MDCCXLIX

MDCCXLIXAnno diCristoMDCCXLIX. Indiz.XII.Benedetto XIVpapa 10.Francesco Iimperadore 5.Spuntò il felicissimo presente anno tutto gioviale con corona d'ulivo in capo, risoluto di dare agli aggravati popoli quella quiete che il precedente con varie promesse avea fatto sperare. S'era già preparata la gente a solennizzar con isfogo di giubilo il fine di tanti guai, perchè nel congresso d'Aquisgrana era stato stabilito che nel dì 4 di gennaio si desse principio all'evacuazione degli occupati paesi: quand'ecco insorgere una nuova remora all'adempimento della sospirata pace. Restavano tuttavia indecise nel congresso di Nizza le soddisfazioni dovute al duca di Modena tanto per gli allodiali della linea estinta dei duchi di Guastalla, dovuti secondo le leggi alla serenissima casa d'Este, quanto pei contadi di Arad e di Jeno in Ungheria, tolti in occasion della presente guerra ad esso duca. Con tutto il suo buon cuore nontrovava l'augusta imperadrice la maniera di restituirli, perchè gli aveva alienati; e i ministri suoi non trovavano un equivalente di Stati da darsi a questo principe, giacchè l'esibizione di pagargli annualmente i frutti corrispondenti alle rendite non soddisfaceva. Insistevano perciò i ministri gallispani a tenore degli ordini delle lor corti su questo punto, e sulla restituzione de' fondi spettanti ai Genovesi; e perchè restò incagliato l'affare, bastò intoppo tale a fermar tutto l'altro resto della esecuzion della pace, e a moltiplicar anche per un mese gli aggravii delle provincie che s'aveano a restituire. Detto fu, che il re Cristianissimo ricavasse dagli Stati occupati ne' Paesi Bassi cinquanta mila fiorini per giorno. Se ciò sussiste, nè pur que' popoli sotto barbieri tali avranno avuto gran voglia di ridere. Il perchè somma premura avendo la clementissima imperadrice di redimere i sudditi suoi ed altrui da ulteriori vessazioni, cotanto s'industriò, che le venne fatto di ricuperare i feudi suddetti da un generoso comprator d'essi; di render i lor fondi ai particolari genovesi; e conseguentemente di poter adempire interamente gli articoli del trattato conchiuso in Aquisgrana. D'essi Stati adunque fu rimesso in possesso il duca di Modena, siccome ancora gli fu accordato il possesso degli allodiali di Guastalla. E perciocchè furono ancora tolte di mezzo le controversie eccitate fra la corte Austriaca e la repubblica di Genova, niun ostacolo più restò a perfezionare il grande edifizio della pace universale. Videsi pertanto un regolamento stabilito in Aquisgrana de' giorni precisi, nei quali a poco poco si dovea far l'evacuazione di alcune città o piazze de' Paesi Bassi, e nello stesso tempo di altre dell'Italia. Spezialmente il principio di febbraio quel fu che diserrò le porte all'allegrezza de' varii paesi. Quetamente presero le truppe spagnuole il possesso di Parma, Piacenza e Guastalla a nome del reale infantedon Filippocon somma consolazione di quei cittadini.Altrettanto fecero il re di Sardegna e i Genovesi degli Stati lor proprii. Nel dì 7 del mese suddetto fu consegnata la Mirandola alle soldatesche diFrancesco IIIduca di Modena. E nel dì 11 anche la città e cittadella di Modena, con tutte le altre sue pertinenze, tornarono a godere i benigni influssi del legittimo loro sovrano. Convien qui fare giustizia all'augustissima imperadrice reginaMaria Teresa, e alla maestà diCarlo Emmanuelere di Sardegna, che per sette anni tennero il dominio di questo ducato. Certo è che non mancarono gravissimi guai e danni, frutti inevitabili della guerra, a questi Stati, i quali anche contrassero più e più milioni di debiti pubblici in sì lagrimevole congiuntura. Contuttociò restò qui, e per lungo tempo resterà memoria della gloriosa moderazione di questi due clementissimi sovrani, che si tennero lungi da ogni eccesso, finchè qui esercitarono la lor signoria. Placido e pien di giustizia si provò qui il governo civile, perchè venne appoggiata l'amministrazione d'essi Stati al conte Beltrame Cristiani, gran cancelliere della Lombardia Austriaca, personaggio che per l'elevatezza della mente, per l'attività nell'operare, e per le massime dell'onoratezza, inclinante tutta al pubblico bene, ha pochi pari. Suo luogotenente il conte Emmanuele Amor di Soria, senator di Milano, avveduto ed incorrotto ministro della giustizia e dell'economia camerale, lasciò anch'egli in queste parti con onore il suo nome. Assai discreto medesimamente si trovò il contegno militare, avendo tanto gli ufiziali che le truppe delle lor maestà osservata una lodevol disciplina, senza estorsioni ed avanie in danno degli abitanti.Ma non poterono già altri popoli, per lor disavventura imbrogliati nella presente guerra, contare un egual trattamento e fortuna. Aveva io all'anno 1300 fra le glorie de' nostri tempi registrato ancor quella dalle guerre oggidì fatte con moderazione fra i principi cristiani, cioè senza infierire contro le innocenti popolazioni,e senza la desolazione dei conquistati o dei nemici paesi. Debbo io ora con vivo dispiacere ritrattarmi. Ci ha fatto questa ultima guerra vedere troppi esempli di barbarie entro e fuori d'Italia, con lasciare la briglia alla licenza militare, per fare colla rovina della povera gente vendetta de' pretesi reati de' loro principi. Che i Turchi, che i Barbari, i quali pare che non conoscano legge alcuna di umanità, cadano in così brutali eccessi, non è da maravigliarsene; ma che genti professanti la legge santa del Vangelo, legge maestra della carità, facciano altrettanto, non si può mai comportare. E non vede chi così opera, che in vece di gloria egli va cercando l'infamia, la quale senza dubbio tien dietro alle crudeltà? Ma lasciando queste inutili doglianze e luttuose memorie, vogliam più tosto i ringraziamenti nostri alla divina clemenza, che ha fatto in quest'anno cassar l'ire dei regi, e coll'evacuazion de' paesi che si aveano a restituire, ha ridonata la tranquillità e l'allegrezza a tanti regni e principati, involti per sette anni nelle calamità della guerra. Tanto più memorabile dee dirsi questa pace, perchè non solamente si è diffusa per tutta l'Europa, ma viene anche accompagnata dall'universale di tutta la terra, non udendosi in questi tempi alcun'altra guerra di rilievo per le altre parti del mondo, di modo che non abbiam da invidiare la felicità de' tempi d'Augusto. Resta solamente nella Corsica il fermento della ribellione; ma non andrà molto (così è da sperare) che l'interposizione de' monarchi di Francia e Spagna pacificamente e con oneste condizioni ridurrà que' popoli all'ubbidienza verso la legittima ed antica sovranità della repubblica di Genova. Ma oltre ai ringraziamenti da noi dovuti al supremo Autor di ogni bene, conviene ancora inviare al suo trono le umili nostre preghiere, acciocchè il gran bene della pace a noi restituita non sia dono di pochi giorni, e che i potentati di Europa giungano a sacrificare al riposode' poveri popoli, i quali dopo tanta calamità cominciano a respirare, i lor risentimenti, oppur le suggestioni della non mai quieta ambizione. Regnando la pace in Italia, che non possiamo noi sperare da che abbiamo principi di sì buon volere e di tanta rettitudine? A me sia lecito di ricordare qui il nome per riconoscimento della presente nostra fortuna.Ha lo Stato della Chiesa romana per suo principe e rettore il sommo pontefice Benedetto XIV, che per somma pietà, per l'ottimo suo cuore, per la penetrazion della mente, e per la singolar dottrina può ben gareggiare co' più rinomati ed illustri successori di san Pietro. Non ha egli accettato il governo della Chiesa di Dio e del principato romano, per alcun comodo od utile suo, ma unicamente per far servire i pensieri e la vigilanza sua al pubblico bene. Eterna memoria del suo sapere e zelo per la istruzione della Chiesa cattolica saran le varie insigni opere già da lui date alla luce, ed ultimamente ancora due tomi del suo Bollario. E perciocchè gl'innocenti popoli suoi per le peripezie delle ultime guerre hanno partecipato anche essi delle comuni calamità, si studia l'amorevolissimo padre di ricomporre le da lor patite slogature: giacchè se chiedeste quali sieno i suoi nipoti, vi si risponde che tali propriamente sono i sudditi suoi. Roma spezialmente, che l'ha alzato al trono, quella è che sopra le altre gode i benefici influssi d'un principe, che non conoscendo cosa sia amor proprio e de' suoi, quanto a lui viene dal principato, tutto vuol rifondere in decoro e abbellimento della sua benefattrice città. Testimonianze perciò delle sue gloriose idee, e monumenti per l'immortalità del suo nome, sono e saranno un braccio dello spedale di Santo Spirito in essa Roma: fabbrica di singolar magnificenza e di somma utilità pel bene dei poveri; lo stradrone che guida da San Giovanni Laterano sino a Santa Croce in Gerusalemme. Rinnovata entro efuori con atrio insigne la stessa basilica di Santa Croce. Assicurata la maravigliosa cupola di San Pietro dai timori insorti di rovina. Terminata la fontana di Trevi, che per la grandiosità e vaghezza è l'ammirazion d'ognuno. Ornata mirabilmente al di dentro, e decorata al di fuori d'una nobil facciata la chiesa di Santa Maria Maggiore, colla giunta ancora delle fabbriche adiacenti, e beneficata di molto la chiesa di Santo Apollinare. Ristaurate ed abbellite le chiese di San Martino in Monte e di Santa Maria degli Angeli; e rinnovato il triclinio di papa Leone III nella basilica Lateranense. Ha egli in oltre fabbricato un nicchio col musaico a canto della scala santa; rinnovato il musaico della basilica di San Paolo; scoperto il già sotterrato insigne obelisco di campo Marzo. Sonosi stesi i suoi benefizii anche alla camera apostolica, estenuata in addietro per varie cagioni, con procacciarle ogni risparmio e vantaggio, e sopra tutto coll'assegnare alla medesima il capitale de' vacabili che vengono a vacare: il che aveano dimenticato di fare tanti suoi antecessori. Vedesi parimente dal nobilissimo suo genio maggiormente arricchita la galleria delle antichità nel Campidoglio, ed erettane un'altra egualmente magnifica di pitture e medaglie; per tacer altri monumenti dell'imcomparabil sua munificenza verso a Roma, ed anche verso la metropolitana e l'istituto delle scienze di Bologna patria sua. Roma ne' secoli barbarici, e molto più durante la dimora de' papi in Avignone, era incredibilmente decaduta dall'antico suo splendore. Ha circa tre secoli ch'essa va sempre più ricuperando la sua maestà e bellezza; ma sì fattamente in questo ultimo mezzo secolo sono in essa cresciuti gli ornamenti, che giustamente tuttavia le è dovuto il pregio e titolo di regina delle città. E però a sì glorioso ed amorevol principe, nato solamente per l'altrui bene, chi non augurerà di cuore vita lunghissima ed ogni maggiore prosperità?Grande obbligo hanno o al men debbono professare a Dio i regni di Napoli e Sicilia, perchè loro abbia conceduto nella persona del re don Carlo, germoglio della real casa di Francia, dominante in Ispagna, un regnante di somma clemenza, e regnante proprio. Gran regalo in fatti della divina provvidenza è per essi dopo tanti anni di divorzio il poter godere della presenza di un reale sovrano, della sua magnifica corte, e della retta amministrazion della giustizia, senza doverla cercare oltra monti. Gran consolazione in oltre è il vedere, come questo monarca col suo consiglio si studii di aumentar le manifatture, la navigazione, il traffico e la sicurezza de' sudditi suoi. A lui è anche tenuta la repubblica delle lettere, pel suo desiderio che maggiormente fioriscano l'arti e le scienze, e per la mirabile scoperta della città d'Ercolano, tutta ne' vecchi tempi profondamente seppellita sotterra dai tremuoti e dalle bituminose fiumane del Vesuvio. In quel luogo noi abbiam pure un insigne teatro dell'antica erudizione. Finalmente la placidezza del suo governo, la nobil figliolanza a lui donata dal cielo, e il valore dalla maestà sua mostrato nella difesa di Velletri e de' regni suoi, son pregi che concorrono a compiere la gloria di questo monarca e la felicità de' popoli suoi.Appartiene all'augustissimo imperadore Francesco I il gran ducato della Toscana, cioè ad un clementissimo e piissimo sovrano. Non può già essere che quella contrada, per tanti anni retta da savissimi principi della immortal casa de' Medici, non risenta oggidì qualche convulsione per la lontananza del principe suo. Contuttociò hanno quei popoli di che ringraziar Dio, perchè i riguardi dovuti a così gran monarca gli abbiano preservati da ogni disastro nell'ultima sì perniciosa e dilatata guerra; e perchè la rettitudine del governo e della giustizia presente non lasci loro da augurarsi quella de' tempi passati; e perchè la vigilanzae attività del conte Emmanuele di Richecourt nulla ommette per sostenere, anzi aumentare l'industria e il commercio della Toscana, onde per questa via si risarcisca e compensi ciò che si perde pel mantenimento della corte lontana: pare che la Toscana non abbia molto a dolersi della presente sua situazione.Quanto agli Stati della serenissima repubblica di Venezia, le contingenze dell'ultima lunga guerra non son giunte a turbare il riposo di quegli abitanti; e quantunque per precauzione prudente e buona custodia delle sue città e fortezze abbia quel senato in tal congiuntura fatto buon armamento, pure nulla per questo ha accresciuto i pubblici aggravii; anzi delle altrui calamità non poco han profittato gli Stati suoi di Lombardia. Del resto così ben concertate son le maniere di quel governo, così acconcie le sue antiche leggi, acciocchè regni in ogni popolazione la tranquillità, la giustizia e il traffico, che ognuno da gran tempo riconosce per buona madre una repubblica di tanta saviezza.Altrettanto a proporzione è da dire della repubblica di Lucca. Ha cooperato la situazione sua, ma anche l'inveterata prudenza di que' magistrati, e l'osservanza delle ben pesate lor leggi, a mantenere il paese immune dalle calamità che in questi ultimi tempi sopra tanti altri popoli largamente son piovute. Più de' vasti dominii può essere felice un picciolo, qualora la libertà, la concordia, l'esatta giustizia, il buon comparto e la discretezza de' tributi, fa che ognuno possa essere contento nel grado suo.Ma per conto di gran parte della Lombardia, paese bensì felice, ma destinato da tanti secoli a provare che pesante flagello sia quel della guerra, certo è che per la conchiusa pace comincerà essa a respirare, ma con restar tuttavia languente il corpo suo per lo sconvolgimento e per le piaghe degli anni addietro. Il serenissimo signor duca di ModenaFrancesco III per più anni ha veduto in mano altrui gli Stati suoi; l'ha sempre accompagnato il coraggio nelle fatiche militari e ne' disastri. Ha confessato la maggior parte degli uffiziali gallispani, essere sempre stato giusto il pensare e consigliare di questo principe, durante la guerra, talmente che se si fosse fatto più conto del parere del duca di Modena, le cose avrebbero avuto un esito molto migliore. Finalmente ha egli con tutto suo onore superata la pericolosa tempesta, e ha dato a' suoi fedelissimi sudditi la contentezza di ripigliar le redini del suo governo. Ora se si rivolgerà la paterna sua cura, come è da sperare dalle saggie e rettissime massime sue, e dall'ottimo suo cuore, alle maniere più proprie per sollevare i suoi popoli da tanti debiti contratti e da molti aggravii, non già imposti dalla sempre amorevole serenissima casa d'Este, ma dal malefico influsso delle guerre passate; ritornerà a fiorire la allegrezza nel dominio suo, e sarà benedetta quella benefica mano che avrà fatto dimenticare tante sciagure in addietro sofferte.Forze maggiori son da dir quelle che in questi ultimi tempi han provati gli stati di Parma e Piacenza, perchè ivi non poco ha danzato il furore delle nemiche armate. Tuttavia da che la pace ha ridonato a que' popoli un principe proprio nella persona del real infante don Filippo fratello de' potentissimi re di Spagna e di Napoli, ben si dee sperare che, ritornando colà il sangue della serenissima casa Farnese, vi ritornerà ancora quella felicità che godevasi quivi sotto gli ultimi prudenti duchi. Non si può stimare abbastanza il privilegio di aver principe proprio e presente che faccia circolare il sangue de' sudditi, e risparmii loro la pena di cercar lungi la giustizia, ed altri provvedimenti necessarii ad uno Stato.Per sua legittima signora riconosce il ducato di Milano, oggidì congiunto con quello di Mantova, l'augustissima imperatrice regina Maria Teresa d'Austria. Dellecomuni disavventure e di un nuovo smembramento ha esso partecipato nell'ultima guerra. Qual sia per essere il riposo e sollievo suo nei venturi tempi di pace non si può peranche comprendere, stante la risoluzion presa dall'imperiale e real maestà sua di non provar più il rammarico di aver creduto di avere, e di avere effettivamente pagato un poderoso esercito per sua difesa in Italia, con averne poi trovata solamente appena la metà al bisogno. Manifesta cosa è, tanta essere la pietà e l'amore del giusto in questa generosa regnante, che in sì bel pregio niun altro principe può vantarsi di andarle innanzi. Nè già mancavano nel consiglio suo ministri di somma avvedutezza e di ottima morale, per gli avvisi dei quali si son talvolta veduti fermati in aria i fulmini del suo sdegno, e ritrattate le risoluzioni, le quali sarebbero tornate in discredito e disonore della sovrana, che pur tanto è inclinata alla clemenza, nè altro desidera che il giusto. Ragionevole motivo perciò hanno in Italia i popoli suoi di sperare che ai tempestosi passati giorni succederà un bel sereno.Quanta parte d'Italia sia sottoposta alla real casa di Savoia, ognun lo sa, ma non tutti sanno quanto abbiano sofferto di guai i suoi Stati di qua da Po, e che intollerabili miserie si sieno rovesciate sopra quei della Savoia e di Nizza. Nulladimeno così ben regolato è il governo di quella real corte, così rette le massime del savio e benignissimo principe Carlo Emmanuele III re di Sardegna e duca di Savoia, tanto l'amore verso i sudditi suoi, ch'essi non tarderanno ad asciugar le lagrime; giacchè non ha egli men cura del proprio che del pubblico bene.Resta la serenissima repubblica di Genova, che nelle prossime passate rivoluzioni si è trovata sbattuta più d'ognuno dai più feroci venti, con pericolo di far naufragio anche di tutto. Gravissime, non può negarsi, sono state le perdite sue, deplorabili le sue sciagure; ma da che alei è riuscito di salvar la gioia più cara c preziosa della libertà, e dappoichè nulla s'è scemato de' legittimi suoi dominii: molto ha di che consolarsi ora e per l'avvenire. E tanto più, perchè il senno de' suoi magistrati, l'attività, il commercio degl'industriosi cittadini potranno fra qualche tempo avere risarciti i patiti danni, restando intanto per tutta l'Europa immortale la gloria della lor costanza e valore in tante altre congiunture, ma spezialmente nell'ultima, da essi mostrato.Per memoria de' posteri non vo' lasciar di aggiugnere, che niuno dovrebbe mai desiderar di godere, o rallegrarsi di aver goduto un verno placido, e senza nevi e ghiacci, ne' paesi, dove regolarmente si pruova questa disgustosa, ma forse utile pensione. Non potea essere più placido in Lombardia ed in altri paesi il verno dell'anno presente, perchè privo di nevi e ghiacci, talmente che non se ne potè ammassare nelle conserve per refrigerio ed uso della vegnente state. Ma che? Sul fine di marzo venne più d'uno scoppio di neve, che quantunque da lì a poco si squagliasse, pure ci rubò i primi frutti, danneggiò gli orli e la foglia dei gelsi, e poco propizia fu ai grani, che già s'erano mossi. Poco è questo. Nel dì 25 d'aprile per tre giorni nevicò in Milano, e succederono brine che fecero perdere tutti i frutti. Sul principio poi di giugno eccoti fuor del solito fioccar folta neve ne' gioghi dell'Appennino, che si rinforzò e sostenne gran tempo, con produrre un pungente freddo, dirottissime pioggie ogni dì, e temporali e gragnuole orribili: onde si videro gonfii e minacciosi tutti i fiumi, e ne seguirono anche gravi inondazioni, e fiere burrasche in mare. Nè caldo nè gelo vuol restare in cielo: è proverbio dei contadini toscani. Spezialmente orribile e dannoso fu il turbine succeduto nella notte del dì 11 di giugno in una striscia dell'alma città di Roma, e particolarmente fuori di essa, di cui si è veduta relazione in istampa.

Spuntò il felicissimo presente anno tutto gioviale con corona d'ulivo in capo, risoluto di dare agli aggravati popoli quella quiete che il precedente con varie promesse avea fatto sperare. S'era già preparata la gente a solennizzar con isfogo di giubilo il fine di tanti guai, perchè nel congresso d'Aquisgrana era stato stabilito che nel dì 4 di gennaio si desse principio all'evacuazione degli occupati paesi: quand'ecco insorgere una nuova remora all'adempimento della sospirata pace. Restavano tuttavia indecise nel congresso di Nizza le soddisfazioni dovute al duca di Modena tanto per gli allodiali della linea estinta dei duchi di Guastalla, dovuti secondo le leggi alla serenissima casa d'Este, quanto pei contadi di Arad e di Jeno in Ungheria, tolti in occasion della presente guerra ad esso duca. Con tutto il suo buon cuore nontrovava l'augusta imperadrice la maniera di restituirli, perchè gli aveva alienati; e i ministri suoi non trovavano un equivalente di Stati da darsi a questo principe, giacchè l'esibizione di pagargli annualmente i frutti corrispondenti alle rendite non soddisfaceva. Insistevano perciò i ministri gallispani a tenore degli ordini delle lor corti su questo punto, e sulla restituzione de' fondi spettanti ai Genovesi; e perchè restò incagliato l'affare, bastò intoppo tale a fermar tutto l'altro resto della esecuzion della pace, e a moltiplicar anche per un mese gli aggravii delle provincie che s'aveano a restituire. Detto fu, che il re Cristianissimo ricavasse dagli Stati occupati ne' Paesi Bassi cinquanta mila fiorini per giorno. Se ciò sussiste, nè pur que' popoli sotto barbieri tali avranno avuto gran voglia di ridere. Il perchè somma premura avendo la clementissima imperadrice di redimere i sudditi suoi ed altrui da ulteriori vessazioni, cotanto s'industriò, che le venne fatto di ricuperare i feudi suddetti da un generoso comprator d'essi; di render i lor fondi ai particolari genovesi; e conseguentemente di poter adempire interamente gli articoli del trattato conchiuso in Aquisgrana. D'essi Stati adunque fu rimesso in possesso il duca di Modena, siccome ancora gli fu accordato il possesso degli allodiali di Guastalla. E perciocchè furono ancora tolte di mezzo le controversie eccitate fra la corte Austriaca e la repubblica di Genova, niun ostacolo più restò a perfezionare il grande edifizio della pace universale. Videsi pertanto un regolamento stabilito in Aquisgrana de' giorni precisi, nei quali a poco poco si dovea far l'evacuazione di alcune città o piazze de' Paesi Bassi, e nello stesso tempo di altre dell'Italia. Spezialmente il principio di febbraio quel fu che diserrò le porte all'allegrezza de' varii paesi. Quetamente presero le truppe spagnuole il possesso di Parma, Piacenza e Guastalla a nome del reale infantedon Filippocon somma consolazione di quei cittadini.Altrettanto fecero il re di Sardegna e i Genovesi degli Stati lor proprii. Nel dì 7 del mese suddetto fu consegnata la Mirandola alle soldatesche diFrancesco IIIduca di Modena. E nel dì 11 anche la città e cittadella di Modena, con tutte le altre sue pertinenze, tornarono a godere i benigni influssi del legittimo loro sovrano. Convien qui fare giustizia all'augustissima imperadrice reginaMaria Teresa, e alla maestà diCarlo Emmanuelere di Sardegna, che per sette anni tennero il dominio di questo ducato. Certo è che non mancarono gravissimi guai e danni, frutti inevitabili della guerra, a questi Stati, i quali anche contrassero più e più milioni di debiti pubblici in sì lagrimevole congiuntura. Contuttociò restò qui, e per lungo tempo resterà memoria della gloriosa moderazione di questi due clementissimi sovrani, che si tennero lungi da ogni eccesso, finchè qui esercitarono la lor signoria. Placido e pien di giustizia si provò qui il governo civile, perchè venne appoggiata l'amministrazione d'essi Stati al conte Beltrame Cristiani, gran cancelliere della Lombardia Austriaca, personaggio che per l'elevatezza della mente, per l'attività nell'operare, e per le massime dell'onoratezza, inclinante tutta al pubblico bene, ha pochi pari. Suo luogotenente il conte Emmanuele Amor di Soria, senator di Milano, avveduto ed incorrotto ministro della giustizia e dell'economia camerale, lasciò anch'egli in queste parti con onore il suo nome. Assai discreto medesimamente si trovò il contegno militare, avendo tanto gli ufiziali che le truppe delle lor maestà osservata una lodevol disciplina, senza estorsioni ed avanie in danno degli abitanti.

Ma non poterono già altri popoli, per lor disavventura imbrogliati nella presente guerra, contare un egual trattamento e fortuna. Aveva io all'anno 1300 fra le glorie de' nostri tempi registrato ancor quella dalle guerre oggidì fatte con moderazione fra i principi cristiani, cioè senza infierire contro le innocenti popolazioni,e senza la desolazione dei conquistati o dei nemici paesi. Debbo io ora con vivo dispiacere ritrattarmi. Ci ha fatto questa ultima guerra vedere troppi esempli di barbarie entro e fuori d'Italia, con lasciare la briglia alla licenza militare, per fare colla rovina della povera gente vendetta de' pretesi reati de' loro principi. Che i Turchi, che i Barbari, i quali pare che non conoscano legge alcuna di umanità, cadano in così brutali eccessi, non è da maravigliarsene; ma che genti professanti la legge santa del Vangelo, legge maestra della carità, facciano altrettanto, non si può mai comportare. E non vede chi così opera, che in vece di gloria egli va cercando l'infamia, la quale senza dubbio tien dietro alle crudeltà? Ma lasciando queste inutili doglianze e luttuose memorie, vogliam più tosto i ringraziamenti nostri alla divina clemenza, che ha fatto in quest'anno cassar l'ire dei regi, e coll'evacuazion de' paesi che si aveano a restituire, ha ridonata la tranquillità e l'allegrezza a tanti regni e principati, involti per sette anni nelle calamità della guerra. Tanto più memorabile dee dirsi questa pace, perchè non solamente si è diffusa per tutta l'Europa, ma viene anche accompagnata dall'universale di tutta la terra, non udendosi in questi tempi alcun'altra guerra di rilievo per le altre parti del mondo, di modo che non abbiam da invidiare la felicità de' tempi d'Augusto. Resta solamente nella Corsica il fermento della ribellione; ma non andrà molto (così è da sperare) che l'interposizione de' monarchi di Francia e Spagna pacificamente e con oneste condizioni ridurrà que' popoli all'ubbidienza verso la legittima ed antica sovranità della repubblica di Genova. Ma oltre ai ringraziamenti da noi dovuti al supremo Autor di ogni bene, conviene ancora inviare al suo trono le umili nostre preghiere, acciocchè il gran bene della pace a noi restituita non sia dono di pochi giorni, e che i potentati di Europa giungano a sacrificare al riposode' poveri popoli, i quali dopo tanta calamità cominciano a respirare, i lor risentimenti, oppur le suggestioni della non mai quieta ambizione. Regnando la pace in Italia, che non possiamo noi sperare da che abbiamo principi di sì buon volere e di tanta rettitudine? A me sia lecito di ricordare qui il nome per riconoscimento della presente nostra fortuna.

Ha lo Stato della Chiesa romana per suo principe e rettore il sommo pontefice Benedetto XIV, che per somma pietà, per l'ottimo suo cuore, per la penetrazion della mente, e per la singolar dottrina può ben gareggiare co' più rinomati ed illustri successori di san Pietro. Non ha egli accettato il governo della Chiesa di Dio e del principato romano, per alcun comodo od utile suo, ma unicamente per far servire i pensieri e la vigilanza sua al pubblico bene. Eterna memoria del suo sapere e zelo per la istruzione della Chiesa cattolica saran le varie insigni opere già da lui date alla luce, ed ultimamente ancora due tomi del suo Bollario. E perciocchè gl'innocenti popoli suoi per le peripezie delle ultime guerre hanno partecipato anche essi delle comuni calamità, si studia l'amorevolissimo padre di ricomporre le da lor patite slogature: giacchè se chiedeste quali sieno i suoi nipoti, vi si risponde che tali propriamente sono i sudditi suoi. Roma spezialmente, che l'ha alzato al trono, quella è che sopra le altre gode i benefici influssi d'un principe, che non conoscendo cosa sia amor proprio e de' suoi, quanto a lui viene dal principato, tutto vuol rifondere in decoro e abbellimento della sua benefattrice città. Testimonianze perciò delle sue gloriose idee, e monumenti per l'immortalità del suo nome, sono e saranno un braccio dello spedale di Santo Spirito in essa Roma: fabbrica di singolar magnificenza e di somma utilità pel bene dei poveri; lo stradrone che guida da San Giovanni Laterano sino a Santa Croce in Gerusalemme. Rinnovata entro efuori con atrio insigne la stessa basilica di Santa Croce. Assicurata la maravigliosa cupola di San Pietro dai timori insorti di rovina. Terminata la fontana di Trevi, che per la grandiosità e vaghezza è l'ammirazion d'ognuno. Ornata mirabilmente al di dentro, e decorata al di fuori d'una nobil facciata la chiesa di Santa Maria Maggiore, colla giunta ancora delle fabbriche adiacenti, e beneficata di molto la chiesa di Santo Apollinare. Ristaurate ed abbellite le chiese di San Martino in Monte e di Santa Maria degli Angeli; e rinnovato il triclinio di papa Leone III nella basilica Lateranense. Ha egli in oltre fabbricato un nicchio col musaico a canto della scala santa; rinnovato il musaico della basilica di San Paolo; scoperto il già sotterrato insigne obelisco di campo Marzo. Sonosi stesi i suoi benefizii anche alla camera apostolica, estenuata in addietro per varie cagioni, con procacciarle ogni risparmio e vantaggio, e sopra tutto coll'assegnare alla medesima il capitale de' vacabili che vengono a vacare: il che aveano dimenticato di fare tanti suoi antecessori. Vedesi parimente dal nobilissimo suo genio maggiormente arricchita la galleria delle antichità nel Campidoglio, ed erettane un'altra egualmente magnifica di pitture e medaglie; per tacer altri monumenti dell'imcomparabil sua munificenza verso a Roma, ed anche verso la metropolitana e l'istituto delle scienze di Bologna patria sua. Roma ne' secoli barbarici, e molto più durante la dimora de' papi in Avignone, era incredibilmente decaduta dall'antico suo splendore. Ha circa tre secoli ch'essa va sempre più ricuperando la sua maestà e bellezza; ma sì fattamente in questo ultimo mezzo secolo sono in essa cresciuti gli ornamenti, che giustamente tuttavia le è dovuto il pregio e titolo di regina delle città. E però a sì glorioso ed amorevol principe, nato solamente per l'altrui bene, chi non augurerà di cuore vita lunghissima ed ogni maggiore prosperità?

Grande obbligo hanno o al men debbono professare a Dio i regni di Napoli e Sicilia, perchè loro abbia conceduto nella persona del re don Carlo, germoglio della real casa di Francia, dominante in Ispagna, un regnante di somma clemenza, e regnante proprio. Gran regalo in fatti della divina provvidenza è per essi dopo tanti anni di divorzio il poter godere della presenza di un reale sovrano, della sua magnifica corte, e della retta amministrazion della giustizia, senza doverla cercare oltra monti. Gran consolazione in oltre è il vedere, come questo monarca col suo consiglio si studii di aumentar le manifatture, la navigazione, il traffico e la sicurezza de' sudditi suoi. A lui è anche tenuta la repubblica delle lettere, pel suo desiderio che maggiormente fioriscano l'arti e le scienze, e per la mirabile scoperta della città d'Ercolano, tutta ne' vecchi tempi profondamente seppellita sotterra dai tremuoti e dalle bituminose fiumane del Vesuvio. In quel luogo noi abbiam pure un insigne teatro dell'antica erudizione. Finalmente la placidezza del suo governo, la nobil figliolanza a lui donata dal cielo, e il valore dalla maestà sua mostrato nella difesa di Velletri e de' regni suoi, son pregi che concorrono a compiere la gloria di questo monarca e la felicità de' popoli suoi.

Appartiene all'augustissimo imperadore Francesco I il gran ducato della Toscana, cioè ad un clementissimo e piissimo sovrano. Non può già essere che quella contrada, per tanti anni retta da savissimi principi della immortal casa de' Medici, non risenta oggidì qualche convulsione per la lontananza del principe suo. Contuttociò hanno quei popoli di che ringraziar Dio, perchè i riguardi dovuti a così gran monarca gli abbiano preservati da ogni disastro nell'ultima sì perniciosa e dilatata guerra; e perchè la rettitudine del governo e della giustizia presente non lasci loro da augurarsi quella de' tempi passati; e perchè la vigilanzae attività del conte Emmanuele di Richecourt nulla ommette per sostenere, anzi aumentare l'industria e il commercio della Toscana, onde per questa via si risarcisca e compensi ciò che si perde pel mantenimento della corte lontana: pare che la Toscana non abbia molto a dolersi della presente sua situazione.

Quanto agli Stati della serenissima repubblica di Venezia, le contingenze dell'ultima lunga guerra non son giunte a turbare il riposo di quegli abitanti; e quantunque per precauzione prudente e buona custodia delle sue città e fortezze abbia quel senato in tal congiuntura fatto buon armamento, pure nulla per questo ha accresciuto i pubblici aggravii; anzi delle altrui calamità non poco han profittato gli Stati suoi di Lombardia. Del resto così ben concertate son le maniere di quel governo, così acconcie le sue antiche leggi, acciocchè regni in ogni popolazione la tranquillità, la giustizia e il traffico, che ognuno da gran tempo riconosce per buona madre una repubblica di tanta saviezza.

Altrettanto a proporzione è da dire della repubblica di Lucca. Ha cooperato la situazione sua, ma anche l'inveterata prudenza di que' magistrati, e l'osservanza delle ben pesate lor leggi, a mantenere il paese immune dalle calamità che in questi ultimi tempi sopra tanti altri popoli largamente son piovute. Più de' vasti dominii può essere felice un picciolo, qualora la libertà, la concordia, l'esatta giustizia, il buon comparto e la discretezza de' tributi, fa che ognuno possa essere contento nel grado suo.

Ma per conto di gran parte della Lombardia, paese bensì felice, ma destinato da tanti secoli a provare che pesante flagello sia quel della guerra, certo è che per la conchiusa pace comincerà essa a respirare, ma con restar tuttavia languente il corpo suo per lo sconvolgimento e per le piaghe degli anni addietro. Il serenissimo signor duca di ModenaFrancesco III per più anni ha veduto in mano altrui gli Stati suoi; l'ha sempre accompagnato il coraggio nelle fatiche militari e ne' disastri. Ha confessato la maggior parte degli uffiziali gallispani, essere sempre stato giusto il pensare e consigliare di questo principe, durante la guerra, talmente che se si fosse fatto più conto del parere del duca di Modena, le cose avrebbero avuto un esito molto migliore. Finalmente ha egli con tutto suo onore superata la pericolosa tempesta, e ha dato a' suoi fedelissimi sudditi la contentezza di ripigliar le redini del suo governo. Ora se si rivolgerà la paterna sua cura, come è da sperare dalle saggie e rettissime massime sue, e dall'ottimo suo cuore, alle maniere più proprie per sollevare i suoi popoli da tanti debiti contratti e da molti aggravii, non già imposti dalla sempre amorevole serenissima casa d'Este, ma dal malefico influsso delle guerre passate; ritornerà a fiorire la allegrezza nel dominio suo, e sarà benedetta quella benefica mano che avrà fatto dimenticare tante sciagure in addietro sofferte.

Forze maggiori son da dir quelle che in questi ultimi tempi han provati gli stati di Parma e Piacenza, perchè ivi non poco ha danzato il furore delle nemiche armate. Tuttavia da che la pace ha ridonato a que' popoli un principe proprio nella persona del real infante don Filippo fratello de' potentissimi re di Spagna e di Napoli, ben si dee sperare che, ritornando colà il sangue della serenissima casa Farnese, vi ritornerà ancora quella felicità che godevasi quivi sotto gli ultimi prudenti duchi. Non si può stimare abbastanza il privilegio di aver principe proprio e presente che faccia circolare il sangue de' sudditi, e risparmii loro la pena di cercar lungi la giustizia, ed altri provvedimenti necessarii ad uno Stato.

Per sua legittima signora riconosce il ducato di Milano, oggidì congiunto con quello di Mantova, l'augustissima imperatrice regina Maria Teresa d'Austria. Dellecomuni disavventure e di un nuovo smembramento ha esso partecipato nell'ultima guerra. Qual sia per essere il riposo e sollievo suo nei venturi tempi di pace non si può peranche comprendere, stante la risoluzion presa dall'imperiale e real maestà sua di non provar più il rammarico di aver creduto di avere, e di avere effettivamente pagato un poderoso esercito per sua difesa in Italia, con averne poi trovata solamente appena la metà al bisogno. Manifesta cosa è, tanta essere la pietà e l'amore del giusto in questa generosa regnante, che in sì bel pregio niun altro principe può vantarsi di andarle innanzi. Nè già mancavano nel consiglio suo ministri di somma avvedutezza e di ottima morale, per gli avvisi dei quali si son talvolta veduti fermati in aria i fulmini del suo sdegno, e ritrattate le risoluzioni, le quali sarebbero tornate in discredito e disonore della sovrana, che pur tanto è inclinata alla clemenza, nè altro desidera che il giusto. Ragionevole motivo perciò hanno in Italia i popoli suoi di sperare che ai tempestosi passati giorni succederà un bel sereno.

Quanta parte d'Italia sia sottoposta alla real casa di Savoia, ognun lo sa, ma non tutti sanno quanto abbiano sofferto di guai i suoi Stati di qua da Po, e che intollerabili miserie si sieno rovesciate sopra quei della Savoia e di Nizza. Nulladimeno così ben regolato è il governo di quella real corte, così rette le massime del savio e benignissimo principe Carlo Emmanuele III re di Sardegna e duca di Savoia, tanto l'amore verso i sudditi suoi, ch'essi non tarderanno ad asciugar le lagrime; giacchè non ha egli men cura del proprio che del pubblico bene.

Resta la serenissima repubblica di Genova, che nelle prossime passate rivoluzioni si è trovata sbattuta più d'ognuno dai più feroci venti, con pericolo di far naufragio anche di tutto. Gravissime, non può negarsi, sono state le perdite sue, deplorabili le sue sciagure; ma da che alei è riuscito di salvar la gioia più cara c preziosa della libertà, e dappoichè nulla s'è scemato de' legittimi suoi dominii: molto ha di che consolarsi ora e per l'avvenire. E tanto più, perchè il senno de' suoi magistrati, l'attività, il commercio degl'industriosi cittadini potranno fra qualche tempo avere risarciti i patiti danni, restando intanto per tutta l'Europa immortale la gloria della lor costanza e valore in tante altre congiunture, ma spezialmente nell'ultima, da essi mostrato.

Per memoria de' posteri non vo' lasciar di aggiugnere, che niuno dovrebbe mai desiderar di godere, o rallegrarsi di aver goduto un verno placido, e senza nevi e ghiacci, ne' paesi, dove regolarmente si pruova questa disgustosa, ma forse utile pensione. Non potea essere più placido in Lombardia ed in altri paesi il verno dell'anno presente, perchè privo di nevi e ghiacci, talmente che non se ne potè ammassare nelle conserve per refrigerio ed uso della vegnente state. Ma che? Sul fine di marzo venne più d'uno scoppio di neve, che quantunque da lì a poco si squagliasse, pure ci rubò i primi frutti, danneggiò gli orli e la foglia dei gelsi, e poco propizia fu ai grani, che già s'erano mossi. Poco è questo. Nel dì 25 d'aprile per tre giorni nevicò in Milano, e succederono brine che fecero perdere tutti i frutti. Sul principio poi di giugno eccoti fuor del solito fioccar folta neve ne' gioghi dell'Appennino, che si rinforzò e sostenne gran tempo, con produrre un pungente freddo, dirottissime pioggie ogni dì, e temporali e gragnuole orribili: onde si videro gonfii e minacciosi tutti i fiumi, e ne seguirono anche gravi inondazioni, e fiere burrasche in mare. Nè caldo nè gelo vuol restare in cielo: è proverbio dei contadini toscani. Spezialmente orribile e dannoso fu il turbine succeduto nella notte del dì 11 di giugno in una striscia dell'alma città di Roma, e particolarmente fuori di essa, di cui si è veduta relazione in istampa.


Back to IndexNext