MDCCXXVII

MDCCXXVIIAnno diCristoMDCCXXVII. IndizioneV.Benedetto XIIIpapa 4.Carlo VIimperadore 17.Giunse al fine di sua vita il dì 26 di febbraio dell'anno presenteFrancesco Farneseduca di Parma e Piacenza, nato nel dì 19 di maggio del 1678; principe che avea acquistato il credito di rara virtù e di molta prudenza nel governo dei suoi popoli. Ancorchè, per esser difettoso di lingua, ammettesse pochi all'udienza sua, pure, non meno per sè che per via d'onorati ministri, accudì sempre all'amministrazion della giustizia, e mantenne la quiete nei suoi Stati, avendogli servito non poco a conservarlo immune dai guai fra i pubblici torbidi la parzialità e riguardo che aveano per lui le corti d'Europa, a cagione della generosa regina di SpagnaElisabettasua nipoteex fratre, e figlia della duchessaDoroteasua propria moglie. A lui succedette nel ducato il principeAntoniosuo fratello, nato nel dì 29 di novembre del 1679. A questo principe (giacchè il fratello duca avea perduta la speranza di ricavar successione dal matrimonio suo) più volte s'era progettato di dar moglie, affinchè egli tentasse di tenere in piedi la vacillante sua nobil casa; ma sempre in fumo si sciolse ogni suo trattato, per non accordarsi i fratelli nell'appannaggio che egli pretendeva necessario al suo decoro nella mutazion dello stato. Così i poco avveduti principi d'Italia, per volere ristretta nella sola linea regnante la propagazion del loro sangue, e col non procurare che una linea cadetta possa ammogliandosi supplire i difetti eventuali della propria, han lasciato venir meno la nobilissima lor prosapia con danno gravissimo anche de' popoli loro sudditi. Erano assai cresciuti gli anni addosso al duca Antonio, aveva egli anche ereditata la grassezza del padre; pure tutti i suoi ministri, e del pari la corte di Roma, l'affrettarono tosto a scegliersi una consorte abile a rendere frutti. Fudunque da lui prescelta la principessaEnrichetta d'Estefiglia terzogenita diRinaldoduca di Modena, avendo anche questo principe sacrificato ogni riguardo verso le figlie maggiori per la premura di veder conservata la riguardevol casa Farnese. Dugento mila scudi romani furono accordati in dote a questa principessa, e sul fine di luglio si pubblicò esso matrimonio, con ottenere la necessaria dispensa da Roma per la troppa stretta parentela. Ognun si credeva che grande interesse avesse il duca Antonio di unirsi senza perdere tempo colla disegnata sposa; pure con ammirazione e dolor di tutti si vide differita questa funzione sino al febbraio del seguente anno.Almarchese di Ormea, ministro di rara abilità diVittorio Amedeore di Sardegna, riuscì in quest'anno di superar tutte le difficoltà che fin qui aveano impedito l'accordo delle differenze vertenti fra la sua corte e quella di Roma. Il buon ponteficeBenedetto XIII, nel cui cuore non allignavano se non pensieri e desideri di pace, non solamente condiscese a riconoscere per re di Sardegna esso sovrano, ma eziandio gli accordò non poche grazie e diritti, contrastati in addietro dai suoi due predecessori. Era poi gran tempo che questo papa ardeva di voglia di portarsi a Benevento, parte per consacrar ivi una chiesa fabbricata in onore di San Filippo Neri, alla cui intercessione si protestava egli debitor della vita, allorchè restò seppellito sotto le rovine del tremuoto di quella città; e parte per consolare colla sua presenza il popolo beneventano, per cui egli conservò sempre un amore che andava anche agli eccessi; e tanto più perchè riteneva tuttavia quell'arcivescovato. Per quanto si affaticassero i porporati per attraversare questo suo dispendioso disegno, non vi fu ragione che potesse distornarlo dalla presa risoluzione. Dopo aver dunque fatto un decreto, che, in caso di sua morte, il sacro collegio tenesse il conclave in Roma, nel marzo di quest'anno si misein viaggio a quella volta con picciolo accompagnamento di gente, ma con gran copia di sacri ornamenti e regali per le chiese di Benevento, e gran somma di danaro per riversarlo in seno dei poveri. Due corsari, informati del suo viaggio, sbarcarono a Santa Felicita; ma il colpo andò fallito, e si sfogò poscia il lor furore sopra que' poveri abitanti. Giunse a Benevento il santo padre nel dì primo di aprile. Gran concorso di popolo fu a vederlo ed ossequiarlo; e siccome egli di nulla più si compiaceva, che delle funzioni episcopali, così impiegò ivi il suo tempo in consecrar chiese ed altari, in predicare, in amministrare sacramenti, in servire i poveri alla mensa, e in altri piissimi impieghi del genio suo religioso. Nel dì 12 di maggio fece poi partenza di colà, e pervenuto a San Germano nel dì 18, quivi con gran solennità consecrò la chiesa maggiore. Fu in Monte Casino, dove, come se fosse stato semplice religioso, gareggiò coll'esemplarità e pietà di que' monaci, assistendo anch'egli al coro della mezza notte. Gran consolazione si provò in Roma all'arrivo della santità sua in quella capitale, succeduto nel dì 28 del mese suddetto.Miravansi intanto gli affari dei potentati cristiani in un segreto ondeggiamento. Disgustata era la corte di Spagna con quella di Francia per la principessa rimandata a Madrid. Più grave ancora si conosceva la discordia sua con quella d'Inghilterra a cagione di Minorica e Gibilterra. Un altro affare sturbò la buona armonia fra Cesare e gli Anglolandi; imperciocchè l'interesse, cioè il primo mobile del gabinetto dei regnanti, avea servito ai consiglieri cesarei per indurre l'Augusto Carlo VI ad istituire, o pure ad approvare una grandiosa compagnia di commercio in Ostenda: il qual progetto se fosse andato innanzi, minacciava un colpo mortale al commercio dell'Inghilterra ed Olanda. Pretendeano quelle potenze un sì fatto istituto contrario ai patti delle precedenti leghe, tacciandoanche d'ingratitudine sua maestà cesarea, che aiutata da tanti sforzi di gente e danaro da esse marittime potenze per ricuperar la Fiandra, si volesse poi valere della medesima conquista in sommo loro danno e svantaggio. Ma i ministri di Vienna, siccome partecipi delle rugiade provenienti da Ostenda, teneano saldo il buon imperadore nel sostegno di quella compagnia. Se n'ebbe ben egli col tempo a pentire. Per opporsi dunque al proseguimento di quella compagnia, si formò in Annover nel 1725 una lega fra la Francia, Inghilterra e Prussia, a cui poscia si accostarono anche gli Olandesi. S'era all'incontro l'Augusto Carlo maggiormente stretto col re di Spagna. Aveano in questi tempi gl'inglesi con una squadra dei lor vascelli sequestrata in Porto Bello la flotta che dovea portare i tesori in Ispagna. Da tale ostilità commossi gli Spagnuoli, oltre all'essersi impadroniti del ricchissimo vascello inglese chiamato principe Federigo, andarono a mettere, nel febbraio di quest'anno, l'assedio a Gibilterra. Gran vigore mostrarono gli offensori, ma molto più i difensori; laonde perchè non v'era apparenza di sottomettere quella piazza, e perchè intanto furono sottoscritti in Parigi alcuni preliminari di aggiustamento fra i potentati cristiani, al che spezialmente si erano affaticati i ministri del papa, e più degli altrimonsignor Grimaldinunzio pontifizio in Vienna, quell'assedio, dopo alcuni mesi inutilmente spesi, terminò in nulla. Venne intanto nel dì 22 di giugno a mancar di vita, colpito da improvviso accidente verso Osnabruk nel passare ad Hannover,Giorgio Ire della Gran Bretagna, e a lui succedette in quel regno, concordemente ricevuto da quei parlamenti,Giorgio IIprincipe di Galles, suo primogenito.Stava attento ad ogni spirar d'aura in quelle parti il Cattolico reGiacomo III Stuardo; e verisimilmente isperanzito che avesse in Inghilterra per la morte di quel regnante da succedere qualche cangiamentoin suo favore, all'improvviso si partì da Bologna, e passò in Lorena, con ridursi poscia ad Avignone. Scandagliati ch'egli ebbe gli affari dell'Inghilterra, trovò preclusa ogni speranza ai proprii, e però quivi fermò i suoi passi. Aveva egli lasciati in Bologna i due principi suoi figli; e giacchè in fine s'era ridotto ad allontanare dal suo servigio il Lord Eys, e sua moglie, la reginaClementina Sobieschi, consigliata dal papa e dai più saggi porporati, alla metà del mese di luglio sen venne a quella città, dove abbracciò i figli con tal tenerezza, che trasse le lagrime dagli occhi di tutti gli astanti. Fermossi ella di poi in essa città, attendendo continuamente alle sue divozioni, giacchè per le visite e per li divertimenti non era fatto il suo cuore. Passava questa santa principessa le giornate intere in orazioni davanti il santissimo Sacramento. Nel novembre di questo anno venne in Italia ilprincipe Clementeelettor di Colonia, fratello dell'elettor di Bavierae della gran principessa di ToscanaViolante, con animo di farsi consecrare arcivescovo dal ponteficeBenedetto XIII. Per cagion dell'etichetta romana non trovava la di lui dignità i suoi conti nel portarsi fino a Roma. Lo umilissimo santo padre, tuttochè dissuaso dai sostenitori del decoro pontifizio, pure non ebbe difficoltà di passar egli a Viterbo per ivi consecrare quel principe. Riuscì maestosa la funzione, e corsero suntuosi regali dall'una e dall'altra parte; ma senza paragone superiori furono quei dell'elettore, perchè consistenti in sei candellieri d'oro arricchiti di pietre preziose; in una croce d'oro; in una corona di grosse perle orientali, i cuipater nostererano di smeraldi incastrati in oro; in una croce di diamanti di gran valore, e in una cambiale di ventiquattro mila scudi per le spese del viaggio del santo padre. Altri presenti toccarono alla famiglia pontifizia. Passò dipoi esso elettore colla principessa Violante a Napoli, per vedere le rarità di quella metropoli, edi là venne dipoi ad ammirar le impareggiabili di Roma. Due padri carmelitani scalzi avea lo stesso pontefice, oppure il suo predecessore, inviati negli anni addietro alla Cina con ricchi donativi e lettere all'imperadore di quel vasto imperio. Riportarono essi nel presente anno due risposte di quel regnante al papa, accompagnate da una bella lista di donativi, consistenti nelle cose più rare e stimate di quei paesi.Con sommo dispiacere intanto udiva il buon pontefice le risoluzioni prese dall'imperadore di concedere Parma e Piacenza all'imperador don Carlo, come feudi imperiali, in grave pregiudizio de' diritti della santa Sede, che per più di due secoli avea goduto pubblicamente il sovrano dominio e possesso di quegli Stati. Intimò pertanto al nuovo ducaAntonio Farnesedi prenderne, secondo il solito, l'investitura dalla Chiesa romana. Ma ritrovossi questo principe in un duro imbroglio, perchè nello stesso tempo anche da Vienna gli veniva ordinato di prestare omaggio per esso ducato a Cesare, da cui si pretendea di dargli l'investitura. Fu poi cagione questo vicendevole strettoio che il duca non la prese da alcuno. Fece perciò varie proteste la corte di Roma; e all'incontro più forte che mai seguitò l'imperadore a sostener quegli Stati, come membri del ducato di Milano. E perciocchè nell'anno 1720 aveapapa Clemente XIfatto esporre al pubblico due libri contenenti le ragioni della Chiesa romana sopra Parma e Piacenza, in quest'anno parimente comparve alla luce un grosso volume, che comprendea le opposte ragioni dell'imperio sopra quelle città, dove, oltre al vedersi rivangati i principii del dominio pontifizio nelle medesime, si venne anche a scoprire che i duchiOttavioedAlessandro Farnesiaveano riconosciuto sopra Piacenza i diritti dell'imperio e del re di Spagna, padrone allora di Milano. Non bastò al saggio imperadoreCarlo VIdi aver procacciala a' suoi sudditi di Napoli,Sicilia e Trieste una spezie di amicizia o tregua coi corsari di Tripoli e Tunisi. Rinforzò egli i suoi maneggi per istabilire un simile accordo col dey e reggenza di Algeri, cioè coi più poderosi e dannosi corsari del Mediterraneo, valendosi dell'interposizione della porta ottomana amica. Si fecero coloro tirar ben bene gli orecchi prima di cedere, perchè pretendeano che l'imperadore facesse anche egli desistere dall'andare in corso i Maltesi. Se ne scusò Cesare, con dire di non aver padronanza sopra quell'isola, e molto meno sopra de' cavalieri gerosolimitani. Finalmente nel dì 8 di marzo dell'anno presente si stipulò in Costantinopoli l'accordo suddetto, per cui spezialmente gran feste ne fece la città di Napoli, benchè prevedessero i saggi che poco capitale potea farsi di una pace con gente perfida e troppo ghiotta di quello infame mestiere. Cominciarono in fatto a verificarsi nell'anno seguente queste predizioni.Ma nel dì 7 di novembre si cangiò in pianto tutta l'allegrezza de' Napoletani. Perciocchè, dopo avere il Vesuvio gittato per due giorni delle continue fiumane di bitume infocato, verso la sera del dì suddetto con orribili tenebre si oscurò il cielo, e dopo un terribile strepito di tuoni e fulmini, cadde per lo spazio di quattro ore una sì straordinaria pioggia, che recò gravissimi danni e sconcerti a quella città e al suo territorio. Quasi non vi fu casa che non restasse inondata da sì esorbitante copia d'acqua, con lasciar tutte le cantine e luoghi sotterranei ripieni d'acqua e di fango; e non se ne andò esente chiesa alcuna. Dalla montagna scendevano furiosi i torrenti, che atterrarono gran numero di case e botteghe, seco menando gli alberi divelti dal suolo, e i mobili della povera gente. Gli acquedotti e canali tutti rimasero rimpiuti di terra. Immenso ancora fu il danno che ne patì la città d'Aversa colle terre di Giuliano, Piamura, Paretta ed altre. Se abbondano di delizie quellecontrade, a dure pensioni ancora son elleno soggette. Gloriosa memoria lasciò in quest'anno lo zelantissimo ponteficeBenedetto XIIIcon una sua bolla del dì 12 d'agosto, in cui severamente proibì per tutti i suoi Stati il già introdotto ed affittato lotto di Genova, Napoli e Milano, gran voragine delle sostanze de' mortali poco saggi e troppo corrivi; e ciò per avere la Santità sua conosciuti gli enormi disordini che ne provenivano per le tante superstizioni, frodi, rubamenti, vendite dell'onestà, e impoverimento delle famiglie. E perchè, ciò non ostante, alcuni, poco curanti delle pene spirituali e temporali, osarono poscia di continuar questo giuoco, contra di essi procedè la giustizia, condannandoli al remo; nè poterono ottenere remissione dal papa, risoluto di voler liberare i suoi popoli da sanguisuga cotanto maligna. La borsa pontificia ne patì, ma crebbe la gloria di questo santo pontefice.

Giunse al fine di sua vita il dì 26 di febbraio dell'anno presenteFrancesco Farneseduca di Parma e Piacenza, nato nel dì 19 di maggio del 1678; principe che avea acquistato il credito di rara virtù e di molta prudenza nel governo dei suoi popoli. Ancorchè, per esser difettoso di lingua, ammettesse pochi all'udienza sua, pure, non meno per sè che per via d'onorati ministri, accudì sempre all'amministrazion della giustizia, e mantenne la quiete nei suoi Stati, avendogli servito non poco a conservarlo immune dai guai fra i pubblici torbidi la parzialità e riguardo che aveano per lui le corti d'Europa, a cagione della generosa regina di SpagnaElisabettasua nipoteex fratre, e figlia della duchessaDoroteasua propria moglie. A lui succedette nel ducato il principeAntoniosuo fratello, nato nel dì 29 di novembre del 1679. A questo principe (giacchè il fratello duca avea perduta la speranza di ricavar successione dal matrimonio suo) più volte s'era progettato di dar moglie, affinchè egli tentasse di tenere in piedi la vacillante sua nobil casa; ma sempre in fumo si sciolse ogni suo trattato, per non accordarsi i fratelli nell'appannaggio che egli pretendeva necessario al suo decoro nella mutazion dello stato. Così i poco avveduti principi d'Italia, per volere ristretta nella sola linea regnante la propagazion del loro sangue, e col non procurare che una linea cadetta possa ammogliandosi supplire i difetti eventuali della propria, han lasciato venir meno la nobilissima lor prosapia con danno gravissimo anche de' popoli loro sudditi. Erano assai cresciuti gli anni addosso al duca Antonio, aveva egli anche ereditata la grassezza del padre; pure tutti i suoi ministri, e del pari la corte di Roma, l'affrettarono tosto a scegliersi una consorte abile a rendere frutti. Fudunque da lui prescelta la principessaEnrichetta d'Estefiglia terzogenita diRinaldoduca di Modena, avendo anche questo principe sacrificato ogni riguardo verso le figlie maggiori per la premura di veder conservata la riguardevol casa Farnese. Dugento mila scudi romani furono accordati in dote a questa principessa, e sul fine di luglio si pubblicò esso matrimonio, con ottenere la necessaria dispensa da Roma per la troppa stretta parentela. Ognun si credeva che grande interesse avesse il duca Antonio di unirsi senza perdere tempo colla disegnata sposa; pure con ammirazione e dolor di tutti si vide differita questa funzione sino al febbraio del seguente anno.

Almarchese di Ormea, ministro di rara abilità diVittorio Amedeore di Sardegna, riuscì in quest'anno di superar tutte le difficoltà che fin qui aveano impedito l'accordo delle differenze vertenti fra la sua corte e quella di Roma. Il buon ponteficeBenedetto XIII, nel cui cuore non allignavano se non pensieri e desideri di pace, non solamente condiscese a riconoscere per re di Sardegna esso sovrano, ma eziandio gli accordò non poche grazie e diritti, contrastati in addietro dai suoi due predecessori. Era poi gran tempo che questo papa ardeva di voglia di portarsi a Benevento, parte per consacrar ivi una chiesa fabbricata in onore di San Filippo Neri, alla cui intercessione si protestava egli debitor della vita, allorchè restò seppellito sotto le rovine del tremuoto di quella città; e parte per consolare colla sua presenza il popolo beneventano, per cui egli conservò sempre un amore che andava anche agli eccessi; e tanto più perchè riteneva tuttavia quell'arcivescovato. Per quanto si affaticassero i porporati per attraversare questo suo dispendioso disegno, non vi fu ragione che potesse distornarlo dalla presa risoluzione. Dopo aver dunque fatto un decreto, che, in caso di sua morte, il sacro collegio tenesse il conclave in Roma, nel marzo di quest'anno si misein viaggio a quella volta con picciolo accompagnamento di gente, ma con gran copia di sacri ornamenti e regali per le chiese di Benevento, e gran somma di danaro per riversarlo in seno dei poveri. Due corsari, informati del suo viaggio, sbarcarono a Santa Felicita; ma il colpo andò fallito, e si sfogò poscia il lor furore sopra que' poveri abitanti. Giunse a Benevento il santo padre nel dì primo di aprile. Gran concorso di popolo fu a vederlo ed ossequiarlo; e siccome egli di nulla più si compiaceva, che delle funzioni episcopali, così impiegò ivi il suo tempo in consecrar chiese ed altari, in predicare, in amministrare sacramenti, in servire i poveri alla mensa, e in altri piissimi impieghi del genio suo religioso. Nel dì 12 di maggio fece poi partenza di colà, e pervenuto a San Germano nel dì 18, quivi con gran solennità consecrò la chiesa maggiore. Fu in Monte Casino, dove, come se fosse stato semplice religioso, gareggiò coll'esemplarità e pietà di que' monaci, assistendo anch'egli al coro della mezza notte. Gran consolazione si provò in Roma all'arrivo della santità sua in quella capitale, succeduto nel dì 28 del mese suddetto.

Miravansi intanto gli affari dei potentati cristiani in un segreto ondeggiamento. Disgustata era la corte di Spagna con quella di Francia per la principessa rimandata a Madrid. Più grave ancora si conosceva la discordia sua con quella d'Inghilterra a cagione di Minorica e Gibilterra. Un altro affare sturbò la buona armonia fra Cesare e gli Anglolandi; imperciocchè l'interesse, cioè il primo mobile del gabinetto dei regnanti, avea servito ai consiglieri cesarei per indurre l'Augusto Carlo VI ad istituire, o pure ad approvare una grandiosa compagnia di commercio in Ostenda: il qual progetto se fosse andato innanzi, minacciava un colpo mortale al commercio dell'Inghilterra ed Olanda. Pretendeano quelle potenze un sì fatto istituto contrario ai patti delle precedenti leghe, tacciandoanche d'ingratitudine sua maestà cesarea, che aiutata da tanti sforzi di gente e danaro da esse marittime potenze per ricuperar la Fiandra, si volesse poi valere della medesima conquista in sommo loro danno e svantaggio. Ma i ministri di Vienna, siccome partecipi delle rugiade provenienti da Ostenda, teneano saldo il buon imperadore nel sostegno di quella compagnia. Se n'ebbe ben egli col tempo a pentire. Per opporsi dunque al proseguimento di quella compagnia, si formò in Annover nel 1725 una lega fra la Francia, Inghilterra e Prussia, a cui poscia si accostarono anche gli Olandesi. S'era all'incontro l'Augusto Carlo maggiormente stretto col re di Spagna. Aveano in questi tempi gl'inglesi con una squadra dei lor vascelli sequestrata in Porto Bello la flotta che dovea portare i tesori in Ispagna. Da tale ostilità commossi gli Spagnuoli, oltre all'essersi impadroniti del ricchissimo vascello inglese chiamato principe Federigo, andarono a mettere, nel febbraio di quest'anno, l'assedio a Gibilterra. Gran vigore mostrarono gli offensori, ma molto più i difensori; laonde perchè non v'era apparenza di sottomettere quella piazza, e perchè intanto furono sottoscritti in Parigi alcuni preliminari di aggiustamento fra i potentati cristiani, al che spezialmente si erano affaticati i ministri del papa, e più degli altrimonsignor Grimaldinunzio pontifizio in Vienna, quell'assedio, dopo alcuni mesi inutilmente spesi, terminò in nulla. Venne intanto nel dì 22 di giugno a mancar di vita, colpito da improvviso accidente verso Osnabruk nel passare ad Hannover,Giorgio Ire della Gran Bretagna, e a lui succedette in quel regno, concordemente ricevuto da quei parlamenti,Giorgio IIprincipe di Galles, suo primogenito.

Stava attento ad ogni spirar d'aura in quelle parti il Cattolico reGiacomo III Stuardo; e verisimilmente isperanzito che avesse in Inghilterra per la morte di quel regnante da succedere qualche cangiamentoin suo favore, all'improvviso si partì da Bologna, e passò in Lorena, con ridursi poscia ad Avignone. Scandagliati ch'egli ebbe gli affari dell'Inghilterra, trovò preclusa ogni speranza ai proprii, e però quivi fermò i suoi passi. Aveva egli lasciati in Bologna i due principi suoi figli; e giacchè in fine s'era ridotto ad allontanare dal suo servigio il Lord Eys, e sua moglie, la reginaClementina Sobieschi, consigliata dal papa e dai più saggi porporati, alla metà del mese di luglio sen venne a quella città, dove abbracciò i figli con tal tenerezza, che trasse le lagrime dagli occhi di tutti gli astanti. Fermossi ella di poi in essa città, attendendo continuamente alle sue divozioni, giacchè per le visite e per li divertimenti non era fatto il suo cuore. Passava questa santa principessa le giornate intere in orazioni davanti il santissimo Sacramento. Nel novembre di questo anno venne in Italia ilprincipe Clementeelettor di Colonia, fratello dell'elettor di Bavierae della gran principessa di ToscanaViolante, con animo di farsi consecrare arcivescovo dal ponteficeBenedetto XIII. Per cagion dell'etichetta romana non trovava la di lui dignità i suoi conti nel portarsi fino a Roma. Lo umilissimo santo padre, tuttochè dissuaso dai sostenitori del decoro pontifizio, pure non ebbe difficoltà di passar egli a Viterbo per ivi consecrare quel principe. Riuscì maestosa la funzione, e corsero suntuosi regali dall'una e dall'altra parte; ma senza paragone superiori furono quei dell'elettore, perchè consistenti in sei candellieri d'oro arricchiti di pietre preziose; in una croce d'oro; in una corona di grosse perle orientali, i cuipater nostererano di smeraldi incastrati in oro; in una croce di diamanti di gran valore, e in una cambiale di ventiquattro mila scudi per le spese del viaggio del santo padre. Altri presenti toccarono alla famiglia pontifizia. Passò dipoi esso elettore colla principessa Violante a Napoli, per vedere le rarità di quella metropoli, edi là venne dipoi ad ammirar le impareggiabili di Roma. Due padri carmelitani scalzi avea lo stesso pontefice, oppure il suo predecessore, inviati negli anni addietro alla Cina con ricchi donativi e lettere all'imperadore di quel vasto imperio. Riportarono essi nel presente anno due risposte di quel regnante al papa, accompagnate da una bella lista di donativi, consistenti nelle cose più rare e stimate di quei paesi.

Con sommo dispiacere intanto udiva il buon pontefice le risoluzioni prese dall'imperadore di concedere Parma e Piacenza all'imperador don Carlo, come feudi imperiali, in grave pregiudizio de' diritti della santa Sede, che per più di due secoli avea goduto pubblicamente il sovrano dominio e possesso di quegli Stati. Intimò pertanto al nuovo ducaAntonio Farnesedi prenderne, secondo il solito, l'investitura dalla Chiesa romana. Ma ritrovossi questo principe in un duro imbroglio, perchè nello stesso tempo anche da Vienna gli veniva ordinato di prestare omaggio per esso ducato a Cesare, da cui si pretendea di dargli l'investitura. Fu poi cagione questo vicendevole strettoio che il duca non la prese da alcuno. Fece perciò varie proteste la corte di Roma; e all'incontro più forte che mai seguitò l'imperadore a sostener quegli Stati, come membri del ducato di Milano. E perciocchè nell'anno 1720 aveapapa Clemente XIfatto esporre al pubblico due libri contenenti le ragioni della Chiesa romana sopra Parma e Piacenza, in quest'anno parimente comparve alla luce un grosso volume, che comprendea le opposte ragioni dell'imperio sopra quelle città, dove, oltre al vedersi rivangati i principii del dominio pontifizio nelle medesime, si venne anche a scoprire che i duchiOttavioedAlessandro Farnesiaveano riconosciuto sopra Piacenza i diritti dell'imperio e del re di Spagna, padrone allora di Milano. Non bastò al saggio imperadoreCarlo VIdi aver procacciala a' suoi sudditi di Napoli,Sicilia e Trieste una spezie di amicizia o tregua coi corsari di Tripoli e Tunisi. Rinforzò egli i suoi maneggi per istabilire un simile accordo col dey e reggenza di Algeri, cioè coi più poderosi e dannosi corsari del Mediterraneo, valendosi dell'interposizione della porta ottomana amica. Si fecero coloro tirar ben bene gli orecchi prima di cedere, perchè pretendeano che l'imperadore facesse anche egli desistere dall'andare in corso i Maltesi. Se ne scusò Cesare, con dire di non aver padronanza sopra quell'isola, e molto meno sopra de' cavalieri gerosolimitani. Finalmente nel dì 8 di marzo dell'anno presente si stipulò in Costantinopoli l'accordo suddetto, per cui spezialmente gran feste ne fece la città di Napoli, benchè prevedessero i saggi che poco capitale potea farsi di una pace con gente perfida e troppo ghiotta di quello infame mestiere. Cominciarono in fatto a verificarsi nell'anno seguente queste predizioni.

Ma nel dì 7 di novembre si cangiò in pianto tutta l'allegrezza de' Napoletani. Perciocchè, dopo avere il Vesuvio gittato per due giorni delle continue fiumane di bitume infocato, verso la sera del dì suddetto con orribili tenebre si oscurò il cielo, e dopo un terribile strepito di tuoni e fulmini, cadde per lo spazio di quattro ore una sì straordinaria pioggia, che recò gravissimi danni e sconcerti a quella città e al suo territorio. Quasi non vi fu casa che non restasse inondata da sì esorbitante copia d'acqua, con lasciar tutte le cantine e luoghi sotterranei ripieni d'acqua e di fango; e non se ne andò esente chiesa alcuna. Dalla montagna scendevano furiosi i torrenti, che atterrarono gran numero di case e botteghe, seco menando gli alberi divelti dal suolo, e i mobili della povera gente. Gli acquedotti e canali tutti rimasero rimpiuti di terra. Immenso ancora fu il danno che ne patì la città d'Aversa colle terre di Giuliano, Piamura, Paretta ed altre. Se abbondano di delizie quellecontrade, a dure pensioni ancora son elleno soggette. Gloriosa memoria lasciò in quest'anno lo zelantissimo ponteficeBenedetto XIIIcon una sua bolla del dì 12 d'agosto, in cui severamente proibì per tutti i suoi Stati il già introdotto ed affittato lotto di Genova, Napoli e Milano, gran voragine delle sostanze de' mortali poco saggi e troppo corrivi; e ciò per avere la Santità sua conosciuti gli enormi disordini che ne provenivano per le tante superstizioni, frodi, rubamenti, vendite dell'onestà, e impoverimento delle famiglie. E perchè, ciò non ostante, alcuni, poco curanti delle pene spirituali e temporali, osarono poscia di continuar questo giuoco, contra di essi procedè la giustizia, condannandoli al remo; nè poterono ottenere remissione dal papa, risoluto di voler liberare i suoi popoli da sanguisuga cotanto maligna. La borsa pontificia ne patì, ma crebbe la gloria di questo santo pontefice.


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