MDCCXLIAnno diCristoMDCCXLI. IndizioneIV.Benedetto XIVpapa 2.Vacante l'imperio.Alle speranze concepute dalla corte e dal popolo romano intorno al novello ponteficeBenedetto XIVsi videro ben presto corrispondere i fatti. Trovossi che seco su quell'augusto trono era passata la consueta sua giovialità, affabilità e cortesia, e il costante abborrimento alla sostenutezza ed al fasto. Molto più si scoprì aver egli accettata quella pubblica dignità, non già per vantaggio proprio o della sua nobil casa, ma unicamente per procurare il ben della Chiesa, per giovare alla camera apostolica, e, per quanto fosse possibile, al pubblico tutto. Pochi poterono uguagliarsi a questo buon pontefice nel disinteresse e nella liberalità. Ciò che a lui perveniva o di rendite proprie, o di regali, gli usciva tosto dallemani. I poveri spezialmente participavano di queste rugiade, e saccheggiavano il suo privato erario. Un solo nipoteex fratreaveva egli, cioèdon Egano Lambertinisenator bolognese. Gli ordinò di non venire a Roma, se non quando l'avesse chiamato, e poi sempre si dimenticò di chiamarlo. Anzi, all'osservare tanta sua munificenza verso degli altri, solamente ristretta verso d'esso suo nipote, parve a non pochi che l'animo suo, per troppo abborrire gli eccessi degli antichi nepotismi, cadesse poi nel contrario eccesso, ossia difetto. Per varii bisogni o inconvenienti de' tempi passati trovò egli la camera apostolica aggravata da una gran somma di milioni di scudi, e dei frutti corrispondenti, e di molte spese superflue. Impossibile conobbe la cura di sì gran male: pure si applicò per quanto potè a procacciarne il sollievo, cominciando da sè stesso, col riformare la propria tavola, e il proprio vestire e trattamento, e non ammettendo se non il puramente necessario. Giacchè era mancato di vita, durante il conclave, ilcardinale Ottoboni, conferì esso pontefice la carica di vicecancelliere alcardinale Rufo, che generosamente rilasciò in benefizio della camera la maggior parte del soldo annesso alla medesima. Sì pingue era in addietro la paga delle milizie pontifizie, che ogni semplice soldato potea dirsi pagato da uffiziale, e così a proporzion gli uffiziali stessi. Dal santo padre fu riformato il salario non men degli uni che degli altri; e de' soldati ne risparmiò cinquecento, non già cassandoli senza misericordia, ma ordinando che, mancando essi di vita, non si reclutassero. Trovò anche maniera di liberar la camera apostolica da varie pensioni addossate alla medesima dai pontefici troppo liberali della roba altrui. In una parola, tanto si adoperò, ch'essa camera ripigliò gran vigore, e dove in addietro sbilanciava nelle spese, cominciò a sperar degli avanzi.Maggior premura ancora ebbe il vigilantissimo pontefice per la riforma dellaprelatura e del clero, facendo sapere ad ognuno che non promoverebbe agli uffizii ed impieghi, se non chi sel meritasse coll'attestato della vita ben costumata e conveniente a persone ecclesiastiche, e coll'applicazione agli studii. A questo fine furono poscia dalla santità sua istituite quattro diverse accademie, nelle quali spezialmente si esercitassero i prelati esistenti in Roma in compagnia dei più cospicui letterati di quella gran metropoli, dovendosi trattare de' canoni e concilii, della storia ecclesiastica, della storia ed erudizione romana, e dei riti sacri della Chiesa. Propose inoltre il santo padre di riformare il lusso massimamente della nobiltà romana, sì per esentare le illustri case da dispendii, talvolta superiori alle rendite loro, con far debiti, al pagamento dei quali si trovava poi o molta difficoltà, o pure impotenza; come ancora per ritener nello Stato il tanto danaro che n'esce, per soddisfar le pazze voglie della moda. Si tennero su questo varie conferenze, e si videro saggi progetti proposti dai conservatori della città. Ma chi lo crederebbe? tanti ostacoli, tante riflessioni in contrario scapparono fuori, sopra tutto per opera di chi profitta della balordaggine degl'Italiani, che sì bel disegno rimase arenato. Istituì ancora una congregazione di cinque porporati, per esaminar la vita e i costumi dei destinati alla dignità episcopale. Di questo passo procedeva lo zelantissimo ponteficeBenedetto XIV, con accrescere il suo merito presso Dio e presso gli uomini. Inviò egli in tanto col carattere di nunzio straordinario alla dieta dell'elezione del nuovo imperadoremonsignor Doria, figlio del principe Doria, dichiarato arcivescovo di Calcedonia, che con suntuoso equipaggio s'incamminò alla volta della Germania.Siccome pur troppo aveano preveduto i saggi, cominciarono a provarsi le perniciose conseguenze della morte del buon imperadorCarlo VI. Sul fine dell'anno precedente il giovineFederigo IIIre di Prussia, senza far precedere dimanda o sfida alcuna, con venticinque mila soldati e buon treno d'artiglieria era corso ad impadronirsi d'alcuni luoghi della Slesia austriaca, non già, dicea egli, per alcuna mala intenzione sua contro la corte di Vienna, nè per inquietare l'imperio, ma solamente per sostenere i suoi diritti sopra alcuni ducati e territorii di quella provincia, la più ricca e fruttuosa che si avesse in Germania l'augusta casa di Austria. Susseguentemente dipoi pubblicò un manifesto, in cui dedusse i fondamenti di quelle sue pretensioni, dichiarando nullo un trattato di concordia, conchiuso nel 1686 fra la corte di Vienna e quelle di Brandenburgo. Intanto perchè non si aspettava nella Slesia una sì fatta tempesta, nè vi si trovava preparamento alcuno per resistere, nel dì 3 di gennaio dell'anno presente non fu difficile al Prussiano di entrare in Breslavia, capitale di quella provincia, e di occupare altri luoghi nè pur pretesi nel suo manifesto; dopo di che ridusse le sue milizie al riposo. Ancorchè per questo inaspettato colpo si trovasse più di un poco confusa la corte di Vienna, pure adunato che ebbe un corpo di circa venti mila veterani soldati, lo spinse in Islesia sotto il comando del marescialloconte di Neuperg, con ordine di tentare una battaglia. S'inoltrò questo generale sino a Millovitz in poca distanza da Brieg, ed ivi incontratosi col grosso dell'armata prussiana, nel dì 10 d'aprile dell'anno presente venne con essa alle mani. Sei ore continue durò l'atroce combattimento, in cui riuscì alla cavalleria austriaca di rovesciar la prussiana, e si vide anche più d'una volta piegar l'ala sinistra d'essi Prussiani; ma in fine trovandosi di lunga mano superiori le forze nemiche, e in maggior copia le loro artiglierie, che fecero di brutti squarci nelle schiere austriache, fu obbligato il Neuperg a ritirarsi, e a lasciare il campo di battaglia ai Prussiani, che riportarono bensì vittoria, ma a costo di moltissimo loro sangue. V'era in persona lo stesso re diPrussia, che diede gran segni d'intrepidezza e di bel regolamento nei movimenti delle sue armi. Dopo di che nel dì 4 di maggio egli s'impadronì di Brieg, una delle più belle città della Slesia. Succederono poscia varii negoziati per l'amichevole via di qualche aggiustamento; e se fossero stati ben accolti per tempo i consigli dell'Inghilterra ed Olanda, avrebbe probabilmente la regina, col sacrifizio di una parte della Slesia, potuto conservar l'altra, ed acquetar le pretensioni del re prussiano. Ma siccome principessa di gran coraggio, e troppo renitente ad acconsentire che restasse vulnerata la prammatica sanzione, più tosto volle esporsi a perdere tutta quella bella provincia, che spontaneamente cederne una porzione. Inesplicabil allegrezza intanto avea provato la corte di Vienna per un arciduchino, partorito dalla suddetta regina nel dì 15 di marzo, cui furono posti i nomi diGiuseppe Benedetto. Per questo dono del cielo solenni feste furono fatte.Intanto ecco alzarsi dalla parte di ponente un più nero e minaccioso temporale. GiàCarlo Albertoelettor di Baviera avea in pronto un esercito di circa trenta mila combattenti, e sul fine d'agosto improvvisamente andò ad impossessarsi dell'importante città di Passavia, con promettere di non intorbidar quivi il dominio civile delcardinale di Lambergvescovo esemplarissimo, e principe benignissimo di quella città. Ma un nulla fu questo. Fin qui, non ostante il grande apparato di guerra che si faceva in Francia, non altro s'udiva che intenzioni di quella corte di sostenere la prammatica sanzione, di cui essa non dimenticava di essere garante. Ma verso la metà d'agosto ecco con tre corpi, o, per dir meglio, con tre eserciti i Franzesi, valicato il Reno, entrar nelle terre dell'imperio, con far correre voce, per mezzo de' suoi ministri nelle corti, che questo sì gagliardo movimento d'armi non era per distorsi dagl'impegni della garanzia suddetta, ma bensì a solo oggetto di assicurar la quiete della Germania,e la libera elezione di un imperadore. Queste ed altre simili proteste del gabinetto di Francia non si sapeano digerire dagl'intendenti in Germania, i quali gridavano essere vergognosa cosa lo spaccio di esse, quando chiaramente ognuno scorgea, che le armate franzesi unicamente tendevano a dar la legge al corpo germanico, e a forzare chiunque s'opponesse alla promozione dell'elettor di Baviera alla corona imperiale, e ad unirsi con esso principe contro la regina d'Ungheria. Imperciocchè, diceano essi, non è più un mistero il dirsi nella corte di Francia, essere venuto il tempo di abbassare una volta la casa d'Austria, quella casa che fin qui avea fatto il possibile argine al maggiore accrescimento della non mai sazia potenza franzese. E però doversi trasportare lo scettro cesareo in altro principe che per la debolezza delle sue forze non osasse nè potesse contrastare ai voleri della Francia; e che per isnervare l'austriaca regina, d'uopo era spogliarla del regno della Boemia, dappoichè il re di Prussia avea fatto lo stesso della Slesia. A questo fine si vide non solamente posto in dubbio, ma anche negato alla regina il voto della Boemia nell'elezione del futuro imperadore, senza che valessero le ragioni e proteste della medesima. Favorevoli ancora ai disegni della Francia si trovarono gli elettori palatino e di Colonia; nè molto stette lo stessoFederigo Augustore di Polonia, ed elettor di Sassonia, a prendere l'armi e ad unirsi coi Bavaresi e Franzesi contro la regina. Dal re Cristianissimo fu dichiarato general comandante delle sue milizie l'elettor di Baviera, con protestare che queste non altro erano che ausiliare d'esso elettore, per sostenere i legittimi diritti della di lui casa; giacchè non negava la corte di Francia di aver ben accettata e garantita la prammatica sanzione austriaca, ma aggiugneva che questo s'avea da intendere senza pregiudizio delle ragioni altrui. Dicevano alcuni, non saper, nè pur la gente dozzinale, capire queste raffinate precisioni delgabinetto franzese; perchè le parea che l'aver giurato di mantener l'unione degli Stati della casa d'Austria lo stesso fosse che promettere di non impegnar l'armi per discioglierla, nè passar differenza fra chi si obbliga di non uccidere uno, e poi presta il pugnale o porge in altra maniera aiuto ad un altro per levargli la vita. Gridavano perciò, bandita la buona fede da quel gabinetto, e a nulla più servire le pubbliche paci, quando con tanta facilità si faceano nascere apparenti ragioni e scuse di romperle. Per quello ch'io ho inteso da buona parte, ripugnò forte il cardinale di Fleury primo ministro allo imbarco della Francia in questa guerra, perchè assai conosceva le leggi dell'onore e del giusto; ma da un tale fanatismo fu preso allora tutto il consiglio del re cristianissimo, che gridando ognuno all'armi per così favorevol occasione di deprimere l'emula casa d'Austria, e insieme il romano imperio, forzato fu esso cardinale di cedere alla piena, e di cominciar questa nuova tragedia.Ora da che si trovò l'elettor di Baviera rinforzato da venti, altri dissero trenta mila Franzesi, più non indugiò ad entrare sul fine di settembre nell'Austria con impadronirsi di Lintz, Eens, Steir ed altri luoghi, dove si fece prestare omaggio da que' popoli. Avea proposto il duca di Bellisle nel consiglio di Versaglies che si mandasse in Baviera una potente armata, con cui s'andasse a dirittura a Vienna; ma il cardinale di Fleury non l'intese così, e mandò poco. Tale nondimeno per questo fu la costernazione nella città di Vienna, che ognuno a momenti s'aspettava d'essere ivi stretto da un assedio, e ne uscì gran copia di benestanti col meglio dei loro effetti. Da molto tempo si tratteneva la regina col gran duca consorte in Presburgo, dove avea ricevuta la corona del regno d'Ungheria. Cagion fu il movimento dei Gallo-Bavari ch'essa immantenente facesse portar colà da Vienna il tenero arciduchino, co' più preziosi mobili della corte, archivii e bibliotecaimperiale. Con un sì patetico discorso rappresentò poscia ai magnati ungheri il bisogno de' loro soccorsi, e la fidanza sua nel lor appoggio e fedeltà, che trasse le lagrime dagli occhi di ognuno, e tutti giurarono la di lei difesa; e detto fatto, raunarono un esercito di trenta mila armati, con promessa di più rilevanti aiuti. Costò nondimeno ben caro ad essa regnante l'acquisto della corona ungarica, e dell'affetto di que' popoli, perchè le convenne comperarlo coll'accordar loro varii privilegii e la libertà di coscienza, non senza grave discapito della religione cattolica in quelle parti. Mirabili fortificazioni intanto si fecero in Vienna; copiose provvisioni e munizioni vi s'introdussero; ed oltre ad un forte presidio di truppe regolate, prese l'armi tutta quella cittadinanza, risoluta di spendere le vite in difesa della patria e dell'amatissima loro regnante. Ma o sia che l'elettor bavaro riflettesse alle troppe difficoltà di superare una sì forte e ben guernita città, al che gran tempo e fatica si esigerebbe, o più tosto ch'egli pensasse non all'Austria, ma al regno della Boemia, dove spezialmente terminavano i desiderii e le speranze sue: certo è ch'egli dopo la metà d'ottobre s'inviò a quella volta colla maggior parte delle sue truppe e delle franzesi, che andavano sempre più crescendo. Trovavasi allora la Boemia sprovveduta affatto di forze per resistere a questo torrente. Contuttociò non mancò il principe di Lobkowitz di raccogliere quelle poche truppe che potè, ed avendole unite con un distaccamento inviatogli dal conte di Neuperg, si applicò alla difesa della sola città di Praga, dove formò dei magazzini superiori anche al bisogno suo.Di cento e due altre città (che così quivi si chiamano anche i borghi e le terre grosse di quel regno) poche altre vi erano capaci di far buona resistenza. Verso la metà di novembre comparve la possente armata gallo-bavara sotto Praga, e fatta inutilmente la chiamata al comandante maresciallo di campo Oglivi, si disposealle ostilità. Non mancavano ragioni e pretensioni al re di Polonia ed elettor di SassoniaFederigo Augusto IIInell'eredità della casa d'Austria; e giacchè vide Prussiani e Bavaresi tutti rivolti a prenderne chi una parte e chi un'altra, non volle più stare a segno; ed accordatosi coll'elettor di Baviera, entrò anche egli nella danza, e spedì molti reggimenti suoi e un grosso treno d'artiglieria all'assedio di Praga. Di vastissimo giro, come ognun sa, è quella città, perchè composta di tre città. A ben difenderla si richiedeva un'armata intera, e questa mancava; perchè era ben giunto il gran ducaFrancescocol principeCarlo di Lorenasuo fratello a Tabor, menando seco un buon esercito, ma non tale da potersi cimentare col troppo superiore de' nemici. Servì piuttosto l'avvicinamento di essi Austriaci per affrettar le operazioni degli alleati. Infatti nella notte del dì 25 venendo il dì 26 di novembre, ordinò l'elettor bavero un assalto generale a Praga; i Sassoni spezialmente si segnalarono in quella sanguinosa azione. Presa fu la città, ma così buon ordine avea dato l'elettore, ch'essa restò esente dal sacco. Ben tre mila furono i prigionieri. Dopo l'acquisto della capitale si fece l'elettor bavaro proclamare re di Boemia nel dì 9 di dicembre, e citò gli Stati di quel regno a prestargli l'omaggio. Convien confessarlo: tra perchè non pochi erano quivi mal soddisfatti del passato governo, e, secondo la vana speranza dei popoli, si lusingavano molti altri di mutare in meglio il loro stato col cangiamento del principe, e tanto più perchè non dimenticò l'elettore di spendere largamente le carezze e le speranze a quella gente; apertamente, ma i più in lor cuore, accettarono con gioia questo novello sovrano. Per la caduta di Praga si ritirò ben in fretta il gran duca coll'esercito cesareo alla volta della Moravia; ma anche colà passarono i Prussiani, e riuscì loro d'impadronirsi d'Olmutz, capitale d'essa provincia.Mentre era la regina d'Ungheria attorniatae lacerata da tanti nemici in Germania, un altro minaccioso nembo si preparava contro di lei in Italia. Avea bensì il Cattolico reFilippo Vaccettata la prammatica sanzione austriaca; pure, appena tolto fu di vita l'imperadorCarlo VIche si diede fuoco nella corte di Spagna a forti pretensioni non sopra qualche parte della monarchia austriaca, ma sopra di tutta. Era, come ognun sa, l'AugustoCarlo Vpadrone anche di tutti gli Stati austriaci della Germania e dei Paesi Bassi. Ne fece egli una cessione aFerdinando Isuo fratello, ma si pretendeva, che mancando la discendenza maschile d'esso Ferdinando, tutti gli Stati dovessero tornare alla linea austriaca di Spagna. Su questi fondamenti, che a me non tocca di esaminare, il re Cattolico, siccome discendente per via di femmine dal suddettoCarlo V, aspirava al dominio dello Stato di Milano, e di Parma e Piacenza, giacchè non era da pensare agli Stati della Germania, troppo lontani e in parte afferrati da altri pretensori. Vero è che parve a quel monarca posta in obblio la solenne rinunzia da lui fatta nel trattato di Londra dell'anno 1718 a tutti gli Stati d'Italia e Fiandra posseduti dall'imperadore; ma per mala sorte, torto o ragione che s'abbiano i principi, ordinariamente le loro liti non ammettono o non truovano alcun tribunale che le decida, fuorchè quello dell'armi. Diedesi dunque la Spagna a formare un possente armamento, e ordinò all'infantedon Carlore delle Due Sicilie di fare altrettanto. Ecco pertanto cominciar a giugnere verso la metà di novembre ad Orbitello, e agli altri porti di Toscana spettanti ad esso re don Carlo, varii imbarchi di truppe, munizioni ed artiglierie provenienti da Barcellona e da Napoli. Parimenti ad esso Orbitello arrivò, nel dì 9 di dicembre, ilduca di Montemar, destinato generale dell'armi di Spagna in Italia; e da che nel regno di Napoli fu fatta una massa di circa dodici mila soldati, fu chiesto alla corte di Roma il passaggio per gli Statidella Chiesa. Gran gelosia ed apprensione diedero alla Toscana sì fatti movimenti; e come se si aspettasse a momenti un'invasione da quella parte, si presero le possibili precauzioni per la difesa di Livorno ed altri luoghi. Ma perciocchè premeva alla Francia che non fosse inquietata la Toscana, siccome paese permutato nella Lorena, e guarentito dal re Cristianissimo, ben prevedendo essa, che l'acquisto d'essa Lorena rimarrebbe esposto a pretensioni, qualora fosse occupato da altri il ducato di Toscana; perciò fu sotto mano fatto intendere al gran duca, duca di Lorena, che non temesse sconcerti a quegli Stati; e questa promessa si vide religiosamente mantenuta dipoi dalla corte di Francia. Per conseguente le speranze de' Napolispani si rivolsero tutte agli Stati della Lombardia.Non istava intanto in ozio la corte di Vienna, cercando chi la salvasse dal naufragio di sì gran tempesta. Fu spedito in Olanda e a Londra il principeWenceslaodiLictenstein, per promuovere quelle potenze in aiuto suo, con far valere i tanti motivi di non lasciar crescere di soverchio la già sì aumentata possanza della real casa di Borbone, e di non permettere l'abbassamento dell'augusta casa d'Austria dalla cui conservazione e forza principalmente dipendeva la libertà e la salute della Germania, e delle stesse potenze marittime. Trovossi nel reGiorgio IIe nei parlamenti d'Inghilterra tutta la più desiderabil disposizione di sostenere, secondo gli obblighi precedenti, la prammatica sanzione, e d'imprendere la guerra contra de' Franzesi, distruttori della medesima. Non furono così favorevoli le risposte degli Olandesi; perchè troppo rincresceva a quella nazione di rinunziare ai rilevanti profitti del commercio, finora mantenuto con Franzesi e Spagnuoli. Fu anche creduto che non mancassero in quelle provincie dei pensionarii della Francia; ed altro perciò non si potè ottenere, se non chele provincie unite puntualmente soddisfarebbono agli obblighi e patti della loro lega, col somministrare venti mila combattenti in soccorso della regina, venendo il caso della guerra. Quanto all'Italia, cominciò per tempo la corte di Vienna i suoi negoziati conCarlo Emmanuelere di Sardegna, siccome sovrano potente, e più degli altri interessato nei tentativi che il re di Spagna e delle Due Sicilie meditavano di fare in essa Italia. Perciocchè per conto dellarepubblica di Veneziaben presto si scoprì che, secondo le saggie sue massime, faceva ella bensì un considerabil aumento di truppe nelle sue città di terra ferma, ma coll'unico disegno di tenersi neutrale; giacchè forze non le mancavano per far rispettare la sua indifferenza e neutralità. Avea sulle prime il re di Sardegna fatto indagare i sentimenti della corte di Madrid in riguardo alla persona e forze sue nella presente rottura. La ritrovò così persuasa della propria potenza, che non si credea nè bisognosa dell'aiuto altrui per conquistare lo Stato di Milano, nè assai apprensiva dell'opposizione che potesse farle il re sardo, forse perchè s'immaginava col mezzo degli amici franzesi di ritenerlo dall'imprendere un contrario impegno. Solamente dunque gli esibì un tenue briciolo dello Stato di Milano, con promessa di ricompensarlo a misura del suo soccorso, e della felicità de' meditati progressi. Queste ed altre ambigue risposte congiunte alla conoscenza del pericolo, a cui si resterebbe esposta la real casa di Savoia quando cadesse in mano degli Spagnuoli lo Stato di Milano, cagion furono ch'esso re di Sardegna prendesse altro cammino. Rifletteva egli che il re Cattolico avea bensì nel trattato del dì 13 d'agosto del 1715 approvata la cessione fatta dall'imperadore al ducaVittorio Amedeosuo padre del Monferrato, Alessandrino ed altre porzioni del Milanese, ed in oltre ceduto nelle forme più obbliganti il regno di Sicilia al medesimo duca; e pure da lì a non molto tentò dispogliarlo d'esso regno; potersi perciò temere un pari trattamento per gli Stati della Lombardia passati in dominio della casa di Savoia. Applicossi dunque il reCarlo Emmanuelea maneggiare gli affari suoi colla regina d'Ungheria e col re britannico, e a fortificar le piazze, e ad accrescere le sue genti d'armi, e per avere in pronto una possente armata al bisogno, barcheggiando intanto, finchè venisse il tempo di stringere qualche partito.Durante l'anno presente il ponteficeBenedetto XIV, il cui cuore non ad altro inclinava che alla pace con tutti i potentati cattolici, siccome padre amantissimo d'ognuno, determinò di mettere fine alle differenze insorte sotto i suoi predecessori, e durate per lo spazio di trenta anni fra la santa Sede e le corone di Spagna, Portogallo, Due Sicilie e Sardegna. S'erano già smaltite sotto il precedente pontefice molte delle principali difficoltà, nè altro mancava che la conchiusion degli accordi. Al di lui buon volere e saviezza non fu difficile il dar l'ultima mano a questi trattati sì nel presente che nel susseguente anno; così che tornò la buona armonia con tutti, e le nunziature si riaprirono, e la dateria riassunse le sue spedizioni. Intenta eziandio la santità sua al sollievo della povera gente, nel marzo di quest'anno introdusse l'uso della carta bollata per li contratti e scritture che si avessero a produrre in giudizio, siccome aggravio ridondante sopra i soli benestanti, con isgravare nel medesimo tempo il popolo da varii altri imposti sopra l'olio, sete crude, buoi ed altri animali. Ma perciocchè non mancarono persone, le quali, contro la retta intenzione di lui ampliando questo aggravio della carta bollata, ne convertivano buona parte in lor pro con gravi lamenti del pubblico, il santo padre, provveduto di buona mente per non lasciarsi ingannare dai ministri, coraggiosamente abolì esso aggravio, e ne riportò somma lode da tutti. Nel dì 17 di giugnodell'anno presente diede fine al suo vivere il doge di VeneziaLuigi Pisani, stimatissimo per le sublimi e rare sue doti. Fu poi sostituito in essa dignità nel dì 30 del suddetto mese, il cavaliere e procuratorePietro Grimani, personaggio di gran saviezza, chiarissimo per le sue cospicue ambasciarie, e veterano nei maneggi e nelle cariche di quella saggia repubblica. Infierì parimente la morte contra una giovine principessa degna di lunghissima vita. Questa fuElisabetta Teresasorella diFrancescoduca di Lorena, e regnante gran duca di Toscana, e moglie diCarlo Emmanuelere di Sardegna. Era essa giunta all'età di ventinove anni, mesi otto e giorni diciotto. Avea nel dì 21 del sopraddetto giugno dato alla luce un principino, appellato poi duca di Chablais con somma consolazione di quella corte. Ma si convertirono fra poco le allegrezze in pianti, perchè sorpresa essa regina dalla febbre migliarina, pericolosa per le partorienti, nel dì 3 di luglio rendè l'anima al suo creatore. Non si può assai esprimere quanta grazia avesse questa principessa per farsi amare non solo dal real consorte, ma da tutti, nè quanta fosse la sua pietà e carità verso de' poveri. La maggior parte del suo appannaggio s'impiegava in limosine, e, mancandole talvolta il danaro, ella impiegava alcuna delle sue gioie: del che informato il re, le riscuoteva, e graziosamente gliele facea riportare. In somma universale fu il cordoglio per questa perdita, e dolce memoria restò di tante sue virtù; siccome ancora restarono due principi e una principessa, frutti viventi del suo matrimonio.Da gran tempo era stabilito l'accasamento del principe ereditario di ModenaErcole Rinaldo d'Este, figlio del regnante ducaFrancesco III, colla principessaMaria Teresa Cibò, che per la morte didon Alderanoduca di Massa e di Carrara suo padre era divenuta signora di quel ducato. Per la non ancor abile età del principe si era differita fin qui l'esecuzionedi questo maritaggio; ma finalmente se gli diede compimento nel settembre dell'anno presente; sicchè sul fine d'esso mese fu condotta essa principessa con suntuoso accompagnamento dadon Carlo Filiberto d'Este, marchese di San Martino, e principe del sacro romano imperio, alla volta di Sassuolo, dove si trovava il duca e la duchessaCarlotta Aglae d'Orleans, i quali andarono ad incontrarla a Gorzano, e solennizzarono dipoi con molte feste la sua venuta. Stavano intanto i curiosi aspettando di vedere, dopo tante dicerie e lunari, qual esito o destino fossero per avere gli affari della Corsica, tuttavia fluttuante, e non mai pacificata. Perchè le truppe Franzesi aveano quivi preso sì lungo riposo, sognarono i novellisti che la repubblica di Genova fosse in trattato di vendere quell'isola alla Francia, o di permutarla con qualche altro Stato, o di darla all'infante di Spagnadon Filippogenero del re Cristianissimo. La vanità di sì fatte immaginazioni in fine si scopri. Non terminò l'anno presente che la corte di Francia, entrata in impegni di maggior conseguenza, richiamò ilmarchese di Mailleboiscolle sue truppe in Provenza; laonde la Corsica, accorrendo ogni dì nuovi banditi, e sciolta dal rispetto e timore de' Franzesi, tornò a poco a poco al solito giuoco della ribellione, con isdegno e pentimento de' Genovesi, che tanto aveano speso in procurar de' medici a quella cancrena. Con tali successi arrivò il fine dell'anno presente; anno, che con tanti preparamenti di guerra prometteva calamità di lunga mano maggiori al seguente; ed anno, in cui, oltre alle rivoluzioni dell'Austria, Boemia e Slesia, altre se ne videro nella Gran Russia, alla quale ancora fu dichiarata la guerra dagli Svezzesi collegati colla Porta Ottomana; ma con tornare essa guerra solamente in isvantaggio della Svezia medesima, non assistita poi dai Turchi, nè capace di far fronte alle superiori forze della Russia.
Alle speranze concepute dalla corte e dal popolo romano intorno al novello ponteficeBenedetto XIVsi videro ben presto corrispondere i fatti. Trovossi che seco su quell'augusto trono era passata la consueta sua giovialità, affabilità e cortesia, e il costante abborrimento alla sostenutezza ed al fasto. Molto più si scoprì aver egli accettata quella pubblica dignità, non già per vantaggio proprio o della sua nobil casa, ma unicamente per procurare il ben della Chiesa, per giovare alla camera apostolica, e, per quanto fosse possibile, al pubblico tutto. Pochi poterono uguagliarsi a questo buon pontefice nel disinteresse e nella liberalità. Ciò che a lui perveniva o di rendite proprie, o di regali, gli usciva tosto dallemani. I poveri spezialmente participavano di queste rugiade, e saccheggiavano il suo privato erario. Un solo nipoteex fratreaveva egli, cioèdon Egano Lambertinisenator bolognese. Gli ordinò di non venire a Roma, se non quando l'avesse chiamato, e poi sempre si dimenticò di chiamarlo. Anzi, all'osservare tanta sua munificenza verso degli altri, solamente ristretta verso d'esso suo nipote, parve a non pochi che l'animo suo, per troppo abborrire gli eccessi degli antichi nepotismi, cadesse poi nel contrario eccesso, ossia difetto. Per varii bisogni o inconvenienti de' tempi passati trovò egli la camera apostolica aggravata da una gran somma di milioni di scudi, e dei frutti corrispondenti, e di molte spese superflue. Impossibile conobbe la cura di sì gran male: pure si applicò per quanto potè a procacciarne il sollievo, cominciando da sè stesso, col riformare la propria tavola, e il proprio vestire e trattamento, e non ammettendo se non il puramente necessario. Giacchè era mancato di vita, durante il conclave, ilcardinale Ottoboni, conferì esso pontefice la carica di vicecancelliere alcardinale Rufo, che generosamente rilasciò in benefizio della camera la maggior parte del soldo annesso alla medesima. Sì pingue era in addietro la paga delle milizie pontifizie, che ogni semplice soldato potea dirsi pagato da uffiziale, e così a proporzion gli uffiziali stessi. Dal santo padre fu riformato il salario non men degli uni che degli altri; e de' soldati ne risparmiò cinquecento, non già cassandoli senza misericordia, ma ordinando che, mancando essi di vita, non si reclutassero. Trovò anche maniera di liberar la camera apostolica da varie pensioni addossate alla medesima dai pontefici troppo liberali della roba altrui. In una parola, tanto si adoperò, ch'essa camera ripigliò gran vigore, e dove in addietro sbilanciava nelle spese, cominciò a sperar degli avanzi.
Maggior premura ancora ebbe il vigilantissimo pontefice per la riforma dellaprelatura e del clero, facendo sapere ad ognuno che non promoverebbe agli uffizii ed impieghi, se non chi sel meritasse coll'attestato della vita ben costumata e conveniente a persone ecclesiastiche, e coll'applicazione agli studii. A questo fine furono poscia dalla santità sua istituite quattro diverse accademie, nelle quali spezialmente si esercitassero i prelati esistenti in Roma in compagnia dei più cospicui letterati di quella gran metropoli, dovendosi trattare de' canoni e concilii, della storia ecclesiastica, della storia ed erudizione romana, e dei riti sacri della Chiesa. Propose inoltre il santo padre di riformare il lusso massimamente della nobiltà romana, sì per esentare le illustri case da dispendii, talvolta superiori alle rendite loro, con far debiti, al pagamento dei quali si trovava poi o molta difficoltà, o pure impotenza; come ancora per ritener nello Stato il tanto danaro che n'esce, per soddisfar le pazze voglie della moda. Si tennero su questo varie conferenze, e si videro saggi progetti proposti dai conservatori della città. Ma chi lo crederebbe? tanti ostacoli, tante riflessioni in contrario scapparono fuori, sopra tutto per opera di chi profitta della balordaggine degl'Italiani, che sì bel disegno rimase arenato. Istituì ancora una congregazione di cinque porporati, per esaminar la vita e i costumi dei destinati alla dignità episcopale. Di questo passo procedeva lo zelantissimo ponteficeBenedetto XIV, con accrescere il suo merito presso Dio e presso gli uomini. Inviò egli in tanto col carattere di nunzio straordinario alla dieta dell'elezione del nuovo imperadoremonsignor Doria, figlio del principe Doria, dichiarato arcivescovo di Calcedonia, che con suntuoso equipaggio s'incamminò alla volta della Germania.
Siccome pur troppo aveano preveduto i saggi, cominciarono a provarsi le perniciose conseguenze della morte del buon imperadorCarlo VI. Sul fine dell'anno precedente il giovineFederigo IIIre di Prussia, senza far precedere dimanda o sfida alcuna, con venticinque mila soldati e buon treno d'artiglieria era corso ad impadronirsi d'alcuni luoghi della Slesia austriaca, non già, dicea egli, per alcuna mala intenzione sua contro la corte di Vienna, nè per inquietare l'imperio, ma solamente per sostenere i suoi diritti sopra alcuni ducati e territorii di quella provincia, la più ricca e fruttuosa che si avesse in Germania l'augusta casa di Austria. Susseguentemente dipoi pubblicò un manifesto, in cui dedusse i fondamenti di quelle sue pretensioni, dichiarando nullo un trattato di concordia, conchiuso nel 1686 fra la corte di Vienna e quelle di Brandenburgo. Intanto perchè non si aspettava nella Slesia una sì fatta tempesta, nè vi si trovava preparamento alcuno per resistere, nel dì 3 di gennaio dell'anno presente non fu difficile al Prussiano di entrare in Breslavia, capitale di quella provincia, e di occupare altri luoghi nè pur pretesi nel suo manifesto; dopo di che ridusse le sue milizie al riposo. Ancorchè per questo inaspettato colpo si trovasse più di un poco confusa la corte di Vienna, pure adunato che ebbe un corpo di circa venti mila veterani soldati, lo spinse in Islesia sotto il comando del marescialloconte di Neuperg, con ordine di tentare una battaglia. S'inoltrò questo generale sino a Millovitz in poca distanza da Brieg, ed ivi incontratosi col grosso dell'armata prussiana, nel dì 10 d'aprile dell'anno presente venne con essa alle mani. Sei ore continue durò l'atroce combattimento, in cui riuscì alla cavalleria austriaca di rovesciar la prussiana, e si vide anche più d'una volta piegar l'ala sinistra d'essi Prussiani; ma in fine trovandosi di lunga mano superiori le forze nemiche, e in maggior copia le loro artiglierie, che fecero di brutti squarci nelle schiere austriache, fu obbligato il Neuperg a ritirarsi, e a lasciare il campo di battaglia ai Prussiani, che riportarono bensì vittoria, ma a costo di moltissimo loro sangue. V'era in persona lo stesso re diPrussia, che diede gran segni d'intrepidezza e di bel regolamento nei movimenti delle sue armi. Dopo di che nel dì 4 di maggio egli s'impadronì di Brieg, una delle più belle città della Slesia. Succederono poscia varii negoziati per l'amichevole via di qualche aggiustamento; e se fossero stati ben accolti per tempo i consigli dell'Inghilterra ed Olanda, avrebbe probabilmente la regina, col sacrifizio di una parte della Slesia, potuto conservar l'altra, ed acquetar le pretensioni del re prussiano. Ma siccome principessa di gran coraggio, e troppo renitente ad acconsentire che restasse vulnerata la prammatica sanzione, più tosto volle esporsi a perdere tutta quella bella provincia, che spontaneamente cederne una porzione. Inesplicabil allegrezza intanto avea provato la corte di Vienna per un arciduchino, partorito dalla suddetta regina nel dì 15 di marzo, cui furono posti i nomi diGiuseppe Benedetto. Per questo dono del cielo solenni feste furono fatte.
Intanto ecco alzarsi dalla parte di ponente un più nero e minaccioso temporale. GiàCarlo Albertoelettor di Baviera avea in pronto un esercito di circa trenta mila combattenti, e sul fine d'agosto improvvisamente andò ad impossessarsi dell'importante città di Passavia, con promettere di non intorbidar quivi il dominio civile delcardinale di Lambergvescovo esemplarissimo, e principe benignissimo di quella città. Ma un nulla fu questo. Fin qui, non ostante il grande apparato di guerra che si faceva in Francia, non altro s'udiva che intenzioni di quella corte di sostenere la prammatica sanzione, di cui essa non dimenticava di essere garante. Ma verso la metà d'agosto ecco con tre corpi, o, per dir meglio, con tre eserciti i Franzesi, valicato il Reno, entrar nelle terre dell'imperio, con far correre voce, per mezzo de' suoi ministri nelle corti, che questo sì gagliardo movimento d'armi non era per distorsi dagl'impegni della garanzia suddetta, ma bensì a solo oggetto di assicurar la quiete della Germania,e la libera elezione di un imperadore. Queste ed altre simili proteste del gabinetto di Francia non si sapeano digerire dagl'intendenti in Germania, i quali gridavano essere vergognosa cosa lo spaccio di esse, quando chiaramente ognuno scorgea, che le armate franzesi unicamente tendevano a dar la legge al corpo germanico, e a forzare chiunque s'opponesse alla promozione dell'elettor di Baviera alla corona imperiale, e ad unirsi con esso principe contro la regina d'Ungheria. Imperciocchè, diceano essi, non è più un mistero il dirsi nella corte di Francia, essere venuto il tempo di abbassare una volta la casa d'Austria, quella casa che fin qui avea fatto il possibile argine al maggiore accrescimento della non mai sazia potenza franzese. E però doversi trasportare lo scettro cesareo in altro principe che per la debolezza delle sue forze non osasse nè potesse contrastare ai voleri della Francia; e che per isnervare l'austriaca regina, d'uopo era spogliarla del regno della Boemia, dappoichè il re di Prussia avea fatto lo stesso della Slesia. A questo fine si vide non solamente posto in dubbio, ma anche negato alla regina il voto della Boemia nell'elezione del futuro imperadore, senza che valessero le ragioni e proteste della medesima. Favorevoli ancora ai disegni della Francia si trovarono gli elettori palatino e di Colonia; nè molto stette lo stessoFederigo Augustore di Polonia, ed elettor di Sassonia, a prendere l'armi e ad unirsi coi Bavaresi e Franzesi contro la regina. Dal re Cristianissimo fu dichiarato general comandante delle sue milizie l'elettor di Baviera, con protestare che queste non altro erano che ausiliare d'esso elettore, per sostenere i legittimi diritti della di lui casa; giacchè non negava la corte di Francia di aver ben accettata e garantita la prammatica sanzione austriaca, ma aggiugneva che questo s'avea da intendere senza pregiudizio delle ragioni altrui. Dicevano alcuni, non saper, nè pur la gente dozzinale, capire queste raffinate precisioni delgabinetto franzese; perchè le parea che l'aver giurato di mantener l'unione degli Stati della casa d'Austria lo stesso fosse che promettere di non impegnar l'armi per discioglierla, nè passar differenza fra chi si obbliga di non uccidere uno, e poi presta il pugnale o porge in altra maniera aiuto ad un altro per levargli la vita. Gridavano perciò, bandita la buona fede da quel gabinetto, e a nulla più servire le pubbliche paci, quando con tanta facilità si faceano nascere apparenti ragioni e scuse di romperle. Per quello ch'io ho inteso da buona parte, ripugnò forte il cardinale di Fleury primo ministro allo imbarco della Francia in questa guerra, perchè assai conosceva le leggi dell'onore e del giusto; ma da un tale fanatismo fu preso allora tutto il consiglio del re cristianissimo, che gridando ognuno all'armi per così favorevol occasione di deprimere l'emula casa d'Austria, e insieme il romano imperio, forzato fu esso cardinale di cedere alla piena, e di cominciar questa nuova tragedia.
Ora da che si trovò l'elettor di Baviera rinforzato da venti, altri dissero trenta mila Franzesi, più non indugiò ad entrare sul fine di settembre nell'Austria con impadronirsi di Lintz, Eens, Steir ed altri luoghi, dove si fece prestare omaggio da que' popoli. Avea proposto il duca di Bellisle nel consiglio di Versaglies che si mandasse in Baviera una potente armata, con cui s'andasse a dirittura a Vienna; ma il cardinale di Fleury non l'intese così, e mandò poco. Tale nondimeno per questo fu la costernazione nella città di Vienna, che ognuno a momenti s'aspettava d'essere ivi stretto da un assedio, e ne uscì gran copia di benestanti col meglio dei loro effetti. Da molto tempo si tratteneva la regina col gran duca consorte in Presburgo, dove avea ricevuta la corona del regno d'Ungheria. Cagion fu il movimento dei Gallo-Bavari ch'essa immantenente facesse portar colà da Vienna il tenero arciduchino, co' più preziosi mobili della corte, archivii e bibliotecaimperiale. Con un sì patetico discorso rappresentò poscia ai magnati ungheri il bisogno de' loro soccorsi, e la fidanza sua nel lor appoggio e fedeltà, che trasse le lagrime dagli occhi di ognuno, e tutti giurarono la di lei difesa; e detto fatto, raunarono un esercito di trenta mila armati, con promessa di più rilevanti aiuti. Costò nondimeno ben caro ad essa regnante l'acquisto della corona ungarica, e dell'affetto di que' popoli, perchè le convenne comperarlo coll'accordar loro varii privilegii e la libertà di coscienza, non senza grave discapito della religione cattolica in quelle parti. Mirabili fortificazioni intanto si fecero in Vienna; copiose provvisioni e munizioni vi s'introdussero; ed oltre ad un forte presidio di truppe regolate, prese l'armi tutta quella cittadinanza, risoluta di spendere le vite in difesa della patria e dell'amatissima loro regnante. Ma o sia che l'elettor bavaro riflettesse alle troppe difficoltà di superare una sì forte e ben guernita città, al che gran tempo e fatica si esigerebbe, o più tosto ch'egli pensasse non all'Austria, ma al regno della Boemia, dove spezialmente terminavano i desiderii e le speranze sue: certo è ch'egli dopo la metà d'ottobre s'inviò a quella volta colla maggior parte delle sue truppe e delle franzesi, che andavano sempre più crescendo. Trovavasi allora la Boemia sprovveduta affatto di forze per resistere a questo torrente. Contuttociò non mancò il principe di Lobkowitz di raccogliere quelle poche truppe che potè, ed avendole unite con un distaccamento inviatogli dal conte di Neuperg, si applicò alla difesa della sola città di Praga, dove formò dei magazzini superiori anche al bisogno suo.
Di cento e due altre città (che così quivi si chiamano anche i borghi e le terre grosse di quel regno) poche altre vi erano capaci di far buona resistenza. Verso la metà di novembre comparve la possente armata gallo-bavara sotto Praga, e fatta inutilmente la chiamata al comandante maresciallo di campo Oglivi, si disposealle ostilità. Non mancavano ragioni e pretensioni al re di Polonia ed elettor di SassoniaFederigo Augusto IIInell'eredità della casa d'Austria; e giacchè vide Prussiani e Bavaresi tutti rivolti a prenderne chi una parte e chi un'altra, non volle più stare a segno; ed accordatosi coll'elettor di Baviera, entrò anche egli nella danza, e spedì molti reggimenti suoi e un grosso treno d'artiglieria all'assedio di Praga. Di vastissimo giro, come ognun sa, è quella città, perchè composta di tre città. A ben difenderla si richiedeva un'armata intera, e questa mancava; perchè era ben giunto il gran ducaFrancescocol principeCarlo di Lorenasuo fratello a Tabor, menando seco un buon esercito, ma non tale da potersi cimentare col troppo superiore de' nemici. Servì piuttosto l'avvicinamento di essi Austriaci per affrettar le operazioni degli alleati. Infatti nella notte del dì 25 venendo il dì 26 di novembre, ordinò l'elettor bavero un assalto generale a Praga; i Sassoni spezialmente si segnalarono in quella sanguinosa azione. Presa fu la città, ma così buon ordine avea dato l'elettore, ch'essa restò esente dal sacco. Ben tre mila furono i prigionieri. Dopo l'acquisto della capitale si fece l'elettor bavaro proclamare re di Boemia nel dì 9 di dicembre, e citò gli Stati di quel regno a prestargli l'omaggio. Convien confessarlo: tra perchè non pochi erano quivi mal soddisfatti del passato governo, e, secondo la vana speranza dei popoli, si lusingavano molti altri di mutare in meglio il loro stato col cangiamento del principe, e tanto più perchè non dimenticò l'elettore di spendere largamente le carezze e le speranze a quella gente; apertamente, ma i più in lor cuore, accettarono con gioia questo novello sovrano. Per la caduta di Praga si ritirò ben in fretta il gran duca coll'esercito cesareo alla volta della Moravia; ma anche colà passarono i Prussiani, e riuscì loro d'impadronirsi d'Olmutz, capitale d'essa provincia.
Mentre era la regina d'Ungheria attorniatae lacerata da tanti nemici in Germania, un altro minaccioso nembo si preparava contro di lei in Italia. Avea bensì il Cattolico reFilippo Vaccettata la prammatica sanzione austriaca; pure, appena tolto fu di vita l'imperadorCarlo VIche si diede fuoco nella corte di Spagna a forti pretensioni non sopra qualche parte della monarchia austriaca, ma sopra di tutta. Era, come ognun sa, l'AugustoCarlo Vpadrone anche di tutti gli Stati austriaci della Germania e dei Paesi Bassi. Ne fece egli una cessione aFerdinando Isuo fratello, ma si pretendeva, che mancando la discendenza maschile d'esso Ferdinando, tutti gli Stati dovessero tornare alla linea austriaca di Spagna. Su questi fondamenti, che a me non tocca di esaminare, il re Cattolico, siccome discendente per via di femmine dal suddettoCarlo V, aspirava al dominio dello Stato di Milano, e di Parma e Piacenza, giacchè non era da pensare agli Stati della Germania, troppo lontani e in parte afferrati da altri pretensori. Vero è che parve a quel monarca posta in obblio la solenne rinunzia da lui fatta nel trattato di Londra dell'anno 1718 a tutti gli Stati d'Italia e Fiandra posseduti dall'imperadore; ma per mala sorte, torto o ragione che s'abbiano i principi, ordinariamente le loro liti non ammettono o non truovano alcun tribunale che le decida, fuorchè quello dell'armi. Diedesi dunque la Spagna a formare un possente armamento, e ordinò all'infantedon Carlore delle Due Sicilie di fare altrettanto. Ecco pertanto cominciar a giugnere verso la metà di novembre ad Orbitello, e agli altri porti di Toscana spettanti ad esso re don Carlo, varii imbarchi di truppe, munizioni ed artiglierie provenienti da Barcellona e da Napoli. Parimenti ad esso Orbitello arrivò, nel dì 9 di dicembre, ilduca di Montemar, destinato generale dell'armi di Spagna in Italia; e da che nel regno di Napoli fu fatta una massa di circa dodici mila soldati, fu chiesto alla corte di Roma il passaggio per gli Statidella Chiesa. Gran gelosia ed apprensione diedero alla Toscana sì fatti movimenti; e come se si aspettasse a momenti un'invasione da quella parte, si presero le possibili precauzioni per la difesa di Livorno ed altri luoghi. Ma perciocchè premeva alla Francia che non fosse inquietata la Toscana, siccome paese permutato nella Lorena, e guarentito dal re Cristianissimo, ben prevedendo essa, che l'acquisto d'essa Lorena rimarrebbe esposto a pretensioni, qualora fosse occupato da altri il ducato di Toscana; perciò fu sotto mano fatto intendere al gran duca, duca di Lorena, che non temesse sconcerti a quegli Stati; e questa promessa si vide religiosamente mantenuta dipoi dalla corte di Francia. Per conseguente le speranze de' Napolispani si rivolsero tutte agli Stati della Lombardia.
Non istava intanto in ozio la corte di Vienna, cercando chi la salvasse dal naufragio di sì gran tempesta. Fu spedito in Olanda e a Londra il principeWenceslaodiLictenstein, per promuovere quelle potenze in aiuto suo, con far valere i tanti motivi di non lasciar crescere di soverchio la già sì aumentata possanza della real casa di Borbone, e di non permettere l'abbassamento dell'augusta casa d'Austria dalla cui conservazione e forza principalmente dipendeva la libertà e la salute della Germania, e delle stesse potenze marittime. Trovossi nel reGiorgio IIe nei parlamenti d'Inghilterra tutta la più desiderabil disposizione di sostenere, secondo gli obblighi precedenti, la prammatica sanzione, e d'imprendere la guerra contra de' Franzesi, distruttori della medesima. Non furono così favorevoli le risposte degli Olandesi; perchè troppo rincresceva a quella nazione di rinunziare ai rilevanti profitti del commercio, finora mantenuto con Franzesi e Spagnuoli. Fu anche creduto che non mancassero in quelle provincie dei pensionarii della Francia; ed altro perciò non si potè ottenere, se non chele provincie unite puntualmente soddisfarebbono agli obblighi e patti della loro lega, col somministrare venti mila combattenti in soccorso della regina, venendo il caso della guerra. Quanto all'Italia, cominciò per tempo la corte di Vienna i suoi negoziati conCarlo Emmanuelere di Sardegna, siccome sovrano potente, e più degli altri interessato nei tentativi che il re di Spagna e delle Due Sicilie meditavano di fare in essa Italia. Perciocchè per conto dellarepubblica di Veneziaben presto si scoprì che, secondo le saggie sue massime, faceva ella bensì un considerabil aumento di truppe nelle sue città di terra ferma, ma coll'unico disegno di tenersi neutrale; giacchè forze non le mancavano per far rispettare la sua indifferenza e neutralità. Avea sulle prime il re di Sardegna fatto indagare i sentimenti della corte di Madrid in riguardo alla persona e forze sue nella presente rottura. La ritrovò così persuasa della propria potenza, che non si credea nè bisognosa dell'aiuto altrui per conquistare lo Stato di Milano, nè assai apprensiva dell'opposizione che potesse farle il re sardo, forse perchè s'immaginava col mezzo degli amici franzesi di ritenerlo dall'imprendere un contrario impegno. Solamente dunque gli esibì un tenue briciolo dello Stato di Milano, con promessa di ricompensarlo a misura del suo soccorso, e della felicità de' meditati progressi. Queste ed altre ambigue risposte congiunte alla conoscenza del pericolo, a cui si resterebbe esposta la real casa di Savoia quando cadesse in mano degli Spagnuoli lo Stato di Milano, cagion furono ch'esso re di Sardegna prendesse altro cammino. Rifletteva egli che il re Cattolico avea bensì nel trattato del dì 13 d'agosto del 1715 approvata la cessione fatta dall'imperadore al ducaVittorio Amedeosuo padre del Monferrato, Alessandrino ed altre porzioni del Milanese, ed in oltre ceduto nelle forme più obbliganti il regno di Sicilia al medesimo duca; e pure da lì a non molto tentò dispogliarlo d'esso regno; potersi perciò temere un pari trattamento per gli Stati della Lombardia passati in dominio della casa di Savoia. Applicossi dunque il reCarlo Emmanuelea maneggiare gli affari suoi colla regina d'Ungheria e col re britannico, e a fortificar le piazze, e ad accrescere le sue genti d'armi, e per avere in pronto una possente armata al bisogno, barcheggiando intanto, finchè venisse il tempo di stringere qualche partito.
Durante l'anno presente il ponteficeBenedetto XIV, il cui cuore non ad altro inclinava che alla pace con tutti i potentati cattolici, siccome padre amantissimo d'ognuno, determinò di mettere fine alle differenze insorte sotto i suoi predecessori, e durate per lo spazio di trenta anni fra la santa Sede e le corone di Spagna, Portogallo, Due Sicilie e Sardegna. S'erano già smaltite sotto il precedente pontefice molte delle principali difficoltà, nè altro mancava che la conchiusion degli accordi. Al di lui buon volere e saviezza non fu difficile il dar l'ultima mano a questi trattati sì nel presente che nel susseguente anno; così che tornò la buona armonia con tutti, e le nunziature si riaprirono, e la dateria riassunse le sue spedizioni. Intenta eziandio la santità sua al sollievo della povera gente, nel marzo di quest'anno introdusse l'uso della carta bollata per li contratti e scritture che si avessero a produrre in giudizio, siccome aggravio ridondante sopra i soli benestanti, con isgravare nel medesimo tempo il popolo da varii altri imposti sopra l'olio, sete crude, buoi ed altri animali. Ma perciocchè non mancarono persone, le quali, contro la retta intenzione di lui ampliando questo aggravio della carta bollata, ne convertivano buona parte in lor pro con gravi lamenti del pubblico, il santo padre, provveduto di buona mente per non lasciarsi ingannare dai ministri, coraggiosamente abolì esso aggravio, e ne riportò somma lode da tutti. Nel dì 17 di giugnodell'anno presente diede fine al suo vivere il doge di VeneziaLuigi Pisani, stimatissimo per le sublimi e rare sue doti. Fu poi sostituito in essa dignità nel dì 30 del suddetto mese, il cavaliere e procuratorePietro Grimani, personaggio di gran saviezza, chiarissimo per le sue cospicue ambasciarie, e veterano nei maneggi e nelle cariche di quella saggia repubblica. Infierì parimente la morte contra una giovine principessa degna di lunghissima vita. Questa fuElisabetta Teresasorella diFrancescoduca di Lorena, e regnante gran duca di Toscana, e moglie diCarlo Emmanuelere di Sardegna. Era essa giunta all'età di ventinove anni, mesi otto e giorni diciotto. Avea nel dì 21 del sopraddetto giugno dato alla luce un principino, appellato poi duca di Chablais con somma consolazione di quella corte. Ma si convertirono fra poco le allegrezze in pianti, perchè sorpresa essa regina dalla febbre migliarina, pericolosa per le partorienti, nel dì 3 di luglio rendè l'anima al suo creatore. Non si può assai esprimere quanta grazia avesse questa principessa per farsi amare non solo dal real consorte, ma da tutti, nè quanta fosse la sua pietà e carità verso de' poveri. La maggior parte del suo appannaggio s'impiegava in limosine, e, mancandole talvolta il danaro, ella impiegava alcuna delle sue gioie: del che informato il re, le riscuoteva, e graziosamente gliele facea riportare. In somma universale fu il cordoglio per questa perdita, e dolce memoria restò di tante sue virtù; siccome ancora restarono due principi e una principessa, frutti viventi del suo matrimonio.
Da gran tempo era stabilito l'accasamento del principe ereditario di ModenaErcole Rinaldo d'Este, figlio del regnante ducaFrancesco III, colla principessaMaria Teresa Cibò, che per la morte didon Alderanoduca di Massa e di Carrara suo padre era divenuta signora di quel ducato. Per la non ancor abile età del principe si era differita fin qui l'esecuzionedi questo maritaggio; ma finalmente se gli diede compimento nel settembre dell'anno presente; sicchè sul fine d'esso mese fu condotta essa principessa con suntuoso accompagnamento dadon Carlo Filiberto d'Este, marchese di San Martino, e principe del sacro romano imperio, alla volta di Sassuolo, dove si trovava il duca e la duchessaCarlotta Aglae d'Orleans, i quali andarono ad incontrarla a Gorzano, e solennizzarono dipoi con molte feste la sua venuta. Stavano intanto i curiosi aspettando di vedere, dopo tante dicerie e lunari, qual esito o destino fossero per avere gli affari della Corsica, tuttavia fluttuante, e non mai pacificata. Perchè le truppe Franzesi aveano quivi preso sì lungo riposo, sognarono i novellisti che la repubblica di Genova fosse in trattato di vendere quell'isola alla Francia, o di permutarla con qualche altro Stato, o di darla all'infante di Spagnadon Filippogenero del re Cristianissimo. La vanità di sì fatte immaginazioni in fine si scopri. Non terminò l'anno presente che la corte di Francia, entrata in impegni di maggior conseguenza, richiamò ilmarchese di Mailleboiscolle sue truppe in Provenza; laonde la Corsica, accorrendo ogni dì nuovi banditi, e sciolta dal rispetto e timore de' Franzesi, tornò a poco a poco al solito giuoco della ribellione, con isdegno e pentimento de' Genovesi, che tanto aveano speso in procurar de' medici a quella cancrena. Con tali successi arrivò il fine dell'anno presente; anno, che con tanti preparamenti di guerra prometteva calamità di lunga mano maggiori al seguente; ed anno, in cui, oltre alle rivoluzioni dell'Austria, Boemia e Slesia, altre se ne videro nella Gran Russia, alla quale ancora fu dichiarata la guerra dagli Svezzesi collegati colla Porta Ottomana; ma con tornare essa guerra solamente in isvantaggio della Svezia medesima, non assistita poi dai Turchi, nè capace di far fronte alle superiori forze della Russia.