MDCCII

MDCCIIAnno diCristoMDCCII. IndizioneX.Clemente XIpapa 3.Leopoldoimperadore 45.Mentre lo zelante ponteficeClemente XInon rallentava le sue premure per introdurre pensieri di pace fra i principi guerreggianti, e prevenire con ciò l'incendio che andava a farsi maggiore in Europa, non godeva egli quiete in casa propria, perchè combattuto da' ministri d'esse potenze, pretendendolo cadaun di essi troppo parziale dell'altra parte. Spezialmente si scaldava su questo punto la corte cesarea. Non s'era già ella doluta perchè il santo padre avesse spedito ilcardinale Archintoarcivescovo di Milano con titolo di legato a latere a complimentare la novella regina di Spagna; ma fece ben di gravi doglianze, perchè in Roma venisse pubblicata sentenza contro ilmarchese del Vasto, principe aderente alla corona imperiale, per aver egli preteso che ilcardinale di Giansonavesse voluto farlo assassinate. Unironsi a questi in appresso altri più gravi lamenti per le dimostrazioni fatte dal papa al reFilippo V. Prevalse in Madrid e Parigi, benchè non senza contraddizione di molti, il sentimento di chi consigliava quel giovane monarca di venire alla testa dell'esercito gallispano in Italia, non tanto per dar calore alle azioni della campagna ventura e conciliarsi il credito del valore, quanto ancora per confermare in fede i popoli titubanti colla sua amabil presenza, e coll'aspetto della sua singolar pietà, saviezza e genio inclinato alla generosità e clemenza. Finchè fosse in ordine la possente sua armata in Lombardia, verso la quale erano in moto molte migliaia di combattenti spedite da Francia e Spagna, fu creduto bene ch'egli passasse a Napoli a farsi conoscere per quel principe che era, degno dell'ossequio ed amore di ognuno. Arrivò questo grazioso monarca per mare a quella metropoli nel dì 16 di aprile, cioè nel giorno solenne di Pasqua,accolto con sontuosissimi apparati e segni di gioia da quella copiosa nobiltà e popolo. Se egli si mostrò ben contento ed ammirato della bella situazione, grandezza e magnificenza di quella real città e de' suoi abitatori, non fu men contenta di lui quella cittadinanza, o, per meglio dire, il regno tutto, per le tante grazie che gli compartì il benefico suo cuore, di modo che in lontananza mal veduto da molti, si partì poi di colà amato ed adorato quasi da tutti. Gli spedì in tal congiuntura il papa Clemente ilcardinale Cario Barberini, ornato del carattere di legato a latere, ad attestargli il suo paterno affetto, e a presentargli dei superbi regali, preziosi per la materia e più per la divozione. Questa spedizione, tuttochè approvata come indispensabile dai saggi, e che non perciò portava seco l'investitura dei regni di Napoli e Sicilia, pure cotanto spiacque alconte di Lambergambasciatore di Cesare, che col marchese del Vasto si allontanò da Roma. Bolliva intanto nella sacra corte la gran controversia dei riti cinesi; e perchè sulle troppo contrarie relazioni venute di colà non si poteano ben chiarire i fatti, determinò il prudente pontefice d'inviar fino alla Cina un personaggio non parziale, e per la sua dottrina cospicuo, che sul fatto osservasse ciò che esigesse correzione, con facoltà di rimediare a tutto. A questo importante affare di religione fu prescelto monsignorTommaso di TournonPiemontese, che con titolo di vicario apostolico, portando seco molti regali da presentare all'imperador cinese, imprese quello sterminato viaggio per mare, ed egregiamente poi soddisfece all'assunto suo. Fu ancora in quest'anno a dì 17 di febbraio terminata dal santo padre con una sentenza la lite lungamente stata fra laduchessa di Orleanse l'elettore palatino, già da gran tempo compromessa nella santità sua.Non fu bastante il rigore del verno nell'anno presente a frenar le operazioni militari delprincipe Eugenio. Fin quiRinaldo d'Esteduca di Modena avea godutala quiete nei suoi Stati, risoluto di non prendere impegno in mezzo alle terribili dissensioni altrui. Ma troppo facilmente vengono falliti i conti ai principi deboli, che in mezzo alla rivalità di potenti eserciti si lusingano di potere salvarsi colla neutralità. Aveva egli ben munito Brescello, fortezza di somma importanza, perchè situata sul Po, guernita di settanta pezzi di cannone di bronzo, di copiose munizioni da bocca e da guerra, e di un competente presidio. A nulla aveano servito fin qui le istanze delcardinale d'Etrè, nè dei generali cesarei per levargliela dalle mani; ma avvenne che il tenente general franzeseconte Albergottilasciossi vedere in quei contorni, ed abboccatosi ancora col comandante della piazza, tentò, ma inutilmente, la di lui fede con grandiose esibizioni. Risaputosi ciò dai Tedeschi acquartierati nella vicina Guastalla, e nata in loro diffidenza, si servirono di questo pretesto per obbligare il duca a consegnar loro quella fortezza. In quelle vicinanze adunque fece ilprincipe Eugeniounire un corpo di circa dodici mila soldati, e nello stesso tempo spedì a Modena il conte Sormanni a chiedere in deposito la piazza suddetta. Nel dì 4 di gennaio seguì l'intimazione, fiancheggiata da minaccie, in caso di ripugnanza; laonde il duca non senza pubbliche proteste contro sì fatta violenza s'indusse a cederla. Crederono dipoi i Franzesi ciò seguito di concerto, o al men si prevalsero di questa apparente ragione per procedere ostilmente contro il medesimo duca. Ottenuto Brescello, si stesero sul Parmigiano l'armi cesaree, e nella stessa maniera pretesero di obbligareFrancesco Farneseduca di Parma ad ammettere guernigione imperiale nelle sue città. Ma quel principe con allegare che i suoi Stati erano feudi della Chiesa, e di non poterne disporre senza l'assenso del papa, di cui aveva inalberato lo stendardo, seppe e potè difendersi sotto quell'ombra; anzi, per assicurarsi meglio dalle violenze in avvenire, trasse poi le truppe pontifiziea guernir di presidio le suddette sue città. Ma questo non impedì che le soldatesche imperiali non occupassero da lì innanzi Borgo S. Donnino, Busseto, Corte Maggiore, Rocca Bianca ed altri luoghi di quel ducato.Grande strepito fece in questi tempi un impensato gran tentativo ideato dall'indefessoprincipe Eugenioper sorprendere la città di Cremona, tuttochè allora provveduta di parecchi reggimenti franzesi, e colla presenza del marescialloduca di Villeroy, che aveva quivi stabilito il suo quartiere. Teneva esso principe intelligenza secreta in quella città col proposto di Santa Maria Nuova, spasimato fautore dell'augusta casa d'Austria, la cui chiesa ed abitazione confinava colle mura della città. Sotto la di lui casa passando un condotto che sboccava nella fossa, gli fece lo sconsigliato prete conoscere che si poteva di notte introdurre gente, ed avventurare un bel colpo. Non cadde in terra la proposizione, e il principe prese tutte le sue misure per accostarsi quetamente alla città nella notte antecedente al dì primo di febbraio con alquante migliaia de' suoi combattenti. Per la chiavica suddetta s'introdussero in Cremona alcune centinaia di granatieri e di bravi uffiziali con guastatori, che trovati i Franzesi immersi nel sonno, ebbero tempo di forzare ed aprire due porte, per le quali entrò il grosso degli altri Alemanni. Svegliata la guarnigion franzese, diede di piglio all'armi, e si attaccò una confusa crudel battaglia. Uscito di casa ilmaresciallo di Villeroyper conoscere che romor fosse quello, andò a cader nelle mani de' Tedeschi, e fu poi mandato prigione fuori della città con altri uffiziali. Non posso io entrare nella descrizione di quel fiero attentato, e basterammi di dire che seguì un gran macello di gente dall'una e dall'altra parte perchè si menavano le mani con baionette e sciable. In fine soppraffatti i Tedeschi dai Franzesi, e massimamente dalla bravura degl'Irlandesi, furono obbligati a ritirarsi il meglio chepoterono. Con loro salvatosi il prete, passò poi in Germania, dove trovò buon ricovero. A questa disavventura degli Austriaci sopra tutto influì il non aver potuto il giovine principeTommaso di Vaudemont, come era il concerto, giugnere a tempo pel Parmigiano al Po, e valicarlo; e questo a cagion delle strade rotte e dei fossi che vi ebbero a passare, oltre all'aver anche trovato rotto il ponte dai Franzesi, pel quale pensava di transitare il fiume. Fu creduto che la parte cesarea vi perdesse più di settecento uccisi, e più di quattrocento rimasti prigioni, fra i quali il baron di Mercy; e che più di mille fra morti e feriti furono i Franzesi, oltre a rimasti cinquecento prigionieri, fra i quali il luogotenente generalemarchese di Crenantcon altri non pochi uffiziali, e lo stessomaresciallo di Villeroy. Gloriosa si riputò l'impresa per gli assalitori, ma più gloriosa certamente riuscì per li difensori.Andossi poi sempre più di giorno in giorno ingrossando l'esercito gallispano, sicchè si fece poi ascendere sino a circa cinquanta mila armati, laddove l'oste nemica appena arrivava alla metà, non essendo mai calate di Germania le desiderate reclute, perchè si attendeva alla guerra mossa in altre parti. Al comando dell'armi gallispane fu spedito da Parigi ilduca di Vandomo Luigi Giuseppe, principe dei più esperti nel magistero militare, in cui gran nome s'era già procacciato. Arrivò egli in Italia dopo la metà di febbraio, e da che vide l'esercito suo rinforzato dalle tante milizie venete di Francia, uscì in campagna nel mese di maggio, con intenzione spezialmente di liberare la città di Mantova, oramai ridotta a molti bisogni e strettezze pel lungo blocco de' Tedeschi. Ritirò ilprincipe Eugenioda varii siti le genti sue, e poi con alto e lungo trincieramento si fortificò dalla banda del serraglio in faccia a quella città. Entrò il Vandomo in Mantova con quanta gente volle, e ricuperò colla forza Castiglion delle Stiviere; e giàs'aspettava ognuno ch'egli con tanta superiorità di forze non volesse sofferire in sì gran vicinanza a Mantova i nemici. Ma passò il giugno senza azione alcuna di riflesso, perchè a superare il postamento degli Alemanni si potea rischiar molto. Il vero motivo nondimeno di quella inazione fu l'avere il re Cattolico scritto da Napoli al Vandomo, che portasse bensì a Mantova il soccorso, ma che non tentasse altra maggiore impresa sino all'arrivo suo. Cioè riserbava questo monarca a sè tutte le palme e gli allori che si aveano da raccogliere dalla presente campagna. Nel dì 2 di giugno imbarcatosi il reFilippo V, fece la sua partenza da Napoli, e nel passar da Livorno fu visitato e superbamente regalato dal gran ducaCosimo III de Medici, dal gran principeFerdinandoe dalla gran principessaViolantediBavierasua zia. Andò a sbarcare al Finale, e venuto ad Acqui nel Monferrato, ebbe la visita diVittorio Amedeosuocero suo, e nel dì 18 con gran pompa fece la sua entrata in Milano. In questo mentre il principe Eugenio attese a fortificar Borgoforte, e a formare di qua e di là dal Po un ben munito accampamento. E da che intese che il re Cattolico marciava pel territorio di Parma alla volta del Reggiano col maggior nerbo della sua armata, inviò il generale marcheseAnnibale Visconticon tre reggimenti di corazze a postarsi a Santa Vittoria, sito vantaggioso, perchè circondato da canali e dal fiume Crostolo. Se ne stavano questi Alemanni con gran pace in quel luogo, con poca guardia, senza spie, coi cavalli dissellati al pascolo, credendo che i Franzesi tuttavia si deliziassero nel Parmigiano: quand'ecco nel dopo pranzo del dì 26 di luglio si videro comparire addosso ilconte Francesco Albergottitenente generale dei Franzesi, o pure lo stessoduca di Vandomocon quattro mila cavalli e due mila fanti. La confusione loro fu eccessiva; fecero essi quella difesa che poterono in tale improvvisa e cattiva disposizione; ma in fine convenneloro voltar le spalle, e lasciare alla balìa dei vincitori il bagaglio, quattordici stendardi, due paia di timbali e cento cavalli. Trecento furono i morti, altrettanti i prigioni, e il re Filippo sopraggiunto ebbe il piacere di mirare il fine di quella mischia.Non avendo più alcun ritegno i Franzesi, dieci mila d'essi nel dì 29 di luglio si presentarono sotto la città di Reggio, e non trovarono gran difficoltà ad impadronirsene; avvenimento che fece intendere aRinaldo d'Esteduca di Modena qual animo covassero contra di lui i re di Francia e di Spagna. Però nel giorno seguente con tutta la sua corte s'inviò alla volta di Bologna, lasciando il popolo di Modena in somma costernazione. Giunse nel primo dì d'agosto sotto questa città il conte Albergotti con un grosso corpo di cavalleria e fanteria, che dimandò la cittadella a nome del re Cattolico. La consulta lasciata dal duca, con facoltà di operare ciò che credesse più a proposito in sì scabrose congiunture, con assai onorevole capitolazione si sottomise alla forza dell'armi. Lo stesso avvenne a Carpi, Correggio e al rimanente degli Stati del duca, eccettuata la Garfagnana di là dall'Apennino che ricusò di ubbidire. L'aspetto di questi progressi dell'esercito franzese quel fu che in fine obbligò il principe Eugenio a ritirar le sue truppe dal Serraglio di Mantova, e a lasciar libera quella città, per accudire al di qua dal Po, dove alla testa sul Correggiesco s'era accampato il re Cattolico colla sua grande armata, che venne in questi tempi accresciuta da buona parte delle truppe, colle quali il vecchioprincipe di Vaudemontdianzi campeggiava in difesa di Mantova. Essendosi presa la risoluzione dai Gallispani di marciare alla volta di Borgoforte, per qui venire a giornata campale, si mosse la loro armata nella notte precedente al dì 15 di agosto alla sordina, e s'inviò alla volta di Luzzara, dove si trovò un comandante tedesco che, all'intimazion della resa, nonrispose se non col fuoco de' fucili. Camminavano i Franzesi spensieratamente coll'immaginazione in capo di trovare il principe Eugenio sepolto ne' trincieramenti di Borgoforte; quando all'improvviso si accorsero che il coraggioso principe, marciando per gli argini del Po, veniva a trovarli, e diede infatti principio ad un fiero combattimento, sulle cui prime mosse perdè la vita il generale cesareoprincipe di Commercy. Era già suonata la ventun'ora, quando si diede fiato alle trombe, e si accese il terribil conflitto. Durò questo fino alla notte con gran bravura, con molta mortalità dell'una e dell'altra parte, e restò indecisa la vittoria, benchè ognun dal suo canto facesse dipoi intonare solenniTe Deum, ed amplificasse la perdita de' nemici, e sminuisse la propria: il che fa ritener me dal riferire il numero dei morti e feriti. Quel ch'è certo, a niun d'essi restò per allora il campo della battaglia, e non lieve preda fecero i cesarei. Per altro in quella notte stettero quiete in vicinanza le due armate, e credevasi che, fatto il giorno, si azzufferebbono di nuovo, e che, o gli uni o gli altri volessero veder la decisione delle loro contese. Attese il duca di Vandomo, essendo alquanto rinculato, ad assicurare il suo campo dall'invasion del nemico con buoni argini e trincieramenti, e con formare un ponte sul Po per mantener la comunicazione col Cremonese. Gli era restata alle spalle Guastalla, e ne fece l'assedio; e forzato, dopo nove giorni di trincea aperta, ilgeneral Solaria renderla nel dì 9 di settembre, mise in possesso di quella cittàFerdinando Carlo Gonzagaduca di Mantova. Cinse ancora di stretto blocco la fortezza di Brescello del duca di Modena. In questi tempi furono veduti novecento cavalli usseri e tedeschi, condotti dall'Eberzeni, Paolo Diak e marchese Davia bolognese, passare pel Reggiano fin sul Pavese, esigendo contribuzioni dappertutto. Entrarono poi fin dentro Milano, e vi gridarono:Viva l'imperadore; esalvi poi pel Mantovano si ridussero al loro campo.Stettero dipoi nei divisati postamenti l'una in faccia all'altra l'armate nemiche, facendosi solamente guerra colle cannonate e con qualche scaramuccia, finchè venne il verno, con grande onore del principe Eugenio, il quale con tanta inferiorità di forze seppe sì lungamente tenere a bada nemici cotanto poderosi. L'ultimo trofeo che riportò in questa campagna il giovine reFilippo V, fu, siccome dicemmo, la presa di Guastalla. Dopo di che pensò a ritornarsene in Ispagna, chiamato colà dai bisogni ed istanze de' suoi regni. Fermossi in Milano alcune settimane, da dove, nel dì 6 di novembre, si mosse alla volta di Genova, ricevuto ivi con incredibile splendidezza da quella nobiltà e popolo; e di là fece poi vela verso la Catalogna. Accostandosi il verno, ricuperò l'armata delle due corone Borgoforte, e prese i quartieri in Mantova, e la maggior parte in Modena, Reggio, Carpi, Bomporto ed altri luoghi dello Stato di Modena. Il principe Eugenio, dopo avere distribuiti i suoi nelle terre e ville del basso Modenese contigue alla Mirandola, e nel Mantovano di qua dal Po, con ritenere un ponte sul Po ad Ostiglia, s'inviò alla corte di Vienna, per rappresentar lo stato delle cose e il bisogno di gagliardi soccorsi. Dopo lo spaventoso tremuoto dell'anno 1688 si erano riparate le rovine della città di Benevento; ma nell'aprile ancora di quest'anno si rinnovò nella stessa un quasi pari disastro. Sollevatosi quivi un temporale sì fiero, che sembrava voler diroccare la terra da' fondamenti, cagion fu che gli abitanti scappassero fuori dell'abitato. Succedette poscia un terribile scotimento, che rovesciò buona parte della città bassa, e il palazzo dell'arcivescovo e la cattedrale. Ducento cinquanta persone rimasero sfracellate sotto le rovine. Anche le città d'Ariano, Grotta, Mirabella, Apice ed altre di que' contorni ebbero di che piagnere, perchè quasi interamentedistrutte. Altre non men funeste scene di guerra si videro nell'anno presente in Germania, Fiandra ed altri paesi bagnati dal Reno, giacchè l'imperadore e le potenze marittime aprirono anch'esse il teatro della guerra in quelle parti contro la Francia. Di grandi preparamenti avea fatto l'Inghilterra per questo, quando venne a mancar di vita nel dì 19 di marzo il loro reGuglielmoprincipe di Oranges, e fu dipoi alzata al trono laprincipessa Anna, figlia del già defunto cattolico re della Gran BretagnaGiacomo II, e moglie diGiorgio principe di Danimarca, la quale con più ardore ancora del suddetto re Guglielmo incitò quella nazione ai danni della real casa di Borbone, ed inviò per generale dell'armi britanniche nei Paesi Bassi milordGiovanni Curchil conte di Marlboroug, col cui valore si mosse poi sempre collegata la fortuna.All'incontro la Francia trasse nel suo partito glielettori di Baviera e Colonia fratelli. Varii assedii furono fatti al basso Reno; risonò spezialmente la fama per quello di Landau nell'Alsazia, eseguito con gran sangue dall'armata cesarea comandata dallo stessore de' Romani Giuseppe. In esso tempo il Bavaro collegatosi co' Franzesi mosse anch'egli le armi sue, con sorprendere la città d'Ulma, Meninga ed altre di quei contorni, e con accendere un gran fuoco nelle viscere della Germania, dove i circoli di Franconia, Svevia e Reno accrebbero il numero dei collegati contro della Francia. Ma ciò che diede più da discorrere ai novellisti in quest'anno, fu il terrore e danno immenso recato alle Coste della Spagna dalla formidabile armata navale degl'Inglesi ed Olandesi, guidata dall'ammiraglioRoocinglese, dall'Alemondolandese e daGiacomo duca d'Ormondgenerale di terra. Verso il fine d'agosto approdò questa a Cadice (antica Gades dei Romani), emporio celebre e doviziosissimo della monarchia spagnuola sull'Oceano. Superati alcuni di quei forti, v'entrarono gli Anglolandi,e diedero un fiero sacco alla terra, asportandone qualche milione di preda, ma con aspre doglianze di tutti i mercatanti stranieri, e con accrescere negli Spagnuoli l'odio immenso verso le loro nazioni. Capitarono in questo dall'America i galeoni di Spagna carichi d'oro, d'argento e di varie merci, e scortati da quindici vascelli e da alcune fregate franzesi. All'udire le disavventure di Cadice, si rifugiarono questi ricchi legni nel porto di Vigo in Galizia. Colà accorsa anche la flotta anglolanda, ruppe la catena del porto. Alquanti di que' vascelli e galeoni rimasero incendiati; lo sterminato valsente parte fu rifugiato in terra, parte venne in poter de' nemici; sette vascelli e quattro galeoni salvati dalle fiamme mutarono padroni. Gran flagello, gran perdita fu quella.

Mentre lo zelante ponteficeClemente XInon rallentava le sue premure per introdurre pensieri di pace fra i principi guerreggianti, e prevenire con ciò l'incendio che andava a farsi maggiore in Europa, non godeva egli quiete in casa propria, perchè combattuto da' ministri d'esse potenze, pretendendolo cadaun di essi troppo parziale dell'altra parte. Spezialmente si scaldava su questo punto la corte cesarea. Non s'era già ella doluta perchè il santo padre avesse spedito ilcardinale Archintoarcivescovo di Milano con titolo di legato a latere a complimentare la novella regina di Spagna; ma fece ben di gravi doglianze, perchè in Roma venisse pubblicata sentenza contro ilmarchese del Vasto, principe aderente alla corona imperiale, per aver egli preteso che ilcardinale di Giansonavesse voluto farlo assassinate. Unironsi a questi in appresso altri più gravi lamenti per le dimostrazioni fatte dal papa al reFilippo V. Prevalse in Madrid e Parigi, benchè non senza contraddizione di molti, il sentimento di chi consigliava quel giovane monarca di venire alla testa dell'esercito gallispano in Italia, non tanto per dar calore alle azioni della campagna ventura e conciliarsi il credito del valore, quanto ancora per confermare in fede i popoli titubanti colla sua amabil presenza, e coll'aspetto della sua singolar pietà, saviezza e genio inclinato alla generosità e clemenza. Finchè fosse in ordine la possente sua armata in Lombardia, verso la quale erano in moto molte migliaia di combattenti spedite da Francia e Spagna, fu creduto bene ch'egli passasse a Napoli a farsi conoscere per quel principe che era, degno dell'ossequio ed amore di ognuno. Arrivò questo grazioso monarca per mare a quella metropoli nel dì 16 di aprile, cioè nel giorno solenne di Pasqua,accolto con sontuosissimi apparati e segni di gioia da quella copiosa nobiltà e popolo. Se egli si mostrò ben contento ed ammirato della bella situazione, grandezza e magnificenza di quella real città e de' suoi abitatori, non fu men contenta di lui quella cittadinanza, o, per meglio dire, il regno tutto, per le tante grazie che gli compartì il benefico suo cuore, di modo che in lontananza mal veduto da molti, si partì poi di colà amato ed adorato quasi da tutti. Gli spedì in tal congiuntura il papa Clemente ilcardinale Cario Barberini, ornato del carattere di legato a latere, ad attestargli il suo paterno affetto, e a presentargli dei superbi regali, preziosi per la materia e più per la divozione. Questa spedizione, tuttochè approvata come indispensabile dai saggi, e che non perciò portava seco l'investitura dei regni di Napoli e Sicilia, pure cotanto spiacque alconte di Lambergambasciatore di Cesare, che col marchese del Vasto si allontanò da Roma. Bolliva intanto nella sacra corte la gran controversia dei riti cinesi; e perchè sulle troppo contrarie relazioni venute di colà non si poteano ben chiarire i fatti, determinò il prudente pontefice d'inviar fino alla Cina un personaggio non parziale, e per la sua dottrina cospicuo, che sul fatto osservasse ciò che esigesse correzione, con facoltà di rimediare a tutto. A questo importante affare di religione fu prescelto monsignorTommaso di TournonPiemontese, che con titolo di vicario apostolico, portando seco molti regali da presentare all'imperador cinese, imprese quello sterminato viaggio per mare, ed egregiamente poi soddisfece all'assunto suo. Fu ancora in quest'anno a dì 17 di febbraio terminata dal santo padre con una sentenza la lite lungamente stata fra laduchessa di Orleanse l'elettore palatino, già da gran tempo compromessa nella santità sua.

Non fu bastante il rigore del verno nell'anno presente a frenar le operazioni militari delprincipe Eugenio. Fin quiRinaldo d'Esteduca di Modena avea godutala quiete nei suoi Stati, risoluto di non prendere impegno in mezzo alle terribili dissensioni altrui. Ma troppo facilmente vengono falliti i conti ai principi deboli, che in mezzo alla rivalità di potenti eserciti si lusingano di potere salvarsi colla neutralità. Aveva egli ben munito Brescello, fortezza di somma importanza, perchè situata sul Po, guernita di settanta pezzi di cannone di bronzo, di copiose munizioni da bocca e da guerra, e di un competente presidio. A nulla aveano servito fin qui le istanze delcardinale d'Etrè, nè dei generali cesarei per levargliela dalle mani; ma avvenne che il tenente general franzeseconte Albergottilasciossi vedere in quei contorni, ed abboccatosi ancora col comandante della piazza, tentò, ma inutilmente, la di lui fede con grandiose esibizioni. Risaputosi ciò dai Tedeschi acquartierati nella vicina Guastalla, e nata in loro diffidenza, si servirono di questo pretesto per obbligare il duca a consegnar loro quella fortezza. In quelle vicinanze adunque fece ilprincipe Eugeniounire un corpo di circa dodici mila soldati, e nello stesso tempo spedì a Modena il conte Sormanni a chiedere in deposito la piazza suddetta. Nel dì 4 di gennaio seguì l'intimazione, fiancheggiata da minaccie, in caso di ripugnanza; laonde il duca non senza pubbliche proteste contro sì fatta violenza s'indusse a cederla. Crederono dipoi i Franzesi ciò seguito di concerto, o al men si prevalsero di questa apparente ragione per procedere ostilmente contro il medesimo duca. Ottenuto Brescello, si stesero sul Parmigiano l'armi cesaree, e nella stessa maniera pretesero di obbligareFrancesco Farneseduca di Parma ad ammettere guernigione imperiale nelle sue città. Ma quel principe con allegare che i suoi Stati erano feudi della Chiesa, e di non poterne disporre senza l'assenso del papa, di cui aveva inalberato lo stendardo, seppe e potè difendersi sotto quell'ombra; anzi, per assicurarsi meglio dalle violenze in avvenire, trasse poi le truppe pontifiziea guernir di presidio le suddette sue città. Ma questo non impedì che le soldatesche imperiali non occupassero da lì innanzi Borgo S. Donnino, Busseto, Corte Maggiore, Rocca Bianca ed altri luoghi di quel ducato.

Grande strepito fece in questi tempi un impensato gran tentativo ideato dall'indefessoprincipe Eugenioper sorprendere la città di Cremona, tuttochè allora provveduta di parecchi reggimenti franzesi, e colla presenza del marescialloduca di Villeroy, che aveva quivi stabilito il suo quartiere. Teneva esso principe intelligenza secreta in quella città col proposto di Santa Maria Nuova, spasimato fautore dell'augusta casa d'Austria, la cui chiesa ed abitazione confinava colle mura della città. Sotto la di lui casa passando un condotto che sboccava nella fossa, gli fece lo sconsigliato prete conoscere che si poteva di notte introdurre gente, ed avventurare un bel colpo. Non cadde in terra la proposizione, e il principe prese tutte le sue misure per accostarsi quetamente alla città nella notte antecedente al dì primo di febbraio con alquante migliaia de' suoi combattenti. Per la chiavica suddetta s'introdussero in Cremona alcune centinaia di granatieri e di bravi uffiziali con guastatori, che trovati i Franzesi immersi nel sonno, ebbero tempo di forzare ed aprire due porte, per le quali entrò il grosso degli altri Alemanni. Svegliata la guarnigion franzese, diede di piglio all'armi, e si attaccò una confusa crudel battaglia. Uscito di casa ilmaresciallo di Villeroyper conoscere che romor fosse quello, andò a cader nelle mani de' Tedeschi, e fu poi mandato prigione fuori della città con altri uffiziali. Non posso io entrare nella descrizione di quel fiero attentato, e basterammi di dire che seguì un gran macello di gente dall'una e dall'altra parte perchè si menavano le mani con baionette e sciable. In fine soppraffatti i Tedeschi dai Franzesi, e massimamente dalla bravura degl'Irlandesi, furono obbligati a ritirarsi il meglio chepoterono. Con loro salvatosi il prete, passò poi in Germania, dove trovò buon ricovero. A questa disavventura degli Austriaci sopra tutto influì il non aver potuto il giovine principeTommaso di Vaudemont, come era il concerto, giugnere a tempo pel Parmigiano al Po, e valicarlo; e questo a cagion delle strade rotte e dei fossi che vi ebbero a passare, oltre all'aver anche trovato rotto il ponte dai Franzesi, pel quale pensava di transitare il fiume. Fu creduto che la parte cesarea vi perdesse più di settecento uccisi, e più di quattrocento rimasti prigioni, fra i quali il baron di Mercy; e che più di mille fra morti e feriti furono i Franzesi, oltre a rimasti cinquecento prigionieri, fra i quali il luogotenente generalemarchese di Crenantcon altri non pochi uffiziali, e lo stessomaresciallo di Villeroy. Gloriosa si riputò l'impresa per gli assalitori, ma più gloriosa certamente riuscì per li difensori.

Andossi poi sempre più di giorno in giorno ingrossando l'esercito gallispano, sicchè si fece poi ascendere sino a circa cinquanta mila armati, laddove l'oste nemica appena arrivava alla metà, non essendo mai calate di Germania le desiderate reclute, perchè si attendeva alla guerra mossa in altre parti. Al comando dell'armi gallispane fu spedito da Parigi ilduca di Vandomo Luigi Giuseppe, principe dei più esperti nel magistero militare, in cui gran nome s'era già procacciato. Arrivò egli in Italia dopo la metà di febbraio, e da che vide l'esercito suo rinforzato dalle tante milizie venete di Francia, uscì in campagna nel mese di maggio, con intenzione spezialmente di liberare la città di Mantova, oramai ridotta a molti bisogni e strettezze pel lungo blocco de' Tedeschi. Ritirò ilprincipe Eugenioda varii siti le genti sue, e poi con alto e lungo trincieramento si fortificò dalla banda del serraglio in faccia a quella città. Entrò il Vandomo in Mantova con quanta gente volle, e ricuperò colla forza Castiglion delle Stiviere; e giàs'aspettava ognuno ch'egli con tanta superiorità di forze non volesse sofferire in sì gran vicinanza a Mantova i nemici. Ma passò il giugno senza azione alcuna di riflesso, perchè a superare il postamento degli Alemanni si potea rischiar molto. Il vero motivo nondimeno di quella inazione fu l'avere il re Cattolico scritto da Napoli al Vandomo, che portasse bensì a Mantova il soccorso, ma che non tentasse altra maggiore impresa sino all'arrivo suo. Cioè riserbava questo monarca a sè tutte le palme e gli allori che si aveano da raccogliere dalla presente campagna. Nel dì 2 di giugno imbarcatosi il reFilippo V, fece la sua partenza da Napoli, e nel passar da Livorno fu visitato e superbamente regalato dal gran ducaCosimo III de Medici, dal gran principeFerdinandoe dalla gran principessaViolantediBavierasua zia. Andò a sbarcare al Finale, e venuto ad Acqui nel Monferrato, ebbe la visita diVittorio Amedeosuocero suo, e nel dì 18 con gran pompa fece la sua entrata in Milano. In questo mentre il principe Eugenio attese a fortificar Borgoforte, e a formare di qua e di là dal Po un ben munito accampamento. E da che intese che il re Cattolico marciava pel territorio di Parma alla volta del Reggiano col maggior nerbo della sua armata, inviò il generale marcheseAnnibale Visconticon tre reggimenti di corazze a postarsi a Santa Vittoria, sito vantaggioso, perchè circondato da canali e dal fiume Crostolo. Se ne stavano questi Alemanni con gran pace in quel luogo, con poca guardia, senza spie, coi cavalli dissellati al pascolo, credendo che i Franzesi tuttavia si deliziassero nel Parmigiano: quand'ecco nel dopo pranzo del dì 26 di luglio si videro comparire addosso ilconte Francesco Albergottitenente generale dei Franzesi, o pure lo stessoduca di Vandomocon quattro mila cavalli e due mila fanti. La confusione loro fu eccessiva; fecero essi quella difesa che poterono in tale improvvisa e cattiva disposizione; ma in fine convenneloro voltar le spalle, e lasciare alla balìa dei vincitori il bagaglio, quattordici stendardi, due paia di timbali e cento cavalli. Trecento furono i morti, altrettanti i prigioni, e il re Filippo sopraggiunto ebbe il piacere di mirare il fine di quella mischia.

Non avendo più alcun ritegno i Franzesi, dieci mila d'essi nel dì 29 di luglio si presentarono sotto la città di Reggio, e non trovarono gran difficoltà ad impadronirsene; avvenimento che fece intendere aRinaldo d'Esteduca di Modena qual animo covassero contra di lui i re di Francia e di Spagna. Però nel giorno seguente con tutta la sua corte s'inviò alla volta di Bologna, lasciando il popolo di Modena in somma costernazione. Giunse nel primo dì d'agosto sotto questa città il conte Albergotti con un grosso corpo di cavalleria e fanteria, che dimandò la cittadella a nome del re Cattolico. La consulta lasciata dal duca, con facoltà di operare ciò che credesse più a proposito in sì scabrose congiunture, con assai onorevole capitolazione si sottomise alla forza dell'armi. Lo stesso avvenne a Carpi, Correggio e al rimanente degli Stati del duca, eccettuata la Garfagnana di là dall'Apennino che ricusò di ubbidire. L'aspetto di questi progressi dell'esercito franzese quel fu che in fine obbligò il principe Eugenio a ritirar le sue truppe dal Serraglio di Mantova, e a lasciar libera quella città, per accudire al di qua dal Po, dove alla testa sul Correggiesco s'era accampato il re Cattolico colla sua grande armata, che venne in questi tempi accresciuta da buona parte delle truppe, colle quali il vecchioprincipe di Vaudemontdianzi campeggiava in difesa di Mantova. Essendosi presa la risoluzione dai Gallispani di marciare alla volta di Borgoforte, per qui venire a giornata campale, si mosse la loro armata nella notte precedente al dì 15 di agosto alla sordina, e s'inviò alla volta di Luzzara, dove si trovò un comandante tedesco che, all'intimazion della resa, nonrispose se non col fuoco de' fucili. Camminavano i Franzesi spensieratamente coll'immaginazione in capo di trovare il principe Eugenio sepolto ne' trincieramenti di Borgoforte; quando all'improvviso si accorsero che il coraggioso principe, marciando per gli argini del Po, veniva a trovarli, e diede infatti principio ad un fiero combattimento, sulle cui prime mosse perdè la vita il generale cesareoprincipe di Commercy. Era già suonata la ventun'ora, quando si diede fiato alle trombe, e si accese il terribil conflitto. Durò questo fino alla notte con gran bravura, con molta mortalità dell'una e dell'altra parte, e restò indecisa la vittoria, benchè ognun dal suo canto facesse dipoi intonare solenniTe Deum, ed amplificasse la perdita de' nemici, e sminuisse la propria: il che fa ritener me dal riferire il numero dei morti e feriti. Quel ch'è certo, a niun d'essi restò per allora il campo della battaglia, e non lieve preda fecero i cesarei. Per altro in quella notte stettero quiete in vicinanza le due armate, e credevasi che, fatto il giorno, si azzufferebbono di nuovo, e che, o gli uni o gli altri volessero veder la decisione delle loro contese. Attese il duca di Vandomo, essendo alquanto rinculato, ad assicurare il suo campo dall'invasion del nemico con buoni argini e trincieramenti, e con formare un ponte sul Po per mantener la comunicazione col Cremonese. Gli era restata alle spalle Guastalla, e ne fece l'assedio; e forzato, dopo nove giorni di trincea aperta, ilgeneral Solaria renderla nel dì 9 di settembre, mise in possesso di quella cittàFerdinando Carlo Gonzagaduca di Mantova. Cinse ancora di stretto blocco la fortezza di Brescello del duca di Modena. In questi tempi furono veduti novecento cavalli usseri e tedeschi, condotti dall'Eberzeni, Paolo Diak e marchese Davia bolognese, passare pel Reggiano fin sul Pavese, esigendo contribuzioni dappertutto. Entrarono poi fin dentro Milano, e vi gridarono:Viva l'imperadore; esalvi poi pel Mantovano si ridussero al loro campo.

Stettero dipoi nei divisati postamenti l'una in faccia all'altra l'armate nemiche, facendosi solamente guerra colle cannonate e con qualche scaramuccia, finchè venne il verno, con grande onore del principe Eugenio, il quale con tanta inferiorità di forze seppe sì lungamente tenere a bada nemici cotanto poderosi. L'ultimo trofeo che riportò in questa campagna il giovine reFilippo V, fu, siccome dicemmo, la presa di Guastalla. Dopo di che pensò a ritornarsene in Ispagna, chiamato colà dai bisogni ed istanze de' suoi regni. Fermossi in Milano alcune settimane, da dove, nel dì 6 di novembre, si mosse alla volta di Genova, ricevuto ivi con incredibile splendidezza da quella nobiltà e popolo; e di là fece poi vela verso la Catalogna. Accostandosi il verno, ricuperò l'armata delle due corone Borgoforte, e prese i quartieri in Mantova, e la maggior parte in Modena, Reggio, Carpi, Bomporto ed altri luoghi dello Stato di Modena. Il principe Eugenio, dopo avere distribuiti i suoi nelle terre e ville del basso Modenese contigue alla Mirandola, e nel Mantovano di qua dal Po, con ritenere un ponte sul Po ad Ostiglia, s'inviò alla corte di Vienna, per rappresentar lo stato delle cose e il bisogno di gagliardi soccorsi. Dopo lo spaventoso tremuoto dell'anno 1688 si erano riparate le rovine della città di Benevento; ma nell'aprile ancora di quest'anno si rinnovò nella stessa un quasi pari disastro. Sollevatosi quivi un temporale sì fiero, che sembrava voler diroccare la terra da' fondamenti, cagion fu che gli abitanti scappassero fuori dell'abitato. Succedette poscia un terribile scotimento, che rovesciò buona parte della città bassa, e il palazzo dell'arcivescovo e la cattedrale. Ducento cinquanta persone rimasero sfracellate sotto le rovine. Anche le città d'Ariano, Grotta, Mirabella, Apice ed altre di que' contorni ebbero di che piagnere, perchè quasi interamentedistrutte. Altre non men funeste scene di guerra si videro nell'anno presente in Germania, Fiandra ed altri paesi bagnati dal Reno, giacchè l'imperadore e le potenze marittime aprirono anch'esse il teatro della guerra in quelle parti contro la Francia. Di grandi preparamenti avea fatto l'Inghilterra per questo, quando venne a mancar di vita nel dì 19 di marzo il loro reGuglielmoprincipe di Oranges, e fu dipoi alzata al trono laprincipessa Anna, figlia del già defunto cattolico re della Gran BretagnaGiacomo II, e moglie diGiorgio principe di Danimarca, la quale con più ardore ancora del suddetto re Guglielmo incitò quella nazione ai danni della real casa di Borbone, ed inviò per generale dell'armi britanniche nei Paesi Bassi milordGiovanni Curchil conte di Marlboroug, col cui valore si mosse poi sempre collegata la fortuna.

All'incontro la Francia trasse nel suo partito glielettori di Baviera e Colonia fratelli. Varii assedii furono fatti al basso Reno; risonò spezialmente la fama per quello di Landau nell'Alsazia, eseguito con gran sangue dall'armata cesarea comandata dallo stessore de' Romani Giuseppe. In esso tempo il Bavaro collegatosi co' Franzesi mosse anch'egli le armi sue, con sorprendere la città d'Ulma, Meninga ed altre di quei contorni, e con accendere un gran fuoco nelle viscere della Germania, dove i circoli di Franconia, Svevia e Reno accrebbero il numero dei collegati contro della Francia. Ma ciò che diede più da discorrere ai novellisti in quest'anno, fu il terrore e danno immenso recato alle Coste della Spagna dalla formidabile armata navale degl'Inglesi ed Olandesi, guidata dall'ammiraglioRoocinglese, dall'Alemondolandese e daGiacomo duca d'Ormondgenerale di terra. Verso il fine d'agosto approdò questa a Cadice (antica Gades dei Romani), emporio celebre e doviziosissimo della monarchia spagnuola sull'Oceano. Superati alcuni di quei forti, v'entrarono gli Anglolandi,e diedero un fiero sacco alla terra, asportandone qualche milione di preda, ma con aspre doglianze di tutti i mercatanti stranieri, e con accrescere negli Spagnuoli l'odio immenso verso le loro nazioni. Capitarono in questo dall'America i galeoni di Spagna carichi d'oro, d'argento e di varie merci, e scortati da quindici vascelli e da alcune fregate franzesi. All'udire le disavventure di Cadice, si rifugiarono questi ricchi legni nel porto di Vigo in Galizia. Colà accorsa anche la flotta anglolanda, ruppe la catena del porto. Alquanti di que' vascelli e galeoni rimasero incendiati; lo sterminato valsente parte fu rifugiato in terra, parte venne in poter de' nemici; sette vascelli e quattro galeoni salvati dalle fiamme mutarono padroni. Gran flagello, gran perdita fu quella.


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