MDCCXIII

MDCCXIIIAnno diCristoMDCCXIII. IndizioneVI.Clemente XIpapa 14.Carlo VIimperadore 3.Anno felice fu il presente per la pace che cominciò a spiegare le ali per molte parti dell'Europa; e se tutta non la pacificò di presente, dispose almen le cose a veder, dopo qualche tempo, restituita dappertutto la pubblica tranquillità. Dopo il dibattimento di tante contrarie pretensioni ed opposizioni, finalmente venne fatto alla corte di Francia di stabilir la pace coll'Inghilterra, Olanda, re di Prussia e duca di Savoia. Nel dì 14 di marzo aveano già i plenipotenziarii inglesi indotte le potenze collegate a convenire nell'armistizio d'Italia, e nell'evacuazione della Catalogna dell'armi alleate. Fu anche, nel dì 26 d'esso mese, accordato dal reFilippo Vagl'Inglesi il desiderato privilegio dell'Assiento, e fatta solenne rinunzia dei diritti spettanti ad esso monarca sulla Francia, colla ratificazione di tutti gli Stati de' suoi regni. Dopo questi preliminari nel dì 11 di aprile in Utrecht furono sottoscritti i capitoli della pace fra le corone di Francia e d'Inghilterra; fu riconosciuta laregina Annaper dominantedella Gran Bretagna; convalidata la succession della linea protestante in quel regno; accordata la demolizion delle fortificazioni di Dunquerque, ceduta agl'Inglesi l'isola di Terra Nuova nella novella Francia, con altri luoghi dell'Acadia nell'America Settentrionale. Altre capitolazioni furono fatte col re di Portogallo, col re di Prussia, e colle Provincie Unite dell'Olanda; ed altre in fine conVittorio Amedeoduca di Savoia. Contenevasi in questa, che la Francia restituiva ad esso sovrano tutta la Savoia, le valli di Pragelas, e i forti di Exiles e delle Fenestrelle con altre valli, e castello Delfino, e il contado di Nizza, con altri regolamenti per li confini alle sommità delle Alpi. E perciocchè alla corte d'Inghilterra premeva forte che qualche maggiore ricompensa si desse a questo principe, che avea messo a repentaglio tutti i suoi Stati per sostenere la causa comune; tanto si adoperò, che il re CattolicoFilippos'indusse a cedergli il regno di Sicilia, e di tal cessione si fece garante anche il re Cristianissimo. Fu anche stipulato, che venendo a mancare la linea del re Filippo, la real casa di Savoia succederebbe nei regni di Spagna; e furono approvati gli acquisti fatti da esso duca nel Monferrato e Stato di Milano. Nel dì poscia 10 di giugno solennemente approvò esso re Cattolico in Madrid la cessione del suddetto regno di Sicilia in favore delle linea della casa di Savoia, conservando solamente il diritto della riversione di quel regno alla corona di Spagna, in caso che mancassero tutte le linee suddette. Finalmente, nel dì 13 di agosto, in Utrecht fu sottoscritta la pace fra sua maestà Cattolica e il prefato duca di Savoia, con ratificar la cessione della Sicilia, e la successione della casa di Savoia nei regni di Spagna, caso mai che mancasse la discendenza del re Filippo V.In vigore dunque di tali atti il ducaVittorio Amedeonel dì 22 di settembre venne solennemente riconosciuto in Torino per re di Sicilia con varie feste edallegrie di quella corte e città; e il principe di PiemonteCarlo Emmanueleprese il titolo di duca di Savoia. Fu allora messo in disputa dai politici, se di gran vantaggio riuscirebbe alla real casa di Savoia un sì nobile acquisto. E non v'ha dubbio che di sommo onore a quel sovrano fu l'avere aggiunto ai suoi titoli il glorioso di re, non immaginario, come quello di Cipri, ma sostanziale col dominio d'una isola felicissima per varii conti, e la maggiore del Mediterraneo, per cui si apriva il campo ad un rilevante commercio marittimo. Contuttociò ad altri parve che se ne veniva un grande onore, non corrispondesse la potenza e l'autorità, per essere troppo staccato quel regno dagli Stati del Piemonte, per l'obbligo di tenervi continuamente gran guernigione sul timore dei vicini Tedeschi padroni del regno di Napoli; giacchè non era un mistero che l'AugustoCarlo VIs'ebbe sommamente a male che fosse a lui tolta la Sicilia per darla ad altri. Io qui tralascio altre loro riflessioni, per dire che i principi ben provveduti di saviezza cesserebbero di essere tali, se, per apprensione delle possibili eventualità, rimanessero di accettar quei dominii che presenta loro la fortuna. Possono anche dopo un acquisto succedere più favorevoli emergenti; e quando anche avvenissero in contrario, ciò che fu fatto sulle prime con prudente riflesso, non può mai divenire taccia d'imprudenza. Ora il nuovo re di Sicilia pensò tosto a portarsi in persona a prendere il possesso di quel regno. Fatti suntuosi preparamenti, passò egli, sul fine di settembre, colla regina moglie, con tutta la sua corte e con molte truppe a Nizza, e quivi sulla squadra dell'ammiraglio ingleseJenningsimbarcatosi, nel dì 3 di ottobre indirizzò le vele alla volta di Palermo. Giunto a quel porto, nel dì 10 ricevette dalmarchese de los Balbasesla consegna delle fortezze, e nel dì seguente fra i giulivi suoni delle campane e gli strepiti delle artiglierie, e fra gli archi trionfali si portò alla cattedrale, dove fucantato solenneTe Deum. Grandi spese fece per tal viaggio il reVittorio Amedeo, e tuttochè ricevesse un riguardevol dono gratuito dai Siciliani, pure l'utile non uguagliò il danno; e la sua camera e il Piemonte si risentirono per qualche tempo della felicità del loro sovrano. Seguì poi in Palermo nel dì 21 di dicembre la solenne inaugurazione del re e della regina. Tre giorni dopo si fece la lor coronazione dall'arcivescovo di Palermo, assistito da alcuni vescovi.Alle paci fin qui accennate desiderava ognuno che si accomodasse anche l'imperadorCarlo VI; ma s'era troppo inasprita la corte di Vienna al vedere come abbandonata sè stessa a' collegati, e camminar con vento sì prospero i negoziati della Francia e Spagna; tolta ad esso Augusto la Sicilia; e trovarsi egli forzato ad abbandonare la Catalogna, senza poter ottenere remissione alcuna per quegl'infelici popoli, che rimasero poi sacrificati all'ira del re CattolicoFilippo V. Perciò l'Augusto Carlo, senza considerare ad accordo alcuno colle due nemiche corone, restò solo in ballo, e si diede a studiar i mezzi per non lasciarsi soperchiare dalla potenza e fortuna dei Franzesi, sperando pure di ricavar qualche vantaggio per li Catalani suddetti. Giacchè s'era convenuto ch'egli ritirasse l'armi sue dalla Catalogna, la prima sua cura fu di mettere in salvo l'imperadrice sua consorte, lasciata in Barcellona per ostaggio della sua fede ai Catalani. L'ammiraglio ingleseJenningscolla sua squadra di navi andò per condurla in Italia. Giornata di troppo gravi cordogli e di aspri lamenti fu quella in cui l'augusta principessa prese congedo da quel povero popolo. Di grandi speranze, di belle promesse spese ella in tale occasione per calmare l'affanno e lo sdegno dei cittadini facendo specialmente valere il restar ivi ilmaresciallo di Starembergcolle sue truppe, ch'erano ben poche, e doveano anche fra poco imbarcarsi per venire in Italia. Nel dì 20 di marzo sciolsele vele da Barcellona la flotta inglese, e nel dì 2 d'aprile sbarcò l'imperadrice a Genova, dove con superbi regali e sommo onore fu accolta da quella repubblica. Entrò poscia in Milano nel dì 10 d'esso mese, e quivi, dopo aver preso riposo fino al dì 8 del seguente maggio, ripigliò il viaggio alla volta di Mantova, dove si fermò per tre giorni, e comparve a complimentarlaRinaldo d'Esteduca di Modena. Inviossi dipoi verso Lamagna, ricevuta dai Veneziani, e dappertutto dove passò, con insigne magnificenza. Nel dì 22 di giugno ilmaresciallo di Starembergstabilì una capitolazione coi commissarii del re Cattolico, per evacuar la Catalogna; e poi ritirate le sue truppe da Barcellona cominciò ad imbarcarle sopra le navi inglesi. Gran copia di barche napoletane furono a quest'effetto spedite colà, e si videro poi giugnere esse milizie a Vado nella Riviera di Genova nel dì 8 e 16 del mese di luglio, da dove passarono a ristorarsi nello Stato di Milano. In essi legni venne ancora gran numero di Spagnuoli, anche delle più illustri case, che tutto abbandonarono, per non rimanere esposti a mali peggiori, cioè alla vendetta del fortunato reFilippo V. Non si può esprimere in che trasporti di rabbia e di querele prorompessero i Catalani, al trovarsi in tal maniera lasciati alla discrezione dello sdegnato monarca. Andò sì innanzi la lor collera, che presero la disperata risoluzion di difendersi a tutti i patti, benchè abbandonati da ognuno, contro la potenza del re Cattolico, e fecero per questo dei mirabili preparamenti. Molto più ne fece la corte di Madrid, la cui armata passò in quest'anno a bloccare la stessa città di Barcellona. A me non occorre dirne di più.Fra le altre memorabili virtù dell'imperatorCarlo VIsempre si distinse quella della gratitudine. Avea egli pertanto portato seco dalla Spagna un generoso affetto verso chiunque s'era in quelle parti dichiarato del suo partito, e dimostrollo poi, finchè visse, verso chiunquesi rifugiò sotto le sue ali in Italia o in Germania, con sostenere migliaia di Spagnuoli esuli, non ostante il gravissimo dispendio dell'imperiale e regia camera sua. Pieno di compassione verso gli abbandonati Catalani, bramava pure di sovvenir loro nella presente congiuntura, ed abbisognava eziandio di pecunia per sostenere sè stesso contro le superiori forze del re Cristianissimo, a cui altro nimico non era restato che il solo imperadore. O progettassero i suoi ministri, o ne movesse la repubblica di Genova le dimande, venne egli alla risoluzione di vendere ad essi Genovesi il marchesato del Finale, già feudo dei marchesi del Carretto, e poi passato in potere dei re di Spagna. Fu stabilito questo contratto nel dì 20 di agosto del presente anno, con pagare in varie rate essa repubblica a sua maestà cesarea un milione e ducento mila pezze, ciascuna di valore di cinque lire, o sia di cento soldi moneta di Genova; e con dichiarazione che continuasse quella terra colle sue dipendenze ad essere feudo imperiale. Non si tardò a darne il possesso ai medesimi Genovesi con fama che fossero accolti mal volentieri que' nuovi padroni dai Finalini, e che la real corte di Torino si mostrasse malcontenta di tal novità. Avrebbe essa ben esibito molto di più per ottenere uno Stato tale, non grande al certo, ma di rivelante comodo ai suoi interessi, massimamente dopo l'acquisto della Sicilia. Fu preteso che l'imperadore si fosse riservato il diritto di ricuperare quel marchesato, restituendo la somma del danaro ricevuto; ma di questo non v'ha parola nell'investitura conceduta ad essa repubblica. Gioioso in questi tempi il re CristianissimoLuigi XIVper essersi sbrigato da tanti suoi potenti nemici, rivolse tutti i suoi pensieri ad obbligar colla forza l'imperadoreCarlo VIad abbracciar la pace, giacchè egli solo vi avea ripugnato fin qui. Unite dunque le sue forze, spinse il valorosomaresciallo di Villarsaddosso alla rinomata fortezza di Landau nell'Alsazia. Dopo una vigorosadifesa fu costretta quella piazza, nel dì 22 d'agosto, a rendersi, con restar prigioniera di guerra la guernigione. Verso la metà di settembre passò il medesimo maresciallo il Reno, ed imprese l'assedio di Friburgo. Il comandante di quella piazza nel dì primo di novembre si ritirò ne' castelli, lasciandola aperta ai Franzesi, che intimarono tosto ai cittadini la contribuzione d'un milione per esentarsi dal sacco. Nel dì 16 d'ottobre anche le fortezze si renderono ai Franzesi con tutte le condizioni più onorevoli. Dopo tali acquisti si posarono l'armi e cominciarono ad andare innanzi e indietro proposizioni di pace, a cui Cesare non negò l'orecchio, perchè oramai persuaso di non poter solo sostenere sì grande impegno.Benchè gli affari correnti cospirassero a restituire la pubblica tranquillità all'Europa, e non solamente fossero cessate in Italia le turbolenze della guerra, ma si assodasse maggiormente la quiete per l'incamminamento di varii cesarei reggimenti verso la Germania; pure non mancavano affanni a queste contrade. Dall'Ungheria e Polonia era passata a Vienna la peste, con istrage non lieve delle persone, e cominciò sì fatto orrendo malore a stendere le ali per l'Austria, Baviera ed altre parti della Germania. Attentissima sempre la veneta repubblica alla sanità dell'Italia, e a tener lungi questo morbo desolatore, interruppe tosto ogni commercio col Settentrione, e seco s'unì per li suoi Stati il sommo pontefice. Ma non potè fare altrettanto lo stato di Milano ed altri principi: il che cagionò un grave disordine nel commercio per l'Italia. Volle Dio che prima di quel che si sperava cessasse dipoi questo flagello; laonde cessarono ancora le prese precauzioni. Ebbe in quest'anno materia di lutto la corte di Toscana per la morte del gran principeFerdinando de Medici, figlio del gran ducaCosimo III, accaduta nel dì 30 del suddetto mese d'ottobre, senza lasciar frutti del suo matrimonio collaprincipessaViolante Beatricefiglia diFerdinandoelettor di Baviera. Di maravigliose prerogative d'ingegno era ornato questo principe. Non fosse egli mai andato molti anni addietro a gustare i divertimenti del carnevale a Venezia. Fu creduto ch'egli ivi si procacciasse un tarlo alla sua sanità, da cui finalmente fu condotto alla morte. Trovavasi sovente infestato il ponteficeClemente XIdagl'insulti dell'asma, e da altri incomodi di sanità; pure, siccome principe di rara attività, continuamente accudiva ai negozii, e questi non erano pochi. Passavano calde liti fra quella sacra corte e il già duca di Savoia ora re di Sicilia, siccome ancora coi Genovesi e col regno di Napoli, e massimamente coi reggenti dell'appellata monarchia di Sicilia. Il santo padre, siccome zelantissimo della immunità ecclesiastica e dei diritti della santa sede, fulminava monitorii, interdetti e scomuniche: con che effetto, lo dirà a suo tempo la storia della Chiesa.Ma le occupazioni dell'indefesso pontefice furono interrotte in questi tempi per un imbroglio succeduto in Francia. Forse non piacendo alcardinale di Noagliesarcivescovo di Parigi che ilre Luigi XIVavesse preso per suo nuovo confessore un certo religioso, avvertì sua maestà che questi avea spacciato in un suo libro alcune proposizioni poco sane in difesa dei riti cinesi. Ne parlò il re al confessore, il quale rispose, maravigliarsi che il porporato accusasse altrui, quando egli aveva approvato il libro del padre Quesnel, intitolatoIl Nuovo Testamento, ec., in cui si trovava gran copia di sentenze giansenistiche. Rapportò il re questa risposta al cardinale, ed egli disse che l'opera del Quesnel era stata corretta, confessando nondimeno che vi restavano tuttavia dieci o dodici proposizioni meritevoli di correzione, e che egli col celebre vescovo di Meaux Bossuet era dietro a prestarvi rimedio. Ciò inteso dal confessore, disse al re:Come, dieci o dodici proposizioni di cattivo metallo?ve n'ha più di cento. E preso l'impegno di mostrarlo, ricavò da quel libro cento ed una proposizioni. Furono poi queste spedite a Roma dal re; e dappoichè sua santità n'ebbe fatto fare un rigoroso esame, le condannò tutte nel dì 10 di settembre del presente anno colla famosa bollaUnigenitus, che poi riuscì seminario d'incredibili dissensioni, appellazioni ed altri sconcerti nel regno di Francia, intorno ai quali io rimetto il lettore ai tanti libri pubblicati su questo emergente. Continuò ancora in quest'anno il male pestilenziale delle bestie bovine, ed assalì varii altri paesi d'Italia. Penetrò nello Stato ecclesiastico e nella Calabria, ed entrò anche nel basso Modenese. Non arrivò questo flagello a cessare, se non nell'anno seguente. Dopo essere dimorato gran tempo in Italia il principe reale ed elettorale di Sassonia, finalmente verso la metà d'ottobre si partì da Venezia, dove avea ricevuti tutti gli onori e divertimenti possibili, inviandosi verso i suoi Stati.

Anno felice fu il presente per la pace che cominciò a spiegare le ali per molte parti dell'Europa; e se tutta non la pacificò di presente, dispose almen le cose a veder, dopo qualche tempo, restituita dappertutto la pubblica tranquillità. Dopo il dibattimento di tante contrarie pretensioni ed opposizioni, finalmente venne fatto alla corte di Francia di stabilir la pace coll'Inghilterra, Olanda, re di Prussia e duca di Savoia. Nel dì 14 di marzo aveano già i plenipotenziarii inglesi indotte le potenze collegate a convenire nell'armistizio d'Italia, e nell'evacuazione della Catalogna dell'armi alleate. Fu anche, nel dì 26 d'esso mese, accordato dal reFilippo Vagl'Inglesi il desiderato privilegio dell'Assiento, e fatta solenne rinunzia dei diritti spettanti ad esso monarca sulla Francia, colla ratificazione di tutti gli Stati de' suoi regni. Dopo questi preliminari nel dì 11 di aprile in Utrecht furono sottoscritti i capitoli della pace fra le corone di Francia e d'Inghilterra; fu riconosciuta laregina Annaper dominantedella Gran Bretagna; convalidata la succession della linea protestante in quel regno; accordata la demolizion delle fortificazioni di Dunquerque, ceduta agl'Inglesi l'isola di Terra Nuova nella novella Francia, con altri luoghi dell'Acadia nell'America Settentrionale. Altre capitolazioni furono fatte col re di Portogallo, col re di Prussia, e colle Provincie Unite dell'Olanda; ed altre in fine conVittorio Amedeoduca di Savoia. Contenevasi in questa, che la Francia restituiva ad esso sovrano tutta la Savoia, le valli di Pragelas, e i forti di Exiles e delle Fenestrelle con altre valli, e castello Delfino, e il contado di Nizza, con altri regolamenti per li confini alle sommità delle Alpi. E perciocchè alla corte d'Inghilterra premeva forte che qualche maggiore ricompensa si desse a questo principe, che avea messo a repentaglio tutti i suoi Stati per sostenere la causa comune; tanto si adoperò, che il re CattolicoFilippos'indusse a cedergli il regno di Sicilia, e di tal cessione si fece garante anche il re Cristianissimo. Fu anche stipulato, che venendo a mancare la linea del re Filippo, la real casa di Savoia succederebbe nei regni di Spagna; e furono approvati gli acquisti fatti da esso duca nel Monferrato e Stato di Milano. Nel dì poscia 10 di giugno solennemente approvò esso re Cattolico in Madrid la cessione del suddetto regno di Sicilia in favore delle linea della casa di Savoia, conservando solamente il diritto della riversione di quel regno alla corona di Spagna, in caso che mancassero tutte le linee suddette. Finalmente, nel dì 13 di agosto, in Utrecht fu sottoscritta la pace fra sua maestà Cattolica e il prefato duca di Savoia, con ratificar la cessione della Sicilia, e la successione della casa di Savoia nei regni di Spagna, caso mai che mancasse la discendenza del re Filippo V.

In vigore dunque di tali atti il ducaVittorio Amedeonel dì 22 di settembre venne solennemente riconosciuto in Torino per re di Sicilia con varie feste edallegrie di quella corte e città; e il principe di PiemonteCarlo Emmanueleprese il titolo di duca di Savoia. Fu allora messo in disputa dai politici, se di gran vantaggio riuscirebbe alla real casa di Savoia un sì nobile acquisto. E non v'ha dubbio che di sommo onore a quel sovrano fu l'avere aggiunto ai suoi titoli il glorioso di re, non immaginario, come quello di Cipri, ma sostanziale col dominio d'una isola felicissima per varii conti, e la maggiore del Mediterraneo, per cui si apriva il campo ad un rilevante commercio marittimo. Contuttociò ad altri parve che se ne veniva un grande onore, non corrispondesse la potenza e l'autorità, per essere troppo staccato quel regno dagli Stati del Piemonte, per l'obbligo di tenervi continuamente gran guernigione sul timore dei vicini Tedeschi padroni del regno di Napoli; giacchè non era un mistero che l'AugustoCarlo VIs'ebbe sommamente a male che fosse a lui tolta la Sicilia per darla ad altri. Io qui tralascio altre loro riflessioni, per dire che i principi ben provveduti di saviezza cesserebbero di essere tali, se, per apprensione delle possibili eventualità, rimanessero di accettar quei dominii che presenta loro la fortuna. Possono anche dopo un acquisto succedere più favorevoli emergenti; e quando anche avvenissero in contrario, ciò che fu fatto sulle prime con prudente riflesso, non può mai divenire taccia d'imprudenza. Ora il nuovo re di Sicilia pensò tosto a portarsi in persona a prendere il possesso di quel regno. Fatti suntuosi preparamenti, passò egli, sul fine di settembre, colla regina moglie, con tutta la sua corte e con molte truppe a Nizza, e quivi sulla squadra dell'ammiraglio ingleseJenningsimbarcatosi, nel dì 3 di ottobre indirizzò le vele alla volta di Palermo. Giunto a quel porto, nel dì 10 ricevette dalmarchese de los Balbasesla consegna delle fortezze, e nel dì seguente fra i giulivi suoni delle campane e gli strepiti delle artiglierie, e fra gli archi trionfali si portò alla cattedrale, dove fucantato solenneTe Deum. Grandi spese fece per tal viaggio il reVittorio Amedeo, e tuttochè ricevesse un riguardevol dono gratuito dai Siciliani, pure l'utile non uguagliò il danno; e la sua camera e il Piemonte si risentirono per qualche tempo della felicità del loro sovrano. Seguì poi in Palermo nel dì 21 di dicembre la solenne inaugurazione del re e della regina. Tre giorni dopo si fece la lor coronazione dall'arcivescovo di Palermo, assistito da alcuni vescovi.

Alle paci fin qui accennate desiderava ognuno che si accomodasse anche l'imperadorCarlo VI; ma s'era troppo inasprita la corte di Vienna al vedere come abbandonata sè stessa a' collegati, e camminar con vento sì prospero i negoziati della Francia e Spagna; tolta ad esso Augusto la Sicilia; e trovarsi egli forzato ad abbandonare la Catalogna, senza poter ottenere remissione alcuna per quegl'infelici popoli, che rimasero poi sacrificati all'ira del re CattolicoFilippo V. Perciò l'Augusto Carlo, senza considerare ad accordo alcuno colle due nemiche corone, restò solo in ballo, e si diede a studiar i mezzi per non lasciarsi soperchiare dalla potenza e fortuna dei Franzesi, sperando pure di ricavar qualche vantaggio per li Catalani suddetti. Giacchè s'era convenuto ch'egli ritirasse l'armi sue dalla Catalogna, la prima sua cura fu di mettere in salvo l'imperadrice sua consorte, lasciata in Barcellona per ostaggio della sua fede ai Catalani. L'ammiraglio ingleseJenningscolla sua squadra di navi andò per condurla in Italia. Giornata di troppo gravi cordogli e di aspri lamenti fu quella in cui l'augusta principessa prese congedo da quel povero popolo. Di grandi speranze, di belle promesse spese ella in tale occasione per calmare l'affanno e lo sdegno dei cittadini facendo specialmente valere il restar ivi ilmaresciallo di Starembergcolle sue truppe, ch'erano ben poche, e doveano anche fra poco imbarcarsi per venire in Italia. Nel dì 20 di marzo sciolsele vele da Barcellona la flotta inglese, e nel dì 2 d'aprile sbarcò l'imperadrice a Genova, dove con superbi regali e sommo onore fu accolta da quella repubblica. Entrò poscia in Milano nel dì 10 d'esso mese, e quivi, dopo aver preso riposo fino al dì 8 del seguente maggio, ripigliò il viaggio alla volta di Mantova, dove si fermò per tre giorni, e comparve a complimentarlaRinaldo d'Esteduca di Modena. Inviossi dipoi verso Lamagna, ricevuta dai Veneziani, e dappertutto dove passò, con insigne magnificenza. Nel dì 22 di giugno ilmaresciallo di Starembergstabilì una capitolazione coi commissarii del re Cattolico, per evacuar la Catalogna; e poi ritirate le sue truppe da Barcellona cominciò ad imbarcarle sopra le navi inglesi. Gran copia di barche napoletane furono a quest'effetto spedite colà, e si videro poi giugnere esse milizie a Vado nella Riviera di Genova nel dì 8 e 16 del mese di luglio, da dove passarono a ristorarsi nello Stato di Milano. In essi legni venne ancora gran numero di Spagnuoli, anche delle più illustri case, che tutto abbandonarono, per non rimanere esposti a mali peggiori, cioè alla vendetta del fortunato reFilippo V. Non si può esprimere in che trasporti di rabbia e di querele prorompessero i Catalani, al trovarsi in tal maniera lasciati alla discrezione dello sdegnato monarca. Andò sì innanzi la lor collera, che presero la disperata risoluzion di difendersi a tutti i patti, benchè abbandonati da ognuno, contro la potenza del re Cattolico, e fecero per questo dei mirabili preparamenti. Molto più ne fece la corte di Madrid, la cui armata passò in quest'anno a bloccare la stessa città di Barcellona. A me non occorre dirne di più.

Fra le altre memorabili virtù dell'imperatorCarlo VIsempre si distinse quella della gratitudine. Avea egli pertanto portato seco dalla Spagna un generoso affetto verso chiunque s'era in quelle parti dichiarato del suo partito, e dimostrollo poi, finchè visse, verso chiunquesi rifugiò sotto le sue ali in Italia o in Germania, con sostenere migliaia di Spagnuoli esuli, non ostante il gravissimo dispendio dell'imperiale e regia camera sua. Pieno di compassione verso gli abbandonati Catalani, bramava pure di sovvenir loro nella presente congiuntura, ed abbisognava eziandio di pecunia per sostenere sè stesso contro le superiori forze del re Cristianissimo, a cui altro nimico non era restato che il solo imperadore. O progettassero i suoi ministri, o ne movesse la repubblica di Genova le dimande, venne egli alla risoluzione di vendere ad essi Genovesi il marchesato del Finale, già feudo dei marchesi del Carretto, e poi passato in potere dei re di Spagna. Fu stabilito questo contratto nel dì 20 di agosto del presente anno, con pagare in varie rate essa repubblica a sua maestà cesarea un milione e ducento mila pezze, ciascuna di valore di cinque lire, o sia di cento soldi moneta di Genova; e con dichiarazione che continuasse quella terra colle sue dipendenze ad essere feudo imperiale. Non si tardò a darne il possesso ai medesimi Genovesi con fama che fossero accolti mal volentieri que' nuovi padroni dai Finalini, e che la real corte di Torino si mostrasse malcontenta di tal novità. Avrebbe essa ben esibito molto di più per ottenere uno Stato tale, non grande al certo, ma di rivelante comodo ai suoi interessi, massimamente dopo l'acquisto della Sicilia. Fu preteso che l'imperadore si fosse riservato il diritto di ricuperare quel marchesato, restituendo la somma del danaro ricevuto; ma di questo non v'ha parola nell'investitura conceduta ad essa repubblica. Gioioso in questi tempi il re CristianissimoLuigi XIVper essersi sbrigato da tanti suoi potenti nemici, rivolse tutti i suoi pensieri ad obbligar colla forza l'imperadoreCarlo VIad abbracciar la pace, giacchè egli solo vi avea ripugnato fin qui. Unite dunque le sue forze, spinse il valorosomaresciallo di Villarsaddosso alla rinomata fortezza di Landau nell'Alsazia. Dopo una vigorosadifesa fu costretta quella piazza, nel dì 22 d'agosto, a rendersi, con restar prigioniera di guerra la guernigione. Verso la metà di settembre passò il medesimo maresciallo il Reno, ed imprese l'assedio di Friburgo. Il comandante di quella piazza nel dì primo di novembre si ritirò ne' castelli, lasciandola aperta ai Franzesi, che intimarono tosto ai cittadini la contribuzione d'un milione per esentarsi dal sacco. Nel dì 16 d'ottobre anche le fortezze si renderono ai Franzesi con tutte le condizioni più onorevoli. Dopo tali acquisti si posarono l'armi e cominciarono ad andare innanzi e indietro proposizioni di pace, a cui Cesare non negò l'orecchio, perchè oramai persuaso di non poter solo sostenere sì grande impegno.

Benchè gli affari correnti cospirassero a restituire la pubblica tranquillità all'Europa, e non solamente fossero cessate in Italia le turbolenze della guerra, ma si assodasse maggiormente la quiete per l'incamminamento di varii cesarei reggimenti verso la Germania; pure non mancavano affanni a queste contrade. Dall'Ungheria e Polonia era passata a Vienna la peste, con istrage non lieve delle persone, e cominciò sì fatto orrendo malore a stendere le ali per l'Austria, Baviera ed altre parti della Germania. Attentissima sempre la veneta repubblica alla sanità dell'Italia, e a tener lungi questo morbo desolatore, interruppe tosto ogni commercio col Settentrione, e seco s'unì per li suoi Stati il sommo pontefice. Ma non potè fare altrettanto lo stato di Milano ed altri principi: il che cagionò un grave disordine nel commercio per l'Italia. Volle Dio che prima di quel che si sperava cessasse dipoi questo flagello; laonde cessarono ancora le prese precauzioni. Ebbe in quest'anno materia di lutto la corte di Toscana per la morte del gran principeFerdinando de Medici, figlio del gran ducaCosimo III, accaduta nel dì 30 del suddetto mese d'ottobre, senza lasciar frutti del suo matrimonio collaprincipessaViolante Beatricefiglia diFerdinandoelettor di Baviera. Di maravigliose prerogative d'ingegno era ornato questo principe. Non fosse egli mai andato molti anni addietro a gustare i divertimenti del carnevale a Venezia. Fu creduto ch'egli ivi si procacciasse un tarlo alla sua sanità, da cui finalmente fu condotto alla morte. Trovavasi sovente infestato il ponteficeClemente XIdagl'insulti dell'asma, e da altri incomodi di sanità; pure, siccome principe di rara attività, continuamente accudiva ai negozii, e questi non erano pochi. Passavano calde liti fra quella sacra corte e il già duca di Savoia ora re di Sicilia, siccome ancora coi Genovesi e col regno di Napoli, e massimamente coi reggenti dell'appellata monarchia di Sicilia. Il santo padre, siccome zelantissimo della immunità ecclesiastica e dei diritti della santa sede, fulminava monitorii, interdetti e scomuniche: con che effetto, lo dirà a suo tempo la storia della Chiesa.

Ma le occupazioni dell'indefesso pontefice furono interrotte in questi tempi per un imbroglio succeduto in Francia. Forse non piacendo alcardinale di Noagliesarcivescovo di Parigi che ilre Luigi XIVavesse preso per suo nuovo confessore un certo religioso, avvertì sua maestà che questi avea spacciato in un suo libro alcune proposizioni poco sane in difesa dei riti cinesi. Ne parlò il re al confessore, il quale rispose, maravigliarsi che il porporato accusasse altrui, quando egli aveva approvato il libro del padre Quesnel, intitolatoIl Nuovo Testamento, ec., in cui si trovava gran copia di sentenze giansenistiche. Rapportò il re questa risposta al cardinale, ed egli disse che l'opera del Quesnel era stata corretta, confessando nondimeno che vi restavano tuttavia dieci o dodici proposizioni meritevoli di correzione, e che egli col celebre vescovo di Meaux Bossuet era dietro a prestarvi rimedio. Ciò inteso dal confessore, disse al re:Come, dieci o dodici proposizioni di cattivo metallo?ve n'ha più di cento. E preso l'impegno di mostrarlo, ricavò da quel libro cento ed una proposizioni. Furono poi queste spedite a Roma dal re; e dappoichè sua santità n'ebbe fatto fare un rigoroso esame, le condannò tutte nel dì 10 di settembre del presente anno colla famosa bollaUnigenitus, che poi riuscì seminario d'incredibili dissensioni, appellazioni ed altri sconcerti nel regno di Francia, intorno ai quali io rimetto il lettore ai tanti libri pubblicati su questo emergente. Continuò ancora in quest'anno il male pestilenziale delle bestie bovine, ed assalì varii altri paesi d'Italia. Penetrò nello Stato ecclesiastico e nella Calabria, ed entrò anche nel basso Modenese. Non arrivò questo flagello a cessare, se non nell'anno seguente. Dopo essere dimorato gran tempo in Italia il principe reale ed elettorale di Sassonia, finalmente verso la metà d'ottobre si partì da Venezia, dove avea ricevuti tutti gli onori e divertimenti possibili, inviandosi verso i suoi Stati.


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