MDCC

MDCCAnno diCristoMDCC. IndizioneVIII.Clemente XIpapa 1.Leopoldoimperadore 43.VolevaRinaldo d'Esteduca di Modena con solennità magnifica celebrare il battesimo del principeFrancesco Mariasuo primogenito, nato nel precedente anno, ed ottenne che l'imperador Leopoldoil tenesse al sacro fonte, e che fosse destinato a sostener le veci di sua maestà cesareaFrancesco Farneseduca di Parma, il quale a questo fine si portò a Modena colla duchessaDoroteasua consorte nel dì 16 di febbraio. Con più di cento carrozze a sei cavalli, e fra alcune migliaia di soldati schierati per le strade, e al rimbombo di tutte l'artiglierie della città e cittadella, furono accolti questi principi, e trovarono nella città la notte cangiata in giorno; sì grande era l'illuminazione dappertutto. Seguì nel dì 18 la funzion del battesimo con somma magnificenza, e nei giorni seguenti si variarono le feste e le allegrie, che rimasero poi coronate nel dì 22 da un suntuosissimo carosello, che riempiè di maraviglia e diletto tutti gli spettatori e la gran nobiltà forestiera concorsavi. Al qual fine s'era formato nel piazzale del palazzo ducale un vasto ed altissimo anfiteatro di legno, capace di molte migliaia di persone. Di simili grandiosi spettacoli niuno ne ha più veduto l'Italia. Di più non ne dico, per averne detto quel che occorre nelle Antichità Estensi. Diede fine nel dì 5 di luglio al suo vivereSilvestro Valierodoge di Venezia, a cui in quella dignità fu sostituito il senatoreLuigi Mocenigo. Era già pervenuto all'età di ottantacinqueo pure ottantasei annipapa Innocenzo XII, e spezialmente nell'anno antecedente per varii incomodi di sanità avea fatto dubitar di sua vita. Tuttavia si riebbe alquanto dalla debolezza sofferta, ma non potè contener le lagrime per non aver potuto avere il contento d'aprir egli in persona nella vigilia del santo Natale il giubbileo di quest'anno, che fu poi celebrato con gran concorso e divozione dai pellegrini e popoli accorsi dalle varie parti della cristianità a conseguir le indulgenze di Roma. Tuttochè poca bonaccia godesse il santo padre da lì innanzi, pure continuò indefesso le applicazioni al governo, e tenne varii concistori, e provò anche consolazione in vedereCosimo III de Medici, gran duca di Toscana che con esemplar divozione incognito sotto nome di conte di Pitigliano si portò nel mese di maggio a visitar le basiliche romane. Ricevette il papa questo piissimo principe con paterna tenerezza, il creò canonico di San Pietro, gli compartì ogni possibil onore, e fra gli altri regali gli concedette l'antica sedia di santo Stefano I papa e martire, che passò ad arricchire la cattedrale di Pisa. Non s'ingannarono i politici che s'immaginarono unito alla divozione del gran duca qualche interesse riguardante il sistema d'Italia, minacciato da disastri per la sempre titubante vita del re cattolicoCarlo II. Infatti fu progettata una lega fra il papa, i Veneziani, il duca di Savoia, il gran duca di Mantova e il duca di Parma, per conservar la quiete dell'Italia. Al duca di Modena non ne venne fatta parola sulla considerazione d'esser egli cognato del re de' Romani. Ma non andò innanzi un tale trattato, o per le consuete difficoltà di accordar questi leuti, o perchè si volea prima scorgere in che disposizione fossero le corone, o fosse perchè venne intanto a mancare di vita il sommo pontefice.Con più calore intanto si maneggiavano questi affari dai ministri di Francia, Inghilterra ed Olanda, per trovare unvalevole antidoto ai mali che soprastavano all'Europa. Tante furono le arti e tanti i mezzi adoperati dal gabinetto di Francia, che gli riuscì di guadagnareGuglielmore d'Inghilterra, con introdurre lui e le Provincie Unite ad un altro partaggio della monarchia spagnuola. Fu questo sottoscritto in Londra nel dì 15, e all'Haia nel dì 25 di marzo, e stabilito che aLuigiDelfino di Francia si darebbono i regni di Napoli e Sicilia coi porti spettanti alla Spagna nel littorale della Toscana, il marchesato del Finale, la provincia di Guipuscoa coi luoghi di qua dai Pirenei, e in oltre i ducati di Lorena e Bar; in compenso dei quali si darebbe al duca di Lorena il ducato di Milano. In tutti poi gli altri regni di Spagna colle Indie e colla Fiandra avea da succedere l'arciduca Carlosecondogenito dell'imperadorLeopoldo. Si provvedeva ancora a varii casi possibili ch'io lascio andare. Fece il tempo conoscere quanto fina fosse la politica del re cristianissimoLuigi XIV; perciocchè se a tal divisione acconsentivano Cesare e il re Cattolico, già si facea un accrescimento notabile alla potenza franzese; e quand'anche dissentissero da questo accordo Cesare e il re Cattolico, la forza de' contraenti ne assicurava l'acquisto al Delfino. Ma il bello fu che in questo mentre la corte di Francia era dietro a procacciarsi l'intera monarchia di Spagna, e si studiava di non cederne un palmo ad altri, poco scrupolo mettendosi se con ciò restava beffato chi si credeva assicurato dalla convenzione suddetta. Conosceva essa, per le relazioni delmarchese di Harcourt ambasciatorea Madrid, non potersi dare al ministero e ai popoli di Spagna un colpo più sensitivo della division della monarchia; e volendo gli Spagnuoli evitarla, altro ripiego non restava loro che di gittarsi in braccio ai Franzesi, con prendere dalla real casa di Francia un re successore. Risaputosi infatti a Madrid il pattuito spartimento, fecero i ministri di Spagna le più alte doglianze di un sì violento procederea tutte le corti, e massimamente con tali invettive in Inghilterra, che il re Guglielmo venne ad aperta rottura. Acremente ancora se ne dolsero a Parigi, ma quella corte con piacevoli maniere mostrò fatti quei passi per le gagliarde ragioni che competevano al Delfino sopra tutto il dominio spagnuolo.Intanto l'Harcourt in Madrid colla dolcezza, colla liberalità e con altre arti più secrete si studiava di tirar nel suo partito i più potenti o confidenti presso il re Cattolico. Chiamata colà anche la moglie, seppe questa insinuarsi nella grazia dellaregina Marianna, a cui si facea vedere un palazzo incantato in lontananza, cioè il suo maritaggio col vedovo Delfino, allorchè ella restasse vedova. Ma perciocchè ilre Carlo IItenea saldo il suo buon cuore verso l'augusta casa di Austria di Germania, e le sue mire andavano sempre a finire nell'arciduca Carlo, per quante mine e trame si adoperassero, niuna pareva oramai bastante a fargli mutar consiglio. Venne il colpo maestro, per quanto fu creduto, da Roma. Imperciocchè gl'industriosi Franzesi, rivoltisi a quella parte, rappresentarono al ponteficeInnocenzo XIIin maniere patetiche cosa si potesse aspettare dalla casa di Austria germanica, se questa entrava in possesso di Napoli e Sicilia, e dello Stato di Milano con ricordare le avanie praticate nell'ultima guerra dagli imperiali coi popoli d'Italia, e le violenze usate in Roma dal conte di Martinitz. Tornar più il conto agl'Italiani che questi Stati coll'intera monarchia passassero in uno dei nipoti del re Cristianissimo, che niun diritto porterebbe seco per inquietare i principi italiani. Tanto in somma dissero, che il pontefice piegò nei lor sentimenti, e tanto più, perchè considerò questo essere il meglio dei medesimi Spagnuoli, i quali potrebbero conservare uniti i lor dominii, e liberarsi in avvenire dalle vessazioni della Francia, che gli avea ridotti in addietro a dei brutti passi. È dunque stato preteso che dalla corte diRoma fosse dipoi insinuato al cardinaleLodovico Emmanuele Portocarrero, arcivescovo di Toledo, d'impiegare i suoi migliori uffizii in favore della real corte di Francia; ed essendo avvenute mutazioni nella corte di Madrid, ed anche sollevazioni in quel popolo, e poscia una malattia al re Cattolico, che fu creduta l'ultima, e poi non fu; il porporato ebbe apertura per parlare confidentemente al re, e di proporgli, non già sfacciatamente, un nipote del re Cristianissimo, ma destramente le ragioni della casa di Francia, perchè non mancavano dotti teologi che sostenevano invalide le rinunzie fatte dalle infante spagnuole passate a marito a Parigi, e che si poteva schivare la troppo odiata unione delle due corone in una sola persona. Attonito rimase il reCarlo IIa queste proposizioni; e di una in altra parola passando, si lasciò persuadere che sarebbe stato ben fatto l'udire intorno a ciò il venerabil parere della Sede apostolica. Saggi cardinali e dottissimi legisti per ordine del papa esaminarono il punto; e ponderate le ragioni, e massimamente le circostanze del caso, giudicarono assai fondata la pretensione dei Franzesi. Di più non vi volle perchè il Portocarrero sapesse a tempo e luogo quetar la coscienza del re Cattolico, il quale fin qui si era creduto obbligato a preferire la linea austriaca di Germania; e tanto più al cardinal suddetto riuscì facile, quanto che i ministri e grandi di Spagna per la maggior parte o erano guadagnati, o aveano sacrificata l'antica antipatia della lor nazione contro la franzese all'utilità o necessità presente della monarchia, sperando essi di mantenere in tal guisa l'unione dei regni, e di avere in avvenire non più nemica, ma amica e collegata la Francia.Pertanto nel dì 2 d'ottobre spiegò il re Cattolico l'ultima sua volontà, e la sottoscrisse, in cui dichiarò eredeFilippo duca d'Angiò, secondogenito del Delfino di Francia; a lui sostituendo in caso di mancanza ilduca di Berryterzogenito, ea questo l'arciduca Carlo d'Austriae dopo queste linee ilduca di Savoia. Stavano intanto addormentate le potenze marittime dall'accordo del partaggio stabilito col re Cristianissimo; e per conto dell'imperadore, egli si teneva in pugno la succession della Spagna pel figlio arciduca, affidato da quanto andava scrivendo il re Cattolico, non solo alduca Molessuo ministro in Vienna, ma allo stesso Augusto, della costante sua predilezione verso gli Austriaci di Germania. Mancò poscia di vita il reCarlo IInel dì primo di novembre dell'anno presente: principe di ottima volontà e di rara pietà, ma sfortunato nel maneggio dell'armi e ne' matrimonii, e che per la debolezza della sua complessione lasciò per lo più in luogo suo regnare i ministri. Volarono tosto i corrieri, e si conobbe allora chi con maggiore accortezza avesse saputo vincere il pallio e deludere amici e nemici in sì grave pendenza. Nel consiglio del re di Francia non mancarono dispute, se si avesse da accettare il testamento suddetto, pretendendo alcuni, anche dei più saggi, che più vantaggiosa riuscirebbe alla corona di Francia la division concordata colle potenze marittime, perchè fruttava un accrescimento notabile di Stati alla Francia: laddove, col dare alla Spagna un re, nulla si acquistava, nè si toglieva l'apprensione di avere un dì lo stesso re padron della monarchia spagnuola, o pure i suoi discendenti per emuli e nemici, come prima della franzese. Pure prevalse il sentimento e volere del reLuigi XIV, preponderando in suo cuore la gloria di vedere il sangue suo sul trono della Spagna, e con ciò depressa di molto la potenza dell'augusta casa d'Austria. Perciò nel dì 16 di novembre,Filippo duca d'Angiò, riconosciuto per re di Spagna in Parigi, e susseguentemente anche in Madrid nel dì 24 d'esso mese, s'inviò nel dì 4 di dicembre con suntuoso accompagnamento alla volta di Spagna, e giunse pacificamente a mettersi in possesso non solamente di queiregni, ma eziandio della Fiandra, del regno di Napoli e Sicilia, e del ducato di Milano, non essendosi trovata persona che osasse di ripugnare agli ordini del re novello. Era già stato guadagnato ilprincipe di Vaudemont, governatore di Milano; e quali amarezze covasse contra dell'imperadore l'elettor di BavieraMassimiliano, s'è abbastanza accennato di sopra. Storditi all'incontro rimasero l'AugustoLeopoldo, il re d'InghilterraGuglielmoe la repubblica d'Olanda, per un avvenimento sì contrario alle loro idee e desiderii, e massimamente si esaltò la bile degl'Inglesi ed Olandesi, per vedersi così sonoramente burlati dalle arti de' Franzesi; e quantunque il re Cristianissimo adducesse varie ragioni per giustificar la sua condotta, niuno potè distornarli dal pensare ad una guerra che con tanto studio aveano fin qui studiato di schivare. Nulla di più aggiugnerò intorno a questo strepitoso affare, di cui diffusamente han trattato fra i nostri Italiani il senatore Garzoni, il marchese Ottieri e il padre Giacomo Sanvitali della compagnia di Gesù nelle loro Storie.Si vide in quest'anno una cometa, e i visionarii, in testa de' quali hanno gran forza le volgari opinioni, si figurarono tosto che questa micidiale cifra del cielo predicesse la morte di qualche gran principe, e finivano in credere minacciata la vita o del re di SpagnaCarlo II, o del sommo ponteficeInnocenzo XII: predizion poco difficile d'un di loro o di amendue, giacchè il re era quasi sempre infermiccio, e il papa decrepito. Infermossi più gravemente del solito nel settembre di quest'anno il santo padre, e gli convenne soccombere al peso degli anni e del male. Merita ben questo glorioso pastore della Chiesa di Dio che il suo nome e governo sia in benedizione presso tutti i secoli avvenire: sì nobili, sì lodevoli furono tutte le azioni sue. Miravasi in lui un animo da imperadore romano, non già per pensare ai vantaggi proprii o de' suoi, perchè s'è vedutoaver egli tolto con eroica munificenza la venalità delle cariche, e quanto egli abborrisse il nepotismo, e quai freni vi mettesse; ma solamente per procacciar sollievo e profitto agli amati suoi popoli. Specialmente avea egli in cuore i poverelli, i quali usava chiamare i suoi nipoti. Ad essi destinò il palazzo Lateranense colla giunta d'una vigna da lui comperata per loro servigio. Concepì in oltre la magnifica idea di ridurre in un ospizio, e di far lavorare tutti i fanciulli ed invalidi questuanti: al qual fine fabbricò anche un vasto edifizio a San Michele di Ripa, che venne poi ampliato dal suo successore, e dotollo di molte rendite. Questo sì animoso istituto di ristrignere i poveri oziosi e di sovvenir loro di limosine, senza che le abbiano essi a cercare con tanta molestia del pubblico, si dilatò per alcune altre città d'Italia, benchè col tempo simili provvisioni, a guisa degli argini posti ad impetuosi torrenti, non si possano sostenere. Per utile parimente dello Stato ecclesiastico avea formato il disegno, e già fatte di gravi spese, a fin di stabilire un porto franco a Cività Vecchia, dove, a riserva de' Turchi, potessero approdar tutte le nazioni. Ma nol compiè per le tante ruote segrete che seppe muovereCosimo IIIgran duca di Toscana, al cui porto di Livorno dall'altro sarebbe venuto un troppo grave discapito. Rialzò e fortificò il porto d'Anzio presso Nettuno, e in Roma il palazzo di monte Citorio, magnifico edifizio a cagion degli aggiunti uffizii pei giudici e notai che prima stavano dispersi in varie abitazioni della città. Fabbricò eziandio la dogana di terra, e quella di Ripa Grande. Insomma questo immortal pontefice, forte nel sostener la dignità della santa Sede, pieno di mansuetudine e d'umiltà, e ricco di meriti, fu chiamato da Dio a ricevere il premio delle sue incomparabili virtù nel dì 27 di settembre, compianto e desiderato da tutti, e onorato col glorioso titolo di padre de' poveri.Entrati i cardinali nel conclave, diederoprincipio ai lor congressi, e alle consuete fazioni, per provvedere la Chiesa di un novello pontefice, desiderosi nello stesso tempo di accordare col maggior bene del cristianesimo anche i proprii interessi. Non mancavano porporati degnissimi del sommo sacerdozio; e pure continuava la discordia fra loro, quando giunse il corriere colla nuova del defunto re Cattolico. Si scosse vivamente a questo suono l'animo di chiunque componeva quella sacra assemblea; e di tale occasione appunto si servì ilcardinale Radulovicda Chieti per rappresentare la necessità di eleggere senza maggior dimora un piloto atto a ben reggere la navicella di Pietro, giacchè si preparava una fiera tempesta a tutta l'Europa, e massimamente all'Italia; e dovea la santa Sede studiarsi a tutta possa di divertire, se fosse possibile, il temporal minaccioso; e non potendo, almeno vegliare, perchè non ne patisse detrimento la fede cattolica. Commossi da questo dire i padri, non tardarono a convenire coi loro voti in chi punto non desiderava, e molto meno aspettava il sommo pontificato. Questo fu il cardinaleGian-Francesco Albanida Urbino, alla cui elezione quantunque si opponesse l'età di soli cinquantun anni, sempre mal veduta dai cardinali vecchi, e in oltre la moltiplicità dei parenti; pure niun di questi riflessi potè frastornare il disegno di quei porporati, perchè troppo bel complesso di doti e virtù concorreva in questo soggetto, sì per l'integrità de' suoi costumi e per l'elevatezza della sua mente, come per la letteratura, per la pratica degli affari, e per l'affabilità e cortesia con cui avea sempre saputo comperarsi la stima e l'amore d'ognuno. Spiegata a lui l'intenzione de' sacri elettori, proruppe egli in iscuse della sua inabilità, in lagrime; e in una non affettata ripugnanza a questo peso, come presago dei travagli che poi gli accaddero; e insistendo perciò che in tempi sì pericolosi e scabrosi si dovea provveder la Chiesa di Dio di più sperto e forte rettore. Che parlassedi cuore, i fatti lo dimostrarono, avendo egli combattuto per tre giorni a prestar l'assenso: il che non fa chi aspira al triregno per timore che nella dilazione si cangi pensiero. Nè arrivò ad accettare, se prima non fu convinto dai teologi, i quali sostennero, lui tenuto ad accomodarsi alla voce di Dio, espressa nel consenso degli elettori, e se prima non fu certificato non essere contraria alla esaltazione sua la corte di Francia. A questo fine convenne aspettar le risposte delprincipe di Monacoambasciatore del re Cristianissimo, che s'era ritirato da Roma su quel di Siena, perchè i cardinali capi d'ordine non aveano voluto lasciar impunita una prepotenza usata dal principe Guido Vaini, pretendente franchigia nel suo palazzo, per essere stato onorato dell'insigne ordine dello Spirito Santo. Restò dunque concordemente eletto in sommo pontefice il cardinale Albani nel dì 23 di novembre, festa di san Clemente papa e martire, da cui prese egli motivo di assumere il nome diClemente XI. Straordinario fu il giubilo in Roma per sì fatta elezione, perchè allevato l'Albani in quella città, ed amato da ognuno, prometteva un glorioso pontificato; e ognuno si figurava di avere a partecipar delle rugiade della sua beneficenza.

VolevaRinaldo d'Esteduca di Modena con solennità magnifica celebrare il battesimo del principeFrancesco Mariasuo primogenito, nato nel precedente anno, ed ottenne che l'imperador Leopoldoil tenesse al sacro fonte, e che fosse destinato a sostener le veci di sua maestà cesareaFrancesco Farneseduca di Parma, il quale a questo fine si portò a Modena colla duchessaDoroteasua consorte nel dì 16 di febbraio. Con più di cento carrozze a sei cavalli, e fra alcune migliaia di soldati schierati per le strade, e al rimbombo di tutte l'artiglierie della città e cittadella, furono accolti questi principi, e trovarono nella città la notte cangiata in giorno; sì grande era l'illuminazione dappertutto. Seguì nel dì 18 la funzion del battesimo con somma magnificenza, e nei giorni seguenti si variarono le feste e le allegrie, che rimasero poi coronate nel dì 22 da un suntuosissimo carosello, che riempiè di maraviglia e diletto tutti gli spettatori e la gran nobiltà forestiera concorsavi. Al qual fine s'era formato nel piazzale del palazzo ducale un vasto ed altissimo anfiteatro di legno, capace di molte migliaia di persone. Di simili grandiosi spettacoli niuno ne ha più veduto l'Italia. Di più non ne dico, per averne detto quel che occorre nelle Antichità Estensi. Diede fine nel dì 5 di luglio al suo vivereSilvestro Valierodoge di Venezia, a cui in quella dignità fu sostituito il senatoreLuigi Mocenigo. Era già pervenuto all'età di ottantacinqueo pure ottantasei annipapa Innocenzo XII, e spezialmente nell'anno antecedente per varii incomodi di sanità avea fatto dubitar di sua vita. Tuttavia si riebbe alquanto dalla debolezza sofferta, ma non potè contener le lagrime per non aver potuto avere il contento d'aprir egli in persona nella vigilia del santo Natale il giubbileo di quest'anno, che fu poi celebrato con gran concorso e divozione dai pellegrini e popoli accorsi dalle varie parti della cristianità a conseguir le indulgenze di Roma. Tuttochè poca bonaccia godesse il santo padre da lì innanzi, pure continuò indefesso le applicazioni al governo, e tenne varii concistori, e provò anche consolazione in vedereCosimo III de Medici, gran duca di Toscana che con esemplar divozione incognito sotto nome di conte di Pitigliano si portò nel mese di maggio a visitar le basiliche romane. Ricevette il papa questo piissimo principe con paterna tenerezza, il creò canonico di San Pietro, gli compartì ogni possibil onore, e fra gli altri regali gli concedette l'antica sedia di santo Stefano I papa e martire, che passò ad arricchire la cattedrale di Pisa. Non s'ingannarono i politici che s'immaginarono unito alla divozione del gran duca qualche interesse riguardante il sistema d'Italia, minacciato da disastri per la sempre titubante vita del re cattolicoCarlo II. Infatti fu progettata una lega fra il papa, i Veneziani, il duca di Savoia, il gran duca di Mantova e il duca di Parma, per conservar la quiete dell'Italia. Al duca di Modena non ne venne fatta parola sulla considerazione d'esser egli cognato del re de' Romani. Ma non andò innanzi un tale trattato, o per le consuete difficoltà di accordar questi leuti, o perchè si volea prima scorgere in che disposizione fossero le corone, o fosse perchè venne intanto a mancare di vita il sommo pontefice.

Con più calore intanto si maneggiavano questi affari dai ministri di Francia, Inghilterra ed Olanda, per trovare unvalevole antidoto ai mali che soprastavano all'Europa. Tante furono le arti e tanti i mezzi adoperati dal gabinetto di Francia, che gli riuscì di guadagnareGuglielmore d'Inghilterra, con introdurre lui e le Provincie Unite ad un altro partaggio della monarchia spagnuola. Fu questo sottoscritto in Londra nel dì 15, e all'Haia nel dì 25 di marzo, e stabilito che aLuigiDelfino di Francia si darebbono i regni di Napoli e Sicilia coi porti spettanti alla Spagna nel littorale della Toscana, il marchesato del Finale, la provincia di Guipuscoa coi luoghi di qua dai Pirenei, e in oltre i ducati di Lorena e Bar; in compenso dei quali si darebbe al duca di Lorena il ducato di Milano. In tutti poi gli altri regni di Spagna colle Indie e colla Fiandra avea da succedere l'arciduca Carlosecondogenito dell'imperadorLeopoldo. Si provvedeva ancora a varii casi possibili ch'io lascio andare. Fece il tempo conoscere quanto fina fosse la politica del re cristianissimoLuigi XIV; perciocchè se a tal divisione acconsentivano Cesare e il re Cattolico, già si facea un accrescimento notabile alla potenza franzese; e quand'anche dissentissero da questo accordo Cesare e il re Cattolico, la forza de' contraenti ne assicurava l'acquisto al Delfino. Ma il bello fu che in questo mentre la corte di Francia era dietro a procacciarsi l'intera monarchia di Spagna, e si studiava di non cederne un palmo ad altri, poco scrupolo mettendosi se con ciò restava beffato chi si credeva assicurato dalla convenzione suddetta. Conosceva essa, per le relazioni delmarchese di Harcourt ambasciatorea Madrid, non potersi dare al ministero e ai popoli di Spagna un colpo più sensitivo della division della monarchia; e volendo gli Spagnuoli evitarla, altro ripiego non restava loro che di gittarsi in braccio ai Franzesi, con prendere dalla real casa di Francia un re successore. Risaputosi infatti a Madrid il pattuito spartimento, fecero i ministri di Spagna le più alte doglianze di un sì violento procederea tutte le corti, e massimamente con tali invettive in Inghilterra, che il re Guglielmo venne ad aperta rottura. Acremente ancora se ne dolsero a Parigi, ma quella corte con piacevoli maniere mostrò fatti quei passi per le gagliarde ragioni che competevano al Delfino sopra tutto il dominio spagnuolo.

Intanto l'Harcourt in Madrid colla dolcezza, colla liberalità e con altre arti più secrete si studiava di tirar nel suo partito i più potenti o confidenti presso il re Cattolico. Chiamata colà anche la moglie, seppe questa insinuarsi nella grazia dellaregina Marianna, a cui si facea vedere un palazzo incantato in lontananza, cioè il suo maritaggio col vedovo Delfino, allorchè ella restasse vedova. Ma perciocchè ilre Carlo IItenea saldo il suo buon cuore verso l'augusta casa di Austria di Germania, e le sue mire andavano sempre a finire nell'arciduca Carlo, per quante mine e trame si adoperassero, niuna pareva oramai bastante a fargli mutar consiglio. Venne il colpo maestro, per quanto fu creduto, da Roma. Imperciocchè gl'industriosi Franzesi, rivoltisi a quella parte, rappresentarono al ponteficeInnocenzo XIIin maniere patetiche cosa si potesse aspettare dalla casa di Austria germanica, se questa entrava in possesso di Napoli e Sicilia, e dello Stato di Milano con ricordare le avanie praticate nell'ultima guerra dagli imperiali coi popoli d'Italia, e le violenze usate in Roma dal conte di Martinitz. Tornar più il conto agl'Italiani che questi Stati coll'intera monarchia passassero in uno dei nipoti del re Cristianissimo, che niun diritto porterebbe seco per inquietare i principi italiani. Tanto in somma dissero, che il pontefice piegò nei lor sentimenti, e tanto più, perchè considerò questo essere il meglio dei medesimi Spagnuoli, i quali potrebbero conservare uniti i lor dominii, e liberarsi in avvenire dalle vessazioni della Francia, che gli avea ridotti in addietro a dei brutti passi. È dunque stato preteso che dalla corte diRoma fosse dipoi insinuato al cardinaleLodovico Emmanuele Portocarrero, arcivescovo di Toledo, d'impiegare i suoi migliori uffizii in favore della real corte di Francia; ed essendo avvenute mutazioni nella corte di Madrid, ed anche sollevazioni in quel popolo, e poscia una malattia al re Cattolico, che fu creduta l'ultima, e poi non fu; il porporato ebbe apertura per parlare confidentemente al re, e di proporgli, non già sfacciatamente, un nipote del re Cristianissimo, ma destramente le ragioni della casa di Francia, perchè non mancavano dotti teologi che sostenevano invalide le rinunzie fatte dalle infante spagnuole passate a marito a Parigi, e che si poteva schivare la troppo odiata unione delle due corone in una sola persona. Attonito rimase il reCarlo IIa queste proposizioni; e di una in altra parola passando, si lasciò persuadere che sarebbe stato ben fatto l'udire intorno a ciò il venerabil parere della Sede apostolica. Saggi cardinali e dottissimi legisti per ordine del papa esaminarono il punto; e ponderate le ragioni, e massimamente le circostanze del caso, giudicarono assai fondata la pretensione dei Franzesi. Di più non vi volle perchè il Portocarrero sapesse a tempo e luogo quetar la coscienza del re Cattolico, il quale fin qui si era creduto obbligato a preferire la linea austriaca di Germania; e tanto più al cardinal suddetto riuscì facile, quanto che i ministri e grandi di Spagna per la maggior parte o erano guadagnati, o aveano sacrificata l'antica antipatia della lor nazione contro la franzese all'utilità o necessità presente della monarchia, sperando essi di mantenere in tal guisa l'unione dei regni, e di avere in avvenire non più nemica, ma amica e collegata la Francia.

Pertanto nel dì 2 d'ottobre spiegò il re Cattolico l'ultima sua volontà, e la sottoscrisse, in cui dichiarò eredeFilippo duca d'Angiò, secondogenito del Delfino di Francia; a lui sostituendo in caso di mancanza ilduca di Berryterzogenito, ea questo l'arciduca Carlo d'Austriae dopo queste linee ilduca di Savoia. Stavano intanto addormentate le potenze marittime dall'accordo del partaggio stabilito col re Cristianissimo; e per conto dell'imperadore, egli si teneva in pugno la succession della Spagna pel figlio arciduca, affidato da quanto andava scrivendo il re Cattolico, non solo alduca Molessuo ministro in Vienna, ma allo stesso Augusto, della costante sua predilezione verso gli Austriaci di Germania. Mancò poscia di vita il reCarlo IInel dì primo di novembre dell'anno presente: principe di ottima volontà e di rara pietà, ma sfortunato nel maneggio dell'armi e ne' matrimonii, e che per la debolezza della sua complessione lasciò per lo più in luogo suo regnare i ministri. Volarono tosto i corrieri, e si conobbe allora chi con maggiore accortezza avesse saputo vincere il pallio e deludere amici e nemici in sì grave pendenza. Nel consiglio del re di Francia non mancarono dispute, se si avesse da accettare il testamento suddetto, pretendendo alcuni, anche dei più saggi, che più vantaggiosa riuscirebbe alla corona di Francia la division concordata colle potenze marittime, perchè fruttava un accrescimento notabile di Stati alla Francia: laddove, col dare alla Spagna un re, nulla si acquistava, nè si toglieva l'apprensione di avere un dì lo stesso re padron della monarchia spagnuola, o pure i suoi discendenti per emuli e nemici, come prima della franzese. Pure prevalse il sentimento e volere del reLuigi XIV, preponderando in suo cuore la gloria di vedere il sangue suo sul trono della Spagna, e con ciò depressa di molto la potenza dell'augusta casa d'Austria. Perciò nel dì 16 di novembre,Filippo duca d'Angiò, riconosciuto per re di Spagna in Parigi, e susseguentemente anche in Madrid nel dì 24 d'esso mese, s'inviò nel dì 4 di dicembre con suntuoso accompagnamento alla volta di Spagna, e giunse pacificamente a mettersi in possesso non solamente di queiregni, ma eziandio della Fiandra, del regno di Napoli e Sicilia, e del ducato di Milano, non essendosi trovata persona che osasse di ripugnare agli ordini del re novello. Era già stato guadagnato ilprincipe di Vaudemont, governatore di Milano; e quali amarezze covasse contra dell'imperadore l'elettor di BavieraMassimiliano, s'è abbastanza accennato di sopra. Storditi all'incontro rimasero l'AugustoLeopoldo, il re d'InghilterraGuglielmoe la repubblica d'Olanda, per un avvenimento sì contrario alle loro idee e desiderii, e massimamente si esaltò la bile degl'Inglesi ed Olandesi, per vedersi così sonoramente burlati dalle arti de' Franzesi; e quantunque il re Cristianissimo adducesse varie ragioni per giustificar la sua condotta, niuno potè distornarli dal pensare ad una guerra che con tanto studio aveano fin qui studiato di schivare. Nulla di più aggiugnerò intorno a questo strepitoso affare, di cui diffusamente han trattato fra i nostri Italiani il senatore Garzoni, il marchese Ottieri e il padre Giacomo Sanvitali della compagnia di Gesù nelle loro Storie.

Si vide in quest'anno una cometa, e i visionarii, in testa de' quali hanno gran forza le volgari opinioni, si figurarono tosto che questa micidiale cifra del cielo predicesse la morte di qualche gran principe, e finivano in credere minacciata la vita o del re di SpagnaCarlo II, o del sommo ponteficeInnocenzo XII: predizion poco difficile d'un di loro o di amendue, giacchè il re era quasi sempre infermiccio, e il papa decrepito. Infermossi più gravemente del solito nel settembre di quest'anno il santo padre, e gli convenne soccombere al peso degli anni e del male. Merita ben questo glorioso pastore della Chiesa di Dio che il suo nome e governo sia in benedizione presso tutti i secoli avvenire: sì nobili, sì lodevoli furono tutte le azioni sue. Miravasi in lui un animo da imperadore romano, non già per pensare ai vantaggi proprii o de' suoi, perchè s'è vedutoaver egli tolto con eroica munificenza la venalità delle cariche, e quanto egli abborrisse il nepotismo, e quai freni vi mettesse; ma solamente per procacciar sollievo e profitto agli amati suoi popoli. Specialmente avea egli in cuore i poverelli, i quali usava chiamare i suoi nipoti. Ad essi destinò il palazzo Lateranense colla giunta d'una vigna da lui comperata per loro servigio. Concepì in oltre la magnifica idea di ridurre in un ospizio, e di far lavorare tutti i fanciulli ed invalidi questuanti: al qual fine fabbricò anche un vasto edifizio a San Michele di Ripa, che venne poi ampliato dal suo successore, e dotollo di molte rendite. Questo sì animoso istituto di ristrignere i poveri oziosi e di sovvenir loro di limosine, senza che le abbiano essi a cercare con tanta molestia del pubblico, si dilatò per alcune altre città d'Italia, benchè col tempo simili provvisioni, a guisa degli argini posti ad impetuosi torrenti, non si possano sostenere. Per utile parimente dello Stato ecclesiastico avea formato il disegno, e già fatte di gravi spese, a fin di stabilire un porto franco a Cività Vecchia, dove, a riserva de' Turchi, potessero approdar tutte le nazioni. Ma nol compiè per le tante ruote segrete che seppe muovereCosimo IIIgran duca di Toscana, al cui porto di Livorno dall'altro sarebbe venuto un troppo grave discapito. Rialzò e fortificò il porto d'Anzio presso Nettuno, e in Roma il palazzo di monte Citorio, magnifico edifizio a cagion degli aggiunti uffizii pei giudici e notai che prima stavano dispersi in varie abitazioni della città. Fabbricò eziandio la dogana di terra, e quella di Ripa Grande. Insomma questo immortal pontefice, forte nel sostener la dignità della santa Sede, pieno di mansuetudine e d'umiltà, e ricco di meriti, fu chiamato da Dio a ricevere il premio delle sue incomparabili virtù nel dì 27 di settembre, compianto e desiderato da tutti, e onorato col glorioso titolo di padre de' poveri.

Entrati i cardinali nel conclave, diederoprincipio ai lor congressi, e alle consuete fazioni, per provvedere la Chiesa di un novello pontefice, desiderosi nello stesso tempo di accordare col maggior bene del cristianesimo anche i proprii interessi. Non mancavano porporati degnissimi del sommo sacerdozio; e pure continuava la discordia fra loro, quando giunse il corriere colla nuova del defunto re Cattolico. Si scosse vivamente a questo suono l'animo di chiunque componeva quella sacra assemblea; e di tale occasione appunto si servì ilcardinale Radulovicda Chieti per rappresentare la necessità di eleggere senza maggior dimora un piloto atto a ben reggere la navicella di Pietro, giacchè si preparava una fiera tempesta a tutta l'Europa, e massimamente all'Italia; e dovea la santa Sede studiarsi a tutta possa di divertire, se fosse possibile, il temporal minaccioso; e non potendo, almeno vegliare, perchè non ne patisse detrimento la fede cattolica. Commossi da questo dire i padri, non tardarono a convenire coi loro voti in chi punto non desiderava, e molto meno aspettava il sommo pontificato. Questo fu il cardinaleGian-Francesco Albanida Urbino, alla cui elezione quantunque si opponesse l'età di soli cinquantun anni, sempre mal veduta dai cardinali vecchi, e in oltre la moltiplicità dei parenti; pure niun di questi riflessi potè frastornare il disegno di quei porporati, perchè troppo bel complesso di doti e virtù concorreva in questo soggetto, sì per l'integrità de' suoi costumi e per l'elevatezza della sua mente, come per la letteratura, per la pratica degli affari, e per l'affabilità e cortesia con cui avea sempre saputo comperarsi la stima e l'amore d'ognuno. Spiegata a lui l'intenzione de' sacri elettori, proruppe egli in iscuse della sua inabilità, in lagrime; e in una non affettata ripugnanza a questo peso, come presago dei travagli che poi gli accaddero; e insistendo perciò che in tempi sì pericolosi e scabrosi si dovea provveder la Chiesa di Dio di più sperto e forte rettore. Che parlassedi cuore, i fatti lo dimostrarono, avendo egli combattuto per tre giorni a prestar l'assenso: il che non fa chi aspira al triregno per timore che nella dilazione si cangi pensiero. Nè arrivò ad accettare, se prima non fu convinto dai teologi, i quali sostennero, lui tenuto ad accomodarsi alla voce di Dio, espressa nel consenso degli elettori, e se prima non fu certificato non essere contraria alla esaltazione sua la corte di Francia. A questo fine convenne aspettar le risposte delprincipe di Monacoambasciatore del re Cristianissimo, che s'era ritirato da Roma su quel di Siena, perchè i cardinali capi d'ordine non aveano voluto lasciar impunita una prepotenza usata dal principe Guido Vaini, pretendente franchigia nel suo palazzo, per essere stato onorato dell'insigne ordine dello Spirito Santo. Restò dunque concordemente eletto in sommo pontefice il cardinale Albani nel dì 23 di novembre, festa di san Clemente papa e martire, da cui prese egli motivo di assumere il nome diClemente XI. Straordinario fu il giubilo in Roma per sì fatta elezione, perchè allevato l'Albani in quella città, ed amato da ognuno, prometteva un glorioso pontificato; e ognuno si figurava di avere a partecipar delle rugiade della sua beneficenza.


Back to IndexNext