridurre a' suoi voleri quell'augusta città piena di popolo con impedire, o difficoltare il passo alle vettovaglie. Andava sempre più crescendo l'infermità diProspero Colonna, e però egli diede l'incombenza della difesa della città alsignor di Alarcone. Facea questi ogni dì uscire i suoi cavalli per servire di scorta a chi portava dei viveri, e ne venivano non pochi dalla Ghiaradadda e dai monti di Brianza. Ma ito sul fin d'ottobre ilsignor di San PaoloFranzese a Caravaggio, diede un orribil sacco a quella terra e per que' contorni, e per li suddetti monti saccheggiò o bruciò molte altre ville e castella: il che riempiè di terrore tutti quegli abitanti. All'incontro, spedito ilmarchese di Mantovacon ottocento cavalli e tre mila fanti venuti da Genova di qua da Po, ripreseAlessandria e molte castella: con che proibì a tutta quella contrada e al Piemonte che niuna vettovaglia portassero al campo franzese. Il perchè l'esercito franzese cominciò a far quaresima prima del tempo, e si trovava di mala voglia. Ma neppure avea occasion di cantare l'esercito cesareo di Milano, perchè scarseggiava di vitto, e più di paghe. Perciò il Colonna co' primarii, consapevoli della promessa fatta dall'imperadore di restituir Modena adAlfonso ducadi Ferrara collo sborso di gran somma di danaro; ed anche informati che questo principe, con tutte le istanze fatte dai Franzesi, non avea voluto assisterli nell'assedio di Cremona, inviarono oratori a lui per dargli Modena, purchè di presente sborsasse trenta mila ducati d'oro, e venti altri nel termine di due mesi. Era già fatto l'accordo; ma Francesco Guicciardini, governator di Modena per la Chiesa, tanto seppe fare, che distrusse tutti i disegni del Colonna e le speranze del duca. Intanto, non potendo più il Bonivet per le pioggie e per altre incomodità fermarsi sotto Milano, e massimamente perchè circa la metà di novembre gli era andato fallito un tradimento concertato con Morgante da Parma; ed essendo anche sopravvenute le nevi, intavolò un trattato di tregua cogli imperiali. Ma perchè questo non si conchiuse, levò finalmente, nel dì 27 di novembre, il campo, e, senza che Prospero Colonna volesse permettere l'inseguirli, si ridusse a Biagrasso e Rosate.

Mentre per queste diaboliche guerre si trovava involto lo Stato di Milano in indicibili calamità, si rallegrò la Chiesa di Dio dopo due mesi di conclave, e dopo assaissime gare e discordie de' cardinali, per l'elezione diGiulio cardinale de Medici, effettuata nel dì 19 di novembre, il quale assunse il nome diClemente VII; personaggio di gran senno, e di non minore perizia nel governo degli Stati, e tale, che mirabili cose dalla di lui testa gravida di politica si promise il popoloromano. Quai mezzi adoperasse egli per salire a sì eminente dignità, può il lettore apprenderlo dal Guicciardini. L'Anonimo Padovano ci assicura che, terminate le solenni funzioni della coronazione, questo pontefice dichiarò di voler essere amator della pace, e pastore senza parzialità del Signore, e che accorderebbe insieme i principi cristiani, per formar poscia una crociata contro gl'infedeli. Certo è che un atto di gloriosa generosità diede principio al suo governo, avendo perdonato al cardinal Soderino, suo gran nemico negli anni addietro, e molto più nel conclave, a cui, liberato dalla prigione, intervenne. Parimente si osservò in lui abborrimento a far leghe, e ad entrare in impegni di guerra. Intanto l'assunzione sua fece quetar tutti i rumori insorti nello Stato ecclesiastico; e ilduca di Ferrara, dopo aver lasciati buoni presidii in Reggio e Rubiera, cessò d'inquietare la città di Modena. Inviò poscia esso duca i suoi oratori a Roma per rendere ubbidienza al novello pontefice, e per chiedere la restituzion d'essa Modena, tante volte promessa dai due precedenti papi. Clemente, per lo contrario, facea istanze che il duca restituisse Reggio e Rubiera. Varie sessioni furono perciò tenute, e andando l'affare in lungo, altro non si conchiuse infine, se non che vi fosse tregua fra loro per un anno da cominciarsi nel dì 15 di marzo dello anno seguente 1524; e che ognun possedesse quel che aveva, senza innovar cosa alcuna: il che fu poi puntualmente eseguito dal duca Alfonso, ma non così da papa Clemente. Andava in questo mentre sempre più peggiorando di saluteProspero Colonna; laonde Carlo imperadore pensò alla provvisione di un nuovo condottiere dell'armi sue in Lombardia, e insieme a rinforzare l'esercito suo per iscacciare i Franzesi. Ebbe ordinedon Carlo de Noisossiadella Noia, vicerè di Napoli, di venire a Milano, ed egli infatti arrivò a Bologna verso la metà di dicembre, menando seco non più di trecentocavalli e di mille fanti. Passato dipoi a Parma, giunse colà ancoraCarlo duca di Borbone, tutto voglioso di far del male al re di Francia, che gli avea occupato gli Stati e mobili suoi di sommo valore. Stettero ivi fermi per otto giorni, conferendo insieme di quel che s'avesse a fare. Avea il Borbone portato seco un brevetto di luogotenente generale di Cesare. Venne ad unirsi con loro anche ilmarchese di Pescara, che condusse altri mille fanti dal regno di Napoli. Andati di là a Pavia, e ricevuta una potente scorta, si ridussero poi tutti a Milano sul fine dell'anno; e trovato tuttavia vivente il Colonna, andarono a visitarlo. Ma egli nel dì penultimo di dicembre, per attestato del Guicciardini, oppure nell'ultimo, come ha l'Anonimo Padovano, diede fine al suo vivere, con sospetto, secondo il solito, di veleno, restando gran fama di lui, cioè d'un capitano di rara saviezza e valore, a cui simile un pezzo fa non avea veduto l'Italia, ma insieme la taccia di molta libidine, da cui probabilmente provenne il veleno che il trasse a morte. Solennissime esequie furono a lui fatte, e il corpo suo con quello di Marcantonio fu poi trasportato a Napoli.


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