MDCCXLVIIAnno diCristoMDCCXLVII. IndizioneX.Benedetto XIVpapa 8.Francesco Iimperadore 3.Furono alquanto lieti i principii dell'anno presente, perchè gli accorti monarchi fecero vedere in lontananza agli afflitti lor popoli un'iride di pace come vicina. Imperciocchè si mirò destinata Bredà in Olanda per luogo del congresso, e spediti plenipotenzarii per trattarne, e convenire delle condizioni. La gente, credula alle tante menzogne delle gazzette, si figurava già segretamente accordati Franzesi, Spagnuoli ed Inglesi nei preliminari; e a momenti aspettava la dichiarazione di un armistizio, cioè un foriere dello smaltimento delle minori difficoltà, per istabilire una piena concordia. Ma poco si stette a conoscere, che tante belle sparate di desiderar la pace ad altro non sembravano dirette che a rovesciare sulla parte contraria la colpa di volere continuata la guerra, onde presso i proprii popoli restasse giustificata la continuazion degli aggravii, e tollerati i danni procedenti dal maneggio di tante armi. Trovaronsi in effetto inciampi sul primo gradino. Cioè si misero in testa i Franzesi di non ammettere al congresso i plenipotenziariidell'imperadore, perchè non riconosciuto tale da essi; nè della regina d'Ungheria, per non darle il titolo a lei dovuto d'imperatrice; nè del re di Sardegna, perchè non v'era guerra dichiarata contra di lui. Tuttavia non avrebbe tal pretensione impedito il progresso della pace, se veramente sincera voglia di pace fosse allignata in cuore di que' potentati; perchè avrebbero (come in fatti si pretese) potuto i ministri di Francia, Inghilterra ed Olanda comunicar tutte le proposizioni e negoziati ai ministri non intervenienti; e convenuto che si fosse dei punti massicci, ognun poscia avrebbe fatta la sua figura nelle sessioni. Ma costume è dei monarchi, i quali tuttavia si sentono bene in forze, di cercar anche la pace per isperanza di guadagnar più con essa che coll'incerto avvenimento dell'armi. Alte perciò erano le pretensioni di ciascuna delle parti, e in vece di appressarsi, parve che sempre più si allontanassero quei gran politici. Ciò che di poi cagionò maraviglia, fu il vedere che nè pure al signor di Mancanas, plenipotenziario di Spagna, fu conceduto l'accesso ai congressi, quando le apparenze portavano, che le corti di Versaglies e Madrid passassero di concerto, e fosse tornata fra loro una perfetta armonia. Veramente il cannocchiale degl'Italiani non arrivava in questi tempi a discernere le mire ed intenzioni arcane del gabinetto di Madrid. Le truppe di quella corona seguitavano a fermarsi in Aix di Provenza, senza che apparisse se le medesime si unissero mai daddovero colle franzesi, benchè si scrivesse che le spalleggiassero, allorchè, siccome diremo, obbligarono i nemici a retrocedere. Ne fu poi ordinata una non lieve riforma, e il resto andò a svernare in Linguadoca, con prendere riposo l'infantedon Filippoe ilduca di Modenain Mompellieri. Nel medesimo tempo si attendeva forte in Madrid al risparmio per rimettere, come si diceva, in migliore stato l'impoverito regno, annullando spezialmente le tante pensioni concedutedal re defunto; e pur dicevasi, farsi leva di nuove milizie per ispedirle in Provenza. Fluttuava del pari anche la repubblica d'Olanda fra due opposti desiderii, cioè quello di non entrare in guerra dichiarata contro la Francia, minacciante oramai i di lei confini; e l'altro di mettere una volta freno dopo tante conquiste agli ulteriori progressi di quella formidabil potenza. La conclusione intanto fu, che ognun depose per ora il pensier della pace; giacchè quei soli daddovero la chieggono che son depressi, e non si sentono più in lena per continuare la guerra.Passarono il gennaio in Provenza gli Austriaco-Sardi, ma in cattiva osteria, combattendo più co' disagi che co' Franzesi, i quali andavano schivando le zuffe, sperando poi di rifarsi allorchè fossero giunte le numerose brigate di Fiandra. Bisognava che quell'armata aspettasse la sussistenza sua in maggior parte dal mare, venendo spedite le provvisioni per uomini, cavalli e muli da Livorno, Villafranca e Sardegna. Ma il mare è una bestia indiscreta, massimamente in tempo di verno. Però, tardando alle volte l'arrivo de' viveri, uomini e cavalli rimanevano in gravi stenti; e giorno vi fu che convenne passarlo senza pane. Tutto il commestibile costava un occhio non osando i paesani di portarne, o facendolo pagar carissimo, se ne portavano. Soffiarono talvolta sì orridi venti, che i soldati sull'alto della montagna nè pur poteano accendere o tener acceso il fuoco. Trovavansi anche non pochi di loro senza scarpe e camicie, da che s'erano perduti i magazzini di Genova. Ora tanti patimenti cagion furono che entrò nell'esercito un fiero influsso di diserzione, fuggendo chi potea alla volta di Tolone, dove speravano miglior trattamento. Tanti ne arrivarono colà, che il comandante della città non volle più ammetterli entro d'essa per saggia sua precauzione. Caddero altri infermi, e conveniva trasportarli fino a Nizza, per dar luogo ad essi negli spedali della Riviera. Per quindicidì que' cavalli e muli non videro fieno o paglia, campando massimamente con pane e biada, e questa anche scarsa alle volte. Chi spacciò che furono forzati a cibarsi delle amare foglie degli ulivi, dovette figurarsi che i cavalli fossero capre. Arrivò la buona gente fino a credere che que' cavalli per la soverchia fame mangiassero la minuta ghiaia del lido del mare, senza avvedersi che queste erano iperboli o finzioni di chi si prende giuoco della stolta credulità altrui. Quel che è certo, non pochi furono i cavalli e muli che quivi lasciarono le lor ossa, e gli altri notabilmente patirono, e parte restarono inabili al mestier della guerra. Intanto a questo gran movimento d'armi non succedea progresso alcuno di conseguenza. Ridevasi il forte di Antibo dei Croati lasciati a quel blocco, che non poteano rispondere alle cannonate, se non con gl'inutili loro fucili. Però fu spediente di trarre da Savona con licenza del re sardo quanta artiglieria grossa occorreva per battere quella Rocca; e in quel frattempo le navi inglesi la travagliarono con gran copia di bombe, le quali recarono qualche danno alla terra, senza nondimeno intimorir punto i difensori di quel forte. Giunsero finalmente i grossi cannoni, ma giunsero troppo tardi.Imperciocchè si cominciò ad ingrossare l'esercito franzese co' corpi di gente, che dalla Fiandra pervenuti a Lione, senza dilazione andavano di mano in mano ad unirsi col campo delmaresciallo duca di Bellisle. Avea questi raunate alcune migliaia di miliziotti armati; e da che si trovò rinforzato dalla maggior parte delle truppe regolate, divisò tosto la maniera di liberar la Provenza dalla straniera armata. Scarseggiava forte anch'egli di viveri e foraggi, perchè venne a militare in luoghi dove niun magazzino si trovò preparato, e difficilmente ancora non si potea preparare per mancanza di giumenti. Fiera strage anche in que' paesi avea fatto la mortalità de' buoi. Ebbenondimeno il contento di udire che le truppe spedite di Fiandra, ancorchè stanche e malconcie, nulla più sospiravano che di essere a fronte de' nemici, e chiedevano di venire alle mani. La prima impresa ch'ei fece, fu di spedire alla sordina un distaccamento d'alquante brigate de' suoi alla volta di Castellana, dove stava di quartiere il generale austriaco conte di Neuhaus con dodici o quattordici battaglioni. Dopo gagliarda difesa toccò a questi di cedere a chi era superiore di forze, con lasciar quivi alcune centinaia di morti e prigioni, e si contò fra gli ultimi lo stesso generale ferito con buon numero d'altri uffiziali. Non gli sarebbe accaduta questa disavventura se avesse fatto più conto del parere del giovane marchese d'Ormea che si trovò a quel conflitto. Di meglio non succedette in alcuni altri luoghi agli Austriaco-Sardi: laonde il generaleconte di Broun, all'avviso delle tanto cresciute forze nemiche, fatto sciogliere l'assedio di Antibo e rimbarcare l'artiglieria, si andò poi ritirando a Grasse. Quindi, fatte tutte le più savie disposizioni, sul principio di febbraio cominciò la sua cavalleria a ripassare il Varo, e fu poi seguitata dalla fanteria, senza che nel passaggio occorresse sconcerto o danno alcuno notabile, ancorchè non lasciasse qualche corpo di Franzesi d'insultarli. Penuriavano di tutto, come dissi, anche i Franzesi in quel desolato paese; e però non poterono operare di più.Ecco dove andò a terminare la strepitosa invasione della Provenza. Assaissimi danni recò ben essa a que' poveri abitanti; ma pagarono caro gli Austriaco-Sardi il gusto dato alla corte di Londra; perchè, oltre ai non lievi patimenti ivi sofferti, fu creduto che l'esercito loro tornasse indietro sminuito almeno d'un terzo; e la lor bella cavalleria per la maggior parte si rovinò, talchè nè pel numero nè per la qualità si riconosceva più per quella che andò. Restò alla medesima anche un altro disagio, cioè didover passare in tempo di verno e di nevi per le alte montagne di Tenda: sì, se volle venir a cercare riposo in Lombardia, dove ancora per un gran tratto di via l'accompagnò la fame a cagion della mancanza de' foraggi. Quanto ai Provenziali, non lievi furono, ma non indiscrete le contribuzioni loro imposte. La necessità di scaldarsi, di far bollire la marmitta, cagion fu che dovunque si fermarono le truppe nemiche restarono condannate tutte le case a perdere i loro tetti. Non ha per lo più quella bella costiera di montagne, che si stende dal Varo verso Marsiglia, se non ulivi, fichi e viti. Ordine andò del generale Broun che si risparmiassero, per quanto mai fosse possibile, gli ulivi, onde si ricavano olii sì preziosi, non so ben dire, se per solo motivo di generosa carità, o perchè la provincia si esibisse di fornirlo in altra maniera di legna. Ben so che, a riserva d'un mezzo miglio intorno all'accampamento di Cannes, dove tutte quelle piante andarono a terra, e di qualche altro luogo, dove non si potè di meno nella ritirata, rimasero intatti gli ulivi; e che esso conte di Broun riportò in Italia il lodevole concetto di molta moderazione, pregio che di rado si osserva in generali ed armate che giungono a danzare in paese nemico. Per questo, e in considerazione molto più del suo valore e prudenza, venne egli dipoi eletto general comandante dell'armi cesareo-regie in Italia. Quel che è da stupire, non ebbe già sì buon mercato la città e territorio di Nizza, tuttochè dominio del re di Sardegna. Quivi legna da bruciare non si truova, e v'è portata dalla Sardegna, o si provvede dalla vicina Provenza. Pel bisogno di tanta gente, che quivi o nella venuta o nel ritorno ebbe a fermarsi, si portò poco rispetto agli ulivi, cioè alla rendita maggiore di quegli abitanti: danno incredibile, considerato il corso di tanti anni che occorre per ripararlo. Prima di questi tempi trovandosi in Nizza il re di Sardegna bene ristabilito in salute,benchè le montagne di Tenda fossero assai guernite di neve, pure volle restituirsi alla sua capitale. Giunse pertanto a Torino nel dì 15 di gennaio, e somma fu la consolazione e il giubilo di que' cittadini in rivedere il loro amato e benigno sovrano.Che breccia avesse fatto nel cuore degli Augusti austriaci regnanti la rivoluzione di Genova, sel può pensare ognuno. D'altro non si parlava in Vienna che dell'enorme tradimento dei Genovesi. Questi dichiarati spergiuri e mancatori di fede; questi ingrati, da che l'armi vittoriose dell'imperadrice regina, che avrebbero potuto occupare il governo di quella repubblica e disarmare il popolo, s'erano contentate d'una sola contribuzione di danaro, non eccessiva per sì doviziosa città. Crebbero le rabbiose dicerie, da che si conobbe che cattive conseguenze ridondarono dipoi sopra l'impresa di Provenza. Riflettendo alla grave perdita de' magazzini e di tanti bagagli dei cesarei uffiziali, ma sopra tutto all'onore dell'armi imperiali leso da quel popolo, maggiormente si esaltava la bile, e si eccitavano i pensieri e desiderii di vendetta. Poterono allora accorgersi i ministri di quella gran corte che i buoni uffizii fatti passare da chi è padre comune de' fedeli, cioè dal regnante ponteficeBenedetto XIV, per ottenere la diminuzion dell'imposta contribuzione ai Genovesi, tendevano bensì al sollievo di quella nazione, ma anche alla gloria delle loro maestà, e alla maggior sicurezza de' loro interessi. E certamente se l'imperadrice regina fosse stata informata della trista situazione a cui i suoi ministri ed uffiziali con tante estorsioni ed abusi della buona fortuna aveano ridotta quella repubblica, siccome principessa d'animo grande ed inclinata alla clemenza, si può credere che avrebbe colla benignità e indulgenza prevenuto quel precipizio di cose. Ora in Vienna fra gli altri consigli dettati dallo spirito di vendetta, si appigliò la corte a quello di confiscare tutti i beni, crediti ed effettispettanti a qualsivoglia Genovese in tutti gli Stati dell'austriaca monarchia, ascendenti a milioni e milioni. Si maravigliavano i saggi al trovare nell'editto pubblicato per questo, che vi si parlava di ribellione, di delitto di lesa maestà, e che si usavano altri termini non corrispondenti al diritto naturale e delle genti. Nei monti di Vienna, di Milano e d'altri luoghi stavano allibrate immense somme di danaro genovese, per la cui sicurezza era impegnata la sovrana e pubblica fede, anche in caso di ribellione e d'ogni altro maggiore pensato o non pensato avvenimento. Come calpestare sì chiari patti? E come condannare tanti innocenti privati, e tanti che abitavano fuori del Genovesato, e se ne erano ritirati dopo quella spezie di cattività? Il fallimento poi de' Genovesi si sarebbe tirato dietro quello di tante altre nazioni. Perchè verisimilmente dovettero essere fatti dei forti richiami, e meglio esaminato l'affare, se ne toccò con mano l'ingiustizia. Smontò dipoi la corte imperiale da questa pretenzione, e con altro editto solamente pretese che i frutti e le rendite annue degli effetti de' Genovesi pervenissero al fisco, non essendo di dovere che servissero per far guerra alla maestà sua imperiale e regale. Di grandi grida ci furono anche per questo, pretendendo la gente che si avessero a tenere in deposito; altrimenti quella corte in altri bisogni farebbe la penitenza della non mantenuta fede. Nello stesso tempo seriamente si pensò alle maniere militari da far pentire i Genovesi del loro attentato; e a questo fine s'inviarono in Italia in gran copia le reclute, e dei nuovi corpi di Croati. Giacchè ilgenerale Brounsinceramente scrisse alla corte, quanto difficil impresa sarebbe l'assedio di Genova, in vece sua fu eletto il generaleconte di Schulemburg. Spedito intanto dai Genovesi ad essa corte imperiale il padre Visetti gesuita, siccome ben informato dei passati avvenimenti, par addurre le discolpe del loro governo, non solo non fu ammesso, mavenne anche obbligato a tornarsene frettolosamente in Italia. Durante tuttavia il verno, non volle l'esercito austriaco marcire nell'ozio. Esso ripigliò la Bocchetta con isloggiarne i Genovesi. La dimora in quel luogo spelato e freddo costò agli Austriaci gran perdita di gente. Rallentato poi che fu il verno, calarono varie partite di Croati al basso verso Genova per bottinare ed inquietare gli abitanti del paese. Contaronsi allora alcune crudeltà di quella gente che facevano orrore. Ne restò così irritato il popolo di Genova, che fece sapere ai comandanti cesarei, che se non mutavano registro, andrebbono a tagliare a pezzi tutti gli uffiziali di lor nazione prigionieri.Sì a Versaglies che a Madrid aveano portate i Genovesi le loro più vive istanze e preghiere per ottener soccorsi nel gravissimo loro bisogno. L'obbligo della coscienza e dell'onore esigeva dalle due corone un'emenda d'avere sì precipitosamente abbandonata al voler dei nemici quella repubblica. Perorava ancora l'interesse, affinchè sì potente città non cadesse in mano dell'austriaca potenza; e molto più avea forza presso de' Franzesi il debito della gratitudine, non potendo essi non riconoscere dall'animosa risoluzion de' Genovesi l'esenzion delle catene che s'erano preparate alla Provenza. Però amendue le corti, e massimamente quella di Francia, promisero protezione e soccorso; ordini anche andarono per la spedizione di un convoglio di truppe e munizioni all'afflitta e minacciata città. Precorse intanto colà il lieto avviso, e la sicurezza dell'impegno preso dalle due corone in suo favore: nuova che sparse l'allegrezza in tutto quel popolo, e raddoppiò il coraggio in cuore di ognuno. Allora fu che il governo nobile cominciò pubblicamente ad intendersi ed affrattellarsi col popolare, per procedere tutti di buon concerto alla difesa della patria. Erasi già, all'arrivo del generale Sculemburgo, messa in moto parte delle soldatesche austriache, cioè Croati, Pandurie Varasdini, con riuscir loro di occupare varii siti non solamente nelle alture delle montagne, ma anche nel basso verso Bagnasco, Campo-Morone e Pietra-Lavezzara, con iscacciare da alcuni postamenti i Genovesi, e con esserne anche essi vicendevolmente ricacciati. Non potè questo succedere, spezialmente nel dì 16 di febbraio, senza spargimento di sangue. Si diedero all'incontro i Genovesi ad accrescere maggiormente le fortificazioni esteriori della loro città; a disporre le artiglierie per tutti gli occorrenti siti; a ridurre in moneta le argenterie contribuite ora più di buon cuore da' cittadini, che ne' giorni addietro. Ottennero in oltre da lì a qualche tempo licenza da Roma di potersi valere di quelle delle chiese, con obbligo di restituirne il valore nel termine di alquanti anni, e di pagarne intanto il frutto annuo in ragione del due per cento. Furono poscia dalla corte del re Cristianissimo spediti a poco a poco a quella repubblica un milione e ducento mila franchi; ed in oltre fatto ad essa un assegno di ducentocinquanta mila per mese: danaro che fu poi puntualmente pagato. Non si sa che dal cielo di Spagna scendesse sui Genovesi alcuna di queste rugiade. Succedette intanto l'arrivo di alquanti ingegneri e cannonieri franzesi; e nella stessa città si andarono formando assaissime compagnie urbane, ben vestite all'uniforme e ben armate, parte composte di nobili cadetti, parte di mercatanti e persone del secondo ordine, e molte più delle varie arti di quella città, animandosi ciascuno a difendere la patria, e gridando:O morte, o libertà. Cotal fidanza nella protezione della Vergine santissima era entrata in cuore di ognuno, che si tenevano oramai per invincibili, attribuendo a miracolo ogni buon successo de' piccioli conflitti che di mano in mano andavano succedendo contra degli Austriaci, o cacciati, o uccisi, o fatti prigioni.Ad accrescere il comune coraggio serviva non poco l'accennato promesso soccorso delle due corone, e il sapersiche erano già imbarcati sei mila fanti in Marsilia e Tolone in più di sessanta barche e tartane, oltre ad altre vele che conducevano provvisioni da bocca e da guerra, altro non bramando da esse, se non che si abbonacciasse il mare, e desse loro le ali un vento favorevole. Venuto oramai il tempo propizio, circa la metà di marzo fecero vela. Rondava per quei mari il vice ammiraglio Medley con più vascelli e fregate inglesi, aspettando con divozione i movimenti di quel convoglio, per farne la caccia. E in fatti, per quanto potè, la fece. Fioccarono più del solito le bugie intorno all'esito di quella spedizione. All'udir gli uni, buona parte di que' legni e truppe gallispane era rimasta preda degl'Inglesi; disperso il restante, parte avea fatto ritorno a Tolone, parte si era rifugiato in Corsica e a Monaco. Sostenevano gli altri che una fortuna di mare avea sparpagliati tutti que' navigli; e ciò non ostante, non esservi stato neppure uno d'essi che non giugnesse a salvamento, approdando chi a Porto-Fino, chi alla Spezia e Sestri di Levante, e chi a dirittura a Genova stessa, dove certamente pervenne la Flora, nave da guerra franzese, la quale sbarcò il signor di Mauriach, comandante di quelle milizie, e buon numero di uffiziali, granatieri e cannonieri. Ventilate da' saggi non parziali tanto alterate notizie, fu conchiuso che circa quattro mila Gallispani per più vie arrivassero a Genova; più di mille cadessero in man degli Inglesi; e qualche bastimento si ricoverasse in Monaco, dove fu poi bloccato da essi Inglesi, ma senza frutto. Con immenso giubilo venne accolto da' Genovesi questo soccorso, spezialmente perchè caparra d'altri maggiori; e in fatti si intese che altro convoglio s'allestiva in Tolone e Marsilia, parimente destinato in loro aiuto. Ma neppure dall'altro canto perdonavano a diligenza alcuna gli Austriaci, con preparar magazzini, artiglierie grosse e minori, mortai da bombe, ed altri attrezzi e munizioni da guerra,più che mai facendo conoscere di voler dare un esemplare gastigo, se veniva lor fatto, alla stessa città di Genova. Giacchè sì sovente nelle armate austriache il valore non è accompagnato da tutti que' mezzi de' quali abbisogna il mestier della guerra: il che poi rende indisciplinate e di ordinario troppo pesanti le loro milizie ovunque alloggiano: alcune città del cotanto smunto Stato di Milano (giacchè mancava d'attiraglio quell'esercito) furono costrette a provvedere cinquecento carrette, con quattro cavalli e un uomo per ciascuna, per condurre le provvisioni al destinato campo. Le braccia di migliaia di poveri villani vennero anch'esse impiegate a rendere carreggiabili le strade della montagna, affin di condurre per esse le artiglierie. Con tutto questo apparato nondimeno non poche erano le savie persone credenti che non si potesse o volesse tentar quell'impresa, come molto pericolosa, per varii riguardi che non importa riferire. Ed avendo veduto che dopo un gran consiglio de' primarii uffiziali fu spedito a Vienna il general Coloredo, molti si avvisarono che altra mira non avessero i suoi passi che di rappresentare le gravi difficoltà che s'incontrerebbono, e il rischio di sacrificare ivi al per altro giusto sdegno non meno l'armata, che la riputazione dell'augusta imperatrice regina. S'ingannarono, e poco stettero ad avvedersi del falso loro supposto.All'incontro in Genova si teneva per inevitabile la visita, e colla visita ogni maggiore asprezza de' Tedeschi. Questo imminente rischio intanto fu un'efficace predica perchè quella popolata città divenisse un'altra Ninive, sì per placare l'ira del cielo, come per implorare l'aiuto del Dio degli eserciti in sì scabrosa contingenza. Cessò pertanto il vizio; purgò ciascuno le sue coscienze colla penitenza, ed altro ivi non si vedevano che divote processioni ai santuari. Più ancora delle missioni de' religiosi possono aver forza le missioni dell'irreligiosagente armata, per convertire i popoli a Dio. Venuto che fu il dì 10 di aprile, il generaleconte di Schulemburg(già scelto per capo e direttore di quell'impresa), dopo aver visitato i siti e le strade, mise in marcia l'esercito austriaco, il quale fu figurato ascendente a venti in ventidue mila fanti; giacchè la cavalleria in quelle sterili montagne non potea concorrere alle fatiche e all'onore dell'ideato conquisto. Sui primi passi corse rischio della vita il generale suddetto, perchè, mancati i piedi al cavallo, gli rotolò addosso con tal percossa, che sputò sangue, e per alquanti giorni si dubitò, se non di sua vita, almeno d'inabilità a continuare in quel comando. Gli antichi superstiziosi romani avrebbono preso ciò per un cattivo augurio. Calò quell'armata, superati alquanti ridotti, a Langasco, ponte Decimo ed altri siti; e fatti alcuni prigioni, s'impossessò di varii posti in distanza ove di cinque, ove di quattro miglia dalla città, ma senza stendersi punto alla parte del Bisagno, dove sembrano più facili le offese d'essa città. Il quartier generale fu posto alla Torrazza. Non è improbabile che il consiglio militare austriaco avesse risoluta quella spedizione in tempo massimamente che la barriera delle nevi delle Alpi gli assicurava per ora da' tentativi de' Gallispani in Lombardia, stante la speranza di poter almeno ridurre quella repubblica a qualche onesto aggiustamento, onde risarcito restasse l'onore dell'armi dell'augusta regina, con animo di slargar la mano occorrendo ad ogni possibil sorta d'indulgenza. Fu infatti spedito nel dì 15 d'aprile a quel governo un uffiziale, che in voce e in iscritto gli fece intendere, come l'esercito regio-cesareo era pervenuto in quelle vicinanze per farsi ragione de' delitti e della fede violata dai medesimi Genovesi, con tanti danni inferiti alle persone e sostanze dell'esercito dell'imperatrice regina. Che erano anche in tempo di ravvedersi, e di ricorrere pentiti del loro errore alla clemenza di sua maestà, nel cui cuorepiù possanza avea il desiderio di far grazie che di dispensar gastighi. E di questa clemenza e de' sentimenti cristiani d'essa imperatrice regina, a cui troppo dispiacerebbe la rovina d'una delle più belle e floride città d'Italia, si faceva un pomposo elogio. Ma che? se indugiassero a pentirsi ed umiliarsi, si procederebbe, da che fossero giunte le artiglierie, con ogni maggior rigore contro la loro città, persone, case e campagne, colla giunta di altre più strepitose minaccie di ferro, fuoco e rovine: le quali come s'accomodassero con quella gran clemenza e sentimenti cristiani che giustamente si attribuivano alla maestà sua, non arrivarono alcuni a comprenderlo. La risposta della repubblica, conceputa con termini della maggior venerazione verso l'augusta imperatrice regina, portava, che non ad essi s'avea da imputare la necessità in cui si era trovato il popolo, secondo il gius naturale e delle genti, di prendere l'armi per sua difesa, e non per offesa, da che ad altro non pensavano gli austriaci ministri, se non a ridurlo nell'estrema povertà e schiavitù, senza neppure che i richiami loro pervenissero alla regina, il solo conoscimento della cui clemenza avea indotto il governo a volontariamente aprir le porte all'armi sue. Che pertanto, non riconoscendo in sè delitto, nè motivo di chiedere perdono, speravano che la somma rettitudine della maestà sua troverebbe il loro contegno degno di compatimento, e non di risentimento; e che, altrimenti avvenendo, essi attenderebbono a difendere quella libertà in cui Dio gli avea fatti nascere, pronti a dar le lor vite più tosto che cedere a chi la volesse opprimere.Non vi fu bisogno di microscopio per iscoprir le ragioni onde furono mossi i Genovesi a sì fatta risposta. Aveano contratto nuovi legami ed impegni colle corone di Francia e Spagna; senza loro consenso non poteano onoratamente venire a trattati contrarii. Perduta la protezion di quelle corti, chi più avrebbesostenuti i loro interessi in un congresso di pace? Venendo ora ad un accomodamento, nulla si sarebbe parlato di Savona e Finale, con privarsi intanto i Genovesi anche della speranza di ricuperarle colle armi, qualora gli Austriaci fossero ricacciati in Lombardia dai Gallispani. La fortezza poi della città, l'ardore e la concordia del popolo alla difesa, e le promesse delle due corone per una valida assistenza, bastavano bene ad infondere coraggio in chi naturalmente non ne manca. Quando anche peggiorassero gli affari, sempre tempo vi resterebbe per una capitolazione. Rinnovò intanto quel popolo il giuramento di spendere roba e vita per mantenere la propria libertà, sempre fidandosi nell'intercessione della Vergine santissima e nella protezione di Dio. Queste riflessioni nondimeno sufficienti non furono perchè molte famiglie nobili e cittadinesche non si andassero ritirando da Genova nei mesi precedenti, e molto più all'avvicinamento di questo temporale, con ricoverarsi chi a Massa, chi a Lucca, e chi in altre sicure e quiete contrade. Ma spezialmente dissero addio alla loro città i benestanti di Sarzana. Imperocchè libera bensì restava a' Genovesi tutta la riviera di Levante, onde potessero ricavar viveri ed altri naturali, essendo esposta sempre a pericoli la via del mare per cagion delle navi inglesi, intente a far delle prede: ma presero gli Austriaci la risoluzione di spogliargli anche di quel sussidio, con inviare colà due corpi di gente, l'uno per le montagne di Parma, e l'altro per quelle del Reggiano; e tanto più, perchè Genova avea da pensare a sè stessa, nè forze le rimanevano per difendere quella riviera. Conosciuto poscia che per le strade di Pontremoli e delle Cento-Croci si andava ad urtare nelle montagne genovesi, dove i popoli erano tutti in armi, giudicarono meglio di tener solamente la via de' monti reggiani. Fu ilgenerale Voghternche condusse più di due mila Panduri, e circa cinquecento Usseri a quella volta; ma gliconvenne far alto su quel di Massa di Carrara, perchè neppur da quelle parti non mancavano ostacoli, ed egli s'era avviato colà senza cannoni, e, per così dire, col solo bordone. Da Sarzana erano partiti col loro meglio i cittadini più agiati; e all'incontro i contadini aveano in essa città asportati i lor mobili. Fece a questi sapere il comandante genovese della picciola fortezza di Sarzanello, che quando non si appigliassero al partito di difendersi, rovescierebbe loro addosso colle sue artiglierie la città. Giacchè di tanto in tanto andavano arrivando a Genova con varie imbarcazioni franzesi e spagnuole de' nuovi soccorsi, non trascurò quel governo di accudire anche alla difesa d'essa Sarzana. Colà spedito un corpo di truppe regolate, e un numero molto maggiore di paesani armati, rimasero talmente sconcertati i disegni del suddetto generale Voghtern, che, a riserva d'un palazzo e di poche case saccheggiate sul Sarzanese, niun'altra impresa osò di tentare. Stavasene egli a Lavenza ritirato senza artiglierie, e facendo crocette per mancanza di viveri: laonde prese la savia risoluzione verso la metà di maggio di ritornarsene in Lombardia, con passare pel Lucchese e per Castelnuovo di Garfagnana. Molta fu la moderazione sua in quel viaggio; ma imparò che, per far de' buoni digiuni tanto di pane che di foraggi, altro non vi vuole che condur truppe e cavalli per delle montagne senza alcun precedente preparamento.Eransi l'armi austriache impadronite dei due monti, cioè di Creto e del Diamante, da dove con alquanti cannoni e qualche mortaio infestavano i Genovesi, i quali s'erano ben fortificati e trincierati con buona copia di artiglierie nel monte chiamato dei due Fratelli: monte che fu la salute della loro città. Aveano ben essi Austriaci con immense fatiche dei poveri paesani fatte spianar le strade verso la Bocchetta, e per la valle di Scrivia, con disegno di condurre per colà le grosse artiglieriee i mortai, tratti da Alessandria e da altre piazze. Il primo grosso cannone che passò la Bocchetta, trovando le strade inferiori tutte guaste dai Genovesi, rotolò giù per un precipizio. Non aveano muli, non varii attrezzi atti a superar le difficoltà dei siti montuosi. Tuttavia ne trassero alquanti, mercè de' quali con bombe e grosse granate infestavano, per quanto poteano, i postamenti contrarii, dai quali erano corrisposti con eguale, anzi con più fiera tempesta. Incredibil fu l'allegrezza e consolazione recata nel dì 30 di aprile ai Genovesi dall'arrivo in quella città delduca di Bouflers, spedito dal re Cristianissimo, per quivi assumere il comando delle sue truppe, parte venute, e parte preparate a venire in loro soccorso. Era cavaliere non men cospicuo pel valore, che per la prudenza, affabilità e cortesia. Un eloquente e ben ornato discorso da lui fatto al doge e ai collegati per esaltare il coraggio delle passate e presenti loro risoluzioni, e per assicurarli della più valida protezione del suo monarca, toccò il cuore a tutto quel maestoso consesso. Conoscendo poscia gli Austriaci che più gente occorreva per tentare d'accostarsi alla città di Genova in sito da poterla molestare con bombe ed altre offese, stante l'immenso giro delle mura nuove, che da lungi la difendono, e per cagione de' posti avanzati che maggiormente ne difficultano l'accesso: tanto si adoperarono, che ottennero dal re di Sardegna un rinforzo di circa cinque o sei mila fanti. Non si aspetti il lettore ch'io entri a riferire le tante azioni di offesa e difesa succedute in quel rinomato assedio. Son riserbate queste a qualche diffusa storia, che senza dubbio sarà composta ed uscirà alla luce. Solamente dirò che gli sforzi de' Tedeschi furono dalla parte della Polcevera, senza poter nondimeno penetrare giammai in San Pier d'Arena, ben presidiato e difeso dai Gallispani. Contuttociò si inoltrarono essi cotanto verso il basso, che pervennero all'Incoronata, a Sestridi Piemonte e a Voltri, formando a forza di mine e braccia una strada sino al mare. Non poche furono le crudeltà commesse in tale occasione. Non solamente dato fu il sacco a quelle terre (siccome dipoi anche alla Masone), ma eziandio rimase uccisa qualche donna e fanciullo, e niuna esenzione provarono i sacri templi. Fecero poi credere che gl'Inglesi accorsi per mare a quella festa fossero stati gli assassini d'esse chiese; ma si sa che gli stessi Austriaci portarono a Piacenza calici e pissidi, e fin gli usciuoli dei tabernacoli, per venderli. Niun si trovò che volesse comperarne. Il colonnello Franchini fra gli altri prese spasso in far eunucar un giovane laico cappuccino, e mandollo con irrisioni a Genova. Restò in vita e guarì il povero religioso; ma non già il barbaro Franchini, il quale da lì a tre giorni, colto da un'archibugiata, fu chiamato al tribunale di Dio. Era colui Fiorentino e disertore dei Genovesi.Dopo avere i Franzesi ricuperate con gran tempo e fatiche l'isole di Santo Onorato e di Santa Margherita, finalmente ilcavalier di Bellislenella notte del dì 2 venendo il dì 3 di giugno, con quarantatrè battaglioni passato il Varo, sorprese in Nizza, oltre a molti soldati, alcuni uffiziali tedeschi e piemontesi. Trattò cortesemente gli ultimi con dichiararli bensì prigionieri di guerra, ma con rilasciar loro gli equipaggi. Non così indulgente si mostrò agli Austriaci, perchè informato delle barbarie da essi usate contra de' Genovesi. Continuarono intanto le bellicose azioni sotto Genova, e pochi giorni passarono senza qualche scaramuccia o tentativo degli assedianti e degli assediati. Spezialmente merita d'aver qui luogo l'operato dagli Austriaci nella notte precedente il giorno della Pentecoste, allorchè, come dissi, vollero aprirsi una strada al mare. Col benefizio d'una pioggia arrivarono essi al convento della Misericordia dei padri riformati sopra la costa di Rivaruolo, distante da Genova quattro buone miglia. Quivitrovati solamente sessanta uomini di milizie del paese, quando ve ne dovevano essere quattrocento, con facilità se ne impadronirono. Pervenuta tal notizia sul far del giorno in Genova, furono immediatamente chiuse le porte, affinchè niuno potesse portare al nimico la notizia di quanto s'era per operare, come altre volte era avvenuto. Fece dunque nel dì 21 di maggio ilduca di Bouflersfare una sortita di più corpi di truppe, parte regolate e parte paesane, destinate a sloggiare dal convento suddetto gli Austriaci. Gran fuoco vi fu, e già questi cedevano, quando sopraggiunti in aiuto secento granatieri piemontesi, costrinsero alla ritirata i Gallo-Liguri, i quali poi non negarono di aver perduto trecento venticinque soldati, oltre al signor de la Faye, rinomato ingegnere franzese, e un capitano di granatieri. Restò anche prigione dei Piemontesi il signor Francesco Grimaldi colonnello, che, ingannato dalle loro coccarde, disavvedutamente si trovò in mezzo d'essi. Fecero i Genovesi ascendere circa ad ottocento la perdita degli Austriaci fra morti, feriti e prigioni; ma io non mi fo mallevadore di questo. Tentarono anche gl'Inglesi di far provare a Genova gli effetti della loro nemistà con mettersi a scagliar bombe dalla parte del mare. Ma queste non giugnevano mai a terra, perchè troppo lungi erano tenute le palandre dalla grossa artiglieria disposta sul molo e sul porto: laonde molto non durò quella scena. Le nuove intanto provenienti da quella città parlavano di tante centinaia o migliaia di Gallispani colà o nella riviera di Levante di mano in mano arrivati, che avrebbero formato un possente esercito, capace di sconcertar tutte le misure de' Tedeschi. Ma questi furono desiderii, e non fatti. Con tutti nondimeno i loro sforzi, non poterono mai gli assedianti piantare alcun cannone o mortaio che molestasse la città, nè occupare pur uno d'essi posti avanzati, muniti dai Genovesi, come il monte dei due Fratelli, Sperone, Granarolo,Monte Moro, Tenaglia, la Concezione, San Benigno, oltre a Belvedere, e alla lunghissima e forte trincea che da questo ultimo monte si stendeva sino al mare, e inchiudeva Conigliano con profondo fosso pieno d'acqua. Unanime e ben fornito di coraggio era tutto il popolo della città per difenderla. Le compagnie de' cadetti nobili, de' mercatanti e delle varie arti col loro uniforme, anche sfarzoso, e fin le persone religiose per comando del governo accorrevano per far le guardie, massimamente al monistero e luoghi dove si custodivano i tanti uffiziali e soldati prigioni. Di questi ultimi non pochi presero partito, e insieme coi disertori tedeschi, i quali andavano sopravvenendo, furono spediti a Napoli. Al pari anche delle milizie regolate fecero di grandi prodezze in assaissimi luoghi i paesani genovesi.S'avvide in fine ilgenerale Schulemburgche maniera non restava di poter prevalere contro la città dalla parte della Polcevera; e però tenuto consiglio, fu da tutti conchiuso di volgere le lor forze alla parte del Levante, cioè alla valle del Bisagno: sito, dove minori sono le fortificazioni, e più facile potrebbe riuscire di offendere la città. Pertanto nella notte e mattina del dì 13 di giugno, dopo avere ordinati alcuni falsi assalti dalla parte della Polcevera, e superati con perdita di poca gente varii trincieramenti, improvvisamente calarono gli Austriaci con bell'ordine a quella volta, e venne lor fatto d'impadronirsi di varii posti, lontani nondimeno circa quattro miglia da Genova, arrivando sino alla spiaggia di Sturla e del mare, essendosi ritirati i Genovesi, con cedere alla superiorità delle forze nemiche. Tentarono essi di penetrare nel colle della Madonna del Monte e ne furono rispinti con loro danno, siccome ancora dal colle d'Albaro, dove stavano ben trincierati i Gallo-Liguri. In questi medesimi giorni i Gallispani, dopo avere in addietro con poca fatica obbligato alla resa il forte di Monte-Albano,ed impreso l'assedio del castello di Villafranca, anche di questo si renderono padroni, con aver fatti prigionieri alquanti battaglioni piemontesi. Passarono dipoi verso Ventimiglia, dove si trovava ilgenerale Leutroncon venticinque battaglioni, per contrastar loro il passo; ma accortosi questi che i nemici prendevano la via per la montagna di Saorgio, a fine di tagliargli la ritirata, prevenne il loro disegno, con lasciar solamente trecento uomini nel castello di quella città. Fece poscia quel tenue presidio sì bella difesa, che solamente nel dì 2 di luglio dopo essere stato rovinato tutto esso castello dalle cannonate e bombe, si rendè a discrezione prigioniere de' vincitori. Avendo preveduto per tempo ilduca di Bouflersil disegno degli Austriaci di passare in Bisagno, s'era portato con varii suoi ingegneri alla visita di quel sito; e trovato che il monte detto di Fasce era a proposito per impedire il maggiore avvicinamento dei nemici, avea ordinato che mille e cinquecento lavoratori vi alzassero de' buoni trincieramenti, e che vi si piantasse una batteria di cannoni, destinando alla guardia di posto di tanta importanza il valore di settecento Spagnuoli. Da che furono postati in Bisagno gli Austriaco-Sardi, seguirono varie sanguinose azioni, dal racconto delle quali mi dispenserò, non essendo mio istituto di farne il diario, bastandomi di dire che dall'incessante fuoco de' Genovesi furono obbligati i nemici a rilasciare alcuno degli occupati posti, e a retrocedere, allorchè tentarono di occuparne degli altri. Mandò anche ordine il duca di Bouflers che un buon corpo di Franzesi e Spagnuoli pervenuti dalla Corsica alla Spezia, unito con secento paesani, si tenesse in vicinanza di Sturla, per impedire a' nemici lo stendersi ai danni della riviera di Levante.Le speranze intanto dell'armata austriaca erano riposte nell'arrivo di grosse artiglierie e mortai, parte de' quali già stava preparata in Sestri di ponente,condotta da Alessandria, e un'altra dovea venire da Savona. Non mancarono i vascelli inglesi di accorrere colà per farne il trasporto; ma allorchè vollero sbarcare que' bronzi a Sturla, accorsero due galere genovesi, che spingendo avanti un pontone, dove erano alquante colubrine, talmente molestarono que' vascelli, che lor convenne ritirarsi in alto, e desistere per allora dallo sbarco. Seguì poi nella notte fra il dì 24 e 25 di giugno una calda azione. Perciocchè, calato con grosso corpo di truppe dal monte delle Fasce il signor Paris Pinelli, per isloggiar da quelle falde gli Austriaci che si erano postati in due siti, gli riuscì bensì di rovesciar que' picchetti; ma, accorso un potente rinforzo di Tedeschi, fu obbligata la sua gente a retrocedere. Essendo restata a lui preclusa la ritirata, dimandò quartiere; ma que' barbari inumanamente gli troncarono il capo. Era egli cavaliere di Malta, e da Malta appunto era venuto apposta per assistere alla difesa della patria. Portata questa nuova al generale Pinelli suo fratello, che stava alla Scofferra, talmente si lasciò trasportare dall'eccesso del dolore e della rabbia, che con una maggior crudeltà volle compensar l'altra, levando di vita due bassi uffiziali tedeschi, dimoranti prigioni presso di lui. Il corpo dell'ucciso giovane richiesto agli Austriaci, e portato a Genova, co' maggiori militari onori fu condotto alla sepoltura. Altro, come dissi, non restava all'armata austriaca, che di ricevere un buon treno d'artiglierie, mortai e bombe, lusingandosi che, con alzar buone batterie, si potrebbero avanzar più oltre, e giugnere almeno a fulminar parte della città con una tempesta di bombe: il che se mai fosse avvenuto, parea non improbabile che i Genovesi avessero potuto accudire a qualche trattato. Ma queste erano lusinghe, trovandosi le loro armi tre o quattro miglia lontane da Genova, e con più siti avanzati che coprivano la città, e guerniti di difensori che non conoscevano paura.Vennero infatti, nonostante l'opposizion de' Genovesi, cannoni e mortai; furono sbarcati; si alzarono batterie: con che allora gli assedianti si tennero in pugno la conquista di Genova. Anzi è da avvertire, che portata da un uffiziale a Vienna la nuova della discesa in Bisagno, ossia che quell'uffiziale spalancasse la bocca, oppure che a dismisura si amplificassero le conseguenze di tale azione, senza saper bene la positura di quegli affari; certo è che nella corte imperiale sì fattamente prevalse la speranza di quel grande acquisto, che di giorno in giorno si aspettava l'arrivo de' corrieri apportatori di sì dolce nuova, e si giunse fino a spedir fuori per qualche miglio i lacchè, acciocchè, sentito il suono delle liete cornette, frettolosamente ne riportassero l'avviso alle cesaree loro maestà. Non tardarono molto a disingannarsi.Un giuoco, che non si sapeva intendere in questi tempi, era il contegno dei Franzesi, e molto più degli Spagnuoli, fra i quali compariva una concordia che insieme potea dirsi discordia. Erano venuti a Mentone l'infantedon Filippoe ilduca di Modena. Ognun si credea, e per fermo lo tenevano i Genovesi, che quel corpo di Gallispani, lasciando bloccato il castello di Ventimiglia, proseguirebbe alla volta di Savona, anzi si faceva, ma senza fondamento, già pervenuto ad Oneglia: quando all'improvviso fu veduto retrocedere al Varo. Chi dicea, per unirsi col corpo maggiore dell'armata, comandata dalmaresciallo di Bellislee dalmarchese de las Minas; e chi per prendere la via dei monti di Tenda, e passar nella valle di Demont, allorchè il nerbo maggiore degli altri Gallispani fosse penetrato colà. Certo è che da un turbine erano minacciati gli Stati del re di Sardegna; perchè, congiunte che fossero l'armi franzesi e spagnuole, trovavansi superiori di molto quelle forze alle sue. Il perchè sul fine di giugno, o principio di luglio, fu spedito il giovane marchese d'Ormea al generale Sculemburg, per rappresentargli l'urgentebisogno che avea il re di richiamar le sue truppe dall'assedio di Genova, per valersene alla propria difesa. Gran dire fu nell'armata austriaca per questa novità, parendo a quegli uffiziali che fosse tolta loro di bocca la conquista di quella città: cotanto s'erano isperanziti per la venuta delle bombe e de' mortai. Sparlarono però non poco del re di Sardegna, quasi che fra lui e i Franzesi passassero intelligenze, quando chiarissimo era il motivo di rivoler quelle milizie. Trovavasi l'esercito austriaco assai estenuato tanto per le morti della gente perita nelle moltissime passate baruffe, quanto per la disertata, e per l'altra mancata di malattie e di stenti. Perciocchè, nulla trovando essi fra quegli sterili dirupi, tutto conveniva far passare colà dalla Lombardia pel vitto, per le munizioni da guerra e foraggi. E tali trasporti non di rado con varii impedimenti e dilazioni a cagion de' tempi, delle strade difficoltose e del rompersi le carrette, che interrompevano il corso delle susseguenti, di maniera che giorno vi fu in cui si penò ad aver la pagnotta. Gran parte ancora delle tante carrette a quattro cavalli, provvedute dallo Stato di Milano, andò a male.A tale stato ridotte le cose, e sminuite le forze per la richiesta retrocession de' Piemontesi, conobbe il conte di Sculemburg generale austriaco la necessità di levare il campo; e tanto più, perchè andavano di tanto in tanto giugnendo per mare a Genova nuove truppe di Francia, ed alcune di Spagna. Pertanto colla maggior saviezza possibile nel dì 2 di luglio, giorno della Visitazione della Vergine santissima, cominciò egli a spedire in Lombardia gli equipaggi, attrezzi militari, malati e vivandieri. Rimbarcarono gl'Inglesi le artiglierie; parte dei Piemontesi s'inviò verso Sestri di ponente per passare in barche alla volta di Savona. Siccome questi movimenti non si poteano occultare, così cagion furono di voce sparsa per l'Italia, che gli Austriaci nel dì 4 delsuddetto mese di luglio avessero sciolto l'assedio di Genova. La verità si è, che essi solamente nella notte scura precedente al dì 6 marciarono alla sordina verso le alture dei monti, e sospirando si ridussero in Lombardia, prendendo poi riposo a Gavi, Novi ed altri siti, ancorchè più giorni passassero prima che avessero abbandonati tutti i dianzi occupati posti. Non vi fu chi gl'inseguisse o molestasse, perchè bastava ai Genovesi per un'insigne vittoria l'allontanamento di sì fieri nemici, con restar essi padroni del campo. S'aggiunse in oltre un fastidioso accidente, che arenò qualunque risoluzione che si potesse o volesse prendere da loro in quell'emergente. Pochi dì prima era caduto infermo ilduca di Bouflers. Fu creduta sul principio dai medici scarlattina la sua febbre, ma venne poi scoprendosi che era vaiuolo, e di sì perniciosa qualità, che nel dì 3 di luglio il fece passare all'altra vita. Non si può esprimere il cordoglio che provarono per colpo sì funesto i Genovesi: tanta era la stima e l'amore ch'essi aveano conceputo per così degno cavaliere, stante la gloriosa forma del suo contegno, e il mirabil suo zelo per la lor difesa e salute. Il piansero come fosse mancato un loro padre, e con sontuose esequie diedero l'ultimo addio al suo corpo, ma non già alla memoria di lui.Ora, trovandosi il popolo di Genova liberato da quella furiosa tempesta, chi può dire quai risalti d'allegrezza fossero i suoi? Erano ben giusti. Le lettere procedenti di là in addietro portavano sempre che nulla mancava loro di provvisioni da vivere. Vennesi poi scoprendo, che dopo la calata de' nemici in Bisagno erano stranamente cresciute le loro angustie, giacchè per terra nulla più riceveano, e gravi difficoltà s'incontravano a ricavarne per mare, a cagion de' vascelli inglesi sempre in aguato per far loro del male; e la città si trovava colma di gente, essendosi colà rifugiate migliaia di contadini, spogliati tutti d'ogni loro avere.Parimente si seppe essere costata di molto la lor difesa per tante azioni, dove aveano sacrificate le lor vite assaissimi Gallispani e nazionali. Ma in fine tutto fu bene speso. Era risonato, maggiormente risonò per tutta l'Italia, anzi per tutta l'Europa, il nome de' Genovesi, per aver sì gloriosamente e con tanto valore ricuperata e sostenuta la loro libertà. Uscì poscia chi volle de' nobili e del popolo, per visitare i siti già occupati dai nemici. Trovarono dappertutto, cioè in un circondario di moltissime miglia, un lacrimevole teatro di miserie ed un orrido deserto. Le tante migliaia di case, palazzi e giardini per sì gran tratto ne' contorni, già nobile ornamento di quella magnifica città, spiravano ora solamente orrore, perchè alcuni incendiati, e gli altri disfatti; le chiese e i monisteri profanati e spogliati di tutti i sacri vasi e arredi. Per non far inorridire i lettori, mi astengo io dal riferire le varie maniere di barbarie praticate in tal congiuntura dai bestiali Croati contro uomini, donne, fanciulli, preti e frati: il che fu cagione che anche i paesani genovesi talvolta infierissero contra di loro. Seguirono senza dubbio tante crudeltà contro il volere della clementissima imperadrice; ma non è già onore dell'inclinata nazione germanica l'essersi in questa occasione dimenticata cotanto d'essere seguace di Cristo Signor nostro. Niun movimento, siccome dissi, fecero per molti giorni i Franzesi e Genovesi contra de' Tedeschi, a riserva d'un'irruzione fatta da alcune centinaia di que' montanari ne' feudi imperiali del conte Girolamo Fieschi in vale di Scrivia, dove diedero il sacco, e poscia il fuoco a quelle castella e case. Ma saputasi questa enorme ostilità in Genova, condannò quel governo come masnadieri e ladri coloro che senza autorità aveano tanto osato contra feudi dell'imperio: laonde cessò da lì innanzi tale insolenza.Aveano in questo mentre adunate i Franzesi di molte forze in Delfinato e Provenza, ma senza che s'intendesseroi misteri degli Spagnuoli; i quali tuttochè stessero in quelle parti, pure niuna voglia mostravano di concorrere nei disegni degli altri. Erasi il grosso delle milizie del re di Sardegna accampato parte a Pinerolo e parte a Cuneo, e in altri luoghi della valle di Demont, con esser anche accorse colà in aiuto suo non poche truppe austriache: giacchè quest'ultimo si giudicava il sito più pericoloso ed esposto alla calata de' Franzesi, restando per altro incerto a qual parte tendessero i loro tentativi, e il tanto loro andare qua e là rodando per quelle parti. Non lasciò esso re di guernire di gente anche gli altri passi dell'Alpi, per li quali si potessero temere i loro insulti. Uno fra gli altri fu quello di Colle dell'Assietta fra Exiles e le Fenestrelle: posto considerabile, perchè, superato esso, si passava a dirittura verso di Pinerolo e Torino. E questo appunto venne scelto dalcavalier di Bellisle, fratello del maresciallo, e luogotenente generale nell'armata di Francia, per superarlo, giudicando assai facile l'impresa per le notizie avute che alla guardia di que' trincieramenti non istessero se non otto battaglioni piemontesi fra truppe regolate e Valdesi. Dicono ch'egli avesse circa quaranta battaglioni, parte de' quali fu spedita a prendere varii siti all'intorno, affinchè, se il colpo veniva fatto, niuno de' Piemontesi potesse colla fuga salvarsi. Stava all'erta ilconte di Bricherasco, tenente generale del re di Sardegna, deputato alla custodia di quell'importante passo, e a tempo gli arrivò un rinforzo di due o pur tre battaglioni austriaci, comandati dal generaleconte Colloredo. Alle ore quindici dunque del dì 19 di luglio vennero i Franzesi, divisi in tre colonne, all'assalto della Assietta con alquanti piccioli cannoni (niuno ne aveano i Piemontesi) e cominciarono parte a salire, parte ad arrampicarsi per quell'erta montagna. Vollero alcuni sostenere, che nella precedente notte fosse ivi nevicato, onde stentassero i Franzesi a tenersi ritti, e maneggiarsinella salita; ma non fu creduto, perchè poco prudente sarebbe sembrata in circostanza tale la risoluzione del Bellisle. E pure questa fu verità. Per tre volte i Franzesi divisi in tre colonne, non ostante il loro grande disavantaggio, andarono bravamente all'assalto, e sempre furono con grave loro perdita o uccisi, o feriti, o rotolati al basso. Fremeva, nè sapeva darsi pace di tanta resistenza e di sì infelice successo, il cavalier di Bellisle; e però impaziente, a fine di animar la sua gente ad un nuovo assalto, si mise egli alla testa di tutti, e salito sino alle barricate nemiche, quivi arditamente piantò una bandiera, credendo che niuno de' suoi farebbe meno di lui. Quando eccoti un colpo di fucile, per cui restò ferito, e poscia un colpo di baionetta che lo stese morto a terra. Il valore e coraggio bella lode è ancora de' generali di armata, ma non mai la temerità; perchè la conservazion della lor vita è interesse di tutto l'esercito. Probabilmente non fu molto lodata l'azione d'esso cavaliere uno dei più rinomati e stimati guerrieri che si avesse la Francia, la cui perdita fu generalmente compianta da' suoi. Dopo altri tentativi ebbe fine sul far della notte il conflitto; ed usciti pochi granatieri piemontesi ed austriaci inseguirono colle sciable alla mano fin quasi a Sestrieres i fuggitivi Franzesi. Per sì nobil difesa gran lode conseguirono i due generali conte di Bricherasco e conte Colloredo, e il cavaliere Alciati maggior generale, e il conte Martinenghi brigadiere del re di Sardegna. In fatti fu la vittoria compiuta. Circa secento feriti rimasti sul campo furono fatti prigioni, e fu creduto che la perdita dei Franzesi tra morti, feriti e prigionieri ascendesse a cinque mila persone, fra le quali trecento uffiziali. A poco più di ducento uomini si ristrinse quella de' Piemontesi ed Austriaci; e però con ragione si solennizzò quel trionfo con variiTe Deumper gli Stati del re di Sardegna e in Milano. Fu anche immediatamente celebrato in un elegante poemetto italianodal signor Giuseppe Bartoli, pubblico lettore di lingua greca nell'università di Torino.Quello poi che più fece maravigliar la gente, fu, che quantunque tale percossa bastante non fosse ad infievolire le forze de' Gallispani, pure niun tentativo o movimento fecero da lì innanzi contro le terre del Piemonte, anzi piuttosto furono invase da' Piemontesi alcune contrade della Francia, benchè con poco successo. L'accampamento maggiore del re suddetto, siccome dissi, fu a Cuneo e nella valle di Demont, dove egli medesimo si portò in persona, perchè quivi parea sempre da temersi qualche irruzion de' nemici. Attesero in questi tempi i Genovesi a fortificar varii posti fuor della città, e spezialmente quello della Madonna del Monte, avendo la sperienza fatto loro conoscere quai fossero i pericolosi, e quali gli utili e i necessarii per la loro difesa. Entrata una specie di epidemia fra i tanti contadini, già rifugiati in essa città a ragion de' terrori, fatiche e stenti passati, ne condusse non pochi al sepolcro, e gli stessi cittadini non andarono esenti da molte infermità. Ebbero essi Genovesi in questi medesimi giorni molte vessazioni alla Bastia in Corsica; ma io mi dispenso dal riferire que' piccioli avvenimenti. Nel dì 5 poi di settembre una grossa partita di Gallispani, varcato l'Apennino, scese in valle di Taro del Parmigiano; vi fece alquanti Austriaci prigionieri; intimò le contribuzioni a quel borgo ed altre ville, con asportarne gli ostaggi, e circa mille e cinquecento capi di bestie tra grosse e minute. Per timore che non calassero anche a Bardi e Compiano, essendo accorsi due reggimenti tedeschi, cessò tosto quel turbine. Intanto il re di Sardegna, lungi dal temere che i Gallispani s'inoltrassero per la riviera di Ponente, fece di nuovo occupare dalle sue truppe la città di Ventimiglia, ed imprendere dal barone di Leutron il blocco di quel castello, alla cui difesa era stato posto un gagliardo presidio. Per moltotempo soprintendente al governo di Milano e degli altri Stati austriaci di Lombardia era stato il conteGian-Luca Pallavicinicome plenipotenziario e generale d'artiglieria dell'augustissima imperadrice, cavaliere disinteressato e magnifico in tutte le sue azioni. Fu egli chiamato a Vienna per istanze e calunnie degl'Inglesi, ma, ciò non ostante, promosso al riguardevol posto di governatore perpetuo del castello di Milano. In luogo suo nel dì 19 di settembre pervenne ad essa città di Milano ilconte FerdinandodiHarrach, dichiarato governatore e capitan generale della Lombardia Austriaca. Portò qui seco la rinomanza di una sperimentata saviezza, massimamente negli affari politici, e un complesso di altre belle doti, che fecero sperare a que' popoli un ottimo governo, e tollerabile la perdita che avea fatta dell'altro.Sperava pure la città di Genova dopo tante passate sciagure di godere l'interna calma; e pure un'altra inaspettata si rovesciò sopra d'essa, da che fu passata la metà di settembre. Uno strabocchevole temporale di terra e di mare, con diluvio di pioggia e vento, con fulmini e gragnuola grossissima, talmente tempestò quella città, che ruppe un'immensa copia di vetri delle case, rovesciò non pochi camini e tetti, talmente che parve quivi il dì del finale giudizio. Dominò in oltre un furioso libeccio sul mare, che allagò parte della città, e danneggiò gran copia di quelle case, oltre della rovina degli orti e delle vigne per più miglia. Arrivò verso il fine del mese suddetto a conoscere quell'afflitto popolo ilduca di Richelieu, personaggio di rara attività e di mente vivace, inviato dal re Cristianissimo a comandar l'armi gallispane nel Genovesato. Ascendevano queste, per quanto fu creduto, a quindici mila persone. Un corpo di questa gente venne ad impossessarsi della picciola città di Bobbio, e per la Trebbia arrivò fin presso a Piacenza. Se quel fiume non fosse stato gonfio, avrebbe fatto paura alla tenue guernigione diquella città. Rastrellarono molti bestiami, imposero contribuzioni, presero qualche nobile piacentino per ostaggio. Ma sollevatisi i villani in numero di due e più mila, strinsero circa cento trenta di quei masnadieri, che ristretti in Nibbiano non si vollero arrendere prigioni, se non ad un corpo di truppe regolate tedesche, le quali gli obbligarono a restituire tutto il maltolto. Qualche irruzione ancora seguì nel basso Monferrato, dove essi Gallo-Liguri colsero varii soldati Austriaco-sardi, fecero bottino di bestiami, e preda di drappi e panni, che andavano in Piemonte, oltre all'aver esatte alquante contribuzioni. Fioccarono anche i flagelli sulla bassa Lombardia, perchè la cessata nel precedente verno epidemia de' buoi ripullulò, e crebbe aspramente nel Veronese, Vicentino, Bresciano, in qualche sito del Padovano e del Mantovano di là da Po; e passata nel Ferrarese, quivi diede principio ad un'orrida strage. In oltre il Po soverchiamente ingrossato di acque inondò Adria ed Adriano. Anche l'Adige e la Brenta allagarono parte del Polesine di Rovigo e del Padovano. A tanti guai s'aggiunse di più la scarsezza del raccolto de' grani in molte provincie.Godè Roma all'incontro non solo un'invidiabil tranquillità, ma occasioni eziandio di allegrezze, stante la promozione fatta nel dì 10 d'aprile dal sommo ponteficeBenedetto XIVde' cardinali nominati dalle corone, e in appresso nel dì 5 di luglio ancora del duca di Jorch secondogenito del cattolico re d'Inghilterra Giacomo III. Fu in essa metropoli fabbricata per ordine del re di Portogallo una cappella di tanta ricchezza e di sì raro lavoro, che riuscì di ammirazione ad ognuno. Costò circa cinquecento mila scudi romani, ed imbarcata in questo anno venne trasportata a Lisbona. Maggiori furono i motivi di giubilo nella real corte di Napoli; perciocchè quella regina alle tre della notte precedente il dì 14 di giugno nella villa di Portici diede alla luce un principino, a cui fu posto nelbattesimo il nome diFilippo Antonio Gennaro, ec. Questo regalo fatto da Dio a que' regnanti tanto più si riconobbe prezioso, perchè il re di SpagnaFerdinandonon avea finora veduti frutti del suo matrimonio; e questo germe novello riguardava non meno il re delle Due Sicilie che la monarchia di tutta la Spagna. Quali fossero i risalti di gioia in quella real corte, e nella nobiltà e popolo d'una metropoli tanto copiosa di gente, non si potrebbe dire abbastanza. Grandi feste ed allegrezze per più giorni solennizzarono dipoi questo fortunato avvenimento. Fece il re un dono alla regina di cento mila ducati, e un accrescimento di altri dodici mila annui all'antecedente suo appannaggio. Dalla città e regno fatto fu preparamento a fin di donare a sua maestà un milione per le fasce del nato principino, che fu intitolato duca di Calabria. Partecipò di tali contentezze anche la real corte di Madrid, il cui monarca dichiarò infante di Spagna questo suo real nipote, e fu detto che gli assegnasse anche una pensione annua di quattrocento mila piastre.A due sole considerabili imprese si ridusse la guerra fatta nel presente anno nei Paesi Bassi fra il re Cristianissimo e gli alleati. V'intervenne in persona lo stesso re, il cui potentissimo esercito era di gran lunga superiore a quello dei nemici. Nel dì 2 di luglio si trovarono a vista le due armate fra Mastricht e Tongres. Attaccarono i Franzesi la zuffa coll'ala sinistra de' collegati, composta d'Inglesi, Hannoveriani, ed Assiani, i quali fecero una mirabil resistenza nel villaggio di Laffeld, con farne costare ben caro l'acquisto ad essi Franzesi. Il valorosoconte di Sassoniamaresciallo generale di Francia, veggendo più volte rispinti i suoi, entrò egli stesso con altro nerbo di gente nella mischia, e finalmente gli riuscì di far battere la ritirata ai nemici e d'inseguirli. Intervenne a sì calda azione ilduca di Cumberland, secondogenito del re britannico e generale delle sue armi,e con tale ardore, che corse gran pericolo di sua vita. Per difenderlo si espose ad ogni maggior cimento ilgenerale Ligonier, comandante dell'armata sotto di lui, con restar per questo prigioniere dei Franzesi. Poco ebbero parte in questo conflitto il centro e l'ala dritta d'essi collegati, composta d'Austriaci ed Olandesi, i quali ultimi nondimeno vi perderono molta gente. Peraltro ragione ebbero i Franzesi di cantare la vittoria tuttochè comperata con molto loro sangue, perchè rimasero padroni del campo; fecero mille secento prigioni; acquistarono trentatre cannoni, quattordici tra bandiere e stendardi; e colti sul campo circa due mila feriti degli alleati, li condussero negli spedali franzesi. Fu detto che intorno a tre mila de' collegati e più di tre mila dei Franzesi vi restassero estinti. Ritirossi l'armata d'essi alleati di là dalla Mosa, e finchè il re si fermò in quelle parti, non osò di ripassar quel fiume.L'altra anche più sonora impresa fu quella dell'assedio d'una piazza fortissima impreso dai Franzesi; giacchè nella positura delle cose osso troppo duro forse comparve Mastricht da essi minacciato. Città del Brabante olandese è Bergh-op-Zoom, considerata per una delle fortezze inespugnabili, parte per la situazione sua sopra un'altura in vicinanza del mare, con cui comunica mediante un canale, e a cagion di alcune paludi che ne rendono difficile l'accesso; e parte per le tante sue fortificazioni, oltre ad alcuni forti e ridotti sino al mare, da dove può ricevere soccorsi. Il celebre duca di Parma Alessandro Farnese nel 1588, il marchese Spinola nel 1622 indarno l'assediarono. Fu poi da lì innanzi maggiormente fortificata. Niuno di questi riguardi potè trattenere la bravura franzese dall'imprenderne l'assedio, e dall'aprir la trincea nella notte del dì 15 venendo il di 16 di luglio. Alconte di Lowendhaltenente generale del re, uffiziale di distinto valore e perizia nell'arte militare, fu appoggiata questa impresa. Dopo l'assediomemorabile della fortissima città di Friburgo, altro non si vide più difficile e strepitoso di questo. Perciocchè nelle linee contigue ad esso Bergh-op-Zoom, e fra le paludi e la costa del mare, si postò ilprincipe di Hildburghausencon circa venti mila soldati, da dove non potè mai essere rimosso; di modo che durante l'assedio potè sempre quella fortezza essere di mano in mano soccorsa con truppe fresche, e provveduta di quante munizioni da bocca e da guerra andavano occorrendo. Come superare una piazza a cui nulla mancava, e il cui presidio potea fare sortite frequenti, con sicurezza di essere d'ogni sua perdita rifatto? Ma niuna di queste difficoltà ritener potè l'ardire de' Franzesi. Sì dall'una che dall'altra parte si cominciò a giocare di cannonate, di bombe, di mine; e i lavori d'una settimana vennero talvolta rovesciati in un'ora. Tanto le offese costarono gran sangue, ma incomparabilmente più dal canto degli assedianti.Progredì così lungamente questo assedio, che i Franzesi sfornirono di polve da fuoco e di altre munizioni tutte le loro piazze circonvicine; e intanto stavano dappertutto sulle spine i parziali e i novellisti per l'incertezza dell'esito di sì pertinace assedio. Di grandi apparenze vi furono che sarebbero in fine costretti i Franzesi a ritirarsi; ma differentemente si dichiarò la fortuna, perchè ancor questa appunto intervenne a decidere quella quistione. Erano già fatte breccie in due bastioni e in una mezzaluna, e queste imperfette, o certamente non credute praticabili: quando il generale conte di Lowendhal determinò di venire all'assalto. Ammannite dunque tutte le occorrenti truppe all'esecuzione di sì pericoloso cimento, sul far del dì 16 di settembre, dato il segno con lo sparo di tutti i mortai a bombe, andarono coraggiosamente all'assalto: impresa che non si suole effettuare senza grave spargimento di sangue. Ma quello non fu un assalto, fu una sorpresa. Detto fu che iFranzesi per buona ventura o per tradimento s'introducessero segretamente nella città per una galleria esistente sotto un bastione, e mal custodita da quei di dentro. La verità si è, che altro non avendo trovato alla difesa delle breccie che le guardie ordinarie, con poca perdita e fatica salirono, ed impadronitisi de' bastioni e di due porte della città, quindi passarono alla volta della guernigione, la quale raccolta tanto nella piazza, quanto in varie contrade, fece una vigorosa resistenza, finchè, veggendosi sopraffatta dagli aggressori, che si andavano vieppiù ingrossando, e venendo qualche casa incendiata parte d'essa ebbe maniera di ritirarsi, sempre combattendo, fuori della porta di Steenbergue. Corse fama che il conte di Lowendhal avesse dati buoni ordini, e prese le misure, affinchè la misera città rimanesse esente dal sacco. Checchessia, i volontarii lo cominciarono, e gli tennero loro dietro, senza risparmiare alcuno di quegli eccessi che in sì fatti furori sogliono i militari, non più cristiani, non più uomini, commettere. Si salvarono in questa confusione i principi d'Assia e d'Anhalt, e il generale Constrom; ma non poca parte di quel presidio rimase o tagliata a pezzi dagl'infuriati assalitori, o fatta prigioniera.Nè qui terminarono le conseguenze di giorno cotanto favorevole a' Franzesi. Il campo del principe d'Hildburgausen, afforzato nelle linee presso di Bergh-op-Zoom, all'intendere presa la città, e alla comparsa de' fuggitivi, altro consiglio non seppe prendere, se non quello di dar tosto alle gambe, lasciando indietro equipaggi, tende, artiglierie e fasci di fucili. Tutto andò a ruba, nè vi fu soldato franzese che non arricchisse. Videsi nondimeno lettera stampata che negava questo abbandono di bagagli e fucili, a riserva di un reggimento, il quale amò meglio di mettere in salvo i suoi malati che i suoi equipaggi. Oltre a ciò, non perdè tempo il conte di Lowendhal aspedire armati, per intimare la resa ai forti di Rover, Mormont e Pinsen, che non si fecero molto pregare ad aprir le porte, con restar prigionieri que' presidii. Trovandosi ancora in quel porto diecisette bastimenti con assai munizioni da guerra e da bocca, che per la marea contraria non poterono salvarsi, furono obbligati dalle minaccie de' cannoni ad arrendersi. Se si ha da credere a' Franzesi, quasi cinque mila soldati tra uccisi e prigionieri costò quella giornata agli alleati; due sole o tre centinaia ad essi. Oltre ai semplici soldati, gran copia di uffiziali rimasero ivi prigioni. Prodigiosa fu la preda ivi trovata, e spettante al re, cioè più di ducento cinquanta cannoni, la metà de' quali di grosso calibro, quasi cento mortai, qualche migliaio di fucili, ed altri militari attrezzi, e magazzini a dismisura abbondanti di polve da fuoco, di granate, di abiti, di scarpe, panni, ec. Un pezzo poi si andò disputando per sapere qual destino avesse facilitata cotanto la caduta di sì forte piazza, in cui nulla si desiderava per resistere più lungamente, e fors'anche per render vano in fine ogni tentativo degli assedianti. In fine fu conchiuso, essere ciò proceduto dalla poco cautela del Constrom, il quale non si figurò che le imperfette breccie abbisognassero di maggior copia di guardie. Contra di lui fu poi fulminata sentenza di morte; ma salvollo il riguardo alla sua rispettabil vecchiaia. La risposta del re Cristianissimo alla lettera del conte di Lowendhal, recante sì cara nuova, fu di dichiararlo maresciallo, con vedersi poi in Francia un raro avvenimento, cioè due stranieri, primarii e gloriosi condottieri delle armate di quella potentissima corona. Passarono, ciò fatto, le truppe comandate da esso conte a mettere l'assedio al forte di Lillò, e ad alcuni altri pochi di minor considerazione, per liberare affatto il corso della Schelda: nè tardarono a costringere alla resa il Forte-Federigo, e quindi esso Lillò nel dì 12 d'ottobre, coll'acquisto di quasicento pezzi d'artiglieria, e con farvi prigioniera la guarnigione di ottocento soldati. Gran gioia dovette essere quella di Anversa al veder come liberato da quei nemici forti il corso del loro fiume.In Italia ebbero fine le militari imprese con quella di Ventimiglia. Già si era impadronito d'essa città il generale piemontesebarone di Leutron, e da varie settimane teneva strettamente bloccato quel forte castello. Segreti avvisi pervennero ai generali gallispani, esistenti in Nizza, che già si trovava in agonia quella fortezza, e se in pochi dì non giugneva soccorso, il comandante, per mancanza di munizioni e viveri, dovea rendere la piazza e sè stesso al re di Sardegna. Però la maggior parte dell'armata gallispana si mise in marcia a quella volta col marescialloduca di Bellisle, e col generale spagnuolomarchese della Mina. Vollero del pari intervenire a questa scena l'infantedon Filippoe ilduca di Modena. Erasi a dismisura afforzato con trince e barricate il barone di Leutron al per altro difficilissimo passo de' Balzi Rossi di là da Ventimiglia. Non osarono i Franzesi di assalir per fronte un sito sì ben difeso dalla natura e dall'arte, e in sole picciole scaramuccie impiegarono due giornate. Ma nella terza, cioè nel dì 20 di ottobre, ben informato il sopraddetto barone della superiorità delle forze nemiche, e che essi Gallispani si erano stesi per l'alto della montagna con intenzione di venirgli alle spalle, benchè forte di venticinque battaglioni, prese la risoluzione di ritirarsi: il che fu con buon ordine da lui eseguito. Uscì anche il presidio franzese del castello, per secondare lo sforzo di chi veniva in soccorso; e però la città, dove si trovavano o s'erano rifugiati alquanti Piemontesi, tardò poco ad aprir le porte. Finì questa faccenda colla liberazion di que' luoghi, e colla prigionia di forse cinquecento Piemontesi. Ritirossi il Leutron a Dolce-Acqua e alla Bordighera; e rotti i ponti sul fiume, quivi si trincierò. L'armata gallispana,dopo aver ben provveduto quel castello di nuova gente, vettovaglie e munizioni da guerra, e lasciato grosso presidio nella stessa città di Ventimiglia, se ne tornò a cercar quartiere di verno e riposo, parte in Provenza e Linguadoca, e parte in Savoia, con passare a Sciambery anche il suddetto infante col duca di Modena. Circa questi tempi ilduca di Richelieuricuperò il posto della Bocchetta di Genova, e attese a fortificare i luoghi più importanti della riviera di Levante, che parevano minacciati da qualche irruzion de' Tedeschi. Ad altro nondimeno allora non pensavano gli Austriaci, se non a ristorarsi ne' quartieri presi in Lombardia, dopo tante fatiche e disagi patiti per quasi due anni senza mai prendere riposo. E perciocchè nel dì 15 di settembre due coralline genovesi furono predate dagl'Inglesi sotto il cannone di Viareggio, senza che quel forte le difendesse, rimase esposta la repubblica di Lucca a gravi minaccie e pretensioni del suddetto duca di Richelieu. Non arrivò il pubblico ad intendere come tal pendenza si acconciasse. Negli ultimi mesi ancora dell'anno presente si videro di nuovo lusingati i popoli con isperanze di pace, giacchè si stabilì fra i potentati guerreggianti un congresso da tenersi in Aquisgrana, non parendo più sicura Bredà, e furono dal re Cristianissimo chiesti i passaporti per li suoi ministri, e per quei di Genova e del duca di Modena. Si teneva per fermo che fossero spianati alcuni punti scabrosi nei gabinetti di Francia e d'Inghilterra, al vedere già preso per mediator della pace il re di Portogallo, che destinò a quel congresso don Luigi d'Acugna suo ministro. Ma si giunse al fine dell'anno con restar tuttavia ambidue le voglie di pace nelle potenze guerreggianti, ed incerto, se il congresso suddetto fosse o non fosse un'illusione de' poveri popoli. Nè si dee tacere una strana metamorfosi avvenuta nelle Provincie Unite, dove pei potenti soffii della corte britannica,e per le parzialità dei popolari, non solamente fu dichiarato statolder il principe d'Oranges e di NassauGuglielmo, genero del re d'Inghilterra, ma statolder perpetuo; nè solamente egli, ma anche la sua discendenza tanto maschile che femminile. Parve ad alcuni di osservare in tanta novità il principio di grandi mutazioni per l'avvenire nel governo di quella repubblica, considerando essi che anche a Giulio Cesare bastò il titolo didittatore perpetuo; e che avendo in sua mano tulle le armi della romana repubblica, senza titolo di re, potea fare e faceva da re. Ma i soli profeti, che sono ispirati da Dio, han giurisdizione sulle tenebre de' tempi avvenire.
Furono alquanto lieti i principii dell'anno presente, perchè gli accorti monarchi fecero vedere in lontananza agli afflitti lor popoli un'iride di pace come vicina. Imperciocchè si mirò destinata Bredà in Olanda per luogo del congresso, e spediti plenipotenzarii per trattarne, e convenire delle condizioni. La gente, credula alle tante menzogne delle gazzette, si figurava già segretamente accordati Franzesi, Spagnuoli ed Inglesi nei preliminari; e a momenti aspettava la dichiarazione di un armistizio, cioè un foriere dello smaltimento delle minori difficoltà, per istabilire una piena concordia. Ma poco si stette a conoscere, che tante belle sparate di desiderar la pace ad altro non sembravano dirette che a rovesciare sulla parte contraria la colpa di volere continuata la guerra, onde presso i proprii popoli restasse giustificata la continuazion degli aggravii, e tollerati i danni procedenti dal maneggio di tante armi. Trovaronsi in effetto inciampi sul primo gradino. Cioè si misero in testa i Franzesi di non ammettere al congresso i plenipotenziariidell'imperadore, perchè non riconosciuto tale da essi; nè della regina d'Ungheria, per non darle il titolo a lei dovuto d'imperatrice; nè del re di Sardegna, perchè non v'era guerra dichiarata contra di lui. Tuttavia non avrebbe tal pretensione impedito il progresso della pace, se veramente sincera voglia di pace fosse allignata in cuore di que' potentati; perchè avrebbero (come in fatti si pretese) potuto i ministri di Francia, Inghilterra ed Olanda comunicar tutte le proposizioni e negoziati ai ministri non intervenienti; e convenuto che si fosse dei punti massicci, ognun poscia avrebbe fatta la sua figura nelle sessioni. Ma costume è dei monarchi, i quali tuttavia si sentono bene in forze, di cercar anche la pace per isperanza di guadagnar più con essa che coll'incerto avvenimento dell'armi. Alte perciò erano le pretensioni di ciascuna delle parti, e in vece di appressarsi, parve che sempre più si allontanassero quei gran politici. Ciò che di poi cagionò maraviglia, fu il vedere che nè pure al signor di Mancanas, plenipotenziario di Spagna, fu conceduto l'accesso ai congressi, quando le apparenze portavano, che le corti di Versaglies e Madrid passassero di concerto, e fosse tornata fra loro una perfetta armonia. Veramente il cannocchiale degl'Italiani non arrivava in questi tempi a discernere le mire ed intenzioni arcane del gabinetto di Madrid. Le truppe di quella corona seguitavano a fermarsi in Aix di Provenza, senza che apparisse se le medesime si unissero mai daddovero colle franzesi, benchè si scrivesse che le spalleggiassero, allorchè, siccome diremo, obbligarono i nemici a retrocedere. Ne fu poi ordinata una non lieve riforma, e il resto andò a svernare in Linguadoca, con prendere riposo l'infantedon Filippoe ilduca di Modenain Mompellieri. Nel medesimo tempo si attendeva forte in Madrid al risparmio per rimettere, come si diceva, in migliore stato l'impoverito regno, annullando spezialmente le tante pensioni concedutedal re defunto; e pur dicevasi, farsi leva di nuove milizie per ispedirle in Provenza. Fluttuava del pari anche la repubblica d'Olanda fra due opposti desiderii, cioè quello di non entrare in guerra dichiarata contro la Francia, minacciante oramai i di lei confini; e l'altro di mettere una volta freno dopo tante conquiste agli ulteriori progressi di quella formidabil potenza. La conclusione intanto fu, che ognun depose per ora il pensier della pace; giacchè quei soli daddovero la chieggono che son depressi, e non si sentono più in lena per continuare la guerra.
Passarono il gennaio in Provenza gli Austriaco-Sardi, ma in cattiva osteria, combattendo più co' disagi che co' Franzesi, i quali andavano schivando le zuffe, sperando poi di rifarsi allorchè fossero giunte le numerose brigate di Fiandra. Bisognava che quell'armata aspettasse la sussistenza sua in maggior parte dal mare, venendo spedite le provvisioni per uomini, cavalli e muli da Livorno, Villafranca e Sardegna. Ma il mare è una bestia indiscreta, massimamente in tempo di verno. Però, tardando alle volte l'arrivo de' viveri, uomini e cavalli rimanevano in gravi stenti; e giorno vi fu che convenne passarlo senza pane. Tutto il commestibile costava un occhio non osando i paesani di portarne, o facendolo pagar carissimo, se ne portavano. Soffiarono talvolta sì orridi venti, che i soldati sull'alto della montagna nè pur poteano accendere o tener acceso il fuoco. Trovavansi anche non pochi di loro senza scarpe e camicie, da che s'erano perduti i magazzini di Genova. Ora tanti patimenti cagion furono che entrò nell'esercito un fiero influsso di diserzione, fuggendo chi potea alla volta di Tolone, dove speravano miglior trattamento. Tanti ne arrivarono colà, che il comandante della città non volle più ammetterli entro d'essa per saggia sua precauzione. Caddero altri infermi, e conveniva trasportarli fino a Nizza, per dar luogo ad essi negli spedali della Riviera. Per quindicidì que' cavalli e muli non videro fieno o paglia, campando massimamente con pane e biada, e questa anche scarsa alle volte. Chi spacciò che furono forzati a cibarsi delle amare foglie degli ulivi, dovette figurarsi che i cavalli fossero capre. Arrivò la buona gente fino a credere che que' cavalli per la soverchia fame mangiassero la minuta ghiaia del lido del mare, senza avvedersi che queste erano iperboli o finzioni di chi si prende giuoco della stolta credulità altrui. Quel che è certo, non pochi furono i cavalli e muli che quivi lasciarono le lor ossa, e gli altri notabilmente patirono, e parte restarono inabili al mestier della guerra. Intanto a questo gran movimento d'armi non succedea progresso alcuno di conseguenza. Ridevasi il forte di Antibo dei Croati lasciati a quel blocco, che non poteano rispondere alle cannonate, se non con gl'inutili loro fucili. Però fu spediente di trarre da Savona con licenza del re sardo quanta artiglieria grossa occorreva per battere quella Rocca; e in quel frattempo le navi inglesi la travagliarono con gran copia di bombe, le quali recarono qualche danno alla terra, senza nondimeno intimorir punto i difensori di quel forte. Giunsero finalmente i grossi cannoni, ma giunsero troppo tardi.
Imperciocchè si cominciò ad ingrossare l'esercito franzese co' corpi di gente, che dalla Fiandra pervenuti a Lione, senza dilazione andavano di mano in mano ad unirsi col campo delmaresciallo duca di Bellisle. Avea questi raunate alcune migliaia di miliziotti armati; e da che si trovò rinforzato dalla maggior parte delle truppe regolate, divisò tosto la maniera di liberar la Provenza dalla straniera armata. Scarseggiava forte anch'egli di viveri e foraggi, perchè venne a militare in luoghi dove niun magazzino si trovò preparato, e difficilmente ancora non si potea preparare per mancanza di giumenti. Fiera strage anche in que' paesi avea fatto la mortalità de' buoi. Ebbenondimeno il contento di udire che le truppe spedite di Fiandra, ancorchè stanche e malconcie, nulla più sospiravano che di essere a fronte de' nemici, e chiedevano di venire alle mani. La prima impresa ch'ei fece, fu di spedire alla sordina un distaccamento d'alquante brigate de' suoi alla volta di Castellana, dove stava di quartiere il generale austriaco conte di Neuhaus con dodici o quattordici battaglioni. Dopo gagliarda difesa toccò a questi di cedere a chi era superiore di forze, con lasciar quivi alcune centinaia di morti e prigioni, e si contò fra gli ultimi lo stesso generale ferito con buon numero d'altri uffiziali. Non gli sarebbe accaduta questa disavventura se avesse fatto più conto del parere del giovane marchese d'Ormea che si trovò a quel conflitto. Di meglio non succedette in alcuni altri luoghi agli Austriaco-Sardi: laonde il generaleconte di Broun, all'avviso delle tanto cresciute forze nemiche, fatto sciogliere l'assedio di Antibo e rimbarcare l'artiglieria, si andò poi ritirando a Grasse. Quindi, fatte tutte le più savie disposizioni, sul principio di febbraio cominciò la sua cavalleria a ripassare il Varo, e fu poi seguitata dalla fanteria, senza che nel passaggio occorresse sconcerto o danno alcuno notabile, ancorchè non lasciasse qualche corpo di Franzesi d'insultarli. Penuriavano di tutto, come dissi, anche i Franzesi in quel desolato paese; e però non poterono operare di più.
Ecco dove andò a terminare la strepitosa invasione della Provenza. Assaissimi danni recò ben essa a que' poveri abitanti; ma pagarono caro gli Austriaco-Sardi il gusto dato alla corte di Londra; perchè, oltre ai non lievi patimenti ivi sofferti, fu creduto che l'esercito loro tornasse indietro sminuito almeno d'un terzo; e la lor bella cavalleria per la maggior parte si rovinò, talchè nè pel numero nè per la qualità si riconosceva più per quella che andò. Restò alla medesima anche un altro disagio, cioè didover passare in tempo di verno e di nevi per le alte montagne di Tenda: sì, se volle venir a cercare riposo in Lombardia, dove ancora per un gran tratto di via l'accompagnò la fame a cagion della mancanza de' foraggi. Quanto ai Provenziali, non lievi furono, ma non indiscrete le contribuzioni loro imposte. La necessità di scaldarsi, di far bollire la marmitta, cagion fu che dovunque si fermarono le truppe nemiche restarono condannate tutte le case a perdere i loro tetti. Non ha per lo più quella bella costiera di montagne, che si stende dal Varo verso Marsiglia, se non ulivi, fichi e viti. Ordine andò del generale Broun che si risparmiassero, per quanto mai fosse possibile, gli ulivi, onde si ricavano olii sì preziosi, non so ben dire, se per solo motivo di generosa carità, o perchè la provincia si esibisse di fornirlo in altra maniera di legna. Ben so che, a riserva d'un mezzo miglio intorno all'accampamento di Cannes, dove tutte quelle piante andarono a terra, e di qualche altro luogo, dove non si potè di meno nella ritirata, rimasero intatti gli ulivi; e che esso conte di Broun riportò in Italia il lodevole concetto di molta moderazione, pregio che di rado si osserva in generali ed armate che giungono a danzare in paese nemico. Per questo, e in considerazione molto più del suo valore e prudenza, venne egli dipoi eletto general comandante dell'armi cesareo-regie in Italia. Quel che è da stupire, non ebbe già sì buon mercato la città e territorio di Nizza, tuttochè dominio del re di Sardegna. Quivi legna da bruciare non si truova, e v'è portata dalla Sardegna, o si provvede dalla vicina Provenza. Pel bisogno di tanta gente, che quivi o nella venuta o nel ritorno ebbe a fermarsi, si portò poco rispetto agli ulivi, cioè alla rendita maggiore di quegli abitanti: danno incredibile, considerato il corso di tanti anni che occorre per ripararlo. Prima di questi tempi trovandosi in Nizza il re di Sardegna bene ristabilito in salute,benchè le montagne di Tenda fossero assai guernite di neve, pure volle restituirsi alla sua capitale. Giunse pertanto a Torino nel dì 15 di gennaio, e somma fu la consolazione e il giubilo di que' cittadini in rivedere il loro amato e benigno sovrano.
Che breccia avesse fatto nel cuore degli Augusti austriaci regnanti la rivoluzione di Genova, sel può pensare ognuno. D'altro non si parlava in Vienna che dell'enorme tradimento dei Genovesi. Questi dichiarati spergiuri e mancatori di fede; questi ingrati, da che l'armi vittoriose dell'imperadrice regina, che avrebbero potuto occupare il governo di quella repubblica e disarmare il popolo, s'erano contentate d'una sola contribuzione di danaro, non eccessiva per sì doviziosa città. Crebbero le rabbiose dicerie, da che si conobbe che cattive conseguenze ridondarono dipoi sopra l'impresa di Provenza. Riflettendo alla grave perdita de' magazzini e di tanti bagagli dei cesarei uffiziali, ma sopra tutto all'onore dell'armi imperiali leso da quel popolo, maggiormente si esaltava la bile, e si eccitavano i pensieri e desiderii di vendetta. Poterono allora accorgersi i ministri di quella gran corte che i buoni uffizii fatti passare da chi è padre comune de' fedeli, cioè dal regnante ponteficeBenedetto XIV, per ottenere la diminuzion dell'imposta contribuzione ai Genovesi, tendevano bensì al sollievo di quella nazione, ma anche alla gloria delle loro maestà, e alla maggior sicurezza de' loro interessi. E certamente se l'imperadrice regina fosse stata informata della trista situazione a cui i suoi ministri ed uffiziali con tante estorsioni ed abusi della buona fortuna aveano ridotta quella repubblica, siccome principessa d'animo grande ed inclinata alla clemenza, si può credere che avrebbe colla benignità e indulgenza prevenuto quel precipizio di cose. Ora in Vienna fra gli altri consigli dettati dallo spirito di vendetta, si appigliò la corte a quello di confiscare tutti i beni, crediti ed effettispettanti a qualsivoglia Genovese in tutti gli Stati dell'austriaca monarchia, ascendenti a milioni e milioni. Si maravigliavano i saggi al trovare nell'editto pubblicato per questo, che vi si parlava di ribellione, di delitto di lesa maestà, e che si usavano altri termini non corrispondenti al diritto naturale e delle genti. Nei monti di Vienna, di Milano e d'altri luoghi stavano allibrate immense somme di danaro genovese, per la cui sicurezza era impegnata la sovrana e pubblica fede, anche in caso di ribellione e d'ogni altro maggiore pensato o non pensato avvenimento. Come calpestare sì chiari patti? E come condannare tanti innocenti privati, e tanti che abitavano fuori del Genovesato, e se ne erano ritirati dopo quella spezie di cattività? Il fallimento poi de' Genovesi si sarebbe tirato dietro quello di tante altre nazioni. Perchè verisimilmente dovettero essere fatti dei forti richiami, e meglio esaminato l'affare, se ne toccò con mano l'ingiustizia. Smontò dipoi la corte imperiale da questa pretenzione, e con altro editto solamente pretese che i frutti e le rendite annue degli effetti de' Genovesi pervenissero al fisco, non essendo di dovere che servissero per far guerra alla maestà sua imperiale e regale. Di grandi grida ci furono anche per questo, pretendendo la gente che si avessero a tenere in deposito; altrimenti quella corte in altri bisogni farebbe la penitenza della non mantenuta fede. Nello stesso tempo seriamente si pensò alle maniere militari da far pentire i Genovesi del loro attentato; e a questo fine s'inviarono in Italia in gran copia le reclute, e dei nuovi corpi di Croati. Giacchè ilgenerale Brounsinceramente scrisse alla corte, quanto difficil impresa sarebbe l'assedio di Genova, in vece sua fu eletto il generaleconte di Schulemburg. Spedito intanto dai Genovesi ad essa corte imperiale il padre Visetti gesuita, siccome ben informato dei passati avvenimenti, par addurre le discolpe del loro governo, non solo non fu ammesso, mavenne anche obbligato a tornarsene frettolosamente in Italia. Durante tuttavia il verno, non volle l'esercito austriaco marcire nell'ozio. Esso ripigliò la Bocchetta con isloggiarne i Genovesi. La dimora in quel luogo spelato e freddo costò agli Austriaci gran perdita di gente. Rallentato poi che fu il verno, calarono varie partite di Croati al basso verso Genova per bottinare ed inquietare gli abitanti del paese. Contaronsi allora alcune crudeltà di quella gente che facevano orrore. Ne restò così irritato il popolo di Genova, che fece sapere ai comandanti cesarei, che se non mutavano registro, andrebbono a tagliare a pezzi tutti gli uffiziali di lor nazione prigionieri.
Sì a Versaglies che a Madrid aveano portate i Genovesi le loro più vive istanze e preghiere per ottener soccorsi nel gravissimo loro bisogno. L'obbligo della coscienza e dell'onore esigeva dalle due corone un'emenda d'avere sì precipitosamente abbandonata al voler dei nemici quella repubblica. Perorava ancora l'interesse, affinchè sì potente città non cadesse in mano dell'austriaca potenza; e molto più avea forza presso de' Franzesi il debito della gratitudine, non potendo essi non riconoscere dall'animosa risoluzion de' Genovesi l'esenzion delle catene che s'erano preparate alla Provenza. Però amendue le corti, e massimamente quella di Francia, promisero protezione e soccorso; ordini anche andarono per la spedizione di un convoglio di truppe e munizioni all'afflitta e minacciata città. Precorse intanto colà il lieto avviso, e la sicurezza dell'impegno preso dalle due corone in suo favore: nuova che sparse l'allegrezza in tutto quel popolo, e raddoppiò il coraggio in cuore di ognuno. Allora fu che il governo nobile cominciò pubblicamente ad intendersi ed affrattellarsi col popolare, per procedere tutti di buon concerto alla difesa della patria. Erasi già, all'arrivo del generale Sculemburgo, messa in moto parte delle soldatesche austriache, cioè Croati, Pandurie Varasdini, con riuscir loro di occupare varii siti non solamente nelle alture delle montagne, ma anche nel basso verso Bagnasco, Campo-Morone e Pietra-Lavezzara, con iscacciare da alcuni postamenti i Genovesi, e con esserne anche essi vicendevolmente ricacciati. Non potè questo succedere, spezialmente nel dì 16 di febbraio, senza spargimento di sangue. Si diedero all'incontro i Genovesi ad accrescere maggiormente le fortificazioni esteriori della loro città; a disporre le artiglierie per tutti gli occorrenti siti; a ridurre in moneta le argenterie contribuite ora più di buon cuore da' cittadini, che ne' giorni addietro. Ottennero in oltre da lì a qualche tempo licenza da Roma di potersi valere di quelle delle chiese, con obbligo di restituirne il valore nel termine di alquanti anni, e di pagarne intanto il frutto annuo in ragione del due per cento. Furono poscia dalla corte del re Cristianissimo spediti a poco a poco a quella repubblica un milione e ducento mila franchi; ed in oltre fatto ad essa un assegno di ducentocinquanta mila per mese: danaro che fu poi puntualmente pagato. Non si sa che dal cielo di Spagna scendesse sui Genovesi alcuna di queste rugiade. Succedette intanto l'arrivo di alquanti ingegneri e cannonieri franzesi; e nella stessa città si andarono formando assaissime compagnie urbane, ben vestite all'uniforme e ben armate, parte composte di nobili cadetti, parte di mercatanti e persone del secondo ordine, e molte più delle varie arti di quella città, animandosi ciascuno a difendere la patria, e gridando:O morte, o libertà. Cotal fidanza nella protezione della Vergine santissima era entrata in cuore di ognuno, che si tenevano oramai per invincibili, attribuendo a miracolo ogni buon successo de' piccioli conflitti che di mano in mano andavano succedendo contra degli Austriaci, o cacciati, o uccisi, o fatti prigioni.
Ad accrescere il comune coraggio serviva non poco l'accennato promesso soccorso delle due corone, e il sapersiche erano già imbarcati sei mila fanti in Marsilia e Tolone in più di sessanta barche e tartane, oltre ad altre vele che conducevano provvisioni da bocca e da guerra, altro non bramando da esse, se non che si abbonacciasse il mare, e desse loro le ali un vento favorevole. Venuto oramai il tempo propizio, circa la metà di marzo fecero vela. Rondava per quei mari il vice ammiraglio Medley con più vascelli e fregate inglesi, aspettando con divozione i movimenti di quel convoglio, per farne la caccia. E in fatti, per quanto potè, la fece. Fioccarono più del solito le bugie intorno all'esito di quella spedizione. All'udir gli uni, buona parte di que' legni e truppe gallispane era rimasta preda degl'Inglesi; disperso il restante, parte avea fatto ritorno a Tolone, parte si era rifugiato in Corsica e a Monaco. Sostenevano gli altri che una fortuna di mare avea sparpagliati tutti que' navigli; e ciò non ostante, non esservi stato neppure uno d'essi che non giugnesse a salvamento, approdando chi a Porto-Fino, chi alla Spezia e Sestri di Levante, e chi a dirittura a Genova stessa, dove certamente pervenne la Flora, nave da guerra franzese, la quale sbarcò il signor di Mauriach, comandante di quelle milizie, e buon numero di uffiziali, granatieri e cannonieri. Ventilate da' saggi non parziali tanto alterate notizie, fu conchiuso che circa quattro mila Gallispani per più vie arrivassero a Genova; più di mille cadessero in man degli Inglesi; e qualche bastimento si ricoverasse in Monaco, dove fu poi bloccato da essi Inglesi, ma senza frutto. Con immenso giubilo venne accolto da' Genovesi questo soccorso, spezialmente perchè caparra d'altri maggiori; e in fatti si intese che altro convoglio s'allestiva in Tolone e Marsilia, parimente destinato in loro aiuto. Ma neppure dall'altro canto perdonavano a diligenza alcuna gli Austriaci, con preparar magazzini, artiglierie grosse e minori, mortai da bombe, ed altri attrezzi e munizioni da guerra,più che mai facendo conoscere di voler dare un esemplare gastigo, se veniva lor fatto, alla stessa città di Genova. Giacchè sì sovente nelle armate austriache il valore non è accompagnato da tutti que' mezzi de' quali abbisogna il mestier della guerra: il che poi rende indisciplinate e di ordinario troppo pesanti le loro milizie ovunque alloggiano: alcune città del cotanto smunto Stato di Milano (giacchè mancava d'attiraglio quell'esercito) furono costrette a provvedere cinquecento carrette, con quattro cavalli e un uomo per ciascuna, per condurre le provvisioni al destinato campo. Le braccia di migliaia di poveri villani vennero anch'esse impiegate a rendere carreggiabili le strade della montagna, affin di condurre per esse le artiglierie. Con tutto questo apparato nondimeno non poche erano le savie persone credenti che non si potesse o volesse tentar quell'impresa, come molto pericolosa, per varii riguardi che non importa riferire. Ed avendo veduto che dopo un gran consiglio de' primarii uffiziali fu spedito a Vienna il general Coloredo, molti si avvisarono che altra mira non avessero i suoi passi che di rappresentare le gravi difficoltà che s'incontrerebbono, e il rischio di sacrificare ivi al per altro giusto sdegno non meno l'armata, che la riputazione dell'augusta imperatrice regina. S'ingannarono, e poco stettero ad avvedersi del falso loro supposto.
All'incontro in Genova si teneva per inevitabile la visita, e colla visita ogni maggiore asprezza de' Tedeschi. Questo imminente rischio intanto fu un'efficace predica perchè quella popolata città divenisse un'altra Ninive, sì per placare l'ira del cielo, come per implorare l'aiuto del Dio degli eserciti in sì scabrosa contingenza. Cessò pertanto il vizio; purgò ciascuno le sue coscienze colla penitenza, ed altro ivi non si vedevano che divote processioni ai santuari. Più ancora delle missioni de' religiosi possono aver forza le missioni dell'irreligiosagente armata, per convertire i popoli a Dio. Venuto che fu il dì 10 di aprile, il generaleconte di Schulemburg(già scelto per capo e direttore di quell'impresa), dopo aver visitato i siti e le strade, mise in marcia l'esercito austriaco, il quale fu figurato ascendente a venti in ventidue mila fanti; giacchè la cavalleria in quelle sterili montagne non potea concorrere alle fatiche e all'onore dell'ideato conquisto. Sui primi passi corse rischio della vita il generale suddetto, perchè, mancati i piedi al cavallo, gli rotolò addosso con tal percossa, che sputò sangue, e per alquanti giorni si dubitò, se non di sua vita, almeno d'inabilità a continuare in quel comando. Gli antichi superstiziosi romani avrebbono preso ciò per un cattivo augurio. Calò quell'armata, superati alquanti ridotti, a Langasco, ponte Decimo ed altri siti; e fatti alcuni prigioni, s'impossessò di varii posti in distanza ove di cinque, ove di quattro miglia dalla città, ma senza stendersi punto alla parte del Bisagno, dove sembrano più facili le offese d'essa città. Il quartier generale fu posto alla Torrazza. Non è improbabile che il consiglio militare austriaco avesse risoluta quella spedizione in tempo massimamente che la barriera delle nevi delle Alpi gli assicurava per ora da' tentativi de' Gallispani in Lombardia, stante la speranza di poter almeno ridurre quella repubblica a qualche onesto aggiustamento, onde risarcito restasse l'onore dell'armi dell'augusta regina, con animo di slargar la mano occorrendo ad ogni possibil sorta d'indulgenza. Fu infatti spedito nel dì 15 d'aprile a quel governo un uffiziale, che in voce e in iscritto gli fece intendere, come l'esercito regio-cesareo era pervenuto in quelle vicinanze per farsi ragione de' delitti e della fede violata dai medesimi Genovesi, con tanti danni inferiti alle persone e sostanze dell'esercito dell'imperatrice regina. Che erano anche in tempo di ravvedersi, e di ricorrere pentiti del loro errore alla clemenza di sua maestà, nel cui cuorepiù possanza avea il desiderio di far grazie che di dispensar gastighi. E di questa clemenza e de' sentimenti cristiani d'essa imperatrice regina, a cui troppo dispiacerebbe la rovina d'una delle più belle e floride città d'Italia, si faceva un pomposo elogio. Ma che? se indugiassero a pentirsi ed umiliarsi, si procederebbe, da che fossero giunte le artiglierie, con ogni maggior rigore contro la loro città, persone, case e campagne, colla giunta di altre più strepitose minaccie di ferro, fuoco e rovine: le quali come s'accomodassero con quella gran clemenza e sentimenti cristiani che giustamente si attribuivano alla maestà sua, non arrivarono alcuni a comprenderlo. La risposta della repubblica, conceputa con termini della maggior venerazione verso l'augusta imperatrice regina, portava, che non ad essi s'avea da imputare la necessità in cui si era trovato il popolo, secondo il gius naturale e delle genti, di prendere l'armi per sua difesa, e non per offesa, da che ad altro non pensavano gli austriaci ministri, se non a ridurlo nell'estrema povertà e schiavitù, senza neppure che i richiami loro pervenissero alla regina, il solo conoscimento della cui clemenza avea indotto il governo a volontariamente aprir le porte all'armi sue. Che pertanto, non riconoscendo in sè delitto, nè motivo di chiedere perdono, speravano che la somma rettitudine della maestà sua troverebbe il loro contegno degno di compatimento, e non di risentimento; e che, altrimenti avvenendo, essi attenderebbono a difendere quella libertà in cui Dio gli avea fatti nascere, pronti a dar le lor vite più tosto che cedere a chi la volesse opprimere.
Non vi fu bisogno di microscopio per iscoprir le ragioni onde furono mossi i Genovesi a sì fatta risposta. Aveano contratto nuovi legami ed impegni colle corone di Francia e Spagna; senza loro consenso non poteano onoratamente venire a trattati contrarii. Perduta la protezion di quelle corti, chi più avrebbesostenuti i loro interessi in un congresso di pace? Venendo ora ad un accomodamento, nulla si sarebbe parlato di Savona e Finale, con privarsi intanto i Genovesi anche della speranza di ricuperarle colle armi, qualora gli Austriaci fossero ricacciati in Lombardia dai Gallispani. La fortezza poi della città, l'ardore e la concordia del popolo alla difesa, e le promesse delle due corone per una valida assistenza, bastavano bene ad infondere coraggio in chi naturalmente non ne manca. Quando anche peggiorassero gli affari, sempre tempo vi resterebbe per una capitolazione. Rinnovò intanto quel popolo il giuramento di spendere roba e vita per mantenere la propria libertà, sempre fidandosi nell'intercessione della Vergine santissima e nella protezione di Dio. Queste riflessioni nondimeno sufficienti non furono perchè molte famiglie nobili e cittadinesche non si andassero ritirando da Genova nei mesi precedenti, e molto più all'avvicinamento di questo temporale, con ricoverarsi chi a Massa, chi a Lucca, e chi in altre sicure e quiete contrade. Ma spezialmente dissero addio alla loro città i benestanti di Sarzana. Imperocchè libera bensì restava a' Genovesi tutta la riviera di Levante, onde potessero ricavar viveri ed altri naturali, essendo esposta sempre a pericoli la via del mare per cagion delle navi inglesi, intente a far delle prede: ma presero gli Austriaci la risoluzione di spogliargli anche di quel sussidio, con inviare colà due corpi di gente, l'uno per le montagne di Parma, e l'altro per quelle del Reggiano; e tanto più, perchè Genova avea da pensare a sè stessa, nè forze le rimanevano per difendere quella riviera. Conosciuto poscia che per le strade di Pontremoli e delle Cento-Croci si andava ad urtare nelle montagne genovesi, dove i popoli erano tutti in armi, giudicarono meglio di tener solamente la via de' monti reggiani. Fu ilgenerale Voghternche condusse più di due mila Panduri, e circa cinquecento Usseri a quella volta; ma gliconvenne far alto su quel di Massa di Carrara, perchè neppur da quelle parti non mancavano ostacoli, ed egli s'era avviato colà senza cannoni, e, per così dire, col solo bordone. Da Sarzana erano partiti col loro meglio i cittadini più agiati; e all'incontro i contadini aveano in essa città asportati i lor mobili. Fece a questi sapere il comandante genovese della picciola fortezza di Sarzanello, che quando non si appigliassero al partito di difendersi, rovescierebbe loro addosso colle sue artiglierie la città. Giacchè di tanto in tanto andavano arrivando a Genova con varie imbarcazioni franzesi e spagnuole de' nuovi soccorsi, non trascurò quel governo di accudire anche alla difesa d'essa Sarzana. Colà spedito un corpo di truppe regolate, e un numero molto maggiore di paesani armati, rimasero talmente sconcertati i disegni del suddetto generale Voghtern, che, a riserva d'un palazzo e di poche case saccheggiate sul Sarzanese, niun'altra impresa osò di tentare. Stavasene egli a Lavenza ritirato senza artiglierie, e facendo crocette per mancanza di viveri: laonde prese la savia risoluzione verso la metà di maggio di ritornarsene in Lombardia, con passare pel Lucchese e per Castelnuovo di Garfagnana. Molta fu la moderazione sua in quel viaggio; ma imparò che, per far de' buoni digiuni tanto di pane che di foraggi, altro non vi vuole che condur truppe e cavalli per delle montagne senza alcun precedente preparamento.
Eransi l'armi austriache impadronite dei due monti, cioè di Creto e del Diamante, da dove con alquanti cannoni e qualche mortaio infestavano i Genovesi, i quali s'erano ben fortificati e trincierati con buona copia di artiglierie nel monte chiamato dei due Fratelli: monte che fu la salute della loro città. Aveano ben essi Austriaci con immense fatiche dei poveri paesani fatte spianar le strade verso la Bocchetta, e per la valle di Scrivia, con disegno di condurre per colà le grosse artiglieriee i mortai, tratti da Alessandria e da altre piazze. Il primo grosso cannone che passò la Bocchetta, trovando le strade inferiori tutte guaste dai Genovesi, rotolò giù per un precipizio. Non aveano muli, non varii attrezzi atti a superar le difficoltà dei siti montuosi. Tuttavia ne trassero alquanti, mercè de' quali con bombe e grosse granate infestavano, per quanto poteano, i postamenti contrarii, dai quali erano corrisposti con eguale, anzi con più fiera tempesta. Incredibil fu l'allegrezza e consolazione recata nel dì 30 di aprile ai Genovesi dall'arrivo in quella città delduca di Bouflers, spedito dal re Cristianissimo, per quivi assumere il comando delle sue truppe, parte venute, e parte preparate a venire in loro soccorso. Era cavaliere non men cospicuo pel valore, che per la prudenza, affabilità e cortesia. Un eloquente e ben ornato discorso da lui fatto al doge e ai collegati per esaltare il coraggio delle passate e presenti loro risoluzioni, e per assicurarli della più valida protezione del suo monarca, toccò il cuore a tutto quel maestoso consesso. Conoscendo poscia gli Austriaci che più gente occorreva per tentare d'accostarsi alla città di Genova in sito da poterla molestare con bombe ed altre offese, stante l'immenso giro delle mura nuove, che da lungi la difendono, e per cagione de' posti avanzati che maggiormente ne difficultano l'accesso: tanto si adoperarono, che ottennero dal re di Sardegna un rinforzo di circa cinque o sei mila fanti. Non si aspetti il lettore ch'io entri a riferire le tante azioni di offesa e difesa succedute in quel rinomato assedio. Son riserbate queste a qualche diffusa storia, che senza dubbio sarà composta ed uscirà alla luce. Solamente dirò che gli sforzi de' Tedeschi furono dalla parte della Polcevera, senza poter nondimeno penetrare giammai in San Pier d'Arena, ben presidiato e difeso dai Gallispani. Contuttociò si inoltrarono essi cotanto verso il basso, che pervennero all'Incoronata, a Sestridi Piemonte e a Voltri, formando a forza di mine e braccia una strada sino al mare. Non poche furono le crudeltà commesse in tale occasione. Non solamente dato fu il sacco a quelle terre (siccome dipoi anche alla Masone), ma eziandio rimase uccisa qualche donna e fanciullo, e niuna esenzione provarono i sacri templi. Fecero poi credere che gl'Inglesi accorsi per mare a quella festa fossero stati gli assassini d'esse chiese; ma si sa che gli stessi Austriaci portarono a Piacenza calici e pissidi, e fin gli usciuoli dei tabernacoli, per venderli. Niun si trovò che volesse comperarne. Il colonnello Franchini fra gli altri prese spasso in far eunucar un giovane laico cappuccino, e mandollo con irrisioni a Genova. Restò in vita e guarì il povero religioso; ma non già il barbaro Franchini, il quale da lì a tre giorni, colto da un'archibugiata, fu chiamato al tribunale di Dio. Era colui Fiorentino e disertore dei Genovesi.
Dopo avere i Franzesi ricuperate con gran tempo e fatiche l'isole di Santo Onorato e di Santa Margherita, finalmente ilcavalier di Bellislenella notte del dì 2 venendo il dì 3 di giugno, con quarantatrè battaglioni passato il Varo, sorprese in Nizza, oltre a molti soldati, alcuni uffiziali tedeschi e piemontesi. Trattò cortesemente gli ultimi con dichiararli bensì prigionieri di guerra, ma con rilasciar loro gli equipaggi. Non così indulgente si mostrò agli Austriaci, perchè informato delle barbarie da essi usate contra de' Genovesi. Continuarono intanto le bellicose azioni sotto Genova, e pochi giorni passarono senza qualche scaramuccia o tentativo degli assedianti e degli assediati. Spezialmente merita d'aver qui luogo l'operato dagli Austriaci nella notte precedente il giorno della Pentecoste, allorchè, come dissi, vollero aprirsi una strada al mare. Col benefizio d'una pioggia arrivarono essi al convento della Misericordia dei padri riformati sopra la costa di Rivaruolo, distante da Genova quattro buone miglia. Quivitrovati solamente sessanta uomini di milizie del paese, quando ve ne dovevano essere quattrocento, con facilità se ne impadronirono. Pervenuta tal notizia sul far del giorno in Genova, furono immediatamente chiuse le porte, affinchè niuno potesse portare al nimico la notizia di quanto s'era per operare, come altre volte era avvenuto. Fece dunque nel dì 21 di maggio ilduca di Bouflersfare una sortita di più corpi di truppe, parte regolate e parte paesane, destinate a sloggiare dal convento suddetto gli Austriaci. Gran fuoco vi fu, e già questi cedevano, quando sopraggiunti in aiuto secento granatieri piemontesi, costrinsero alla ritirata i Gallo-Liguri, i quali poi non negarono di aver perduto trecento venticinque soldati, oltre al signor de la Faye, rinomato ingegnere franzese, e un capitano di granatieri. Restò anche prigione dei Piemontesi il signor Francesco Grimaldi colonnello, che, ingannato dalle loro coccarde, disavvedutamente si trovò in mezzo d'essi. Fecero i Genovesi ascendere circa ad ottocento la perdita degli Austriaci fra morti, feriti e prigioni; ma io non mi fo mallevadore di questo. Tentarono anche gl'Inglesi di far provare a Genova gli effetti della loro nemistà con mettersi a scagliar bombe dalla parte del mare. Ma queste non giugnevano mai a terra, perchè troppo lungi erano tenute le palandre dalla grossa artiglieria disposta sul molo e sul porto: laonde molto non durò quella scena. Le nuove intanto provenienti da quella città parlavano di tante centinaia o migliaia di Gallispani colà o nella riviera di Levante di mano in mano arrivati, che avrebbero formato un possente esercito, capace di sconcertar tutte le misure de' Tedeschi. Ma questi furono desiderii, e non fatti. Con tutti nondimeno i loro sforzi, non poterono mai gli assedianti piantare alcun cannone o mortaio che molestasse la città, nè occupare pur uno d'essi posti avanzati, muniti dai Genovesi, come il monte dei due Fratelli, Sperone, Granarolo,Monte Moro, Tenaglia, la Concezione, San Benigno, oltre a Belvedere, e alla lunghissima e forte trincea che da questo ultimo monte si stendeva sino al mare, e inchiudeva Conigliano con profondo fosso pieno d'acqua. Unanime e ben fornito di coraggio era tutto il popolo della città per difenderla. Le compagnie de' cadetti nobili, de' mercatanti e delle varie arti col loro uniforme, anche sfarzoso, e fin le persone religiose per comando del governo accorrevano per far le guardie, massimamente al monistero e luoghi dove si custodivano i tanti uffiziali e soldati prigioni. Di questi ultimi non pochi presero partito, e insieme coi disertori tedeschi, i quali andavano sopravvenendo, furono spediti a Napoli. Al pari anche delle milizie regolate fecero di grandi prodezze in assaissimi luoghi i paesani genovesi.
S'avvide in fine ilgenerale Schulemburgche maniera non restava di poter prevalere contro la città dalla parte della Polcevera; e però tenuto consiglio, fu da tutti conchiuso di volgere le lor forze alla parte del Levante, cioè alla valle del Bisagno: sito, dove minori sono le fortificazioni, e più facile potrebbe riuscire di offendere la città. Pertanto nella notte e mattina del dì 13 di giugno, dopo avere ordinati alcuni falsi assalti dalla parte della Polcevera, e superati con perdita di poca gente varii trincieramenti, improvvisamente calarono gli Austriaci con bell'ordine a quella volta, e venne lor fatto d'impadronirsi di varii posti, lontani nondimeno circa quattro miglia da Genova, arrivando sino alla spiaggia di Sturla e del mare, essendosi ritirati i Genovesi, con cedere alla superiorità delle forze nemiche. Tentarono essi di penetrare nel colle della Madonna del Monte e ne furono rispinti con loro danno, siccome ancora dal colle d'Albaro, dove stavano ben trincierati i Gallo-Liguri. In questi medesimi giorni i Gallispani, dopo avere in addietro con poca fatica obbligato alla resa il forte di Monte-Albano,ed impreso l'assedio del castello di Villafranca, anche di questo si renderono padroni, con aver fatti prigionieri alquanti battaglioni piemontesi. Passarono dipoi verso Ventimiglia, dove si trovava ilgenerale Leutroncon venticinque battaglioni, per contrastar loro il passo; ma accortosi questi che i nemici prendevano la via per la montagna di Saorgio, a fine di tagliargli la ritirata, prevenne il loro disegno, con lasciar solamente trecento uomini nel castello di quella città. Fece poscia quel tenue presidio sì bella difesa, che solamente nel dì 2 di luglio dopo essere stato rovinato tutto esso castello dalle cannonate e bombe, si rendè a discrezione prigioniere de' vincitori. Avendo preveduto per tempo ilduca di Bouflersil disegno degli Austriaci di passare in Bisagno, s'era portato con varii suoi ingegneri alla visita di quel sito; e trovato che il monte detto di Fasce era a proposito per impedire il maggiore avvicinamento dei nemici, avea ordinato che mille e cinquecento lavoratori vi alzassero de' buoni trincieramenti, e che vi si piantasse una batteria di cannoni, destinando alla guardia di posto di tanta importanza il valore di settecento Spagnuoli. Da che furono postati in Bisagno gli Austriaco-Sardi, seguirono varie sanguinose azioni, dal racconto delle quali mi dispenserò, non essendo mio istituto di farne il diario, bastandomi di dire che dall'incessante fuoco de' Genovesi furono obbligati i nemici a rilasciare alcuno degli occupati posti, e a retrocedere, allorchè tentarono di occuparne degli altri. Mandò anche ordine il duca di Bouflers che un buon corpo di Franzesi e Spagnuoli pervenuti dalla Corsica alla Spezia, unito con secento paesani, si tenesse in vicinanza di Sturla, per impedire a' nemici lo stendersi ai danni della riviera di Levante.
Le speranze intanto dell'armata austriaca erano riposte nell'arrivo di grosse artiglierie e mortai, parte de' quali già stava preparata in Sestri di ponente,condotta da Alessandria, e un'altra dovea venire da Savona. Non mancarono i vascelli inglesi di accorrere colà per farne il trasporto; ma allorchè vollero sbarcare que' bronzi a Sturla, accorsero due galere genovesi, che spingendo avanti un pontone, dove erano alquante colubrine, talmente molestarono que' vascelli, che lor convenne ritirarsi in alto, e desistere per allora dallo sbarco. Seguì poi nella notte fra il dì 24 e 25 di giugno una calda azione. Perciocchè, calato con grosso corpo di truppe dal monte delle Fasce il signor Paris Pinelli, per isloggiar da quelle falde gli Austriaci che si erano postati in due siti, gli riuscì bensì di rovesciar que' picchetti; ma, accorso un potente rinforzo di Tedeschi, fu obbligata la sua gente a retrocedere. Essendo restata a lui preclusa la ritirata, dimandò quartiere; ma que' barbari inumanamente gli troncarono il capo. Era egli cavaliere di Malta, e da Malta appunto era venuto apposta per assistere alla difesa della patria. Portata questa nuova al generale Pinelli suo fratello, che stava alla Scofferra, talmente si lasciò trasportare dall'eccesso del dolore e della rabbia, che con una maggior crudeltà volle compensar l'altra, levando di vita due bassi uffiziali tedeschi, dimoranti prigioni presso di lui. Il corpo dell'ucciso giovane richiesto agli Austriaci, e portato a Genova, co' maggiori militari onori fu condotto alla sepoltura. Altro, come dissi, non restava all'armata austriaca, che di ricevere un buon treno d'artiglierie, mortai e bombe, lusingandosi che, con alzar buone batterie, si potrebbero avanzar più oltre, e giugnere almeno a fulminar parte della città con una tempesta di bombe: il che se mai fosse avvenuto, parea non improbabile che i Genovesi avessero potuto accudire a qualche trattato. Ma queste erano lusinghe, trovandosi le loro armi tre o quattro miglia lontane da Genova, e con più siti avanzati che coprivano la città, e guerniti di difensori che non conoscevano paura.Vennero infatti, nonostante l'opposizion de' Genovesi, cannoni e mortai; furono sbarcati; si alzarono batterie: con che allora gli assedianti si tennero in pugno la conquista di Genova. Anzi è da avvertire, che portata da un uffiziale a Vienna la nuova della discesa in Bisagno, ossia che quell'uffiziale spalancasse la bocca, oppure che a dismisura si amplificassero le conseguenze di tale azione, senza saper bene la positura di quegli affari; certo è che nella corte imperiale sì fattamente prevalse la speranza di quel grande acquisto, che di giorno in giorno si aspettava l'arrivo de' corrieri apportatori di sì dolce nuova, e si giunse fino a spedir fuori per qualche miglio i lacchè, acciocchè, sentito il suono delle liete cornette, frettolosamente ne riportassero l'avviso alle cesaree loro maestà. Non tardarono molto a disingannarsi.
Un giuoco, che non si sapeva intendere in questi tempi, era il contegno dei Franzesi, e molto più degli Spagnuoli, fra i quali compariva una concordia che insieme potea dirsi discordia. Erano venuti a Mentone l'infantedon Filippoe ilduca di Modena. Ognun si credea, e per fermo lo tenevano i Genovesi, che quel corpo di Gallispani, lasciando bloccato il castello di Ventimiglia, proseguirebbe alla volta di Savona, anzi si faceva, ma senza fondamento, già pervenuto ad Oneglia: quando all'improvviso fu veduto retrocedere al Varo. Chi dicea, per unirsi col corpo maggiore dell'armata, comandata dalmaresciallo di Bellislee dalmarchese de las Minas; e chi per prendere la via dei monti di Tenda, e passar nella valle di Demont, allorchè il nerbo maggiore degli altri Gallispani fosse penetrato colà. Certo è che da un turbine erano minacciati gli Stati del re di Sardegna; perchè, congiunte che fossero l'armi franzesi e spagnuole, trovavansi superiori di molto quelle forze alle sue. Il perchè sul fine di giugno, o principio di luglio, fu spedito il giovane marchese d'Ormea al generale Sculemburg, per rappresentargli l'urgentebisogno che avea il re di richiamar le sue truppe dall'assedio di Genova, per valersene alla propria difesa. Gran dire fu nell'armata austriaca per questa novità, parendo a quegli uffiziali che fosse tolta loro di bocca la conquista di quella città: cotanto s'erano isperanziti per la venuta delle bombe e de' mortai. Sparlarono però non poco del re di Sardegna, quasi che fra lui e i Franzesi passassero intelligenze, quando chiarissimo era il motivo di rivoler quelle milizie. Trovavasi l'esercito austriaco assai estenuato tanto per le morti della gente perita nelle moltissime passate baruffe, quanto per la disertata, e per l'altra mancata di malattie e di stenti. Perciocchè, nulla trovando essi fra quegli sterili dirupi, tutto conveniva far passare colà dalla Lombardia pel vitto, per le munizioni da guerra e foraggi. E tali trasporti non di rado con varii impedimenti e dilazioni a cagion de' tempi, delle strade difficoltose e del rompersi le carrette, che interrompevano il corso delle susseguenti, di maniera che giorno vi fu in cui si penò ad aver la pagnotta. Gran parte ancora delle tante carrette a quattro cavalli, provvedute dallo Stato di Milano, andò a male.
A tale stato ridotte le cose, e sminuite le forze per la richiesta retrocession de' Piemontesi, conobbe il conte di Sculemburg generale austriaco la necessità di levare il campo; e tanto più, perchè andavano di tanto in tanto giugnendo per mare a Genova nuove truppe di Francia, ed alcune di Spagna. Pertanto colla maggior saviezza possibile nel dì 2 di luglio, giorno della Visitazione della Vergine santissima, cominciò egli a spedire in Lombardia gli equipaggi, attrezzi militari, malati e vivandieri. Rimbarcarono gl'Inglesi le artiglierie; parte dei Piemontesi s'inviò verso Sestri di ponente per passare in barche alla volta di Savona. Siccome questi movimenti non si poteano occultare, così cagion furono di voce sparsa per l'Italia, che gli Austriaci nel dì 4 delsuddetto mese di luglio avessero sciolto l'assedio di Genova. La verità si è, che essi solamente nella notte scura precedente al dì 6 marciarono alla sordina verso le alture dei monti, e sospirando si ridussero in Lombardia, prendendo poi riposo a Gavi, Novi ed altri siti, ancorchè più giorni passassero prima che avessero abbandonati tutti i dianzi occupati posti. Non vi fu chi gl'inseguisse o molestasse, perchè bastava ai Genovesi per un'insigne vittoria l'allontanamento di sì fieri nemici, con restar essi padroni del campo. S'aggiunse in oltre un fastidioso accidente, che arenò qualunque risoluzione che si potesse o volesse prendere da loro in quell'emergente. Pochi dì prima era caduto infermo ilduca di Bouflers. Fu creduta sul principio dai medici scarlattina la sua febbre, ma venne poi scoprendosi che era vaiuolo, e di sì perniciosa qualità, che nel dì 3 di luglio il fece passare all'altra vita. Non si può esprimere il cordoglio che provarono per colpo sì funesto i Genovesi: tanta era la stima e l'amore ch'essi aveano conceputo per così degno cavaliere, stante la gloriosa forma del suo contegno, e il mirabil suo zelo per la lor difesa e salute. Il piansero come fosse mancato un loro padre, e con sontuose esequie diedero l'ultimo addio al suo corpo, ma non già alla memoria di lui.
Ora, trovandosi il popolo di Genova liberato da quella furiosa tempesta, chi può dire quai risalti d'allegrezza fossero i suoi? Erano ben giusti. Le lettere procedenti di là in addietro portavano sempre che nulla mancava loro di provvisioni da vivere. Vennesi poi scoprendo, che dopo la calata de' nemici in Bisagno erano stranamente cresciute le loro angustie, giacchè per terra nulla più riceveano, e gravi difficoltà s'incontravano a ricavarne per mare, a cagion de' vascelli inglesi sempre in aguato per far loro del male; e la città si trovava colma di gente, essendosi colà rifugiate migliaia di contadini, spogliati tutti d'ogni loro avere.Parimente si seppe essere costata di molto la lor difesa per tante azioni, dove aveano sacrificate le lor vite assaissimi Gallispani e nazionali. Ma in fine tutto fu bene speso. Era risonato, maggiormente risonò per tutta l'Italia, anzi per tutta l'Europa, il nome de' Genovesi, per aver sì gloriosamente e con tanto valore ricuperata e sostenuta la loro libertà. Uscì poscia chi volle de' nobili e del popolo, per visitare i siti già occupati dai nemici. Trovarono dappertutto, cioè in un circondario di moltissime miglia, un lacrimevole teatro di miserie ed un orrido deserto. Le tante migliaia di case, palazzi e giardini per sì gran tratto ne' contorni, già nobile ornamento di quella magnifica città, spiravano ora solamente orrore, perchè alcuni incendiati, e gli altri disfatti; le chiese e i monisteri profanati e spogliati di tutti i sacri vasi e arredi. Per non far inorridire i lettori, mi astengo io dal riferire le varie maniere di barbarie praticate in tal congiuntura dai bestiali Croati contro uomini, donne, fanciulli, preti e frati: il che fu cagione che anche i paesani genovesi talvolta infierissero contra di loro. Seguirono senza dubbio tante crudeltà contro il volere della clementissima imperadrice; ma non è già onore dell'inclinata nazione germanica l'essersi in questa occasione dimenticata cotanto d'essere seguace di Cristo Signor nostro. Niun movimento, siccome dissi, fecero per molti giorni i Franzesi e Genovesi contra de' Tedeschi, a riserva d'un'irruzione fatta da alcune centinaia di que' montanari ne' feudi imperiali del conte Girolamo Fieschi in vale di Scrivia, dove diedero il sacco, e poscia il fuoco a quelle castella e case. Ma saputasi questa enorme ostilità in Genova, condannò quel governo come masnadieri e ladri coloro che senza autorità aveano tanto osato contra feudi dell'imperio: laonde cessò da lì innanzi tale insolenza.
Aveano in questo mentre adunate i Franzesi di molte forze in Delfinato e Provenza, ma senza che s'intendesseroi misteri degli Spagnuoli; i quali tuttochè stessero in quelle parti, pure niuna voglia mostravano di concorrere nei disegni degli altri. Erasi il grosso delle milizie del re di Sardegna accampato parte a Pinerolo e parte a Cuneo, e in altri luoghi della valle di Demont, con esser anche accorse colà in aiuto suo non poche truppe austriache: giacchè quest'ultimo si giudicava il sito più pericoloso ed esposto alla calata de' Franzesi, restando per altro incerto a qual parte tendessero i loro tentativi, e il tanto loro andare qua e là rodando per quelle parti. Non lasciò esso re di guernire di gente anche gli altri passi dell'Alpi, per li quali si potessero temere i loro insulti. Uno fra gli altri fu quello di Colle dell'Assietta fra Exiles e le Fenestrelle: posto considerabile, perchè, superato esso, si passava a dirittura verso di Pinerolo e Torino. E questo appunto venne scelto dalcavalier di Bellisle, fratello del maresciallo, e luogotenente generale nell'armata di Francia, per superarlo, giudicando assai facile l'impresa per le notizie avute che alla guardia di que' trincieramenti non istessero se non otto battaglioni piemontesi fra truppe regolate e Valdesi. Dicono ch'egli avesse circa quaranta battaglioni, parte de' quali fu spedita a prendere varii siti all'intorno, affinchè, se il colpo veniva fatto, niuno de' Piemontesi potesse colla fuga salvarsi. Stava all'erta ilconte di Bricherasco, tenente generale del re di Sardegna, deputato alla custodia di quell'importante passo, e a tempo gli arrivò un rinforzo di due o pur tre battaglioni austriaci, comandati dal generaleconte Colloredo. Alle ore quindici dunque del dì 19 di luglio vennero i Franzesi, divisi in tre colonne, all'assalto della Assietta con alquanti piccioli cannoni (niuno ne aveano i Piemontesi) e cominciarono parte a salire, parte ad arrampicarsi per quell'erta montagna. Vollero alcuni sostenere, che nella precedente notte fosse ivi nevicato, onde stentassero i Franzesi a tenersi ritti, e maneggiarsinella salita; ma non fu creduto, perchè poco prudente sarebbe sembrata in circostanza tale la risoluzione del Bellisle. E pure questa fu verità. Per tre volte i Franzesi divisi in tre colonne, non ostante il loro grande disavantaggio, andarono bravamente all'assalto, e sempre furono con grave loro perdita o uccisi, o feriti, o rotolati al basso. Fremeva, nè sapeva darsi pace di tanta resistenza e di sì infelice successo, il cavalier di Bellisle; e però impaziente, a fine di animar la sua gente ad un nuovo assalto, si mise egli alla testa di tutti, e salito sino alle barricate nemiche, quivi arditamente piantò una bandiera, credendo che niuno de' suoi farebbe meno di lui. Quando eccoti un colpo di fucile, per cui restò ferito, e poscia un colpo di baionetta che lo stese morto a terra. Il valore e coraggio bella lode è ancora de' generali di armata, ma non mai la temerità; perchè la conservazion della lor vita è interesse di tutto l'esercito. Probabilmente non fu molto lodata l'azione d'esso cavaliere uno dei più rinomati e stimati guerrieri che si avesse la Francia, la cui perdita fu generalmente compianta da' suoi. Dopo altri tentativi ebbe fine sul far della notte il conflitto; ed usciti pochi granatieri piemontesi ed austriaci inseguirono colle sciable alla mano fin quasi a Sestrieres i fuggitivi Franzesi. Per sì nobil difesa gran lode conseguirono i due generali conte di Bricherasco e conte Colloredo, e il cavaliere Alciati maggior generale, e il conte Martinenghi brigadiere del re di Sardegna. In fatti fu la vittoria compiuta. Circa secento feriti rimasti sul campo furono fatti prigioni, e fu creduto che la perdita dei Franzesi tra morti, feriti e prigionieri ascendesse a cinque mila persone, fra le quali trecento uffiziali. A poco più di ducento uomini si ristrinse quella de' Piemontesi ed Austriaci; e però con ragione si solennizzò quel trionfo con variiTe Deumper gli Stati del re di Sardegna e in Milano. Fu anche immediatamente celebrato in un elegante poemetto italianodal signor Giuseppe Bartoli, pubblico lettore di lingua greca nell'università di Torino.
Quello poi che più fece maravigliar la gente, fu, che quantunque tale percossa bastante non fosse ad infievolire le forze de' Gallispani, pure niun tentativo o movimento fecero da lì innanzi contro le terre del Piemonte, anzi piuttosto furono invase da' Piemontesi alcune contrade della Francia, benchè con poco successo. L'accampamento maggiore del re suddetto, siccome dissi, fu a Cuneo e nella valle di Demont, dove egli medesimo si portò in persona, perchè quivi parea sempre da temersi qualche irruzion de' nemici. Attesero in questi tempi i Genovesi a fortificar varii posti fuor della città, e spezialmente quello della Madonna del Monte, avendo la sperienza fatto loro conoscere quai fossero i pericolosi, e quali gli utili e i necessarii per la loro difesa. Entrata una specie di epidemia fra i tanti contadini, già rifugiati in essa città a ragion de' terrori, fatiche e stenti passati, ne condusse non pochi al sepolcro, e gli stessi cittadini non andarono esenti da molte infermità. Ebbero essi Genovesi in questi medesimi giorni molte vessazioni alla Bastia in Corsica; ma io mi dispenso dal riferire que' piccioli avvenimenti. Nel dì 5 poi di settembre una grossa partita di Gallispani, varcato l'Apennino, scese in valle di Taro del Parmigiano; vi fece alquanti Austriaci prigionieri; intimò le contribuzioni a quel borgo ed altre ville, con asportarne gli ostaggi, e circa mille e cinquecento capi di bestie tra grosse e minute. Per timore che non calassero anche a Bardi e Compiano, essendo accorsi due reggimenti tedeschi, cessò tosto quel turbine. Intanto il re di Sardegna, lungi dal temere che i Gallispani s'inoltrassero per la riviera di Ponente, fece di nuovo occupare dalle sue truppe la città di Ventimiglia, ed imprendere dal barone di Leutron il blocco di quel castello, alla cui difesa era stato posto un gagliardo presidio. Per moltotempo soprintendente al governo di Milano e degli altri Stati austriaci di Lombardia era stato il conteGian-Luca Pallavicinicome plenipotenziario e generale d'artiglieria dell'augustissima imperadrice, cavaliere disinteressato e magnifico in tutte le sue azioni. Fu egli chiamato a Vienna per istanze e calunnie degl'Inglesi, ma, ciò non ostante, promosso al riguardevol posto di governatore perpetuo del castello di Milano. In luogo suo nel dì 19 di settembre pervenne ad essa città di Milano ilconte FerdinandodiHarrach, dichiarato governatore e capitan generale della Lombardia Austriaca. Portò qui seco la rinomanza di una sperimentata saviezza, massimamente negli affari politici, e un complesso di altre belle doti, che fecero sperare a que' popoli un ottimo governo, e tollerabile la perdita che avea fatta dell'altro.
Sperava pure la città di Genova dopo tante passate sciagure di godere l'interna calma; e pure un'altra inaspettata si rovesciò sopra d'essa, da che fu passata la metà di settembre. Uno strabocchevole temporale di terra e di mare, con diluvio di pioggia e vento, con fulmini e gragnuola grossissima, talmente tempestò quella città, che ruppe un'immensa copia di vetri delle case, rovesciò non pochi camini e tetti, talmente che parve quivi il dì del finale giudizio. Dominò in oltre un furioso libeccio sul mare, che allagò parte della città, e danneggiò gran copia di quelle case, oltre della rovina degli orti e delle vigne per più miglia. Arrivò verso il fine del mese suddetto a conoscere quell'afflitto popolo ilduca di Richelieu, personaggio di rara attività e di mente vivace, inviato dal re Cristianissimo a comandar l'armi gallispane nel Genovesato. Ascendevano queste, per quanto fu creduto, a quindici mila persone. Un corpo di questa gente venne ad impossessarsi della picciola città di Bobbio, e per la Trebbia arrivò fin presso a Piacenza. Se quel fiume non fosse stato gonfio, avrebbe fatto paura alla tenue guernigione diquella città. Rastrellarono molti bestiami, imposero contribuzioni, presero qualche nobile piacentino per ostaggio. Ma sollevatisi i villani in numero di due e più mila, strinsero circa cento trenta di quei masnadieri, che ristretti in Nibbiano non si vollero arrendere prigioni, se non ad un corpo di truppe regolate tedesche, le quali gli obbligarono a restituire tutto il maltolto. Qualche irruzione ancora seguì nel basso Monferrato, dove essi Gallo-Liguri colsero varii soldati Austriaco-sardi, fecero bottino di bestiami, e preda di drappi e panni, che andavano in Piemonte, oltre all'aver esatte alquante contribuzioni. Fioccarono anche i flagelli sulla bassa Lombardia, perchè la cessata nel precedente verno epidemia de' buoi ripullulò, e crebbe aspramente nel Veronese, Vicentino, Bresciano, in qualche sito del Padovano e del Mantovano di là da Po; e passata nel Ferrarese, quivi diede principio ad un'orrida strage. In oltre il Po soverchiamente ingrossato di acque inondò Adria ed Adriano. Anche l'Adige e la Brenta allagarono parte del Polesine di Rovigo e del Padovano. A tanti guai s'aggiunse di più la scarsezza del raccolto de' grani in molte provincie.
Godè Roma all'incontro non solo un'invidiabil tranquillità, ma occasioni eziandio di allegrezze, stante la promozione fatta nel dì 10 d'aprile dal sommo ponteficeBenedetto XIVde' cardinali nominati dalle corone, e in appresso nel dì 5 di luglio ancora del duca di Jorch secondogenito del cattolico re d'Inghilterra Giacomo III. Fu in essa metropoli fabbricata per ordine del re di Portogallo una cappella di tanta ricchezza e di sì raro lavoro, che riuscì di ammirazione ad ognuno. Costò circa cinquecento mila scudi romani, ed imbarcata in questo anno venne trasportata a Lisbona. Maggiori furono i motivi di giubilo nella real corte di Napoli; perciocchè quella regina alle tre della notte precedente il dì 14 di giugno nella villa di Portici diede alla luce un principino, a cui fu posto nelbattesimo il nome diFilippo Antonio Gennaro, ec. Questo regalo fatto da Dio a que' regnanti tanto più si riconobbe prezioso, perchè il re di SpagnaFerdinandonon avea finora veduti frutti del suo matrimonio; e questo germe novello riguardava non meno il re delle Due Sicilie che la monarchia di tutta la Spagna. Quali fossero i risalti di gioia in quella real corte, e nella nobiltà e popolo d'una metropoli tanto copiosa di gente, non si potrebbe dire abbastanza. Grandi feste ed allegrezze per più giorni solennizzarono dipoi questo fortunato avvenimento. Fece il re un dono alla regina di cento mila ducati, e un accrescimento di altri dodici mila annui all'antecedente suo appannaggio. Dalla città e regno fatto fu preparamento a fin di donare a sua maestà un milione per le fasce del nato principino, che fu intitolato duca di Calabria. Partecipò di tali contentezze anche la real corte di Madrid, il cui monarca dichiarò infante di Spagna questo suo real nipote, e fu detto che gli assegnasse anche una pensione annua di quattrocento mila piastre.
A due sole considerabili imprese si ridusse la guerra fatta nel presente anno nei Paesi Bassi fra il re Cristianissimo e gli alleati. V'intervenne in persona lo stesso re, il cui potentissimo esercito era di gran lunga superiore a quello dei nemici. Nel dì 2 di luglio si trovarono a vista le due armate fra Mastricht e Tongres. Attaccarono i Franzesi la zuffa coll'ala sinistra de' collegati, composta d'Inglesi, Hannoveriani, ed Assiani, i quali fecero una mirabil resistenza nel villaggio di Laffeld, con farne costare ben caro l'acquisto ad essi Franzesi. Il valorosoconte di Sassoniamaresciallo generale di Francia, veggendo più volte rispinti i suoi, entrò egli stesso con altro nerbo di gente nella mischia, e finalmente gli riuscì di far battere la ritirata ai nemici e d'inseguirli. Intervenne a sì calda azione ilduca di Cumberland, secondogenito del re britannico e generale delle sue armi,e con tale ardore, che corse gran pericolo di sua vita. Per difenderlo si espose ad ogni maggior cimento ilgenerale Ligonier, comandante dell'armata sotto di lui, con restar per questo prigioniere dei Franzesi. Poco ebbero parte in questo conflitto il centro e l'ala dritta d'essi collegati, composta d'Austriaci ed Olandesi, i quali ultimi nondimeno vi perderono molta gente. Peraltro ragione ebbero i Franzesi di cantare la vittoria tuttochè comperata con molto loro sangue, perchè rimasero padroni del campo; fecero mille secento prigioni; acquistarono trentatre cannoni, quattordici tra bandiere e stendardi; e colti sul campo circa due mila feriti degli alleati, li condussero negli spedali franzesi. Fu detto che intorno a tre mila de' collegati e più di tre mila dei Franzesi vi restassero estinti. Ritirossi l'armata d'essi alleati di là dalla Mosa, e finchè il re si fermò in quelle parti, non osò di ripassar quel fiume.
L'altra anche più sonora impresa fu quella dell'assedio d'una piazza fortissima impreso dai Franzesi; giacchè nella positura delle cose osso troppo duro forse comparve Mastricht da essi minacciato. Città del Brabante olandese è Bergh-op-Zoom, considerata per una delle fortezze inespugnabili, parte per la situazione sua sopra un'altura in vicinanza del mare, con cui comunica mediante un canale, e a cagion di alcune paludi che ne rendono difficile l'accesso; e parte per le tante sue fortificazioni, oltre ad alcuni forti e ridotti sino al mare, da dove può ricevere soccorsi. Il celebre duca di Parma Alessandro Farnese nel 1588, il marchese Spinola nel 1622 indarno l'assediarono. Fu poi da lì innanzi maggiormente fortificata. Niuno di questi riguardi potè trattenere la bravura franzese dall'imprenderne l'assedio, e dall'aprir la trincea nella notte del dì 15 venendo il di 16 di luglio. Alconte di Lowendhaltenente generale del re, uffiziale di distinto valore e perizia nell'arte militare, fu appoggiata questa impresa. Dopo l'assediomemorabile della fortissima città di Friburgo, altro non si vide più difficile e strepitoso di questo. Perciocchè nelle linee contigue ad esso Bergh-op-Zoom, e fra le paludi e la costa del mare, si postò ilprincipe di Hildburghausencon circa venti mila soldati, da dove non potè mai essere rimosso; di modo che durante l'assedio potè sempre quella fortezza essere di mano in mano soccorsa con truppe fresche, e provveduta di quante munizioni da bocca e da guerra andavano occorrendo. Come superare una piazza a cui nulla mancava, e il cui presidio potea fare sortite frequenti, con sicurezza di essere d'ogni sua perdita rifatto? Ma niuna di queste difficoltà ritener potè l'ardire de' Franzesi. Sì dall'una che dall'altra parte si cominciò a giocare di cannonate, di bombe, di mine; e i lavori d'una settimana vennero talvolta rovesciati in un'ora. Tanto le offese costarono gran sangue, ma incomparabilmente più dal canto degli assedianti.
Progredì così lungamente questo assedio, che i Franzesi sfornirono di polve da fuoco e di altre munizioni tutte le loro piazze circonvicine; e intanto stavano dappertutto sulle spine i parziali e i novellisti per l'incertezza dell'esito di sì pertinace assedio. Di grandi apparenze vi furono che sarebbero in fine costretti i Franzesi a ritirarsi; ma differentemente si dichiarò la fortuna, perchè ancor questa appunto intervenne a decidere quella quistione. Erano già fatte breccie in due bastioni e in una mezzaluna, e queste imperfette, o certamente non credute praticabili: quando il generale conte di Lowendhal determinò di venire all'assalto. Ammannite dunque tutte le occorrenti truppe all'esecuzione di sì pericoloso cimento, sul far del dì 16 di settembre, dato il segno con lo sparo di tutti i mortai a bombe, andarono coraggiosamente all'assalto: impresa che non si suole effettuare senza grave spargimento di sangue. Ma quello non fu un assalto, fu una sorpresa. Detto fu che iFranzesi per buona ventura o per tradimento s'introducessero segretamente nella città per una galleria esistente sotto un bastione, e mal custodita da quei di dentro. La verità si è, che altro non avendo trovato alla difesa delle breccie che le guardie ordinarie, con poca perdita e fatica salirono, ed impadronitisi de' bastioni e di due porte della città, quindi passarono alla volta della guernigione, la quale raccolta tanto nella piazza, quanto in varie contrade, fece una vigorosa resistenza, finchè, veggendosi sopraffatta dagli aggressori, che si andavano vieppiù ingrossando, e venendo qualche casa incendiata parte d'essa ebbe maniera di ritirarsi, sempre combattendo, fuori della porta di Steenbergue. Corse fama che il conte di Lowendhal avesse dati buoni ordini, e prese le misure, affinchè la misera città rimanesse esente dal sacco. Checchessia, i volontarii lo cominciarono, e gli tennero loro dietro, senza risparmiare alcuno di quegli eccessi che in sì fatti furori sogliono i militari, non più cristiani, non più uomini, commettere. Si salvarono in questa confusione i principi d'Assia e d'Anhalt, e il generale Constrom; ma non poca parte di quel presidio rimase o tagliata a pezzi dagl'infuriati assalitori, o fatta prigioniera.
Nè qui terminarono le conseguenze di giorno cotanto favorevole a' Franzesi. Il campo del principe d'Hildburgausen, afforzato nelle linee presso di Bergh-op-Zoom, all'intendere presa la città, e alla comparsa de' fuggitivi, altro consiglio non seppe prendere, se non quello di dar tosto alle gambe, lasciando indietro equipaggi, tende, artiglierie e fasci di fucili. Tutto andò a ruba, nè vi fu soldato franzese che non arricchisse. Videsi nondimeno lettera stampata che negava questo abbandono di bagagli e fucili, a riserva di un reggimento, il quale amò meglio di mettere in salvo i suoi malati che i suoi equipaggi. Oltre a ciò, non perdè tempo il conte di Lowendhal aspedire armati, per intimare la resa ai forti di Rover, Mormont e Pinsen, che non si fecero molto pregare ad aprir le porte, con restar prigionieri que' presidii. Trovandosi ancora in quel porto diecisette bastimenti con assai munizioni da guerra e da bocca, che per la marea contraria non poterono salvarsi, furono obbligati dalle minaccie de' cannoni ad arrendersi. Se si ha da credere a' Franzesi, quasi cinque mila soldati tra uccisi e prigionieri costò quella giornata agli alleati; due sole o tre centinaia ad essi. Oltre ai semplici soldati, gran copia di uffiziali rimasero ivi prigioni. Prodigiosa fu la preda ivi trovata, e spettante al re, cioè più di ducento cinquanta cannoni, la metà de' quali di grosso calibro, quasi cento mortai, qualche migliaio di fucili, ed altri militari attrezzi, e magazzini a dismisura abbondanti di polve da fuoco, di granate, di abiti, di scarpe, panni, ec. Un pezzo poi si andò disputando per sapere qual destino avesse facilitata cotanto la caduta di sì forte piazza, in cui nulla si desiderava per resistere più lungamente, e fors'anche per render vano in fine ogni tentativo degli assedianti. In fine fu conchiuso, essere ciò proceduto dalla poco cautela del Constrom, il quale non si figurò che le imperfette breccie abbisognassero di maggior copia di guardie. Contra di lui fu poi fulminata sentenza di morte; ma salvollo il riguardo alla sua rispettabil vecchiaia. La risposta del re Cristianissimo alla lettera del conte di Lowendhal, recante sì cara nuova, fu di dichiararlo maresciallo, con vedersi poi in Francia un raro avvenimento, cioè due stranieri, primarii e gloriosi condottieri delle armate di quella potentissima corona. Passarono, ciò fatto, le truppe comandate da esso conte a mettere l'assedio al forte di Lillò, e ad alcuni altri pochi di minor considerazione, per liberare affatto il corso della Schelda: nè tardarono a costringere alla resa il Forte-Federigo, e quindi esso Lillò nel dì 12 d'ottobre, coll'acquisto di quasicento pezzi d'artiglieria, e con farvi prigioniera la guarnigione di ottocento soldati. Gran gioia dovette essere quella di Anversa al veder come liberato da quei nemici forti il corso del loro fiume.
In Italia ebbero fine le militari imprese con quella di Ventimiglia. Già si era impadronito d'essa città il generale piemontesebarone di Leutron, e da varie settimane teneva strettamente bloccato quel forte castello. Segreti avvisi pervennero ai generali gallispani, esistenti in Nizza, che già si trovava in agonia quella fortezza, e se in pochi dì non giugneva soccorso, il comandante, per mancanza di munizioni e viveri, dovea rendere la piazza e sè stesso al re di Sardegna. Però la maggior parte dell'armata gallispana si mise in marcia a quella volta col marescialloduca di Bellisle, e col generale spagnuolomarchese della Mina. Vollero del pari intervenire a questa scena l'infantedon Filippoe ilduca di Modena. Erasi a dismisura afforzato con trince e barricate il barone di Leutron al per altro difficilissimo passo de' Balzi Rossi di là da Ventimiglia. Non osarono i Franzesi di assalir per fronte un sito sì ben difeso dalla natura e dall'arte, e in sole picciole scaramuccie impiegarono due giornate. Ma nella terza, cioè nel dì 20 di ottobre, ben informato il sopraddetto barone della superiorità delle forze nemiche, e che essi Gallispani si erano stesi per l'alto della montagna con intenzione di venirgli alle spalle, benchè forte di venticinque battaglioni, prese la risoluzione di ritirarsi: il che fu con buon ordine da lui eseguito. Uscì anche il presidio franzese del castello, per secondare lo sforzo di chi veniva in soccorso; e però la città, dove si trovavano o s'erano rifugiati alquanti Piemontesi, tardò poco ad aprir le porte. Finì questa faccenda colla liberazion di que' luoghi, e colla prigionia di forse cinquecento Piemontesi. Ritirossi il Leutron a Dolce-Acqua e alla Bordighera; e rotti i ponti sul fiume, quivi si trincierò. L'armata gallispana,dopo aver ben provveduto quel castello di nuova gente, vettovaglie e munizioni da guerra, e lasciato grosso presidio nella stessa città di Ventimiglia, se ne tornò a cercar quartiere di verno e riposo, parte in Provenza e Linguadoca, e parte in Savoia, con passare a Sciambery anche il suddetto infante col duca di Modena. Circa questi tempi ilduca di Richelieuricuperò il posto della Bocchetta di Genova, e attese a fortificare i luoghi più importanti della riviera di Levante, che parevano minacciati da qualche irruzion de' Tedeschi. Ad altro nondimeno allora non pensavano gli Austriaci, se non a ristorarsi ne' quartieri presi in Lombardia, dopo tante fatiche e disagi patiti per quasi due anni senza mai prendere riposo. E perciocchè nel dì 15 di settembre due coralline genovesi furono predate dagl'Inglesi sotto il cannone di Viareggio, senza che quel forte le difendesse, rimase esposta la repubblica di Lucca a gravi minaccie e pretensioni del suddetto duca di Richelieu. Non arrivò il pubblico ad intendere come tal pendenza si acconciasse. Negli ultimi mesi ancora dell'anno presente si videro di nuovo lusingati i popoli con isperanze di pace, giacchè si stabilì fra i potentati guerreggianti un congresso da tenersi in Aquisgrana, non parendo più sicura Bredà, e furono dal re Cristianissimo chiesti i passaporti per li suoi ministri, e per quei di Genova e del duca di Modena. Si teneva per fermo che fossero spianati alcuni punti scabrosi nei gabinetti di Francia e d'Inghilterra, al vedere già preso per mediator della pace il re di Portogallo, che destinò a quel congresso don Luigi d'Acugna suo ministro. Ma si giunse al fine dell'anno con restar tuttavia ambidue le voglie di pace nelle potenze guerreggianti, ed incerto, se il congresso suddetto fosse o non fosse un'illusione de' poveri popoli. Nè si dee tacere una strana metamorfosi avvenuta nelle Provincie Unite, dove pei potenti soffii della corte britannica,e per le parzialità dei popolari, non solamente fu dichiarato statolder il principe d'Oranges e di NassauGuglielmo, genero del re d'Inghilterra, ma statolder perpetuo; nè solamente egli, ma anche la sua discendenza tanto maschile che femminile. Parve ad alcuni di osservare in tanta novità il principio di grandi mutazioni per l'avvenire nel governo di quella repubblica, considerando essi che anche a Giulio Cesare bastò il titolo didittatore perpetuo; e che avendo in sua mano tulle le armi della romana repubblica, senza titolo di re, potea fare e faceva da re. Ma i soli profeti, che sono ispirati da Dio, han giurisdizione sulle tenebre de' tempi avvenire.