MDCCVIIAnno diCristoMDCCVII. IndizioneXV.Clemente XIpapa 8.Giuseppeimperadore 3.Per tutto il gennaio di quest'anno era durato il blocco della cittadella di Modena, quando giunsero artiglierie, colle quali fu risoluto di farle un più aspro trattamento. Erette le batterie, cominciarono, nel dì 31 di esso mese, a flagellare le mura, ed era già formata la breccia. Arrivò improvvisamente in questo tempo da Bologna lo stesso duca di ModenaRinaldo d'Este, che agevolò ai Franzesi con vantaggiose condizioni la resa della piazza. Nel dì 7 di febbraio se ne andò quella guernigione con tutti gli onori; e giacchè anche Mont'Alfonso capitolò nel dì 25 di esso mese, e Sestola nel dì 4 di marzo, rientrò il duca in possesso di tutti i suoi Stati. Continuò ancora per questo verno il blocco del castello di Milano, il cui comandante, perchè le tavole degli uffiziali scarseggiavano di viveri, obbligò quella città colle minaccie dei cannoni a somministrarne. Non si può dire quanto restasse dipoi sorpresa la pubblica curiosità, allorchè si propalò un accordo stipulato in Milano nel dì 13 di marzo fra i ministri dell'imperador Giuseppee delre Carlo IIIsuo fratello, e quei del re CristianissimoLuigi XIV,per cui fu convenuto che i Franzesi evacuerebbono tutta la Lombardia. Ritenevano essi tuttavia il castello di Milano, Cremona, Mantova, la Mirandola, Sabbioneta, Valenza e il Finale di Spagna; di tutto fecero cessione agli Austriaci fratelli: risoluzione che parve strana alle picciole teste d'alcuni, ma che molto ben convenne alla saviezza del gabinetto di Francia. È incredibile la spesa che facea il re Cristianissimo per mantenere la guerra in Italia; senza paragone più gli sarebbe costato questo impegno, da che le vittoriose armi cesaree e savoiarde gli aveano o serrati o troppo difficultati i passi in Italia. Troppe città e piazze si erano perdute. Contuttochè ilconte di Medavìconservasse ancora nel Mantovano circa dodicimila soldati, pure un nulla era questo al bisogno. Alla Francia sopra tutto premeva di ricuperar le truppe esistenti in Lombardia, e le migliaia ancora di quelle che erano restate prigioniere: punto che le fu accordato con tutti i comodi ed onori militari, affinchè potessero tali milizie passar sicure in Francia. Sicchè la real casa di Borbone, poco anzi padrona dei ducati di Milano, di Modena, di Mantova, Guastalla, del Monferrato, del Finale, di varii luoghi nella Lunigiana, e della maggior parte del Piemonte, eccola di repente spogliata di tutto, prendere la legge dalla fortuna, e da chi poc'anzi non avea nè pure un palmo di terreno in Italia. Per sostenere la sola guerra d'Italia, che poi nulla fruttò, impiegò il re Cristianissimo più di settanta milioni di luigi d'oro. Parrà cosa incredibile, ma io la tengo da chi dicea di saperla da buon luogo. Restarono dunque in man dei Franzesi solamente la Savoia, Nizza e Villafranca, e la lor gran potenza fu astretta a consegnar la città di Mantova col suo ducato, e insieme la Mirandola all'armi di Cesare, lasciando i duchi di quelle città pentiti, ma tardi, d'aver voluto senza necessità sposare il loro partito. All'incontro il generoso e insieme fortunatoVittorio Amedeoduca di Savoia, dopo essersitrovato in sì pericoloso giuoco alla vigilia di perdere in una giornata anche la sua capitale, quasi unica tavola del suo naufragio; all'improvviso ricuperò tutti i suoi stati di Lombardia, e inoltre dall'Augusto Giuseppericevette l'investitura di Casale col Monferrato Mantovano, e di Alessandria, Valenza, Lomellina, Valsesia e varii feudi delle Langhe, con glorioso accrescimento alla real sua casa. Abbandonarono i Franzesi l'Italia, ma ci lasciarono una funesta eredità dei loro insegnamenti ed esempli, perchè s'introdusse una gran libertà di commercio fra l'uno e l'altro sesso; e l'amore del giuoco anche nel sesso femmineo si aumentò, e si diè bando ai riguardi e rigori dell'età passata.Essendosi gagliardamente invigorito di truppe il duca di Savoia, si pensò quale impresa si avesse da eleggere per far guerra alla Francia in casa sua, giacchè la Francia più non pensava a farla a casa altrui nelle parti d'Italia. Volevano il ducaVittorio Amedeoe ilprincipe Eugenioche si portassero l'armi contro il Delfinato e Lionese, siccome più pratici dei paesi; ma d'uopo fu che si accomodassero alla risoluta volontà degl'Inglesi, ai quali sembrava più utile ed anche facile l'acquisto di Tolone, porto di tanta importanza nella Provenza, perchè sarebbe l'assedio di esso secondato dalla flotta anglolanda. Sapevano i principi di Savoia quanto male in altre occasioni precedenti fossero riusciti i conti e i tentativi dell'armi cesaree e savoiarde in quelle parti; pure loro malgrado consentirono a sì fatta spedizione. Incredibili fatiche, stenti e spese costò il condurre l'esercito per l'aspre montagne di Tenda, e per le vicinanze di Nizza e Villafranca occupate da' Franzesi. Si scarseggiava dappertutto di viveri e di foraggi; pure, ad onta dei tanti disagi, per li quali mancò nel cammino molta gente, pervenne l'oste collegata per Cagnes, Frejus, Arce e Sauliers in vicinanza di Tolone nel dì 26 di luglio. Ma due giorni prima il vigilantemaresciallo di Tessèconmarcie sforzate correndo, avea introdotto in quella città piuttosto un esercito che una guernigione, e s'era affaccendato in formare ripari e fortificazioni a tutti i siti. Sicchè fu ben dato principio alle offese contra Tolone, ma con poca o niuna speranza di buon esito; tanta era la copia dei difensori. S'impadronirono bensì gli alleati di due forti, spinsero bombe nella piazza; ma chiariti che si gittava la polve e il tempo; che ogni dì più s'ingrossava l'esercito del Tessè; che veniva gente fino di Spagna; che i duchi di Borgogna e Berrì erano in moto per venire alla testa delle lor milizie; e che la flotta anglolanda più avea da combattere coi venti che colla terra; finalmente fu preso il partito di sloggiare e di tornarsene in Italia. Con buon ordine fu eseguita la ritirata nella notte precedente al dì 22 di agosto; e passato felicemente il Varo, si restituì l'armata alleata in Italia, minore di quel ch'era prima, perchè di trentasei mila combattenti appena la metà si salvò. Ora qui si aprì il campo alle dicerie dei politici, che sognarono misteri segreti nel duca di Savoia, senza far mente alle vere cagioni dell'infelice riuscita di quella impresa. Giunti in Piemonte i collegati, poco stettero in ozio. Restava tuttavia in man de' Franzesi la città di Susa, corteggiata da alcuni forti, alzati da essi sulle alture dei monti che attorniano quella valle. S'impadronirono essi collegati, nel dì 22 di settembre, della città, e nel dì 4 di ottobre anche della cittadella, con farne prigioniere il presidio. Presero anche di assalto il forte di Catinat, restando parte di quella guernigione tagliata a pezzi. Con queste imprese terminò la campagna in Piemonte.Comune opinione fu che l'infelice spedizione dell'armi collegate in Provenza producesse almen questo vantaggio; che la Francia impegnata alla propria difesa non inviasse soccorso al regno di Napoli, minacciato dall'imperador Giuseppe. A tale acquisto ardentemente pensava la corte di Vienna, animata spezialmente dasegrete relazioni che i popoli di quel regno, oltre al concetto di essere amanti di nuovo governo, a braccia aperte aspettavano chi venisse a ristabilir ivi il dominio austriaco, con iscacciarne la real casa di Borbone. Non l'intendevano così gli Anglolandi per altri loro riflessi; ma Cesare stette forte nel suo proponimento, considerando, fra le altre cose, che parte della sua cavalleria resterebbe oziosa in Piemonte, siccome avvenne, per non potere esporsi a troppi patimenti nell'aspro passaggio verso la Provenza. Fu dunque scelto per condottiere d'una picciola armata, consistente in cinque mila fanti e tre o forse più mila cavalli (benchè la fama ne accrescesse molto più la dose) il valorosoconte Daunper marciare alla volta di Napoli; giacchè si giudicavano bastanti così poche forze a conquistare un regno dove mancavano difensori, le fortezze erano sprovvedute, e l'amore dei popoli serviva di sicurezza per un esito favorevole. Nel dì 12 di maggio si mise in marcia questo distaccamento, passando per Romagna e per la Marca; ad Ancona ricevette un treno di artiglieria, e verso la metà di giugno per Tivoli e Palestrina nel dì 24 pervenne ai contini del regno. Avea per tempo ilduca di Ascalonavicerè fatti quei preparamenti che a lui furono possibili per opporsi a questo temporale. Poche truppe regolate si trovavano al suo comando; ne arruolò molte di nuove; diede l'armi al popolo di Napoli, mostrando confidenza in esso; ma in fine modo non appariva di uscire in campagna, e d'impedire l'ingresso ai nemici nel regno. Contuttociòdon Tommaso d'Aquinoprincipe di Castiglione,don Niccola Pignatelliduca di Bisaccia, ed altri uffiziali con alcune migliaia di armati si postarono al Garigliano; ma, al comparire degli Alemanni, considerando meglio essi che nulla si poteano promettere da gente collettizia, si ritirarono a Napoli. Perciò senza colpo di spada vennero in poter dei Tedeschi Capoa ed Aversa; e l'esercito, senza trovare ostacoloalcuno, si presentò, nel dì 7 di luglio alla città di Napoli, essendosi ritirato il duca di Ascalona a Gaeta.Portate dai deputati le chiavi di essa metropoli alconte di Martinitzdichiarato vicerè, entrò egli colla fanteria nella città fra le incessanti acclamazioni del popolo la cui sfrenata allegrezza passò fino a mettere in pezzi la bella statua equestre di bronzo eretta al reFilippo V, e a gittarla in mare. Da li a pochi giorni i tre castelli di Napoli si arrenderono; la guernigion di Castelnuovo prese partito fra gli Austriaci. Con gran solennità fu poi preso possesso di quella gran città a nome del reCarlo III. Ritiratosi il principe di Castiglione verso la Puglia con circa mille cavalli, trovò in quel di Avellino barricate le strade. Rivoltosi a Salerno, ed inseguito dalla cavalleria cesarea, quivi fu preso, e la sua squadra parte si sbandò, parte restò prigioniera. L'esempio di Napoli si tirò dietro il resto delle città e provincie di quel regno, a riserva dell'Abbruzzo, che fece qualche resistenza, a cagione delduca d'Atri; ma speditovi ilgenerale Vetzelcon truppe, ubbidì ancora quella contrada, se non che il presidio di Pescara si tenne saldo fino ai primi dì di settembre. La sola città di Gaeta, dove con circa tre mila soldati si era rifugiato ed afforzato il duca d'Ascalona, sembrava disposta a fare una più lunga e vigorosa difesa, giacchè era anch'essa assistita per mare dalle galee del duca di Tursi. Sotto d'essa andò ad accamparsi il conte Daun, e disposte le batterie, queste arrivarono in fine a formare una ben larga breccia nelle mura, di modo che nel dì 30 di settembre fu risoluto di salire per essa. Ossia che l'Ascalona poco si intendesse del mestier della guerra, o che troppo confidasse nella più che mediocre bravura de' suoi guerrieri, e in un argine di ritirata alzato dietro la breccia, si lasciò sconsigliatamente venire addosso il torrente. Montarono i cesarei intrepidamente la breccia, e quando si credeano di aver fatto assai con prender ivi posto,avvedutisi del disordine dei difensori, seguitarono innanzi, e furiosi entrarono nell'infelice città. Andò essa tutta a sacco con tutte le conseguenze di somiglianti spettacoli, essendo solamente restate esenti dal furor militare le chiese e i conventi. Fu creduto ascendere il bottino a più di un milione di ducati. Gran macello fu fatto di presidiari. Il mal accorto duca d'Ascalona, cagione di tanta sciagura, covava sempre la speranza del suo scampo nelle suddette galee; ma per disavventura erano esse quel dì ite a caricar vettovaglie, e però gli convenne ritirarsi colla gente, che potè sottrar alle sciable tedesche, nel castello. Fu poi obbligato di rendersi a discrezione insieme colduca di Bisacciae colprincipe di Cellamare, che pubblicamente furono condotti prigionieri fra gli improperii del popolo, minacciante all'Ascalona come cosa degna di lui, la forca, pel sangue dei Napoletani da lui sparso in occasion della congiura, già maneggiata e malamente eseguita contra del reFilippo V. Fu poi richiamato in Germania ilconte di Martinitz, e il governo di Napoli restò alconte Daun.Di questo felice passo proseguivano in Italia gli affari delre Carlo III, mentre in Ispagna andavano a precipizio. L'arrivo di poderosi rinforzi mandati dai Franzesi, e de' ricchi galeoni venuti dall'America, prestarono al re Filippo il comodo di unire una buona armata, e di spedirla contro l'emulo Carlo III. Era dall'altra parte uscito in campagnamilord Gallovaicolle truppe anglolande e catalane; e quantunque caldamente fosse stato consigliato dalconte di Peterborouge da altri ufficiali di tenersi unicamente sulla difesa, pure, sedotto dai contrarii impetuosi consigli delgenerale Stenop, ardentemente bramava di venir ad un fatto d'armi, lusingandosi che nulla potesse resistere al valore de' suoi. Si trovarono in vicinanza le due nemiche armate nel dì 22 d'aprile, non lungi dalla città d'Almanza nel regno di Valenza. Voleva ilduca di Bervich, generale del reFilippo, differir le operazioni, finchè ilduca d'Orleans, spedito da Parigi a Madrid con titolo di generalissimo, arrivasse al campo, per lasciare a lui l'onore della sperata vittoria; ma non gli diede il Gallovai tanto di tempo, perchè nel dì 25 d'esso aprile andò ad attaccare la zuffa. Non erano forse disuguali nel numero le schiere de' contendenti; pure l'armata de' collegati si trovava inferiore di cavalleria, e le truppe portoghesi non sapeano che brutto giuoco fossero le battaglie. Si combattè con gran vigore da ambe le parti, e gl'Inglesi fecero maraviglie, sostenendo per grande spazio di tempo il peso del conflitto; ma in fine sbaragliati cederono il campo ai vincitori Gallispani. Si calcolò che degli alleati restassero ben cinque mila estinti, oltre ad una copiosa quantità di feriti, e che i rimasti prigionieri ascendessero al numero di quattro mila. Gran sangue ancora costò ai Gallispani questa felice giornata, perchè v'ebbero da quattro mila tra morti e feriti. Ma in mano loro venne tutta l'artiglieria nemica e il minuto bagaglio con assai bandiere e stendardi. Lamentaronsi forte gl'Inglesi della vana spedizione fatta da' cesarei e Piemontesi in Provenza; perchè se le truppe inutilmente consumate in quella impresa fossero state spedite in Ispagna, come essi ne facevano istanza, si lusingavano di stabilir ivi senza dubbio il trono del re Carlo.Gran tracollo diede questa sconfitta alla fortuna d'essore Carlo. Imperocchè, giunto al campo ilduca d'Orleans, non perdè tempo a ricuperare Valenza ed altri luoghi di quel regno, che provarono il gastigo della loro affezione al nome austriaco. Lasciato poi il corpo maggior dell'armata alduca di Berviche al general Asfeld, affinchè seguitassero le conquiste nel Valenziano e Murcia, egli con otto o dieci mila combattenti marciò alla volta dell'Aragona, e trovati que' popoli atterriti per la rotta d'Almanza, facilmente li ridusse all'ubbidienza delreFilippo V, da cui furono poi privati di tutti i privilegii, spogliati d'armi, e severamente puniti in altre guise. A tante contentezze della corte di Madrid si aggiunse, nel dì 25 d'agosto, l'aver la reginaMaria Gabriella di Savoiadato alla luce un figlio maschio, a cui fu posto il nome di Luigi, e dato il titolo di principe d'Asturias. Fu poi nell'autunno costretta dal duca d'Orleans l'importante città di Lerida con un vigoroso assedio a rendersi. Fermossi in quest'anno ilre Carlo IIIin Barcellona, per animare i suoi Catalani nelle disgrazie, mangiando intanto il pane del dolore; perciocchè, oltre al non venirgli alcun nuovo soccorso nè dalle potenze marittime, nè dall'Italia, da ogni parte fioccavano famiglie nobili di Valenza ed Aragona sue parziali, che a lui si rifugiavano, cercando di che vivere. In Fiandra e al Reno continuò anche nell'anno presente la guerra, ma senza che succedessero fatti od imprese, delle quali importi al lettore che io l'informi.
Per tutto il gennaio di quest'anno era durato il blocco della cittadella di Modena, quando giunsero artiglierie, colle quali fu risoluto di farle un più aspro trattamento. Erette le batterie, cominciarono, nel dì 31 di esso mese, a flagellare le mura, ed era già formata la breccia. Arrivò improvvisamente in questo tempo da Bologna lo stesso duca di ModenaRinaldo d'Este, che agevolò ai Franzesi con vantaggiose condizioni la resa della piazza. Nel dì 7 di febbraio se ne andò quella guernigione con tutti gli onori; e giacchè anche Mont'Alfonso capitolò nel dì 25 di esso mese, e Sestola nel dì 4 di marzo, rientrò il duca in possesso di tutti i suoi Stati. Continuò ancora per questo verno il blocco del castello di Milano, il cui comandante, perchè le tavole degli uffiziali scarseggiavano di viveri, obbligò quella città colle minaccie dei cannoni a somministrarne. Non si può dire quanto restasse dipoi sorpresa la pubblica curiosità, allorchè si propalò un accordo stipulato in Milano nel dì 13 di marzo fra i ministri dell'imperador Giuseppee delre Carlo IIIsuo fratello, e quei del re CristianissimoLuigi XIV,per cui fu convenuto che i Franzesi evacuerebbono tutta la Lombardia. Ritenevano essi tuttavia il castello di Milano, Cremona, Mantova, la Mirandola, Sabbioneta, Valenza e il Finale di Spagna; di tutto fecero cessione agli Austriaci fratelli: risoluzione che parve strana alle picciole teste d'alcuni, ma che molto ben convenne alla saviezza del gabinetto di Francia. È incredibile la spesa che facea il re Cristianissimo per mantenere la guerra in Italia; senza paragone più gli sarebbe costato questo impegno, da che le vittoriose armi cesaree e savoiarde gli aveano o serrati o troppo difficultati i passi in Italia. Troppe città e piazze si erano perdute. Contuttochè ilconte di Medavìconservasse ancora nel Mantovano circa dodicimila soldati, pure un nulla era questo al bisogno. Alla Francia sopra tutto premeva di ricuperar le truppe esistenti in Lombardia, e le migliaia ancora di quelle che erano restate prigioniere: punto che le fu accordato con tutti i comodi ed onori militari, affinchè potessero tali milizie passar sicure in Francia. Sicchè la real casa di Borbone, poco anzi padrona dei ducati di Milano, di Modena, di Mantova, Guastalla, del Monferrato, del Finale, di varii luoghi nella Lunigiana, e della maggior parte del Piemonte, eccola di repente spogliata di tutto, prendere la legge dalla fortuna, e da chi poc'anzi non avea nè pure un palmo di terreno in Italia. Per sostenere la sola guerra d'Italia, che poi nulla fruttò, impiegò il re Cristianissimo più di settanta milioni di luigi d'oro. Parrà cosa incredibile, ma io la tengo da chi dicea di saperla da buon luogo. Restarono dunque in man dei Franzesi solamente la Savoia, Nizza e Villafranca, e la lor gran potenza fu astretta a consegnar la città di Mantova col suo ducato, e insieme la Mirandola all'armi di Cesare, lasciando i duchi di quelle città pentiti, ma tardi, d'aver voluto senza necessità sposare il loro partito. All'incontro il generoso e insieme fortunatoVittorio Amedeoduca di Savoia, dopo essersitrovato in sì pericoloso giuoco alla vigilia di perdere in una giornata anche la sua capitale, quasi unica tavola del suo naufragio; all'improvviso ricuperò tutti i suoi stati di Lombardia, e inoltre dall'Augusto Giuseppericevette l'investitura di Casale col Monferrato Mantovano, e di Alessandria, Valenza, Lomellina, Valsesia e varii feudi delle Langhe, con glorioso accrescimento alla real sua casa. Abbandonarono i Franzesi l'Italia, ma ci lasciarono una funesta eredità dei loro insegnamenti ed esempli, perchè s'introdusse una gran libertà di commercio fra l'uno e l'altro sesso; e l'amore del giuoco anche nel sesso femmineo si aumentò, e si diè bando ai riguardi e rigori dell'età passata.
Essendosi gagliardamente invigorito di truppe il duca di Savoia, si pensò quale impresa si avesse da eleggere per far guerra alla Francia in casa sua, giacchè la Francia più non pensava a farla a casa altrui nelle parti d'Italia. Volevano il ducaVittorio Amedeoe ilprincipe Eugenioche si portassero l'armi contro il Delfinato e Lionese, siccome più pratici dei paesi; ma d'uopo fu che si accomodassero alla risoluta volontà degl'Inglesi, ai quali sembrava più utile ed anche facile l'acquisto di Tolone, porto di tanta importanza nella Provenza, perchè sarebbe l'assedio di esso secondato dalla flotta anglolanda. Sapevano i principi di Savoia quanto male in altre occasioni precedenti fossero riusciti i conti e i tentativi dell'armi cesaree e savoiarde in quelle parti; pure loro malgrado consentirono a sì fatta spedizione. Incredibili fatiche, stenti e spese costò il condurre l'esercito per l'aspre montagne di Tenda, e per le vicinanze di Nizza e Villafranca occupate da' Franzesi. Si scarseggiava dappertutto di viveri e di foraggi; pure, ad onta dei tanti disagi, per li quali mancò nel cammino molta gente, pervenne l'oste collegata per Cagnes, Frejus, Arce e Sauliers in vicinanza di Tolone nel dì 26 di luglio. Ma due giorni prima il vigilantemaresciallo di Tessèconmarcie sforzate correndo, avea introdotto in quella città piuttosto un esercito che una guernigione, e s'era affaccendato in formare ripari e fortificazioni a tutti i siti. Sicchè fu ben dato principio alle offese contra Tolone, ma con poca o niuna speranza di buon esito; tanta era la copia dei difensori. S'impadronirono bensì gli alleati di due forti, spinsero bombe nella piazza; ma chiariti che si gittava la polve e il tempo; che ogni dì più s'ingrossava l'esercito del Tessè; che veniva gente fino di Spagna; che i duchi di Borgogna e Berrì erano in moto per venire alla testa delle lor milizie; e che la flotta anglolanda più avea da combattere coi venti che colla terra; finalmente fu preso il partito di sloggiare e di tornarsene in Italia. Con buon ordine fu eseguita la ritirata nella notte precedente al dì 22 di agosto; e passato felicemente il Varo, si restituì l'armata alleata in Italia, minore di quel ch'era prima, perchè di trentasei mila combattenti appena la metà si salvò. Ora qui si aprì il campo alle dicerie dei politici, che sognarono misteri segreti nel duca di Savoia, senza far mente alle vere cagioni dell'infelice riuscita di quella impresa. Giunti in Piemonte i collegati, poco stettero in ozio. Restava tuttavia in man de' Franzesi la città di Susa, corteggiata da alcuni forti, alzati da essi sulle alture dei monti che attorniano quella valle. S'impadronirono essi collegati, nel dì 22 di settembre, della città, e nel dì 4 di ottobre anche della cittadella, con farne prigioniere il presidio. Presero anche di assalto il forte di Catinat, restando parte di quella guernigione tagliata a pezzi. Con queste imprese terminò la campagna in Piemonte.
Comune opinione fu che l'infelice spedizione dell'armi collegate in Provenza producesse almen questo vantaggio; che la Francia impegnata alla propria difesa non inviasse soccorso al regno di Napoli, minacciato dall'imperador Giuseppe. A tale acquisto ardentemente pensava la corte di Vienna, animata spezialmente dasegrete relazioni che i popoli di quel regno, oltre al concetto di essere amanti di nuovo governo, a braccia aperte aspettavano chi venisse a ristabilir ivi il dominio austriaco, con iscacciarne la real casa di Borbone. Non l'intendevano così gli Anglolandi per altri loro riflessi; ma Cesare stette forte nel suo proponimento, considerando, fra le altre cose, che parte della sua cavalleria resterebbe oziosa in Piemonte, siccome avvenne, per non potere esporsi a troppi patimenti nell'aspro passaggio verso la Provenza. Fu dunque scelto per condottiere d'una picciola armata, consistente in cinque mila fanti e tre o forse più mila cavalli (benchè la fama ne accrescesse molto più la dose) il valorosoconte Daunper marciare alla volta di Napoli; giacchè si giudicavano bastanti così poche forze a conquistare un regno dove mancavano difensori, le fortezze erano sprovvedute, e l'amore dei popoli serviva di sicurezza per un esito favorevole. Nel dì 12 di maggio si mise in marcia questo distaccamento, passando per Romagna e per la Marca; ad Ancona ricevette un treno di artiglieria, e verso la metà di giugno per Tivoli e Palestrina nel dì 24 pervenne ai contini del regno. Avea per tempo ilduca di Ascalonavicerè fatti quei preparamenti che a lui furono possibili per opporsi a questo temporale. Poche truppe regolate si trovavano al suo comando; ne arruolò molte di nuove; diede l'armi al popolo di Napoli, mostrando confidenza in esso; ma in fine modo non appariva di uscire in campagna, e d'impedire l'ingresso ai nemici nel regno. Contuttociòdon Tommaso d'Aquinoprincipe di Castiglione,don Niccola Pignatelliduca di Bisaccia, ed altri uffiziali con alcune migliaia di armati si postarono al Garigliano; ma, al comparire degli Alemanni, considerando meglio essi che nulla si poteano promettere da gente collettizia, si ritirarono a Napoli. Perciò senza colpo di spada vennero in poter dei Tedeschi Capoa ed Aversa; e l'esercito, senza trovare ostacoloalcuno, si presentò, nel dì 7 di luglio alla città di Napoli, essendosi ritirato il duca di Ascalona a Gaeta.
Portate dai deputati le chiavi di essa metropoli alconte di Martinitzdichiarato vicerè, entrò egli colla fanteria nella città fra le incessanti acclamazioni del popolo la cui sfrenata allegrezza passò fino a mettere in pezzi la bella statua equestre di bronzo eretta al reFilippo V, e a gittarla in mare. Da li a pochi giorni i tre castelli di Napoli si arrenderono; la guernigion di Castelnuovo prese partito fra gli Austriaci. Con gran solennità fu poi preso possesso di quella gran città a nome del reCarlo III. Ritiratosi il principe di Castiglione verso la Puglia con circa mille cavalli, trovò in quel di Avellino barricate le strade. Rivoltosi a Salerno, ed inseguito dalla cavalleria cesarea, quivi fu preso, e la sua squadra parte si sbandò, parte restò prigioniera. L'esempio di Napoli si tirò dietro il resto delle città e provincie di quel regno, a riserva dell'Abbruzzo, che fece qualche resistenza, a cagione delduca d'Atri; ma speditovi ilgenerale Vetzelcon truppe, ubbidì ancora quella contrada, se non che il presidio di Pescara si tenne saldo fino ai primi dì di settembre. La sola città di Gaeta, dove con circa tre mila soldati si era rifugiato ed afforzato il duca d'Ascalona, sembrava disposta a fare una più lunga e vigorosa difesa, giacchè era anch'essa assistita per mare dalle galee del duca di Tursi. Sotto d'essa andò ad accamparsi il conte Daun, e disposte le batterie, queste arrivarono in fine a formare una ben larga breccia nelle mura, di modo che nel dì 30 di settembre fu risoluto di salire per essa. Ossia che l'Ascalona poco si intendesse del mestier della guerra, o che troppo confidasse nella più che mediocre bravura de' suoi guerrieri, e in un argine di ritirata alzato dietro la breccia, si lasciò sconsigliatamente venire addosso il torrente. Montarono i cesarei intrepidamente la breccia, e quando si credeano di aver fatto assai con prender ivi posto,avvedutisi del disordine dei difensori, seguitarono innanzi, e furiosi entrarono nell'infelice città. Andò essa tutta a sacco con tutte le conseguenze di somiglianti spettacoli, essendo solamente restate esenti dal furor militare le chiese e i conventi. Fu creduto ascendere il bottino a più di un milione di ducati. Gran macello fu fatto di presidiari. Il mal accorto duca d'Ascalona, cagione di tanta sciagura, covava sempre la speranza del suo scampo nelle suddette galee; ma per disavventura erano esse quel dì ite a caricar vettovaglie, e però gli convenne ritirarsi colla gente, che potè sottrar alle sciable tedesche, nel castello. Fu poi obbligato di rendersi a discrezione insieme colduca di Bisacciae colprincipe di Cellamare, che pubblicamente furono condotti prigionieri fra gli improperii del popolo, minacciante all'Ascalona come cosa degna di lui, la forca, pel sangue dei Napoletani da lui sparso in occasion della congiura, già maneggiata e malamente eseguita contra del reFilippo V. Fu poi richiamato in Germania ilconte di Martinitz, e il governo di Napoli restò alconte Daun.
Di questo felice passo proseguivano in Italia gli affari delre Carlo III, mentre in Ispagna andavano a precipizio. L'arrivo di poderosi rinforzi mandati dai Franzesi, e de' ricchi galeoni venuti dall'America, prestarono al re Filippo il comodo di unire una buona armata, e di spedirla contro l'emulo Carlo III. Era dall'altra parte uscito in campagnamilord Gallovaicolle truppe anglolande e catalane; e quantunque caldamente fosse stato consigliato dalconte di Peterborouge da altri ufficiali di tenersi unicamente sulla difesa, pure, sedotto dai contrarii impetuosi consigli delgenerale Stenop, ardentemente bramava di venir ad un fatto d'armi, lusingandosi che nulla potesse resistere al valore de' suoi. Si trovarono in vicinanza le due nemiche armate nel dì 22 d'aprile, non lungi dalla città d'Almanza nel regno di Valenza. Voleva ilduca di Bervich, generale del reFilippo, differir le operazioni, finchè ilduca d'Orleans, spedito da Parigi a Madrid con titolo di generalissimo, arrivasse al campo, per lasciare a lui l'onore della sperata vittoria; ma non gli diede il Gallovai tanto di tempo, perchè nel dì 25 d'esso aprile andò ad attaccare la zuffa. Non erano forse disuguali nel numero le schiere de' contendenti; pure l'armata de' collegati si trovava inferiore di cavalleria, e le truppe portoghesi non sapeano che brutto giuoco fossero le battaglie. Si combattè con gran vigore da ambe le parti, e gl'Inglesi fecero maraviglie, sostenendo per grande spazio di tempo il peso del conflitto; ma in fine sbaragliati cederono il campo ai vincitori Gallispani. Si calcolò che degli alleati restassero ben cinque mila estinti, oltre ad una copiosa quantità di feriti, e che i rimasti prigionieri ascendessero al numero di quattro mila. Gran sangue ancora costò ai Gallispani questa felice giornata, perchè v'ebbero da quattro mila tra morti e feriti. Ma in mano loro venne tutta l'artiglieria nemica e il minuto bagaglio con assai bandiere e stendardi. Lamentaronsi forte gl'Inglesi della vana spedizione fatta da' cesarei e Piemontesi in Provenza; perchè se le truppe inutilmente consumate in quella impresa fossero state spedite in Ispagna, come essi ne facevano istanza, si lusingavano di stabilir ivi senza dubbio il trono del re Carlo.
Gran tracollo diede questa sconfitta alla fortuna d'essore Carlo. Imperocchè, giunto al campo ilduca d'Orleans, non perdè tempo a ricuperare Valenza ed altri luoghi di quel regno, che provarono il gastigo della loro affezione al nome austriaco. Lasciato poi il corpo maggior dell'armata alduca di Berviche al general Asfeld, affinchè seguitassero le conquiste nel Valenziano e Murcia, egli con otto o dieci mila combattenti marciò alla volta dell'Aragona, e trovati que' popoli atterriti per la rotta d'Almanza, facilmente li ridusse all'ubbidienza delreFilippo V, da cui furono poi privati di tutti i privilegii, spogliati d'armi, e severamente puniti in altre guise. A tante contentezze della corte di Madrid si aggiunse, nel dì 25 d'agosto, l'aver la reginaMaria Gabriella di Savoiadato alla luce un figlio maschio, a cui fu posto il nome di Luigi, e dato il titolo di principe d'Asturias. Fu poi nell'autunno costretta dal duca d'Orleans l'importante città di Lerida con un vigoroso assedio a rendersi. Fermossi in quest'anno ilre Carlo IIIin Barcellona, per animare i suoi Catalani nelle disgrazie, mangiando intanto il pane del dolore; perciocchè, oltre al non venirgli alcun nuovo soccorso nè dalle potenze marittime, nè dall'Italia, da ogni parte fioccavano famiglie nobili di Valenza ed Aragona sue parziali, che a lui si rifugiavano, cercando di che vivere. In Fiandra e al Reno continuò anche nell'anno presente la guerra, ma senza che succedessero fatti od imprese, delle quali importi al lettore che io l'informi.