MDXXXVII

MDXXXVIIAnno diCristoMDXXXVII. IndizioneX.Paolo IIIpapa 4.Carlo Vimperadore 19.Non altro che pensieri e consigli di pace meditava ilpontefice Paolo, e a questo fine nel precedente anno avea mandati due legati, cioè ilcardinale Caraccioloall'imperadore, e ilcardinale Trivulzioalre di Francia. Indarno impiegarono essi parole e passi: cotanto erano alterati gli animi di que' due emuli monarchi. Un altro motivo della spedizione d'essi porporati era la dichiarata risoluzion del pontefice per convocare il concilio generale. Ancor qui si trovarono delle discrepanze; e perchè s'era posta la mira sopra Mantova, come città a proposito per quella sacra adunanza, tali difficoltà eccitò quel duca, che convenne pensare ad altro sito. Grande su questo punto fu sempre la premura del papa, sincera la sua intenzione. Anzi a lui stava così a cuore la riforma della Chiesa, che, siccomedicemmo, senza aspettare il concilio, seriamente s'applicò egli a curarne le piaghe, e soprattutto a levare gli abusi della sua corte. A questo fine con immensa sua lode chiamò nell'anno precedente a Roma dei personaggi più illustri nelle scienze e nella pietà, e specialmenteReginaldo PoloInglese, parente del re di Inghilterra,Gian-Pietro CaraffaNapoletano, vescovo teatino, cioè di Chieti,Gregorio CorteseModenese, abbate di San Benedetto di Mantova, eGirolamo Aleandroda Istria, arcivescovo di Brindisi. E siccome egli ebbe sempre gran cura di promuovere alla sacra porpora gli uomini di merito distinto, e massimamente gli eccellenti letterati, ed avea già promosso al cardinalato nel 1535 fra altri egregi personaggiGasparo ContarinoVeneziano, ingegno mirabile; così sul fine del 1536 creò cardinali i suddettiCaraffa, che fu poi papa Paolo IV, e il Polo eJacopo SadoletoModenese, insigne per la sua letteratura. A questi ingegni eccellenti avendo unitoTommaso Badia, parimente Modenese, dottissimo maestro del sacro palazzo, avea poi dato papa Paolo l'incumbenza di mettere segretamente in iscritto quegli abusi e disordini della Chiesa di Dio e della corte romana, che esigessero emendazione. Il che eseguirono essi con sommo giudizio ed onoratezza; benchè la loro scrittura contro la mente del pontefice e d'essi, capitasse poi in mano degli eretici, che ne fecero gran galloria: quasichè i difetti introdotti nella disciplina potessero servire a giustificare il loro scisma e le loro false dottrine. Non certo que' saggi uomini trovarono nella Chiesa romana dogmi meritevoli di correzione; e stando questi immobili, ancorchè avvengano slogature nella disciplina, immobile sta e starà sempre la vera Chiesa di Dio. Con queste sì lodevoli azioni egregiamente adempieva Paolo III il sacro suo ministero; e se gli può ben perdonare, se nel medesimo tempo ancora ascoltava i consigli dell'amor paterno verso la casa propria, cioè versodiPier-Luigi Farnesesuo figlio, che già si era addestrato alla profession della milizia, forse con poca gloria, perchè, secondo il Varchi, fu casso con ignominia dal marchese del Vasto. L'avea già il pontefice creato gonfaloniere e generale dell'armi della Chiesa. Nel presente anno gli diede Nepi, e il creò ancora duca di Castro di Maremma di Toscana, permutato con Frascati daGirolamo Estontevilla, che dianzi era investito d'esso Castro. Essendo questo luogo come un deserto, Pier-Luigi cominciò ad abbellirlo con porte, piazze, palagi, strade e case, facendovi concorrere abitatori ed artefici. Col tempo ancora v'aggiunse le fortificazioni, tantochè lo ridusse in forma di città, ampliandone il distretto colla compera di varie circonvicine castella.Accadde in quest'anno la violenta morte diAlessandro de Mediciduca di Firenze. Chi desidera una esatta e diffusa notizia di questa tragedia, ha da ricorrere alle storie che ne trattanoex professo[Varchi. Segni. Adriani. Jovius.]. Basterà a me di dire che Alessandro, il quale fu figliuol naturale diLorenzo de Mediciil giovine, duca d'Urbino, e chi dice d'una schiava, e chi d'una vil contadinella di Collevecchio, benchè, (al mirare il tanto amore per lui di papa Clemente VII, la malignità di taluno immaginasse ch'egli dovesse i suoi natali a Giulio de Medici, che poi creato papa assunse il suddetto nome di Clemente), non mancò di vivacità d'ingegno e di attitudine per ben governare Firenze, dacchè era stato portato dalla forza del pontefice zio e dell'Augusto Carlo ad esser capo di quella repubblica, e poi principe assoluto. Ma ogni sua buona dote era guasta dalla smoderata libidine, confessando ognuno che per isfogarla non perdonava a grado alcuno di donne, e neppur alle sacre vergini; ed uscendo bene spesso la notte per disonesti fini, più d'una volta fu in pericolo della vita. Nè da questa vituperosa maniera di vivere potè mai ritirarlo papaClemente, per quante lettere ed ammonizioni gl'inviasse. Peggiorò molto più dopo la morte d'esso pontefice, nè giovò punto a rimetterlo sulla buona via l'aver egli ottenuta in moglie una figlia dell'imperadore, per cui non mostrò mai grande amore nè stima, perchè troppo perduto in cercar sempre novità d'oggetti alla sfrenata sua disonestà. Malcontenta di lui era la maggior parte de' Fiorentini, siccome coloro che miravano in lui un tiranno ed un oppressore della lor libertà, e che per sostenere con sicurezza il suo imperio, avea spinto in esilio tante onorate famiglie. Che se alcuno sparlava, ne pagava ben tosto il fio. Pure da questo universal odio non venne la sua rovina, avendovi posto riparo colla forte guardia di milizie, ch'egli teneva in città e al corpo suo, sotto il comando diAlessandro Vitelli; venne da quel medesimo vizio, di cui parlammo, che toglie talvolta di senno anche i più accorti.S'era il duca affratellato non poco conLorenzo de Medici, discendente daLorenzo, fratello diCosimo il Magnifico, e però suo parente alla lontana: quel medesimo Lorenzo, contra di cui Francesco Maria Molza, celebre ingegno modenese, scrisse una invettiva latina, per aver costui deformati in Roma alcuni bei frammenti delle antichità romane. Vedesi il suo vivo ritratto, formato dalla tagliente penna del Varchi, dal Segni e dal Giovio. Non era costui che iniquità; e queste da gran tempo meditava di coronare con una, che facesse grande strepito nel mondo. Adulatore divenuto d'Alessandro, e stretto suo famigliare principalmente s'era introdotto nella di lui grazia, con servirlo non solo di spia, ma ancora come sperto ruffiano presso qualunque donna che gli cadesse in pensiero. Andò tanto avanti questa sordida dimestichezza fra loro, che Alessandro il richiese di ridurre alle sue voglie una sorella della di lui madre, giovane non men pudica, che bella. Finse Lorenzino d'aver vinta la di lei costanza, e di farla venire una nottenella propria casa, dove si esibì di trovarsi anche il duca. Infatti colà si portò l'incauto Alessandro soletto, e nella camera di Lorenzo si coricò in letto, aspettando il dolce momento di cui era intenzionato. Ma trovò quel che non si aspettava. Entrato Lorenzino, e seco un suo sgherro, gli furono addosso; e quantunque Alessandro, giovane robusto, facesse gran difesa, pure a forza di coltellate, e con segargli infine la gola, lo stesero morto sul letto, tutto immerso nel proprio sangue. Il tempo, in cui seguì sì strepitoso omicidio, se lo chiediamo al Varchi, egli risponde:Tra le cinque e le sei del sabbato che precedette la Befania, il sesto giorno di gennaio (secondo il costume dei Fiorentini, i quali pigliano il giorno, tostochè il giorno è ito sotto) dell'anno MDXXXVI. Parla alla forma de' Fiorentini, che mutavano l'anno solamente nel dì 25 di marzo, e presso loro perciò durava il 1536. Venne l'Epifania in quest'anno in sabato, e le parole del Varchi, che sembrano alquanto intricate, se io le so ben intendere, significano ucciso Alessandro, secondo noi, nella notte precedente al dì sesto di gennaio. All'incontro il Giovio scrive:Ea nocte, quae januaries nonas antecessit; cioè nella notte innanzi il dì quinto d'esso mese. Nella sua Storia volgarizzata, non so come, è scritto:Quella notte che fu innanzi a' 6 di gennaio: il che non corrisponde al latino. Ma il Segni chiaramente riferisce, aver il ducaconsumato il giorno intero sei di gennaio, festa della Befania, in maschera, ed essere poi stato ucciso la seguente notte. Eppure il medesimo scrive dipoi, che scoperta dai rettori la morte del duca, ordinarono che quel giorno, che era il dì dellaEpifania, si fingesse letizia. Come mai tanta discordia? Quanto all'Adriani, egli fa accaduta la morte di Alessandrola notte appresso il dì sesto di gennaio, celebrato per la festa dell'Epifania. Più strano è il linguaggio dell'Ammirati, che così scrive:Era entrato l'anno 1537 di sei giorni, giorno celebre per la solennitàdella presentazion del Signore al tempio, quando Lorenzo fece intendere al duca, che nella notte seguente condurrebbe, ec. Ecco cosa fosse l'Epifania in mente di questo storico. Mi si perdoni questa diceria, da cui non ho saputo dispensarmi, acciocchè s'intenda sempre più che nelle minutaglie della cronologia anche i più accreditati storici prendono degli sbagli.Ebbe tanta industria e fortuna l'omicida Lorenzino, che col suo sicario potè la stessa notte uscir di città, e salvarsi a Venezia, da dove poiFilippo Strozziil fece ritirare alla Mirandola. Aveva egli chiuso in sua camera l'ucciso duca; nè trovandosi la seguente mattina nel suo palazzo il misero principe, e cercato indarno per varii siti dai ministri suoi e dalcardinal Cibò, che si trovava allora in Firenze, s'andò subodorando, e infine scoprendo la sua disavventura, la quale fu ben tenuta segreta, finchè arrivasse a FirenzeAlessandro Vitellicapitano delle milizie ducali, e s'introducessero nella città molte brigate di fanti del Muggello. Questa precauzione tenne in dovere il popolo, che non seguisse sollevazione alcuna, come aveano sperato tanto Lorenzino che i fuorusciti fiorentini, sempre vogliosi di rimettere in libertà la patria. Oltre di che, al popolo erano già state tolte l'armi. Si tennero poi varie pratiche e consigli dal suddetto cardinal Cibò, dal Vitelli e dal magistrato maggiore, dove si trovò gran discrepanza di sentimenti. Ma ossia cheCosimofiglio del fu sì valorosoGiovanni de Medici, discendente anch'egli al pari del micidiario Lorenzino daLorenzofratello diCosimo il Magnifico, trovandosi allora in villa, tratto dal rumore della morte del duca, spontaneamente tornasse in città; oppure ch'egli vi fosse chiamato dal cardinale e dai parziali della casa de' Medici: fuor di dubbio è ch'egli venne, e si presentò ad esso cardinale Cibò, il quale o prima o dipoi prese la protezione di lui, per farlo succedere all'estinto Alessandro. Giovinetto avvenente di diciotto anni eraallora Cosimo; superiore all'età sua era il senno e il coraggio suo. I pregi della pietà e della modestia, e del farsi amare ne accrescevano il merito. Militava ancora in favore di Cosimo il decreto ossia l'investituraCarlo V; e quello che soprattutto accelerò le risoluzioni fu il timore che l'armi di Cesare venissero a insignorirsi della città. Laonde cotanto si maneggiò il menzionato cardinale coi bene affetti e co' senatori più saggi, che senza far caso di un bastardo per nomeGiulio, lasciato dalduca Alessandro, perchè di soli tre anni, elessero il suddetto giovane Cosimo, con titolo non già di duca, ma di capo e governatore della repubblica fiorentina, con assegno di dodici mila fiorini d'oro l'anno e con limitazioni al precedente governo. Accettò Cosimo ogni condizione a mani baciate, ben prevedendo che col tempo avrebbe da prendere legge chi ora a lui la dava. Per l'allegrezza fu poi svaligiato dai soldati il suo palazzo, e per vendetta saccheggiato quello di Lorenzino. Per non tornare più a costui, il quale, come apparisce da una lettera a M. Paolo del Tosso[Lettere de' Principi, tom. 3.], e dal Varchi, venne fregiato dai fuorusciti fiorentini col titolo diBruto novello Toscano, dirò che in Firenze fu poi smantellato il suo palazzo, facendovi passare per mezzo una strada appellatadel traditore; fu promessa gran taglia a chi il desse vivo o l'uccidesse; e dipinta la sua effigie pendente dalla forca. Andò poi egli in Turchia; tornò a Venezia, e di là passò in Francia; finalmente ritornato a Venezia senza rumore fu privato di vita nel 1547. Succederono poscia varie altre scene in Firenze e per la Toscana, che lungo sarebbe il voler riferire. Solamente aggiungerò cheAlessandro Vitellos'impadronì con inganno della fortezza di Firenze, e se ne fece bello coll'imperadore, scrivendogli di tenerla a nome e volere della maestà sua. Si meritò egli per questo il nome di traditore. In gran moto si misero dipoi i cardinali e fuorusciti fiorentiniper guastare la risoluzione presa in favore diCosimo de Medici. Ma andarono a vuoto i loro per altro deboli tentativi e disegni, e molti d'essi, fra' qualiFilippo Strozzilor capo, furono condotti prigioni a Firenze, e col tempo anche decapitati, fuorchè il suddetto Filippo, che poi nell'anno seguente si trovò morto in prigione, con far correr voce che si fosse ucciso da sè stesso.Seguitò nel presente anno la guerra in Piemonte fra gl'Imperiali e Franzesi. In uno stato compassionevole si trovava ben alloraCarlo III ducadi Savoia, dacchè avea nemici i Franzesi, e gl'imperiali amici bensì, ma senza gagliarde forze, e intanto si desolava tutto il suo paese, ora in mano degli uni, ed ora degli altri cadendo le sue terre e castella. Andò ilmarchese del Vastoall'assedio di Carmagnola conFrancesco marchese di Saluzzo, che, colpito d'una archibusata, ivi lasciò la vita. Essendo sul principio di giugno arrivato di Francia a Pinerolo ilsignor d'Umierescon alcune migliaia di Tedeschi, il Vasto si ritirò ad Asti, città poscia indarno assediata dai Franzesi[Belcaire. Giovio. Segni. Spondano.]. Venne bensì Alba con altri luoghi in lor potere; ma non tardarono gli Imperiali a ricuperarli, e a prendere Chieri e Chierasco. Rinforzato poi l'esercito cesareo da molte truppe venute di Germania, forse avrebbe tentato cose maggiori; ma, d'ordine del re di Francia, nel principio d'ottobre si mosse di LioneArrigo delfinodi Francia conAnna di Memoransìgran contestabile, e con una buona armata, e giunto a Susa, se ne impadronì, siccome ancora d'altri luoghi ch'io tralascio. Venne lo stessore Francescoin Piemonte; e perciocchè fu in questi tempi fatta una tregua di tre mesi, conchiusa nel dì 16 di novembre dell'anno presente, e rapportata dal Du-Mont[Du-Mont, Corps Diplomat.], per tentare, se possibil era, d'intavolar la pace, si posarono l'armi; e portossi il marchese del Vasto a baciar le mani al redi Francia, dimorante in Carmagnola. E qui non si dee tacere un fatto di esso re, confessato dallo stesso Belcaire, e sommamente detestato dallo Spondano storico anch'esso franzese, per cui resterà sempre denigrata la fama di chi nei titoli Cristianissimo, tutt'altro ne' fatti si diede a conoscere. Cioè cotanto era infiammato d'odio essore Francesco Icontra delloAugusto Carlo V, che in quest'anno spedì suoi oratori a Solimano gran signore dei Turchi, per incitarlo a muovere guerra in Italia. E volesse Dio che questo solo esempio avesse dato la corte di Francia del suo attaccamento al Turco in danno della cristianità. Presero i Turchi Castro in Puglia, distante otto miglia da Otranto, e cominciarono colle scorrerie ad infestar tutto quel paese. Cagion poi fu la tregua suddetta che i Turchi si ritirassero di là, dopo avere riempiuta di terrore tutta l'Italia, menando nondimeno seco una gran copia d'infelici cristiani in ischiavitù. Intanto si cominciò a maneggiar una lega fra ilpapa, l'imperadoree iVeneziani, per resistere al comune nemico, giacchè egli potentissimo per terra e per mare avea già cominciata guerra contro la repubblica veneta, con un lagrimevol sacco all'isola di Corfù, ed in Ungheria avea inferiti gravissimi danni a quella cristianità.

Non altro che pensieri e consigli di pace meditava ilpontefice Paolo, e a questo fine nel precedente anno avea mandati due legati, cioè ilcardinale Caraccioloall'imperadore, e ilcardinale Trivulzioalre di Francia. Indarno impiegarono essi parole e passi: cotanto erano alterati gli animi di que' due emuli monarchi. Un altro motivo della spedizione d'essi porporati era la dichiarata risoluzion del pontefice per convocare il concilio generale. Ancor qui si trovarono delle discrepanze; e perchè s'era posta la mira sopra Mantova, come città a proposito per quella sacra adunanza, tali difficoltà eccitò quel duca, che convenne pensare ad altro sito. Grande su questo punto fu sempre la premura del papa, sincera la sua intenzione. Anzi a lui stava così a cuore la riforma della Chiesa, che, siccomedicemmo, senza aspettare il concilio, seriamente s'applicò egli a curarne le piaghe, e soprattutto a levare gli abusi della sua corte. A questo fine con immensa sua lode chiamò nell'anno precedente a Roma dei personaggi più illustri nelle scienze e nella pietà, e specialmenteReginaldo PoloInglese, parente del re di Inghilterra,Gian-Pietro CaraffaNapoletano, vescovo teatino, cioè di Chieti,Gregorio CorteseModenese, abbate di San Benedetto di Mantova, eGirolamo Aleandroda Istria, arcivescovo di Brindisi. E siccome egli ebbe sempre gran cura di promuovere alla sacra porpora gli uomini di merito distinto, e massimamente gli eccellenti letterati, ed avea già promosso al cardinalato nel 1535 fra altri egregi personaggiGasparo ContarinoVeneziano, ingegno mirabile; così sul fine del 1536 creò cardinali i suddettiCaraffa, che fu poi papa Paolo IV, e il Polo eJacopo SadoletoModenese, insigne per la sua letteratura. A questi ingegni eccellenti avendo unitoTommaso Badia, parimente Modenese, dottissimo maestro del sacro palazzo, avea poi dato papa Paolo l'incumbenza di mettere segretamente in iscritto quegli abusi e disordini della Chiesa di Dio e della corte romana, che esigessero emendazione. Il che eseguirono essi con sommo giudizio ed onoratezza; benchè la loro scrittura contro la mente del pontefice e d'essi, capitasse poi in mano degli eretici, che ne fecero gran galloria: quasichè i difetti introdotti nella disciplina potessero servire a giustificare il loro scisma e le loro false dottrine. Non certo que' saggi uomini trovarono nella Chiesa romana dogmi meritevoli di correzione; e stando questi immobili, ancorchè avvengano slogature nella disciplina, immobile sta e starà sempre la vera Chiesa di Dio. Con queste sì lodevoli azioni egregiamente adempieva Paolo III il sacro suo ministero; e se gli può ben perdonare, se nel medesimo tempo ancora ascoltava i consigli dell'amor paterno verso la casa propria, cioè versodiPier-Luigi Farnesesuo figlio, che già si era addestrato alla profession della milizia, forse con poca gloria, perchè, secondo il Varchi, fu casso con ignominia dal marchese del Vasto. L'avea già il pontefice creato gonfaloniere e generale dell'armi della Chiesa. Nel presente anno gli diede Nepi, e il creò ancora duca di Castro di Maremma di Toscana, permutato con Frascati daGirolamo Estontevilla, che dianzi era investito d'esso Castro. Essendo questo luogo come un deserto, Pier-Luigi cominciò ad abbellirlo con porte, piazze, palagi, strade e case, facendovi concorrere abitatori ed artefici. Col tempo ancora v'aggiunse le fortificazioni, tantochè lo ridusse in forma di città, ampliandone il distretto colla compera di varie circonvicine castella.

Accadde in quest'anno la violenta morte diAlessandro de Mediciduca di Firenze. Chi desidera una esatta e diffusa notizia di questa tragedia, ha da ricorrere alle storie che ne trattanoex professo[Varchi. Segni. Adriani. Jovius.]. Basterà a me di dire che Alessandro, il quale fu figliuol naturale diLorenzo de Mediciil giovine, duca d'Urbino, e chi dice d'una schiava, e chi d'una vil contadinella di Collevecchio, benchè, (al mirare il tanto amore per lui di papa Clemente VII, la malignità di taluno immaginasse ch'egli dovesse i suoi natali a Giulio de Medici, che poi creato papa assunse il suddetto nome di Clemente), non mancò di vivacità d'ingegno e di attitudine per ben governare Firenze, dacchè era stato portato dalla forza del pontefice zio e dell'Augusto Carlo ad esser capo di quella repubblica, e poi principe assoluto. Ma ogni sua buona dote era guasta dalla smoderata libidine, confessando ognuno che per isfogarla non perdonava a grado alcuno di donne, e neppur alle sacre vergini; ed uscendo bene spesso la notte per disonesti fini, più d'una volta fu in pericolo della vita. Nè da questa vituperosa maniera di vivere potè mai ritirarlo papaClemente, per quante lettere ed ammonizioni gl'inviasse. Peggiorò molto più dopo la morte d'esso pontefice, nè giovò punto a rimetterlo sulla buona via l'aver egli ottenuta in moglie una figlia dell'imperadore, per cui non mostrò mai grande amore nè stima, perchè troppo perduto in cercar sempre novità d'oggetti alla sfrenata sua disonestà. Malcontenta di lui era la maggior parte de' Fiorentini, siccome coloro che miravano in lui un tiranno ed un oppressore della lor libertà, e che per sostenere con sicurezza il suo imperio, avea spinto in esilio tante onorate famiglie. Che se alcuno sparlava, ne pagava ben tosto il fio. Pure da questo universal odio non venne la sua rovina, avendovi posto riparo colla forte guardia di milizie, ch'egli teneva in città e al corpo suo, sotto il comando diAlessandro Vitelli; venne da quel medesimo vizio, di cui parlammo, che toglie talvolta di senno anche i più accorti.

S'era il duca affratellato non poco conLorenzo de Medici, discendente daLorenzo, fratello diCosimo il Magnifico, e però suo parente alla lontana: quel medesimo Lorenzo, contra di cui Francesco Maria Molza, celebre ingegno modenese, scrisse una invettiva latina, per aver costui deformati in Roma alcuni bei frammenti delle antichità romane. Vedesi il suo vivo ritratto, formato dalla tagliente penna del Varchi, dal Segni e dal Giovio. Non era costui che iniquità; e queste da gran tempo meditava di coronare con una, che facesse grande strepito nel mondo. Adulatore divenuto d'Alessandro, e stretto suo famigliare principalmente s'era introdotto nella di lui grazia, con servirlo non solo di spia, ma ancora come sperto ruffiano presso qualunque donna che gli cadesse in pensiero. Andò tanto avanti questa sordida dimestichezza fra loro, che Alessandro il richiese di ridurre alle sue voglie una sorella della di lui madre, giovane non men pudica, che bella. Finse Lorenzino d'aver vinta la di lei costanza, e di farla venire una nottenella propria casa, dove si esibì di trovarsi anche il duca. Infatti colà si portò l'incauto Alessandro soletto, e nella camera di Lorenzo si coricò in letto, aspettando il dolce momento di cui era intenzionato. Ma trovò quel che non si aspettava. Entrato Lorenzino, e seco un suo sgherro, gli furono addosso; e quantunque Alessandro, giovane robusto, facesse gran difesa, pure a forza di coltellate, e con segargli infine la gola, lo stesero morto sul letto, tutto immerso nel proprio sangue. Il tempo, in cui seguì sì strepitoso omicidio, se lo chiediamo al Varchi, egli risponde:Tra le cinque e le sei del sabbato che precedette la Befania, il sesto giorno di gennaio (secondo il costume dei Fiorentini, i quali pigliano il giorno, tostochè il giorno è ito sotto) dell'anno MDXXXVI. Parla alla forma de' Fiorentini, che mutavano l'anno solamente nel dì 25 di marzo, e presso loro perciò durava il 1536. Venne l'Epifania in quest'anno in sabato, e le parole del Varchi, che sembrano alquanto intricate, se io le so ben intendere, significano ucciso Alessandro, secondo noi, nella notte precedente al dì sesto di gennaio. All'incontro il Giovio scrive:Ea nocte, quae januaries nonas antecessit; cioè nella notte innanzi il dì quinto d'esso mese. Nella sua Storia volgarizzata, non so come, è scritto:Quella notte che fu innanzi a' 6 di gennaio: il che non corrisponde al latino. Ma il Segni chiaramente riferisce, aver il ducaconsumato il giorno intero sei di gennaio, festa della Befania, in maschera, ed essere poi stato ucciso la seguente notte. Eppure il medesimo scrive dipoi, che scoperta dai rettori la morte del duca, ordinarono che quel giorno, che era il dì dellaEpifania, si fingesse letizia. Come mai tanta discordia? Quanto all'Adriani, egli fa accaduta la morte di Alessandrola notte appresso il dì sesto di gennaio, celebrato per la festa dell'Epifania. Più strano è il linguaggio dell'Ammirati, che così scrive:Era entrato l'anno 1537 di sei giorni, giorno celebre per la solennitàdella presentazion del Signore al tempio, quando Lorenzo fece intendere al duca, che nella notte seguente condurrebbe, ec. Ecco cosa fosse l'Epifania in mente di questo storico. Mi si perdoni questa diceria, da cui non ho saputo dispensarmi, acciocchè s'intenda sempre più che nelle minutaglie della cronologia anche i più accreditati storici prendono degli sbagli.

Ebbe tanta industria e fortuna l'omicida Lorenzino, che col suo sicario potè la stessa notte uscir di città, e salvarsi a Venezia, da dove poiFilippo Strozziil fece ritirare alla Mirandola. Aveva egli chiuso in sua camera l'ucciso duca; nè trovandosi la seguente mattina nel suo palazzo il misero principe, e cercato indarno per varii siti dai ministri suoi e dalcardinal Cibò, che si trovava allora in Firenze, s'andò subodorando, e infine scoprendo la sua disavventura, la quale fu ben tenuta segreta, finchè arrivasse a FirenzeAlessandro Vitellicapitano delle milizie ducali, e s'introducessero nella città molte brigate di fanti del Muggello. Questa precauzione tenne in dovere il popolo, che non seguisse sollevazione alcuna, come aveano sperato tanto Lorenzino che i fuorusciti fiorentini, sempre vogliosi di rimettere in libertà la patria. Oltre di che, al popolo erano già state tolte l'armi. Si tennero poi varie pratiche e consigli dal suddetto cardinal Cibò, dal Vitelli e dal magistrato maggiore, dove si trovò gran discrepanza di sentimenti. Ma ossia cheCosimofiglio del fu sì valorosoGiovanni de Medici, discendente anch'egli al pari del micidiario Lorenzino daLorenzofratello diCosimo il Magnifico, trovandosi allora in villa, tratto dal rumore della morte del duca, spontaneamente tornasse in città; oppure ch'egli vi fosse chiamato dal cardinale e dai parziali della casa de' Medici: fuor di dubbio è ch'egli venne, e si presentò ad esso cardinale Cibò, il quale o prima o dipoi prese la protezione di lui, per farlo succedere all'estinto Alessandro. Giovinetto avvenente di diciotto anni eraallora Cosimo; superiore all'età sua era il senno e il coraggio suo. I pregi della pietà e della modestia, e del farsi amare ne accrescevano il merito. Militava ancora in favore di Cosimo il decreto ossia l'investituraCarlo V; e quello che soprattutto accelerò le risoluzioni fu il timore che l'armi di Cesare venissero a insignorirsi della città. Laonde cotanto si maneggiò il menzionato cardinale coi bene affetti e co' senatori più saggi, che senza far caso di un bastardo per nomeGiulio, lasciato dalduca Alessandro, perchè di soli tre anni, elessero il suddetto giovane Cosimo, con titolo non già di duca, ma di capo e governatore della repubblica fiorentina, con assegno di dodici mila fiorini d'oro l'anno e con limitazioni al precedente governo. Accettò Cosimo ogni condizione a mani baciate, ben prevedendo che col tempo avrebbe da prendere legge chi ora a lui la dava. Per l'allegrezza fu poi svaligiato dai soldati il suo palazzo, e per vendetta saccheggiato quello di Lorenzino. Per non tornare più a costui, il quale, come apparisce da una lettera a M. Paolo del Tosso[Lettere de' Principi, tom. 3.], e dal Varchi, venne fregiato dai fuorusciti fiorentini col titolo diBruto novello Toscano, dirò che in Firenze fu poi smantellato il suo palazzo, facendovi passare per mezzo una strada appellatadel traditore; fu promessa gran taglia a chi il desse vivo o l'uccidesse; e dipinta la sua effigie pendente dalla forca. Andò poi egli in Turchia; tornò a Venezia, e di là passò in Francia; finalmente ritornato a Venezia senza rumore fu privato di vita nel 1547. Succederono poscia varie altre scene in Firenze e per la Toscana, che lungo sarebbe il voler riferire. Solamente aggiungerò cheAlessandro Vitellos'impadronì con inganno della fortezza di Firenze, e se ne fece bello coll'imperadore, scrivendogli di tenerla a nome e volere della maestà sua. Si meritò egli per questo il nome di traditore. In gran moto si misero dipoi i cardinali e fuorusciti fiorentiniper guastare la risoluzione presa in favore diCosimo de Medici. Ma andarono a vuoto i loro per altro deboli tentativi e disegni, e molti d'essi, fra' qualiFilippo Strozzilor capo, furono condotti prigioni a Firenze, e col tempo anche decapitati, fuorchè il suddetto Filippo, che poi nell'anno seguente si trovò morto in prigione, con far correr voce che si fosse ucciso da sè stesso.

Seguitò nel presente anno la guerra in Piemonte fra gl'Imperiali e Franzesi. In uno stato compassionevole si trovava ben alloraCarlo III ducadi Savoia, dacchè avea nemici i Franzesi, e gl'imperiali amici bensì, ma senza gagliarde forze, e intanto si desolava tutto il suo paese, ora in mano degli uni, ed ora degli altri cadendo le sue terre e castella. Andò ilmarchese del Vastoall'assedio di Carmagnola conFrancesco marchese di Saluzzo, che, colpito d'una archibusata, ivi lasciò la vita. Essendo sul principio di giugno arrivato di Francia a Pinerolo ilsignor d'Umierescon alcune migliaia di Tedeschi, il Vasto si ritirò ad Asti, città poscia indarno assediata dai Franzesi[Belcaire. Giovio. Segni. Spondano.]. Venne bensì Alba con altri luoghi in lor potere; ma non tardarono gli Imperiali a ricuperarli, e a prendere Chieri e Chierasco. Rinforzato poi l'esercito cesareo da molte truppe venute di Germania, forse avrebbe tentato cose maggiori; ma, d'ordine del re di Francia, nel principio d'ottobre si mosse di LioneArrigo delfinodi Francia conAnna di Memoransìgran contestabile, e con una buona armata, e giunto a Susa, se ne impadronì, siccome ancora d'altri luoghi ch'io tralascio. Venne lo stessore Francescoin Piemonte; e perciocchè fu in questi tempi fatta una tregua di tre mesi, conchiusa nel dì 16 di novembre dell'anno presente, e rapportata dal Du-Mont[Du-Mont, Corps Diplomat.], per tentare, se possibil era, d'intavolar la pace, si posarono l'armi; e portossi il marchese del Vasto a baciar le mani al redi Francia, dimorante in Carmagnola. E qui non si dee tacere un fatto di esso re, confessato dallo stesso Belcaire, e sommamente detestato dallo Spondano storico anch'esso franzese, per cui resterà sempre denigrata la fama di chi nei titoli Cristianissimo, tutt'altro ne' fatti si diede a conoscere. Cioè cotanto era infiammato d'odio essore Francesco Icontra delloAugusto Carlo V, che in quest'anno spedì suoi oratori a Solimano gran signore dei Turchi, per incitarlo a muovere guerra in Italia. E volesse Dio che questo solo esempio avesse dato la corte di Francia del suo attaccamento al Turco in danno della cristianità. Presero i Turchi Castro in Puglia, distante otto miglia da Otranto, e cominciarono colle scorrerie ad infestar tutto quel paese. Cagion poi fu la tregua suddetta che i Turchi si ritirassero di là, dopo avere riempiuta di terrore tutta l'Italia, menando nondimeno seco una gran copia d'infelici cristiani in ischiavitù. Intanto si cominciò a maneggiar una lega fra ilpapa, l'imperadoree iVeneziani, per resistere al comune nemico, giacchè egli potentissimo per terra e per mare avea già cominciata guerra contro la repubblica veneta, con un lagrimevol sacco all'isola di Corfù, ed in Ungheria avea inferiti gravissimi danni a quella cristianità.


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